giovedì 23 maggio 2019

Un piccolo evento leggere leggero, senza particolari problematiche.

Ci sono gli americani belli, quelli solari, che amano scherzare, che adorano l'Italia, che sono curiosi, che passano ore nei musei, che conoscono l'arte, che, soprattutto, l'apprezzano.

Ci sono gli americani brutti, quelli cupi, che "questo posto è disgustoso" (disgusting), che urlano, che rubano gli asciugamani (anche se lo fanno di più gli italiani perchè #primagliitaliani ), che fanno casino la notte, che votano miliardari panzoni e fdp.

Poi ci sono i militari.

Di per sè, i soldati dell'esercito Usa non sono cattive persone. Abbastanza tranquilli, arrivano qui perchè, se sei di stanza a camp Darby, un giro per Firenze non te lo fai? Anche solo per vantartene con i parenti rimasti nel nuovo mondo, anche se poi il massimo delle visita è un fugace giro per il centro prima di fiondarsi in un qualsiasi locale.

E per costoro dovrebbe ancora vigere il proibizionismo.

Entro in turno di notte che la collega sta finendo il check-in di questi soldati, in abiti civili ma che presentano, come documento, l'immancabile tesserino di "forze armate Nato". Un gruppetto di ragazzi giovani: un biondo alto e secco, l'immancabile ragazzone di colore e 4 "latinos"; messicani o comunque dell'America Centrale che si arruolano per avere la cittadinanza. La versione moderna dei mercenari medievali.

Doopo un'oretta, mentre sono intento a finire le chiusure e lanciare, sul gestionale, il passaggio al nuovo giorno con il magico lancio degli addebiti (fatturazione uber alles), scendono dalle camere per la serata Florence by night. Eleganti e ritoccati, uno dei messicani ha pure una camicia piena di fronzoli, una roba che arriva direttamente dal settecento, e un gilet con decorazioni dorate. Una roba pacchianissima, davanti alla quale pure Tony Montana esiterebbe.

Ci mettono un pò, a uscire, perchè non sono mai tutti assieme. Ogni tanto uno di loro risale su di corsa, chiedendomi la chiave, poi torna ma un altro suo amico ha, a sua volta, lasciato qualche fondamentale oggetto in camera, e risale su. E' tutto un dare e restituire chiavi. Ma almeno me lo chiedono con gentilezza. Su questo, devo ammettere che non ho mai trovato soldati yankee maleducati.

Finalmente escono. Gli ricordo di suonare il campanello, al rientro, perchè mi chiudo a chiave. Rispondono tutti ok, e salutano.

Al rientro, non suonano il campanello. E insistono nell'aprire, benchè la porta sia chiaramente serrata.

Accorro e apro. Sono decisamente ebbri di alcool, ma quello messo peggio è proprio il messicano elegantone. Seduto sul gradino d'ingresso, agita la testa e poi rimette, sul marciapiede, il contenuto della serata. Alè.

Gli altri, che hanno bevuto meno, lo aiutano ad alzarsi e lo sorreggono verso l'ascensore. Io rabbrividisco al pensiero che possa vomitare ancora e proprio lì dentro. Afferro un sacchetto di quelli che diamo ai clienti che vogliono mandare i loro vestiti in lavanderia, e lo passo al biondo del gruppo, che capisce al volo. O beve con moderazione o lo regge bene. Ma non succede altro, per fortuna. Se ne vanno tutti a letto, senza fare ulteriori rumori.

Ma rimane il problema del vomito. Benchè sul marciapiede, e proprio di fronte all'ingresso. E occorre che faccia qualcosa, non posso certo fregarmene. Perciò vado nel ripostiglio a prendere un secchio, lo riempio d'acqua e poi lo rovescio sulla chiazza. Anche questo è lavoro di notte. Torno dentro e ripeto l'operazione altre 5-6 volte. Fino a che ogni traccia di vomito non è finita nel tombino.

