lunedì 4 febbraio 2019

Solidarietà.

Robin Olsen, portiere della Roma e della nazionale svedese, ha 29 anni. Io 20 in più.

Lui gioca a calcio a 11, io ho giocato a calcio a 5.

Lui è nella massima serie professionistica, io ho militato a livello amatoriale.

Lui si butta su terreni in erba curati e morbidi, io mi lanciavo su vecchi campi in erba sintetica così consumata e sdrucita che in certi punti appariva il cemento sottostante.

Soprattutto, lui guadagna millanta di millanta volte più di me.

E tuttavia, abbiamo una cosa in comune.

Siamo entrambi portieri.

Lo so, non gioco più al pallone da diversi anni, ma è una cosa che non passa mai. Ti resta dentro. Ci si sente tali sempre. Portieri. Lì, due passi avanti dalla linea di porta, l'occhio vigile ai movimenti di quei 20 che vanno sempre di corsa, il braccio dritto di fronte a sè, col dito indice puntato, a chiamare il proprio terzino che "Attento al 9, taglia sulla sinistra, seguilo!". E ho ancora la borsa, nell'armadio, con tutto l'equipaggiamento al completo: maglia, pantaloncini, scarpe, guanti, tutto il cucuzzaro, pulito e profumato di ammorbidente. Perchè non si può mai sapere, magari una partitella tra amici ci scappa, chi lo sa. Anche se ormai siamo tutti 50enni maturi, stempiati e con una pancia più grande del pallone che rincorriamo trotterellando. E l'intera guardia medica di Torregalli a bordo campo con 3 defibrillatori, a vigilare.

Alcuni anni fa.

Non ricordo il contesto: una normale partita di calcio a cinque, in un anonimo campionato amatoriale. Nei dintorni di Firenze.

Giochiamo contro una squadra di giovanetti, poco più di vent'anni. Noi abbiamo quasi il doppio.

Normalmente ragazzetti di quell'età sono abbastanza immaturi sul gioco del pallone, calcetto specialmente. E li possiamo battere sull'esperienza.

Questi no.

Questi giocano forte. Sono in gran forma, corrono come matti in qualsiasi parte del campo, probabilmente se la sono fatta di corsa pure da casa. Questi sono Usain Bolt dello scatto. Piccoli Messi del passaggio, bordate da fuori che ricordano il Bati, tanta è la potenza che imprimono a quella maledetta sfera.

Soprattutto, sono strafottenti. Ci chiamano "vecchi".

Cominciano subito a segnare a raffica, e noi siamo tutti in giornata no. Attaccanti che non controllano un pallone, difensori che non azzeccano un anticipo, giocatori bolliti dall'età che non riescono neanche nel più elementare dei passaggi, in una regressione calcistica a dir poco imbarazzante.

E un portiere che prende gol vergognosi.

Palloni che una volta avrei fermato senza neanche buttarmi, senza il bisogno dell'intervento plastico, del colpo di reni che tanto dà allo spettacolo, stavolta passano senza colpo ferire. A volte neanche ci provo. La porta, larga 3 metri, mi sembra enorme, quasi quanto quella da calcio a 11. Vedo palloni lontanissimi da me che invece si infilano dentro a fil di palo.

Soprattutto, la cosa peggiore è l'esultanza esagitata dei nostri avversari, che ci prendono gusto e non accennano a tirare i remi in barca. Ci provano sempre e comunque perchè "oggi entra facile, c'è gloria per tutti". Quelli in panchina scalpitano per entrare perchè vogliono segnare anche loro. Persino il portiere avversario arriva fino a metà campo e i suoi compagni gli passano la palla affinchè tiri e ponga anche il suo nome nel ruolino dei marcatori (almeno lui non ci riuscirà, lo strunz).

Poi arriva il momento dove decido di svegliarmi e tentare di fare il mio mestiere: parare.

Perchè nel calcetto c'è una barriera che segna, inequivocabilmente, il baratro dall'abisso. Il punto di non ritorno. L'orizzonte degli eventi:

la doppia cifra.

Quando un portiere subisce più di 10 gol è un'umiliazione feroce, cocente, assoluta. Il passaggio delle decine da 0 a 1 è un varco tremendo, le forche caudine del portiere di calcio a cinque, il disonore del samurai coi guanti.

Provo a tenere alto l'onore in tutti i modi, sforzandomi, costringendomi anche a massacrarmi, se necessario, pur di non prenderne altri. Tutto inutile. Come becco il decimo gol, rimango lì, steso sull'erba sintetica. Totalmente annientato, incapace di rialzarmi. "Il portiere caduto alla difesa ultima vana bla bla bla" (accidenti a te, Umberto). Vorrei che il terreno si aprisse in una crepa da cui fuoriescono fiamme e mi fagocitasse dentro per sempre. E nel frattempo quelle *erde degli avversari esultano manco fossero alla finale di champions league, quando era solo un'anonima partita di calcio a cinque di cui non resta niente, negli annali della storia, se non un tabellino arbitrale probabilmente sepolto in un archivio se non addirittura ormai smaltito nel cassonetto della carta (e neanche ricordo quanto finì, se 10-2 o 3. Forse addirittura 4).

Quindi

Da fiorentino non posso non essere contento dell'incredibile risultato positivo contro una rivale storica. Sono pur sempre un abitante di questa città e tifoso della sua squadra, cercate di capirmi.

Ma da portiere no. Da portiere comprendo benissimo il sentimento che deve aver provato Olsen (e prima di lui Doni e De Sanctis, i romanisti sanno di chi sto parlando) a prendersi 7 gol. Non vorrei proprio essere stato al suo post...

Mmm, aspetta...

visto il conto in banca di un giocatore di serie A, ci potrei anche stare.

Forse.

venerdì 1 febbraio 2019

Roma

No, non mi fraintendete. Non ho intenzione di parlare della partita di ieri l'altro. Che peraltro mi sono perso perchè la moglie aveva la serata libera e andava con le amiche a vedere l'ultimo film di Jennifer Lopez. E io sono rimasto a casa a risentire storia alla Gaia, anni 11.

Così oltre al 7-1, mi sono pure perso il lato B di J.Lo.

Giù a ripetere arabi e bizantini.

La vita è ingiusta.

Che poi, da ex portiere, non potevo non pensare al povero Olsen, che ha dovuto raccattare 7 volte la palla in fondo al sacco. Che per un portiere è sempre una grande umiliazione, se i propri compagni non riescono a segnare altrettanto.

E a me è successo diverse volte.

No, intendevo altro.

Li romani chiacchieroni.

Quelli che gliè piace de cianà, de dì du' cose, de "se fa pe' scherzà". Quelli che vanno via da quella Roma, mamma Roma addio. Andiamo a trovare un portiere a Firenze.

Alle 3 di notte, preso a estrarre fatture, rientra un'allegra comitiva di amici. Due tipe sono in albergo da me, e salgono su con uno dei loro amici perchè nel pomeriggio aveva lasciato la valigia nella loro camera. Sono già preparato e dico di si. Gli altri aspettano lì in portineria: due donne sedute sul divano si mettono subito ad aggeggiare al cellulare, l'ultimo della compagnia si appoggia al bancone. Parlano del loro albergo, domandandosi più volte dove si trovi in questa città, è di quà, è di là, poi una delle due donne gli dice -C'avemo er navigatore, 'o trovamo, mettite pace-

Zittito così, il tipo appoggiato si gira verso di me:

-Che sei de Firenze?-

-Si-

-Ma Firenze Firenze? Cioè, proprio fiorentino?-

-Proprio fiorentino-

-Ma che lo lasci 'n pace? Sta a fa er su lavoro-

-Se fa pè fa du' chiacchiere. Te nun te la prendi mica?-

-E perchè mai?-

-O vedi? Er portiere nun se la prende. Quant'anni c'hai? Oh, ma che te possò da der tu?-

-Certo che si. Ne ho 48-

-Ao' li porti bene-

Sono decisamente lusingato. Mi viene solo da abbassare gli occhi e mormorare un grazie.