Non sono uno che giudica. Da certe condizioni ci siamo passati tutti. Chi per un motivo, chi per un altro, anche se bere fino a questo punto non ha mai una vera giustificazione. Ma questo ragazzo ha poco più di vent'anni. Potrebbe aver passato diversi mesi in un paese mediorientale a rischiare la vita tutti i giorni. Ammazzare gente. Potrebbe aver assistito alla morte di uno o più amici. Per proiettili, o fatti a pezzi da una bomba. Non mi sento assolutamente di biasimare. E comunque siamo in un mondo libero, faccia un pò quel che gli pare. L'importante NON dentro dove lavoro.

E poi l'aver pulito il marciapiede non mi cambierà la vita.

Quella fava del suo comandante in capo, quello si.

sabato 11 maggio 2019

Ho un'opinione: la gente è sempre più sfaticata.

Non perchè lavori tanto, perchè si impegni duramente, perchè si stanchi in modo particolare con mansioni difficili.

E' sfaticata perchè non vuole darsi da fare, muovere membra e, soprattutto, materia grigia, per ottenere dei risultati. Anche piccoli ma che, sommati con altri, rendono comunque qualcosa.

Forse, più che sfaticata, è annoiata.

Sempre più clienti, piuttosto che scendere di camera e andare a mangiare qualcosa per cena, si fa portare il cibo direttamente in albergo.

Dato che la stragrande maggioranza delle strutture ricettive in zona non ha ristorante ma solo caffetteria, pur di non vestirsi, scendere e uscire, usa il telefono per scegliere, ordinare, e pagare, pietanze.

Non so, io sono diverso. Io scendo. Sento la necessità di muovermi. Un pò perchè mi scoccia farmi recapitare il cibo a casa. E poi, avendo la fortuna di avere, in prossimità, due ottime pizzerie, non mi faccio remore a infilare giacca e scarpe per andare io stesso a prendere la succulenta pietanza direttamente dove la fanno. Da asporto. Diamine, non sono neanche 100 metri.

I clienti degli alberghi invece, sempre meno. E capita spesso di vedersi arrivare, alla reception, una persona con l'immancabile zaino a forma cubica di uno dei tanti servizi di recapito a domicilio. Magari di posti che sono praticamente di fronte all'albergo. Ormai il cliente neanche ci avverte, a noi portieri. Il tipo col cubo si presenta e riferisce il nome del cliente. Lo chiamiamo in camera e costui scende (almeno quello) a prenderselo. Qualcuno ci prova anche a farselo portare su, ma noi non facciamo salire proprio nessuno che non sia cliente e non ci dia un documento (e io non lascio certo il bancone). Così capita pure di veder uscire dall'ascensore, sbuffando, un bolso cinquantenne -ma spesso pure ventenne- in pigiama. E scalzo. Che magari è in una camera al primo piano.

Superfluo dirlo, i residui di tali pasti sono lasciati direttamente in stanza.

Qualche giorno fa la cameriera, in procinto di rifare una stanza, trova delle confezioni di cibo nel frigo bar.

Normalmente è roba che va direttamente nella spazzatura.

Questi, invece, erano perfettamente sigillati nel cellophane.

I clienti, la sera prima, avevano ordinato roba da mangiare via internet. Erano addirittura arrivati in due, di fattorini, a portarla. Da tanta che era.

Molte di queste confezioni le avevano aperte, assaggiato il contenuto e poi gettato. Un monte di roba, ci avrebbero mangiato in 10. Ma ben 3 confezioni, ancora intatte, le avevano messe nel frigo bar. Quando pensavano di consumarle, visto che il giorno dopo partivano presto, non si sa. E non parliamo di una famiglia numerosa: una coppia. Solo due persone. Presi dalla fame, avevano cominciato a mettere spunte su spunte al cibo che vedevano dalle foto sul cellulare.

Gli occhi sono sempre più grandi dello stomaco. Si fossero presi la briga di scendere a una pizzeria nei pressi dell'albergo, avrebbero speso la metà, anche facendosi servire al tavolo.

Le confezioni sono sigillatissime. Come appena uscite dal ristorante. Ce le siamo portate a casa, aperte, messe nel piatto, riscaldate rapidamente al microonde e pappate. Abbiamo forse fatto male?

Come dicono i delfini: "Addio, e grazie di tutto il pesce" (cit.)



domenica 28 aprile 2019

14 anni.

E mi sembra ieri.

Sono cose che non si possono dimenticare. Ti rimangono nella testa, fisse, durature, inavomibili.

14 anni fa nasceva Camilla.

La prima impressione fu drammatica. Perchè noi uomini, nel parto, siamo impotenti. Completamente inutili. Non serviamo a un bel niente.

Ore a cercare di sostenere la moglie durante le doglie, e lei, a ogni fitta, chiede disperata: "Marce, fai qualcosa". E non c'è nulla che puoi fare. E non capisci quel che sta accadendo.

Li ricordo uno a uno, quei momenti. Non c'è molto altro, se non quello: ricordare.

Poi, finalmente, la nascita. E le appoggiano la neonata sulla pancia. E la Sara che se ne viene fuori che "Camilla, finalmente ci vediamo".

E lì piansi. Parecchio.

Ok, basta.

14 anni fa. Oggi è il suo compleanno.

Sarà una bella festa, con un tavolo stracolmo di cibo-spazzatura. Di amiche/ci. Di bibite gassate. Del babbo che gli farà fare dei giochi. Di patatine all'olio di palma. Ovviamente regali. Ho già detto del cibo?

Si ripeterà il 13 Giugno, per il compleanno di Gaia.

Alle ragazze chiediamo ormai, da qualche anno, se hanno preferenza per il regalo. Ci piace così. Hanno dei desideri, una lista anche notevolmente lunga. Ma sarà un singolo regalo. Senza esagerare, senza dilapidare preziose risorse per il mutuo.

4 anni fa la Cami chiese un oggetto che, dal mio personale punto di vista, è utile come un frigorifero al polo.

Un idromassaggio per i piedi.

Un singolo regalo, questo è il patto. Ok, facciamogli 'sta roba. Io sarei anche per andare a vedere per negozi, ma la moglie è tipo spiccio e poco mobile: lo prendo con internet. Tramite quel sito che porta il nome di una foresta. Esistita finchè anche i brasiliani, come gli americani e noialtri, non hanno scoperto il fascino di avere presidenti e ministri dell'interno stronzi e un pò figli di troia.

Prendiamo quindi questo oggettino, che incontrò la sua piena gioia. La ragazza è un tipo a cui piace rilassarsi. Dopo il bagno, adora prendere questo attrezzo, riempirlo d'acqua (è un idromassaggio, seguite bene queste mie parole), collegarlo alla presa elettrica e quindi, comodamente seduta sul divano, rilassarsi e godersi i piedi a mollo con le bollicine.

In famiglia l'hanno provato tutti tranne il sottoscritto. Per quanto ormai quast'oggetto sia presente in questa casa e possa pure fare un tentativo, non riesco a farmi andare bene una cosa che ritengo una vera futilità. Una roba che stava bene nella rubrica sarcastica di Cuore "mai più senza", dove c'erano oggetti come lo scopalasta di padre pio o della propria squadra di calcio.

Ma il punto non è quello.

Su sito dove la Sara ha acquistato l'oggetto, è possibile rivolgere domande sullo stesso agli acquirenti precedenti.

E la Sara riceve questa. Allego immagine. Non credo ci sia bisogno di altri commenti.

Lo so che, per arrivare a quest'assurda domanda ho messo su un discorso lungo e laborioso, ma io sono così: mi occorrono 3 fogli A4 pure per fare gli auguri di Natale.

ps. il regalo di quest'anno, che scarterà tra un paio d'ore, è una stampante. La vecchia funzionerebbe ancora, ma emette un rumore di segheria ogni volta che è in funzione.

Ma non c'è pericolo che ci domandino se funziona anche senza carta o inchiostro. Stavolta l'abbiamo comprata nel classico mega negozio di elettrodomestici.

Auguri, ragazza.

giovedì 25 aprile 2019

Alzarsi il primo pomeriggio e trovare la figlia 2 che chiede di giocare, andrebbe anche bene. Anzi benissimo. Se chiedesse di giocare a uno Splendor, un Imothep, pure un Ticket to ride, guarda.

Ma quando si tratta del "gioco della vita", la storia può prendere un andamento farsesco.