-T'annoi? Ma nun ce vai a dormì, un pochetto? Anche sur divano-

-No, qui c'è sempre un monte di roba da fare, i'tempo passa bene-

-Ma gnente gnente?-

-Per nulla-

-Ammazza ao', io nun ce la farei. Ma sei sposato?-

-A Fra, ma te fai un pò l'affari tua?-

-Nun gli ho mica chiesto nulla de che, solo se è sposato. Sei sposato?-
 
A quel punto mi sto già piegando dal ridere. Sia perchè mi garba er dialetto romanesco, sia perchè sono persone simpatiche. Non sono mai stato uno che si scompone alle domande personali. Come diceva un tipo "le domande non sono mai indiscrete" eccetera eccetera.

-Sono sposato e con prole: due femmine. Sono circondato dalle donne-

Ridono. Una battuta che fa sempre il suo effetto.

Ma il tipo insiste:

-Se nun eri sposato te presentavo questa ragazza qui, che è single e pure carina-

Le due donne sono visibilmente imbarazzate. Soprattutto la più giovane, che sembra quasi voler sprofondare nel divano e si chiude ancora di più sul telefono. Stavolta il tipo ha fatto una battuta un pò troppo seria, toccando un tasto che deve essere, si capisce bene, delicato. Provo a dire qualcosa, più che altro per non far cadere tutto nel tragico silenzio imbarazzante.

-Anche se non fossi sposato, io ho quasi 50 anni, lei mi pare parecchio più giovane-

Alza la testa e mi fissa, quasi per sfida:

-Perchè, quanti anni me dai?-

-Una trentina- e sono sincero. Benchè imbacuccata in vestiti pesanti per resistere al freddo, è davvero una bella ragazza, dai lineamenti dolci.

-Te ringrazio, ma ne ho una decina in più.

-Li porta benissimo-

Per fortuna, in quel momento appare il loro amico con la valigia -Annamo?- Salutano ed escono.
 
Quindi, amici romani: quando venite a Firenze, andateci piano coi'Chianti. 

Che poi rendete inquieto il portiere.

giovedì 24 gennaio 2019

Cominciamo con la nota negativa: si perse.

Anzi no, studiamola meglio: giocai una partita sontuosa. Che suona decisamente in maniera positiva.

Però si perse.

Non se ne prese 3 come il povero Chievo lunedì sera. Che giocava contro colei-che-non-deve-essere-nominata. Non me ne volete se non la nomino, ma sono di Firenze. Per noi è sempre una guerra, e la vista delle strisce verticali ci fa lo stesso effetto delle picche della soldataglia spagnola di Carlo V o degli Stahlhelm indossati dalle truppe della Wermacht. Cercate di capirmi. Provate a mettermi da questa parte della barricata e vedrete una Marianna che sventola il vessillo Viola e incita i patrioti. Funziona così, da secoli. Il nazionalismo, da queste parti, è veramente tale ed esaltato all'ennesima potenza.

Insomma, si perse.

E' che ricordo questa partita proprio perchè giocai alla stragrande. E l'epica parata del portiere del Chievo, l'altra sera, me l'ha fatta tornare in mente. E come mi piace sempre dire "Portiere d'albergo e portiere di calcetto: una vita sulla soglia". Lì, piazzato all'ingresso. In attesa. Di un cliente. Di un pallone.

Ok, ogni tanto di palloni ne passavano. Anche più di ogni tanto.

Ma ci sono stati quei momenti di soddisfazione, di piacere del gioco, di epicità, che mi hanno veramente fatto amare questo sport e questo ruolo in particolare.

Erano gli anni '90. Ero un giovanotto inconcludente, spaesato, perso nel tentativo di studiare qualcosa di bello ma troppo difficile -e sbagliato, per quel che ero- e un servizio civile impegnativo. Ma non ancora operante a una reception. Quindi con sere libere a disposizione di una vita sociale furiosa ed esaltante, fatta prevalentemente di giochi di ruolo e pallonate. E di queste ultime, tantissime.

Giocavo sempre, per la disperazione di mia madre che non riusciva a stare dietro alle divise di gioco da lavare. Ne ho sempre avute -e le ho tuttora- diverse. Non solo l'1, ho anche un 12. E qualche anno dopo anche uno 0. Quindi mi potete chiamare indistintamente MM1, MM12 o MM0.

Ed ero richiestissimo.

Non tanto per la bravura. Quella, ci fosse veramente stata, mi avrebbe portato pure a qualche livello importante. Era proprio il ruolo. Il portiere è quello che nessuno vuol fare. Che alcune squadre amatoriali deve addirittura "sorteggiare" tra i componenti, se non c'è un ruolo. A turno, qualcuno sta in porta. Non gli piace, ne farebbe volentieri a meno, ma almeno una partita di campionato se la deve fare.

Io no. Io l'ho sempre scelto, il portiere. E quando si scopriva il mio ruolo, era tutto un "dammi il numero che ti chiamo quando si gioca".

Questa cosa che il numero me lo chiedevano soltanto maschi mi è sempre rimasto qui.

Tra le varie squadre che ebbe l'onore di avermi nelle loro fila, ci fu una piccola compagine che definire scalcagnata è poco. Non ricordo neanche in che occasione conobbi il tipo che mi ci portò. Amicizie durate il tempo di un campionato e terminate senza neanche che ce ne accorgessimo. Ognuno perso dietro ai fatti suoi, direbbe Vasco. Ma comunque conobbi uno e mi feci trascinare. Salvo scoprire poi che questi giocatori erano una pena. Un disastro. Un'offesa al gioco del calcio. Incapaci anche di fare un semplice passaggio. Sempre a mandarsi a quel paese in campo e negli spogliatoi. Manco a dirlo, ultimi in classifica.

Giocavamo contro la prima. Con il capocannoniere del torneo.

Entrarono in campo con malcelata superbia, quasi arroganza. In campo mostravano una sicurezza, nel movimento e nei passaggi, che definirei quasi offensiva. Addirittura schemi, movimenti senza palla sincronizzati, piccoli Iniesta che sapevano già che, correndo in un determinato punto del campo, avrebbero ricevuto il pallone. Visti da fuori, erano un piccolo spettacolo. Visti dalla porta, beh, una sofferenza. Soprattutto se i propri compagni correvano a vuoto da una parte all'altra del campo senza avere la più pallida idea di quel che stavano facendo. Cavie da laboratorio, ecco quel che eravamo, per i primi della classe.

Tuttavia questi campioni avevano un grave difetto.

Dall'altra parte del campo, vedevo questo essere che definire informe era un insulto alle amebe o altri organismi monocellulari. Un tipo allampanato che nuotava letteralmente nella maglia e nei pantaloni da ginnastica che aveva indosso. Con le scarpe da tennis, non vere scarpe da calcetto con zigrinatura sulla suola. E con due oggetti che, solo a pensarci, provo ancora i brividi

Le ginocchiere da pallavolo.