Giocare al gioco della vita con una ragazza di 11 anni significa che:

-Percorso carriera. Io studiare? Mai! (Ps, ha la media del 7. Legge una cosa e la ricorda per mesi, il contrario di come ero io. La odio solo per questo)

-Mestiere scelto: la chef! E che altro? Almeno cucinare le piace. È rimettere a posto, che tocca al babbo. E infatti: " quando avrò il mio ristorante, ti metto a lavorare lì. Laverai i piatti".
Lo ha detto sul serio.

- "Voglio avere dei figli" ma la ruota non gira come vorrebbe (è un gioco di fortuna, di casualità). E si arrabbia. 11 anni, va ancora così. Viola le regole e rigira la ruota. Niente. Rigira ancora, e finalmente esce un bebè. Ovviamente, femmina.
Ma tiene il broncio tutta la partita. Perché vuole un monte di figli. Un asilo nido.
Quando lo avrà veramente, un bebè, e chiamerà per chiedere aiuto, riderò di gusto.

-Bene Gaia, siamo in fondo. Ora contiamo i soldi.
-Aspetta!
Prende un'altra macchinetta, ci infila un piolo rosa e la fa partire dall'inizio.
-Lei è mia figlia. Anche lei farà il percorso e mi aiuterà a vincere la partita.
-A lei fai fare il percorso studio?
-Si, perché lei dovrà studiare!

Mi spiace, nipote.
Hai una madre un po' paracula.

Ps. Questi pomeriggi piovosi sono abbastanza destabilizzanti, per la mia psiche. Non vedo quasi l'ora di essere in turno e trovarmi un indiano che chiede informazioni assurde tipo "dove si trova la torre di Pisa" su una mappa di Firenze.

Pps. -Ma davvero mi vuoi assumere a fare il lavapiatti?
-Certo. Così non dovrai più fare il turno di notte.
In fondo, vuole liberarmi. A modo suo.
Buona Liberazione a tutti.



lunedì 1 aprile 2019

Lavoro in albergo, sono un portiere.

Sono anche una persona con le mie idee, i miei pensieri, le mie ragioni. E non me ne vergogno affatto. Ma quando sono sul posto di lavoro tendo a non esprimerle. Ad esempio, quando mi capitò un cliente, anni fa, che dichiarava la sua contrarietà alla presenza di un giocatore di colore in nazionale (Balotelli) solo perchè, appunto, di colore. Oppure un avvocato di regione che non nominerò che, dopo avermi chiesto se ero di Firenze e alla mia risposta affermativa, se ne uscì che "prima o poi voi comunisti vi spazziamo via tutti" (non ci riuscì la banda Carità, pensavate di farcela voi?). O quello che, inserita nella plastica che protegge il documento d'identità, aveva la foto di mussolini (minuscolo intenzionale) e declamava tutto fiero il suo credo.

In questi casi il bravo portiere lascia perdere. Sappiamo benissimo che sono provocazioni del ca**o. Gente stupida che cerca lo scontro. La diatriba. La polemica. Beh, non ne vale mai la pena. A che pro mettersi a discutere di queste cose? Farsi il sangue amaro con persone che vediamo solo 10 minuti nell'arco di un'intera esistenza? Uno sta zitto, fa un bel sorriso e passa la carta di credito del cliente nel pos. Perchè alla fin fine quello conta. E grazie di tutto il pesce (cit.)
 
Anche se comunque all'ammiratore del duce lanciai una frecciatina sul bunjee-jumping. Ma non la capì.

E non mi stupisco, che non l'abbia capita.

Con qualcuno però, vale anche la pena, di esternare come la si pensa.

Vale assolutamente la pena.

Sono in due.

Check-in regolare: documenti, registrazione, informativa sulla tassa di soggiorno, orario colazione...

-Ehm... abbiamo richiesto una camera matrimoniale...-

Senza alzare lo sguardo, prendo la pratica e leggo. Si, camera matrimoniale. Guardo la lista arrivi: è effettivamente assegnata la camera giusta, con letto matrimoniale.

-... spero non sia un problema...- prosegue lei.

Con tono molto titubante.

Alzo lo sguardo dalle mie scartoffie. Sguardo leggermente sospettoso. Giusto perchè mi piace aggiungere un pò di suspence.

-Perchè dovrebbe esserlo?-

E sorridono. Tutte e due.

Lei e lei.

-Avete comprato una camera. Avete fatto una richiesta legittima. E noi vi accontentiamo-

Due sorrisi che si allargano.

-E non è solo per l'acquisto di una camera qui dove lavoro. Siete qui per vedere Firenze, la mia città. E' ovvio che io, e miei colleghi, faremo il possibile per rendere il vostro soggiorno memorabile. Perciò, ecco qui una piantina della città-

E passo 10 minuti a dargli tutte le informazioni su musei e quant'altro. Perchè è giusto così. Perchè si deve vivere sereni.

E loro lo erano. Più di tanti altri.

Ringraziano. Prendono chiave e piantina e si avviano all'ascensore.

Mano nella mano.

Distolgo lo sguardo. Non per repulsione, assolutamente. Per pudore. Mi sembra di intromettermi in affari che non mi riguardano. E in effetti è proprio così.

E comunque, anche se alla fin fine la questione di fondo, quella decisiva per noi portieri, è che i clienti, chiunque essi siano e cosa abbiano deciso di essere nella vita, paghino il soggiorno, resta il fatto che dove c'è amore c'è famiglia.

E basta.

ps. bancomat o carta?

domenica 24 marzo 2019

Finlandesi.

Sono, senza ombra di dubbio, tra i migliori clienti che ci siano. Come tutti quelli della penisola scandinava sono cordiali ed educati. Salutano sempre ed adorano l’arte fiorentina. Pagano e non creano problemi. In più i finlandesi hanno nomi buffi come Lekakhula, Kakavonen, Muukka, Pirikkunen, Kakkula (giuro, tutti veri), insomma, una roba che va dai racconti per bambini alla Gianni Rodari ai film scurrili alla Alvaro Vitali: in ogni caso ci si fanno due risate tra colleghi.

Ma ovviamente, anche con loro non mancano casini di vario genere.

Mi capitarono, ormai quasi venti anni fa, un nutrito gruppo di finnici, una trentina di persone, quasi tutti belli anzianotti, anche sopra gli 80 anni. Probabilmente reduci della guerra d’inverno coi sovietici. Insomma, duri ma col sorriso. Rientrano la sera dopo cena, e mi chiedono dei bicchieri in vetro perché hanno comprato del Chianti e non è carino berlo nei bicchieri di plastica. E ci mancherebbe anche. Così gli indico il bar, e mi avvio a prenderli. Mi giro per vedere se mi seguono, e infatti uno di loro mi viene dietro, uno dei più anziani.

Troppo anziano.

Inciampa e va a sbattere la testa conto lo spigolo del cassapanca di legno all’ingresso del bar. E’ una bella cassapanca, avrà un paio di secoli. Legno duro, massiccio, ci teniamo dentro la carta intestata. E’ ovvio che tra una capoccia finlandese e una cassapanca toscana non c'è proprio partita: la Toscana vince.

Essendomi, proprio in quel momento, girato, mi sono visto tutta la scena, ce l’ho ancora in testa al rallentatore: il vecchietto di Helsinki che incrocia le gambe e va giù di testa come come un tuffatore in piscina, e la capocciata sulla cassapanca.