Se sei un portiere non devi MAI metterti le ginocchiere. Non devi MAI provare paura. Puoi anche avere i pantaloni lunghi -li ho messi anche io, quando giocavo sul parquet in luogo dell'erba sintetica- ma le ginocchiere no, che diamine. Devi sempre OSARE. Lanciarti. Gettare il cuore oltre l'ostacolo. Tuffarti sempre e comunque. Ci si fracassa le ginocchia, si patiscono le escoriazioni, soprattutto quando, dopo la doccia, si infilano i jeans, ma si deve giocare da portieri. Sempre e comunque.

Ancora sullo 0-0, mentre i nostri avversari giocano con noi come al gatto sul topo, uno dei nostri intercetta un pallone e si prodiga in un tiro senza pretese. Una puntata -letteralmente, colpisce di punta, l'unica parte del piede con cui riusciva a toccare palla- proprio perchè la stava riperdendo. Da distanza di un metro. E si trovava a metà campo. Ne viene fuori un tiro ridicolo. Un passaggio al portiere avversario. Basta abbassare le mani e raccoglierlo.

Ma questa buffa caricatura di un numero 1 neanche ci prova. Se ne resta lì fermo ad attendere che questa sfera gli arrivi a pochi centimetri dai piedi. Poi, in maniera goffa e impacciata, muove la gamba sinistra a chiudere e tentare di colpire fuori il pallone. Ma troppo in ritardo. E gli passa sotto le gambe.

Io non sono mai stato un campione, ma una roba così non l'avrei mai fatta. Certo, non mi sono fatto mancare le goffaggini, o papere, come si definiscono in gergo. Ma a questi livelli non arrivavo neanche io. Un minimo di stile, di amor proprio, di dignità. E che diamine.

Neanche esultiamo, da tanto che siamo sorpresi. Si sente il "Nooooo!!!!"  dei nostri avversari. Odo anche un "anche stasera non ci facciamo mancare la papera", segno che devono essere abituati.

Dire che, subito dopo, subii un vero assedio, è un eufemismo. Furono una serie di attacchi a tenaglia modello Barcellona. Passaggi precisi, millimetrici, tocchi rasoterra dolci, tutti di prima, movimenti eleganti e calcolati fino a smarcare, davanti a me, uno dei loro uomini. Pochi metri, io contro lui, leggermente defilati sulla mia destra. Ginocchia piegate, mani protese verso il basso e allargate ai fianchi, pronte a scattare come serpenti che devono mordere la preda. Lui controlla, tocca al giocatore accanto -il capocannoniere del torneo- che piazza il colpo decisivo. Un piattone secco e potente.

Ecco, proprio come il portiere del Chievo contro il cannoniere di colei-che-non-deve-essere-nominata, mi allungo sulla sinistra, la mia parte preferita (in tutti i sensi). Un guizzo, un fulmine, un istante rapidissimo e sono in posizione orizzontale, le braccia protese verso il palo, le punta delle dita che toccano il pallone e lo spingono fuori.

Difficile descrivere l'estaltazione che si prova in quei momenti. L'adrenalina che pulsa dalla testa ai piedi, resa ancor più intensa dalle urla di disappunto degli avversari. Il tocco duro con l'erba sintetica, il suo odore pungente, le zanzare che mi girano attorno e mi sembra di sentirle urlare "Che la smetti di muoverti? Ci s'ha fame!"

Ovviamente, contro una squadra così forte, e con compagni di gioco tanto scarsi in una differenza di 2-3 categorie, non c'è partita. Compio ancora una serie di splendidi interventi che Benji Price levati proprio, ma un paio di volte devo arrendermi. Si perse 2-1.

Ma il capocannoniere no. Lui non riesce a segnare. La prende di punta, seriamente, e con caparbietà ci prova in tutti i modi, ma gli nego sempre la porta.

Al triplice fischio, lo ricordo bene, ho la palla tra le mani, e il grande attaccante, che è lì a due passi, mi si avvicina e mi abbraccia. E mi sussurra "Sei grande, grandissimo!" che ancora oggi, a pensarci, mi commuovo. E mi trascina in mezzo al campo, chiama tutti e lì, tra due ali di giocatori di entrambe le squadre, mi applaudono.

Ci vuole classe anche a essere grandi, e costoro lo erano davvero. Perchè nei campionati amatoriali trovi, come nella prima serie professionistica, gente esaltata che ti tratta da pezzenti del calcio e ti deride quando sbagli. Ma alcuni brillano per la semplicità e rispetto del prossimo. Questi ragazzi erano impegnati, come mi spiegarono, in un campionato più forte e giocavano in questo per "allenarsi", per fare pratica. E nel campionato vero, serio, avevano un portiere bravo. Ma lì non ci voleva giocare perchè stava sempre a guardare. Difatti nell'altro campionato stentavano, perchè c'erano squadre davvero forti. In questo torneo no, erano primi e segnavano a raffica, permettendosi di studiare gli schemi. Difatti lo vinsero, quel piccolo torneo.

Ma il super attaccante della squadra non vinse la classifica di capocannoniere. Qualche settimana dopo andai a vedere i risultati deifnitivi: arrivò secondo. Lo 0 gol segnati in quella partita gli fece perdere il primato. E glielo negai io.

Magari non c'è molto da vantarsi nell'aver costretto un avversario a un risultato negativo piuttosto che uno positivo per la propria squadra, ma il calcio funziona così.

Soprattutto per noi portieri.


lunedì 31 dicembre 2018

La definirei così:

la gente è bella.

Lasciamo un attimo da parte la rabbia sconsiderata di esseri meschini che, pur di arrivare al potere, scatenano i più bassi istinti dell'essere umano. Riponiamo in un angolino remoto del nostro pianeta, e della nostra mente, i twittatori seriali e gli urlatori da blog così come i parcheggiatori in luoghi in cui non hanno diritto, i creatori di murales osceni e incomprensibili -andrebbe creata una macchina del tempo solo per spedirli tutti nella bottega del Verrocchio, che li prenderebbe per un orecchio e gli urlerebbe che loro non sono come il piccolo Sandro Filipepi, guardate come disegna bene lui, capre che non siete altro, ora fuori di qui e andate ad arruolarvi nella milizia per combattere i pisani-, gli insudiciatori delle strade, quelli che il terremoto gli fa crollare il rudere che la famiglia possedeva nell'ottocento e loro dichiarano che era la prima casa pur di avere i contributi del sisma affermando che ci vivevano in 7, compresa la zia zitella che sta a Londra da vent'anni o il cugino con cui hanno litigato e non si fanno neanche gli auguri di Natale. Rimuoviamo tutte queste persone incapaci di far altro nella vita se non mancare di rispetto al prossimo. Via tutte queste cose brutte, sciò scio.

La gente è bella. Tutto qui.

Sarà il loro sorriso solare, la loro gioia di trovarsi in vacanza, la spensieratezza di visitare luoghi nuovi ma così carichi di storia e cultura che gli scrittori francesi sono preda, a cotanta vista, di improvvisi svenimenti.

La gente, quando è serena e rilassata, dà gioia di vivere.

Te la fornisce in un modo che neanche se ne rende conto se non ci si ferma un attimo e non si riflette che "ehi, però quella persona è simpatica. Chissà ad averla conosciuta meglio, a farci due chiacchiere al tavolo, magari sorseggiando un bicchiere di una qualsiasi liquido fornito di bollicine o un minimo di gradazione alcolica, o entrambe le cose". Invece capita di vederceli passare davanti fugacemente; e sappiamo benissimo che non potremo mai approfondire il discorso. E rimarremo con il dubbio se quella persona avesse mai potuto essere uno di migliori amici di sempre, o persino l'amore di tutta una vita, o comunque qualcuno/a per cui valeva la pena di spendere una notte insonne, una virile stretta di mano, due risate contagiose, persino una testa appoggiata sulla spalla.

Con il lavoro che faccio, me ne capitano in continuazione.


1- Taciturno.

Non una parola, non un saluto, neanche il minimo cenno del capo a dare assenso su quel che gli sto dicendo: orario colazione, orario check-out, come accedere al wifi... niente. Il buio più totale. Prende la chiave della camera e sale su. Più tardi scende, posa la chiave sul bancone ed esce. Senza dire niente di niente.

Due ore dopo rientra.

Ha con sè un sacchettino dall'inconfondibile colore tipico dell'ambiente calcistico di questa città. Il più bello. Il più caratteristico. E quel simbolo rosso in campo bianco così speciale. Unico.

Gli consegno la chiave. Poi punto l'indice sul sacchetto e faccio apparire un sorrisetto sardonico:

-Ottima scelta-

Si blocca, ma solo per un attimo. Giusto il momento di realizzare. Di comprendere. E di lasciarsi andare alla soddisfazione di essere stato notato. Per un gesto. Un gusto. Un emozione.

-Eh... si... in realtà tifo per un'altra squadra, ma sono sempre stato un simpatizzante. Malgrado tutto. Perchè io sono sempre andato oltre alle stupide rivalità. Vede... non esiste un simbolo più bello-

Scappa per le scale, quasi imbarazzato. Ma io insisto.

-E qual è la sua vera squadra?-

Senza girarsi verso di me, alza l'indice e lo scuote a destra e sinistra.

-Non glielo dico!-

Mi rimarrà un pò di dubbio, ma ho anche il sottile piacere di sapere che neanche 8 o 12 o financo 57 scudetti di fila potranno mai eguagliare il Giglio. Che durerà molto, molto più in là. Anche quando la parola "calcio", su wikipedia, reciterà "finchè è esistito è stato uno sport molto popolare, il più seguito al mondo prima dell'avvento del rollerball".


2- Perchè gli americani sanno essere così simpatici? Perchè portano sempre con sè quell'ironia così speciale e particolare? Non lo so, non me lo so spiegare, ma certuni hanno una spiccata predisposizione per il calore umano.

Coppia cinquantenne, lei con guanciotte rotonde e paffutelle e lui con baffoni allla Tom Selleck, che si presenta al bancone. Mi chiedono un ristorante cinese.

Faccio per prendere una piantina della città, ma decido di cambiare tattica. Uno che conosco direbbe "giocatela alla Zeman".

Sguardo serio, accusatore. Che esprime chiaramente il concetto: sei in Italia e mi chiedi un cinese?????

Capiscono subito. Ridono di gusto. Alzano la mano e, a scusarsi, esclamano:

-Lo so, ma cerca di capire, siamo in Italia da 10 giorni, sempre pasta!-

Non posso dargli torto, sono uno a cui il cinese non è mai dispiaciuto. Ce n'è uno in zona. Uno dove, 19 anni e mezzo fa, ci portai una certa ragazza. Una che ogni tanto incrocio per le stanze di casa e mi lancia dietro le ciabatte.

Ma commetto un errore madornale. E' domenica. E' chiuso. Uno di quei cinesi che è chiuso un giorno della settimana. Sarà perchè è una trattoria cinese storica, una delle prime in città.

Tornano con un'espressione che lì per lì mi spaventa, con lui serio e lei che sembra Anne Wilkes in procinto di rimproverare Paul Sheldon. Ma non appena mi danno la notizia che hanno trovato chiuso e assumo un'espressione di imbarazzo e rincrescimento, si mettono a ridere. Lui se ne viene fuori così, e ve lo scrivo in inglese:

-Strike one!- (che sarebbe un pò come "primo errore") Mi informa che ne ho ancora due, alla terza sono "out", eliminato.

Mi chiedono altre informazioni della città, e a quel punto, se potessi, gli racconterei tutta la storia di Firenze. E sono tranquilli, non se la prendono del mio errore perchè, lo dicono loro, "è parte dell'avventura" (it's part of the adventure, proprio così, letteralmente). Un qualcosa in più da raccontare a figli e nipoti del loro viaggio in Italia: il portiere che sbaglia l'indicazione e loro che girellano per il quartiere fino a trovare un altro posto dove cenare. Una cosa di cui ridere, non da arrabbiarsi, come invece fanno ben altri clienti. Home run per loro.

E tutto ciò mi fa sentire ancora più in colpa, accidenti.


3- Ragazza portoghese con un gran cesto di capelli ricci e la pelle ambrata.

Dico ragazza anche se è quasi quarantenne, ma essendo io ormai alla soglia del mezzo secolo, la vedo come una ragazzetta giovane.

Porta con sè un sorriso a bocca chiusa, leggero e dolce al tempo stesso. Un'espressione serena, quasi paradisiaca. Ma anche un corpo di quelli che fanno voltare lo sguardo a tutti, uomini e donne. Gli uomini per la bellezza, le donne per un pizzico d'invidia.

Poi volano gli schiaffi, ma intanto si sono voltati tutti.

Mi scende la mattina della prevista partenza chiedendomi se ho la camera per un'ulteriore notte. Gli faccio un buon prezzo e mi paga senza battere ciglio. E mi chiede:

-Lei sorride sempre?-

-Solo con chi lo merita-

Mi ripaga mostrandomi due file di denti bianchissimi. Un'immagine che ho ancora davanti a me, se chiudo gli occhi. Se ripenso. Ed è facilissimo.

Ci sono popoli che si sono fatti le guerre, per il sorriso di una donna. Io invece allungo verso di lei il pos e gli pongo la richiesta -Pin e tasto verde, per favore-

Paride e Menelao disapproverebbero duramente. Ma qui dentro comanda lo spirito di Scrooge McDuck.


4-Signora dai capelli arruffati e l'espressione confusa.

-A...avete ancora una camera?-

Con la stessa tonalità drammatica e speranzosa di -Siamo riusciti a pareggiare?-

Cerco inutilmente di calmarla, ma rimane agitatissima, come una gazella che si ritrova improvvisamente in mezzo a un branco di felini predatori. Mi passa la carta di credito, ma non ricorda il pin, e manovra il cellulare alla disperata ricerca del magico numerino.

Le prendo la mano:

-Ha una camera. Per stanotte dorme. Non ci insegue nessuno e qui dentro è al sicuro. Va tutto bene-

Mi fissa negli occhi per un'istante sufficente ad un pasto natalizio, poi mi pone, a bruciapelo, una domanda assurda:

-Lei è sposato?-

-Si-

Fissa rassegnata il pavimento.

-Peccato-

Posso rispondere in un solo modo:

-La prossima volta-

Qualche minuto dopo aver espletato pagamento e le informazioni alberghiero-cittadine, mentre è in ascensore e la porta si sta chiudendo:

-La più bella risposta di sempre-

Ma mi aveva anche posto la domanda giusta. Avesse chiesto -Abbiamo vinto?- non sarebbe stata la stessa cosa.


5- E' tornato.

Persone con cui parli pochi minuti, ma ti sembra di conoscerli da sempre. Di esserne amico dalle elementari. Di aver condiviso nottate a parlare e bere, esultare ed abbracciarsi su una gradinata, suonare e cantare davanti a una tenda e la pallida luce di un lampione da campeggio.