Mi rendo subito conto che s’è fatto male di brutto. Lui si rialza e dice "Ok, ok!" Ma ok un tubo, grondi sangue che sembri appena uscito da un episodio di Band of Brothers! Lo costringo a mettersi a sedere e gli osservo la testa: tra i radi capelli bianchi si nota un bel taglio profondo, con il sangue che scorre copioso. Perchè non ha battuto pieno, ma di striscio sullo spigolo. E in quel momento, lui fa per rialzarsi; lo inchiodo subito alla sedia: ma te sei matto! Hai scansato i proiettili russi, lassù in Lapponia nel ’40, e ti fai dissanguare qui da una cassapanca toscana? Nel mio hotel??? Ma te sei fuori! Ordino alla moglie, che da brava nordica ascolta disciplinatamente senza interrompermi, che il marito non deve alzarsi, assolutamente. Lei capisce e gli appoggia la mano sulla spalla; e lui lì fermo e zitto, chiaro indice di sottomissione alla parte femminile della famiglia (cosa che peraltro avviene spesso anche a casa mia…). A quel punto mi fiondo alla cassetta del pronto soccorso, vedi che il corso a qualcosa è servito? Inzuppo il cotone di disinfettante e torno dal finnico; appoggio il cotone sulla ferita ed ordino alla moglie di tenercelo bene, premendo con forza, cosa che fa subito (il marito ormai è rassegnato e subisce in silenzio. O forse si è reso finalmente conto che trattasi di cosa seria, visto che quel che gli cola lungo la guancia e gli macchia i vestiti non è sudore, ma sangue). Quindi mi previpito al telefono per chiamare il 118.

Ovviamente comunico subito all’operatrice il problema: il taglio sulla testa che perde sangue, ma che il soggetto sta bene e non è in pericolo di vita. La tipa mi dice ok bravo ora non lo tocchi più ed aspetti l’ambulanza. Bene, mi tranquillizzo, anche perchè sto tremando come una foglia. Io, il mio, l’ho fatto. Ora devo solo attendere gli esperti del settore, affinchè compiano il loro dovere.

L’ambulanza arriva in pochi minuti, e i soccorritori si precipitano dentro… smollando l’ambulanza nel mezzo alla strada. Ovviamente bloccando il traffico. Dopo neanche 3 secondi che i paramedici sono al capoccia nordica dentro un tassista che si lamenta del parcheggio selvaggio dell’ambulanza. Al che il paramedico ribatte che lui ha un’urgenza e quando ci sono le urgenze non sta a sottilizzare e gli altri si attaccano perché può esserci un pericolo di vita, e la vita viene prima della fretta di un tassista… non ha tutti i torti, ma io avevo detto all’operatrice che non era urgente. Vabbè, dopo il breve battibecco (ho il mio daffare a calmarli, perché avevano già cominciato ad alzare la voce enteambi, e quando due fiorentini alzano la voce si possono superare i 200 decibel), il paramedico torna sull’ambulanza e la parcheggia… meglio (con una ruota sul marciapiede, di traverso… ma comunque le auto ed i pedoni passano… più o meno…), quindi torna dentro ad assistere la collega paramedica che sta esaminando la ferita. Si portano via il danneggiato, che tornerà in albergo dopo un paio d’ore, con un’evidente fasciatura in testa a coprire i punti che gli avevano applicato. Li mostrò orgoglioso a tutta la combriccola, il giorno dopo alle colazioni e io, che ero presente perchè avevo pomeriggio-mattina, notavo interessato che tutti lo guardavano con una strana ammirazione.

Un italiano sarebbe stato additato come un pirla.

Ah, particolare interessante: la moglie non seguì il marito nell’ambulanza fino all’ospedale. Smollò il marito ai paramedici ed andò a dormirsela in camera. Non so se fosse freddezza tra coniugi o freddezza nordica; all'inzio propendevo per la seconda ipotesi, ma poi mia moglie mi fece notare che molto probabilmente la signora finnica voleva bersi il famoso chianti con gli altri componenti della gita.

Evidentemente sopra i 60 conta più l’alcool dei rapporti tra coniugi.

Spero solo in quel di Helsinki.

lunedì 11 marzo 2019

Qui sul libro delle facce c'è questo giochetto, uno dei tanti, sul postare un libro e taggare amici. 10 libri, uno al giorno, nessuna spiegazione.

Io faccio come mi pare. Essendo stato taggato, me la gioco a modo mio.

Un libro e una spiegazione di 30 cartelle dattiloscritte. D'altra parte, facebook e un qualsiasi blog -come questo- lo permette. Perchè limitarsi a pochi caratteri quando si può scrivere in abbondanza? Lasciarsi andare alla furia creativa digitando freneticamente sulla tastiera? Non siete presidenti degli Stati Uniti con i capelli arancioni e una pancia grande quanto un planetario, con la misera limitazione di twitter e poco cervello: sdatevi.