Qualche anno fa postai la storia di questo inglese, più o meno della mia età ma secco secco, con una bella barba curata e capelloni lunghi che sembra appena spuntato da un festival sull'isola di Wight -e non mi stupirei se ci fosse stato veramente- in vacanza in Toscana. Si era portato dietro la chitarra ma, all'aeroporto, aveva scoperto che non poteva passarla come bagaglio a mano, e costretto a pagare 50 sterline come extra nella stiva. All'arrivo in Toscana aveva viaggiato e suonato, ma al momento di rientrare in patria -teoricamente ancora con noi europei- non aveva voglia di sborsare altri soldi per portare indietro uno strumento che gli era costato pure di meno. Così, nell'ultimo albergo del suo soggiorno toscano -proprio qui- ci aveva lasciato la chitarra. Aveva chiesto se qualcuno di noi lavoratori suonava e visto che ero in turno, nonchè l'unico con un passato sulle 6 corde, me l'aveva regalata.

Poi non avevo saputo più niente. Finchè non è tornato.

Me lo trovo una notte, io che sto per iniziare il turno, lui e la moglie che tornano in stanza, ed è tutto un abbraccio. La moglie mi disse che lui rimuginava sempre, ridendo, sulla chitarra. Per tutta la vacanza. Al che gli chiedo perchè non ci avesse scritto, all'arrivo, in modo che gliela avrei fatta avere, ma non ci aveva pensato. Aveva un altro percorso. Poi, per gli ultimi giorni di questa nuova vacanza in Toscana, avevano deciso proprio di tornare a soggiornare qui.

Timidamente, mi chiede:

-Ma ce l'hai ancora?-

Quasi come se avesse paura a richiedermela.

Ovviamente la notte dopo gli ho portato la chitarra. Che ho sempre considerato sua. Che è sempre stata al sicuro, qui a casa mia. Che non aspettava che il suo ritorno. E per qualche giorno ha potuto suonarla, felice come un bambino con il suo primo lego Battlestar Galactica. Magari i vicini di stanza non saranno stati felicissimi, ma lui mi ha sempre assicurato che non la suonava mai la notte. E comunque, chissenefrega. Se uno non è capace di apprezzare la vera musica -quella inglese- è una cattiva persona non merita di dormire serenamente.

Quando vuoi, amico, la chitarra è qui. Magari un giorno sarò io a visitare l'Inghilterra. E riportartela. Chissà.


6- La maggior parte dei clienti è sempre sulle sue, con noi portieri. Non sono chiacchieroni tranne che per lamentarsi dei problemi della camera, che la colazione dovrebbe avere più varietà di briosche, pane fresco, lasagne e tiramisù pure. Perchè in un 3 stelle si pretende un trattamento da ristorante di lusso.

Molti no.

Non esprimono parola, non accennano neanche a un sorriso quando gli si fa il check-in. Quasi neanche sembrano ascoltare le informazioni basilari -l'orario colazione, quello di partenza, le indicazioni dell'hotel e degli Uffizi sulla piantina che forniamo- il niente proprio.

I clienti anonimi, li definisco io. Entrano ed escono che alcuni neanche riescono a esprimere un minimo cenno di saluto. Immagino, credo, penso, per timidezza.

Poi, una mattina, una di queste clienti, una donnina spagnola con un'espressione così anonima ed estranea che passerebbe inosservata anche al raduno mondiale dei venditori porta-a-porta, ci lascia, al momento del check-out, uno dei questionari dell'albergo. Con queste poche righe, in italiano, ma che non riesco a togliermi dalla testa. Perchè di quetionari con belle parole su di noi ne riceviamo molti -senza modestia- ma questo.... beh, ha un suo perchè.


Io mi auguro di trovarne ancora, di persone così. Che li troviate voi. E che voi possiate esserlo per qualcun altro. Una persona speciale senza averla mai conosciuta. Pochi minuti dove si scopre che l'umanità, quando vuole e si impegna, sa essere, come dicevo all'inizio, bella. Persino splendida, in certi casi.

In tempi come questi ne abbiamo un disperato bisogno.


martedì 18 dicembre 2018

Una volta ero uno studente.

Quando si è in questa bellissima condizione il tempo trascorre in maniera diversa, rallentata, con una sequela di emozioni molto più amplificate.

Studiare, per quanto appassionante possa essere per chi ama stare sui libri, comporta molta concentrazione. La mente pulsa dei concetti che si assorbono direttamente dall'inchiosto applicato sulla carta, i neuroni schizzano a completare sequenze logiche, idee, formule, eventi. Tutto quel che ne consegue.

Ma lo studente ha anche un grande vantaggio: il tempo.

Lo studente ha il 100% del tempo serale dedicato allo scazzo. Dal lunedì all'altro lunedì, senza soluzione di continuità, quel tempo gli appartiene. E' solo ed esclusivamente suo.

Il mio modo di impiegare quel tempo era giocare.

Io giocavo tutte le sere: due volte a settimana con i guanti a esercitare il mio ruolo di portiere nei piccoli e sacri templi calcistici in erba sintetica; ad adorare, e praticare, il supremo dio pallone. Prima ancora di diventare portiere d'albergo, ero un portiere di calcio a 5.

Ma tutti gli altri giorni erano dedicati al gioco da tavolo.

E a quei tempi, due decadi fa, esistevano solo due tipi giochi: quello di ruolo e quello di guerra.

Sui primi posso dire di averli provati tutti, a cominciare dal Dungeons & Dragons del mai abbastanza compianto Gygax. Ci manchi tanto, Gary. Ma devo ammettere che poi provai anche Vampiri, Mage e tutto il cucuzzaro della WhiteWolf.

Passai, per un breve periodo, anche per le carte di Magic. Quando uscirono fu un colpo di fulmine totale. Conobbi dei ragazzi con cui mi spostavo per la penisola giocando ossessivamente, partecipando a svariati tornei. Ne vinsi pure uno, a Livorno. Credo fosse il '95.

Poi trovai il mio amore. Quello definitivo. Totale. Unico.

La strategia.

L'unico e il solo: World in Flames. Creato da Harry Rowland, un australiano, è il classico gioco con le mappe piene di esagoni e pedine che rappresentano tutte le forze che parteciparono al secondo conflitto mondiale.

Eravamo in 6, a giocarlo. 6 matti che si sfidavano a colpi di dadi nei combattimenti, dove il fulcro erano sempre il Barbarossa (l'attacco tedesco alla Russia) e gli scontri di flotte nel Pacifico. E possiamo dire, dopo dozzine di partite, di aver manovrato tutte le potenze possibili.

Tra cui l'Italietta fascista.

World in Flames è uno di quei pochi giochi sulla IIGM dove l'Italia non è una semplice appendice della Germania, ma una nazione a sè stante. Con le sue unità e la sua indipendenza di movimento.

Intendiamoci, non è che sia tutta questa gran potenza. Sostanzialmente ha una discreta flotta, un pò d'aviazione e una ribongia di fanteria dalla scarsità imbarazzante. Soprattutto, produce pochissimo.

Le fortune dell'Italia, in World in Flames ma anche in altri giochi simili, dipendono essenzialmente da due fattori: a) se l'alleato tedesco presta qualche unità (meglio se dei caccia e una divisione di carri) da impiegare in Libia e b) da quanto l'inglese decide di impegnarcisi contro piuttosto che picchiare su tedesco o giapponese.

A una di queste partite manovravo proprio l'Italia. Il giocatore inglese, sottovalutando l'italiano (o forse sottovalutando Marcello, il che ha molto senso) decise di non concentrare gli sforzi in Mediterraneo. E ci portò poche unità.

Colsi la palla al balzo: dichiarazione di guerra, flotta italiana che esce nel Mediterraneo orientale in gran forze e sbarco della divisione di marina (i famosi marò) a Port Said. Chiusi il canale di Suez proprio quando l'inglese aveva quasi tutte le sue navi nell'Oceano Indiano, a contrastare la flotta imperiale nipponica.

Mi ersi in piedi su una sedia, pugni sui fianchi e mascellone fiero. In quel momento nacque la leggenda di benito marcellini.

Tengo a precisare: sono sempre stato di sinistra. Ma quando si gioca, un pò di "ruolo" ci sta tutto. Insomma, stavo manovrando l'Italia, e sappiamo bene com'era il nostro paese a quei tempi, con tutta la sua retorica drammaticamente patetica, l'esaltazione nazionalistica a uso e consumo di un ristretto ed esaltato gruppo di persone, la cialtroneria di chi pensa di poter battere con facilità contadini greci dimostratisi invece molto agguerriti (figuriamoci poi inglesi, russi e americani) e soprattutto, come avvenne storicamente, sconfitte su sconfitte. Subito dopo quest'effimera vittoria, benchè culminata con la presa dell'Egitto, il giocatore inglese decise che Marcello aveva avuto il suo effimero momento di gloria: portò subito nuove unità, e in breve mi sloggiò dall'Africa. Successivamente entrò in guerra l'americano, e a nulla valsero le mie suppliche verso il tedesco, affinchè mi prestasse panzer e messerschmidt: tutto preso dal battersi in Russia non mi degnò di un bel niente, gli alleati sbarcarono in Italia e benito marcellini penzolò.

Poi è arrivato il lavoro d'albergo. E anche i miei amici hanno cominciato a lavorare. Impieghi diversi dal mio, ma sempre qualcosa di impegnativo che toglie tempo prezioso all'attività ludica. Per non parlare delle famiglie, che iniziano con esseri di sesso femminile che "visto che il fine settimana lavori, mercoledì mi porti al cine", e sono incapaci di comprendere il concetto di "attacco sulla tabella della blitzkrieg perchè ho i carri"; senza contare che dopo, a giro per casa, si muovono anche nannette/i desiderosi di attenzioni e cure. Perchè questo tipo di giochi non si fanno in una sola serata. Occorrono lo spazio per tenere le mappe con le pedine sopra (quindi un luogo esclusivo e dedicato all'uopo, lontano dalle ingerenze dei figli e/o animali domestici) e soprattutto più e più sessioni di gioco (dalle 21 alle 24 circa), e trovarsi una volta a settimana con le stesse persone per riprendere da dove avevamo interrotto. Solo l'intero fronte russo possono essere un centinaio di pedine (per parte). E se uno di noi non può per impegni lavorativi o familiari, giocare con assiduità diventa un problema. Per me, con il lavoro che ho, è praticamente impossibile. Se sono di pomeriggio, finisco il turno al bancone alle 23. A sessione di gioco quasi finita. Se sono di notte, comincio alle 23. E esco di casa alle 22.15.

Così mi sono ridotto ai giochi da tavolo, che si fanno in due ore. Quando sono libero vado da un amico che vive paurosamente vicino casa mia e organizza partite (collabora anche a una rivista on line: Ilsa magazine). Ci va chi c'è e può (io molto poco), e si passano un paio d'ore a giochi da tavolo vari. Roba, appunto, che non dura mesi, ma molto meno. Al limite pure una mezz'ora, se si tratta di un "filler", cioè un gioco "riempitivo". Però vabbene lo stesso. Mi sono pure messo a progettarli, i giochi da tavolo. Con scarsissimi risultati, visto che i miei prototipi si ostinano a non funzionare. Sono stato pure all'ultimo Lucca Games, a far vedere uno di questi tentativi di creazione di un gioco a due autori famosi. Che l'hanno, ovviamente, cassato. E' penoso, cambia qualcosa. Tipo il 90%.

Già, Lucca games. Trent'anni fa, era tutto diverso.

Inanzitutto non c'erano ancora i cosplay, cioè quegli allegri mattacchioni che si travestono come i protagonisti di manga giapponesi o filmoni hollywoodiani e che, così agghindati, vanno a giro per la cittadina. Anzi, la manifestazione non prendeva neanche tutta la città, ma solo due tendoni piazzati fuori dalle mura: uno per il comics e uno per il games. E nemmeno tanto grandi, a dire il vero.

Ancora preda del triplo stato di studente, single e disoccupato, mi accingo, una bella domenica, ad andarci. Arrivo, prendo un biglietto da una fila non eccessiva e, dopo una breve e fugace occhiata al comics, mi avventuro nel regno del games, dove ancora dominano i giochi di ruolo e la strategia.

Mi siedo a un meraviglioso e stupefacente tavolo verde, con collinette artificiali, alberelli, casette. Da un paio di scatole accanto noto spuntare soldatini e carri ottimamente pitturati. Un bel tattico, un gioco dove la singola unità non è un'intera divisione ma proprio il singolo carro o il singolo plotone di fanteria. Ogni tanto ci vuole anche questo.

Il dimostratore, un tipo alto e secco allampanato con il pizzetto, mi accoglie con il sorriso e l'entusiasmo scalpitante di chiunque tenga a dimostrare un gioco che contempli manovre tattico-guerriere. Muove, da una mano all'altra e manco fosse una palla da basket e fossimo su un parquet, un foglio plastificato stracolmo di tabelle di combattimento. Mi chiede di attendere per vedere se arrivano altri aspiranti giocatori. Dopo un pò si avvicina un ragazzetto con un gran cesto di capelli, e anche lui si siede ad aspettare ulteriori potenziali giocatori.

Se ne presentano due.

Uno è talmente insignificante che neanche lo ricordo. Non pronunciò una singola parola, non lanciò mai neanche il dado. Se ne stava lì seduto in disparte, testa china, a osservare il suo amico. Curioso soprammobile portatile del primo elemento, maschio alfa della situazione.

Entrambi completamente paludati di nero e con la testa rasata.

Non salutano, non sorridono, non chiedono nient'altro se non un "che è 'sta roba?" con una sgarbatezza che sto quasi per dirgli che "il bar è laggiù, buona giornata", ma sono preceduto dal dimostratore che, dopo un pò di sconcerto iniziale, non si perde d'animo e comincia a spiegare: scontro tattico tra russi e tedeschi, io vi spiego le regole e voi giocate.

Il nero guarda con disprezzo quello con il cesto di capelli, che neanche lo considera, e sta piuttosto piazzando un panzer davanti a sè, poi volge lo sguardo al dimostratore e se ne esce, sibilando: "Io, i comunisti, non li voglio. Dammi i tedeschi"

Io e cesto di capelli ci osserviamo, e sento benissimo i suoi occhi dirmi "sono due cazzoni". Li conosce già. Ma ora sono lì a giocare, non mi va di farmi coinvolgere dalle dispute politiche lucchesi. Alzo le spalle. Per me giocare non è mai stata una questione politica, e i veri giocatori non si fanno problemi a manovrare solo una parte e non l'altra perchè sono i "cattivi". Si gioca, punto. Mi alzo. Cesto di capelli mi segue. Giriamo il tavolo e ci mettiamo dove sono le unità russe. I due skinheads si mettono dove stavamo noi.

Il dimostratore evita abilmente qualsiasi discussione possibile partendo subito con le spiegazioni del gioco, in realtà molto semplice. Il solito schema dei tattici: A muove, B spara. A spara, B muove. Poi ci sono le azioni speciali, tipo ricaricare. Dopo si inverte l'ordine di turno. Il movimento si fa sulla mappa con un righello. La fanteria si muove, chiaramente, meno dei mezzi meccanizzati. I quali hanno molto più movimento su strada che in campo aperto.