Quindi mettetevi comodi, che è lunga.

Nei primi anni '90 ero solito comprare, oltre ai fumetti della Bonelli (ho una mega libreria marca svedese stracolma di Mister No, Dylan Dog, Tex e Martin Mystere) anche Linus; celebre rivista di fumetti chiamata come il noto personaggio dei Penauts, fu la prima a portare questa striscia in Italia. E la prima anche a portare un altro capolavoro fumettistico di cui ora parlerò.

Prima però questa:

In fondo alla rivista c'era questa pagina di annunci.

Oggi c'è la rete, e si trova veramente di tutto. Si fanno amicizie nei modi più disparati e ci comunica con perfetti sconosciuti senza stare troppo nel dettaglio. Di tanto in tanto, su questo forum sociale, mi arrivano anche richieste di amicizia da parte di avvenenti figliuole dalle procacissime forme. Profili falsi, creati adeguatamente allo scopo di attirare i 50enni come il sottoscritto.
Rifiuto tali amicizie solo perchè non sono nipotine di capi di stato mediorientali e perchè non ho una cantinetta adeguata al bunga bunga (se avessi una cantinetta, sarebbe perennemente apparecchiata con un wargame).
Ma nei primi anni '90 c'era, appunto, Linus. E questa pagina di annunci.

la stragrande maggioranza era roba da cuori solitari. In fondo Linus non era una scelta sbagliata. Chi leggeva quei fumetti, e soprattutto ne capiva il senso, erano menti indubbiamente più elevate che non le lettrici di Cioè o i maniaci del Guerin Sportivo. Speravano, costoro, di trovare la/il compagna/o di vita dalla cultura abbastanza elevata.

Io mi chiamo fuori, non mi sono mai sentito così elevato.

Comunque mi piaceva la rivista. Ma accarezzavo anche l'idea di trovare amicizie fuori dalla cerchia scolastico-fiorentina. Misi un annuncio. Solo scambio di semplici lettere. Niente ricerche di cuori solitari; a quei tempi il mio unico amore era la sfera. Intesa sia come da calciare sia come vista calciata. E quando dovevo osservarla era obbligo farlo dalla Fiesole. Soprattutto in quegli anni, quando un certo bomber argentino la scaraventava nelle porte avversarie.

Non divaghiamo.

Mi rispose una ventina di persone. A parte un ragazzo, erano tutte donne.

Mi scrissero da tutte le regioni d'Italia. Non scherzo, praticamente tutte. Anche il mistico Molise. Esiste. Giuro. Mi scrivevano da Campobasso (su Isernia, mantengo riserve)

Ovviamente dovetti anche provvedere a una scrematura. Non potevo certo mettermi a scrivere a tutte. Sarebbe diventato un lavoro. Poi, col tempo, persi molti contatti. E' fisiologico avvenga. Almeno così credo.

Con Marina Silvia, no.

Con lei, per qualche strana, splendida, stupefacente ragione, abbiamo trovato una simmetria comune. Un qualcosa che ci faceva dire "non smettiamo. Continuiamo a scriverci. A dirci quel che ci frulla per la testa. Finchè ci va".

Ci va tutt'ora.

Ok, abbiamo smesso con le lettere vere e proprie. Quelle scritte a mano, con l'emozione di trovare la busta della lettera affrancata nella cassetta della posta. Il piacere unico della lettura di chi ha speso tempo ed energie per muovere una penna su di un foglio di carta. Adesso abbiamo il libro delle faccie e, in subordine, whatzapp.

Ovviamente abbiamo anche avuto l'onore di incontrarci di persona. Conosce mia moglie, di cui hanno in comune la regione Lombardia, e sono entrambe donne di grande cultura e intelletto.

Silvia (io la chiamo col suo secondo nome, in onore di una biondina che mi garbava quando avevo 16 anni, sono passati 30 anni, chissà com'è andato, il viaggio di una vita lì con te -cit. Ligabue- Silvia originale) abita a Milano e fa l'avvocato.