Lo scopo del gioco è chiaro: i russi devono prendere il villaggio prima del 5° turno, quando arrivano, dal fondo del tavolo, 3 carri Tigre tedeschi. I russi iniziano con un bel pò di T-34, i tedeschi solo due panzer IV e fanteria con pezzi anticarro. In pratica: noi dobbiamo andare all'assalto, loro sono sulla difensiva e devono resistere prima dell'arrivo dei rinforzi.

Prepariamo segretamente il set-up, e cesto di capelli dimostra di saperci fare: dividiamo in due le forze, lui attacca dal campo aperto, passando davanti alla collinetta, io faccio la strada. Più lunga ma più veloce, e diretta al centro del villaggio

Testa rasata numero 1 posiziona la fanteria crucca sulla collinetta.

Il dimostratore accenna alla possibilità di cambiare: la difesa migliore è nel villaggio. Dietro le case, la fanteria può tenere la posizione assaltando i carri russi che entrano. Ci sono vari posti dove piazzare i pezzi anticarro e i due panzer. Pezzi di casetta diroccata che mani delicate hanno dipinto con tanto di muro annerito dal fuoco, altri alberi lungo la strada... non c'era che l'imbarazzo della scelta.

-Io gioco come mi pare!- E' la laconica risposta.

Il dimostratore alza le spalle. Tanto peggio per loro. Cominciamo il gioco. E, come previsto, la fanteria tedesca, sulla collinetta, non viene considerata minimamente. Per colpirci, sparando da lassù, dovrebbe fare un 20 perchè, righello alla mano, è troppo distante. Poichè l'obbiettivo è prendere il villaggio, ignoriamo la fanteria nemica. Io mando i miei carri lungo la strada, cesto di capelli per la campagna, aggirando da due lati la collinetta.

I nostri avversari -in realtà solo uno, l'altro continua a non pronunciare una parola, non ci osserva neanche- spara con i suoi due carri contro di noi. Colpisce uno dei nostri T-34, che quindi risulta distrutto. Ma neanche il tempo di esultare -per gli avversari- che entro nel villaggio con i miei carri. Per mancare i panzer nemici dovrei fare solo 1, 2 o 3 lanciando il dado da 20, mentre con tutti gli altri risultati centro il bersaglio perchè la distanza è ridottissima. E sparo con 3 carri, quindi lancio 3 dadi. Faccio centro tutte e 3 le volte. Praticamente lo polverizzo.

Lo skinhead lucchese accenna alla possibilità di far scendere la fanteria dalla collinetta e assaltare il villaggio, ma il dimostratore lo deride: -Fammi capire: ci sono ben 5 carri posizionati dentro ai ruderi di un villaggio con cannoni da 76 mm e mitragliatrici, e tu vuoi lanciarci contro, in campo aperto, la fanteria?-

-Ma... sono i tedeschi...-

-Anche i tedeschi si arrendevano, quando la situazione era disperata! Questo è un viaggettino in Siberia, sola andata-

A questa risposta quello rimane così, a bocca aperta. Poi si alza, da un colpo a un paio di alberelli di plastica facendoli cadere e sibila, sprezzante:

-Che gioco di merda!-

E se ne va, seguito dal fedele cagnolino.

-Ma chi diamine erano?- Chiediamo io e il dimostratore, all'unisono.

-Mi spiace- risponde il ragazzetto con cui avevo appena condiviso questa schiacciante vittoria -A Lucca abbiamo anche di questa gente-

-Beh, gli hai appena fatto un c... così!-

-Ed è una grande soddisfazione, credimi-

Ci comprammo entrambi il regolamento del gioco, appena 10.000 lire. Un ciclostile vecchia maniera con ogni possibile scenario: legioni romane, milizie medievali, napoleonici, guerra civile americana e, ovviamente, il secondo conflitto mondiale. I modellini no, quelli ci si dovevamo comprare, e dipingere, per conto nostro. Ma non sono mai stato un appassionato pitturatore di miniature.

World in Flames rimane il mio amore. Difatti ho comprato la nuova edizione. Che mi è costata metà di una rata del mutuo, ma valeva assolutamente la pena.

Lo so, non ho il tempo e lo spazio per giocarlo ma dovevo assolutamente averlo.

Il ludomaniaco (da non confondere con ludopatico) non sente ragioni. Mai.

A parte, ovviamente, il turno di notte. Lui ha ragione sempre.

sabato 24 novembre 2018

Devastanti.

Non per il fisico. Quello sopporta molto bene le 8 ore di turno alberghiero. Coloro che si lamentano della stanchezza fisica, che se ne escono fuori che "sono stanco", della spossatezza e dell'esuarimento, dovrebbero lavorare una dozzina di ore a raccogliere pomodori alla temperatura di trenta gradi. O tornare indietro nel tempo al medioevo, quando si zappava la terra e ci si cibava solo di quel che spuntava fuori, a parte la quota da consegnare al signore feudale che si prendeva sia il grano sia lo Ius Primae Noctis. Oppure in una fabbrica inglese dell'ottocento, a filare tessuti per 12 ore consecutive senza altro cibo di una ciotola di zuppa d'avena, con il perenne rischio di finire stritolati dalla macchina tessitrice. Per la gioia di un Dickens ispirato.

No, il problema è mentale.

Perchè in albergo, quando si è al banco, niente devasta i cuori e le menti peggio di una comitiva di indiani.

Gli indiani sono la distruzione del senso del lavoro d'albergo. Gli indiani sono la morte dell'accoglienza turistica. Gli indiani sono martellate nelle parti sacre del corpo. Gli indiani sono il desiderio di vedere il futuro re Giorgio comandare nuovamente sull'impero coloniale.

Gli indiani pretendono sevizi da 5 stelle anche se sono in una pensioncina. Chiedono informazioni sulla città anche se non gli servirà a niente solo perchè pagano e quindi vogliono comunque usufruire del servizio. Ti tengono delle mezz'ore a fornirgli assistenza anche se dietro di loro c'è una fila chilometrica, ma se sono loro in attesa cominciano a tamburellare nervosi le dita sul bancone.

Il primo gruppo sono 3 camere, tutte di donne. Che entrano nella hall con la delicatezza di un livornese sulla curva dell'Ardenza quando gli amaranto giocano contro i nerazzurri. E no, non mi riferisco alle due squadre lombarde.

Prima ancora che possa azzardare un buongiorno, pongono le seguenti domande:

-se le camere sono già pronte (sono le 9 del mattino);

-se sono sullo stesso piano;

-a che ora è la colazione;

-se c'è l'ascensore;

-se abbiamo una piantina della città;

-gli orari per andare a Pisa (per l'appunto);

-L'immancabile, onnnipresente, eterna password del wi-fi.

E le pongono tutte in contemporanea.

Se obbiettate che sono 6 donne e pongono 7 domande vi rispondo che non lo so. Non ho la più pallida idea di come facciano, ma ci riescono. Ci sono persone che hanno "gli occhi dietro le testa". Le donne indiane hanno un'altra bocca.

In questi casi non c'è risposta da dare. Non bisogna sforzarsi a rispondere. Perchè chi pone tutta quella sequela di domande a raffica, senza preoccuparsi di dare una priorità e, soprattutto, dare il tempo al portiere di rispondere una ad una, non vuole neanche saperle, le risposte. Deve solo dimostrare l'arroganza di essere cliente. Di aver pagato e pretendere un servizio.