Adoro immaginarmela mentre si alza in piedi ed esclama "Mi oppongo!" e battersi strenuamente contro il procuratore distrettuale. Non è colpa mia. Ho guardato troppo i telefilm americani per immaginarmi i processi italici. Non avendo mai -per fortuna- preso parte ad un processo, non so come funziona qui. Inoltre Silvia parla spagnolo a un livello che io posso solo sognarmi, avendolo studiato il giusto per capire che "una almoada mas" significa che il cliente chiede un cuscino supplementare in camera. E spero nient'altro.

Alla Silvia dedico Bill Watterson.

Perchè un fumetto e non un libro?

Intanto perchè lo scoprii proprio tramite Linus, che ne pubblicava regolamente le strisce, e poi perchè Calvin & Hobbes è grande cultura. E' uno dei fumetti più straordinari mai creati, e sono sempre stato dell'idea che non si può assolutamente delegare alla sola letteratura la diffusione del sapere, il piacere della conoscenza, il gusto della scoperta di nuovi orizzonti. O quel che è. Da questo punto di vista ero, e sono, favorevole al premio Nobel a Dario Fo e Bob Dylan. Se non siete d'accordo, gne gne gne.

Calvin -spiego per chi non lo conoscesse, e raccomando una sua lettura- è un bambino di 6 anni con una tigre di pezza -Hobbes- che nella sua mente è un essere vivente dotato di propria personalità. Nelle strisce in cui sono presenti solo loro due, Hobbes è vivo e interagisce col suo amico umano, con tanto di conversazioni anche approfondite. Quando nelle strisce appaiono altri personaggi (principalmente i genitori di Calvin) Hobbes è una normale tigre di pezza.

La straordinarietà del fumetto sta proprio nella fantasia scatenata del ragazzino, capace di stravolgere la sua realtà spesso banale (la scuola, il bullo che lo tormenta, le regole imposte dai genitori o dalla baby-sitter) in avventure speciali e totalmente fuori dal normale. Così maestra, genitori e baby-sitter diventano mostruosi alieni mentre lui, che incarna ora l'astronauta Spiff ora Stupendus Man (con tanto di maschera e mantello), vive straordinarie avventure stracolme di libertà. Per me Watterson merita il premio Nobel alla letteratura. Assolutamente.

Due mesi fa venne in albergo un'allegra famiglia americana: genitori e figlia di pochi anni. La piccola aveva con sè un cagnolino di pezza. E ci parlava. Smise di farlo solo nel pochi secondi in cui i genitori discutevano con il portiere dell'albergo (io) per la chiave della camera. Ma potevo benissimo vedere, nei suoi occhi, un cagnolino vero e proprio.

Lo teneva in collo, lo accarezzava, lo stringeva come si fa per un bene preziosissimo, un oggetto caro e personale, una persona amata.

Ecco, il termine giusto è proprio quello: una persona amata.

Lo abbiamo avuto tutti, un peluche, un giocattolo, un balocco che ci teneva compagnia quando eravamo piccoli, e che era vivo. Ai nostri esclusivi occhi. La Sara, laureata in scienze dell'educazione, direbbe che è un "oggetto di transizione". Io ci vedo il primo vero, e forse più sincero, amico.

Non ricordo quale era questo mio amico. A quei tempi giocavo con i soldatini Atlantic. Tedeschi e inglesi che si combattevano in perenni e strenue battaglie (gli inglesi in divisa kaki e pantaloncini, quindi truppe dell'8^ Armata). Già allora il mio aspetto ludico-guerriero era emerso prepotentemente (e sono uno che ha fatto il servizio civile e non possiede il porto d'armi).

Di amici veri non ne ho tanti. Alla fin fine sono un tipo solitario. Mi piace, quando non ho la famiglia in giro per casa, starmene seduto sul divano a digitare sul pc. Leggere. Progettare giochi da tavolo che non verranno mai pubblicati. Giocare su board game arena. Si, anche stirare e pulire casa (mi obbligano).

Però Marina Silvia è una delle mie amiche.

Le dedico il libro. Rigorosamente in inglese.

(sapendo del suo amore per la lingua iberica, avrei potuto dedicargli Mortadelo y Filemon. Capolavoro assoluto. Magari, un'altra volta)