Fornisco 6 bigliettini dell'albergo con orari, 6 piantine (dovete morire, stupidi alberi!) e gli faccio mettere i bagagli in deposito. E comincio a spiegare che, dato che l'albergo è pieno, finchè non parte qualche cliente e non puliamo la camera, dovranno aspettare. E sale subito una protesta modello '68. Mi salva, da questo massacro, proprio una partenza. Perchè la mattina la priorità sono i check-out, così possiamo tenere sott'occhio la situazione e, a seconda di quale camera è partita, poterla far pulire subito. Su questo gli indiani ci arrivano: la possibilità di entrare in camera già la mattina e, soprattutto, che gli affari sono affari, e il guadagno viene prima. Difatti si scansano per far affluire al bancone il cliente in partenza, affinchè paghi la camera. Una volta fatto ciò, faccio mandare la cameriera a pulire con priorità questa camera, così almeno una su 3 l'hanno disponibile in mattinata. Glielo spiego e sembrano capirlo, perchè mi dicono "torniamo tra mezz'ora".

Invece si ripresentano alle 14.

Oh, chiaramente, una volta salite, tempestano di chiamate il ricevimento per problemi di ogni tipo. Ad esempio:

-Abbiamo richiesto di avere almeno due camere comunicanti.

-E come vi abbiamo risposto due mesi fa via mail, non le abbiamo. Vi abbiamo messo più vicino possibile, sullo stesso piano.

-Ma noi siamo cugine, non vogliamo andare da una camera all'altra passando dal corridoio.

-Avevate letto la mail, quindi lo sapevate.

-Quindi dobbiamo passare dal corridoio?

-Immagino di si.

-Ma perchè non avete camere comunicanti?

-in Italia ci piacciono i muri.

....silenzio...

(Io): - Signora?

Riattacca.

Anche se la risposta era da "risorsa salviniana", ci stava tutta.

Ovviamente, delle 3 camere, una non va bene. Piccola, scura, sporca, orribile.... tutti gli aggettivi inglesi conosciuti da una donna indiana possibili su "brutto brutto brutto" mi piovono dalla cornetta.

Mando su il facchino per accompagnarle a vedere un'altra camera. Come mi immaginavo, mi chiama subito:

-Marce, le signore vogliono una camera allo stesso piano delle loro amiche.

-Non le abbiamo più. C'è rimasta solo questa.

Lui riferisce, poi dice che -Le clienti tornano giù, e ci faranno sapere.

Io rimango basito. Come "ci faranno sapere?" Devono decidere subito. I clienti arrivano, vogliono le camere. Non possono mica bloccarmene due a loro piacimento. Non esiste che debba dire alla gente "dovete aspettare perchè delle indiane stanno decidendo quale camera prendere e a voi toccherà quella che resta". Se cambiano subito, bene, altrimenti restano dove sono.

Di lì a pochi minuti, per l'appunto, arrivano i clienti da mandare in questa camera. E, ovviamente, li mando su senza remore. E poichè sono iberici, e come quasi tutti gli iberici, adorabili, li accolgo col mio miglior sorriso, ci metto qualche battuta nel mio miglior spagnolo e questi quasi mi abbracciano.

Del cambio camera non sento minimamente. Alla fine le indiane sono restate nella prima loro assegnatagli.

Altro gruppo di indiani: ben 5 camere doppie. Una roba da suicidio. L'arma di distruzione di massa dell'intera penisola indiana: 10 persone che parlano contemporaneamente. Da ammattire.

Le domande che mi pongono durante tutto un pomeriggio di lavoro, costantemente e insistentemente, è di organizzargli un tour prvato di qualsiasi città della Toscana: Pisa, Lucca, Siena, Volterra, San Gimignano, persino Massa, che ancora mi domando come facciano, in India, ad aver saputo che qui esiste una cittadina chiamata in questo modo.
 
In tutti i casi la risposta è una e una sola: se volete fare un tour solo voi (in modo da non essere mischiati con altri esseri umani di sicura casta inferiore) sappiate che comunque il bus necessario ad accogliervi tutti è comunque un 16 posti, e dovete pagare anche l'autista e la guida. Inoltre no, per questione geografiche il tour NON fa tutte le città da voi elencate. In un paio di giorni, forse.

Insistono. Glielo rispiego. Mi chiedono di chiamare l'agenzia per chiedere. E chiamiamo, se non vi fidate del portiere. E con loro piena indifferenza, una volta ricevuta l'ennesima risposta uguale, pongono altre domande. Il massimo arriva quando mi chiedono, per il giorno della loro partenza, due taxi per andare a Milano. Me lo faccio ripetere perchè credo di non aver capito bene: voi volete due taxi per andare a Malpensa? Si, proprio così. Se proprio volete sapere, non c'è problema. Chiamo. E mentre sono in attesa, costoro mi girano le spalle e escono dall'albergo. Tutti e 10.

Rimango lì, basito, mentre questi se ne vanno senza neanche aspettare la risposta alla domanda. Senza nemmeno attendere che porti a fondo la consegna e gli riferisca il costo per due taxi da Firenze a Malpensa. Sono letteralmente furioso, e ho come l'impressione di essere preso in giro, che mi abbiano fatto fare un qualcosa a cui non erano minimamente interessati ma che bastava facessi perchè loro lo chiedevano. Ma ormai che ero in collegamento con una delle due compagnie taxi della città chiedo, ricevo la tariffa (650 € a macchina, e probabilmente non sarebbero bastati perchè, benchè ci siano taxi per 5 persone, spesso non contengono anche le tante valigie che gli indiani si portano appresso, quindi molto probabilmente gliene servivano 3) e la riporto su un bigliettino che metto nella casella di una delle 5 camere. Anche se poi, come mi ha riferito il collega di notte, lo avrebbero stracciato senza neanche leggerlo. Il giorno della partenza sono andati in stazione a prendere il treno.

Tanto per non farsi mancare niente, ho un'altra coppia di indiani: moglie e marito di un'altezza tale che anche l'ex ministro Brunetta fa la figura di un giocatore di pallacanestro.

Costoro sono vegetariani e si lamentano che, sul buffet, ci sono pochi alimenti adatti a loro.

Non so a che livello di vegetarianesimo siano costoro. Se arrivano comunque a mangiare il formaggio oppure evitano anche i latticini e, come un personaggio dei Simpson "non mangio niente che proietti ombra". Vengono al bancone e, con fare pietoso, chiedono di avere cibo adatto a loro.

Non so proprio cosa rispondergli. Abbiamo un buffet, offriamo un sacco di prodotti, devono solo scegliere. Se non volete la carne, basta che evitiate gli affettati. E le uova, immagino. Sicuramente ci sono alberghi che offrono maggiore scelta, ma hanno anche una se non due stelle in più di noi, oltre a un costo decisamente maggiore. Loro insistono e io posso solo rispondere allo stesso modo. E così via, in un "loop" infinito. Questo avvenne la mattina.

Io giorno dopo ero di pomeriggio. Avevo appena riattaccato la consegna dei taxi per Malpensa e scritto il costo sul bigliettino quando mi vedo apparire la signora con un sacco. Chiede di riscaldare questo cibo che si erano comprati. Apre il sacco e mi mostra un cartone della pizza. Ma non di una pizzeria. Di un supermercato. Si erano presi una pizza surgelata.

Gli spiego che non posso fare niente perchè a) assolutamente non mettere nel forno cibo dei clienti: per ragioni di igene ci possiamo mettere solo i cibi nostri; b) il forno è accesso solo durante il servizio di colazioni e c) non posso accedere nella caffetteria. Lo può fare solo il personale addetto quando è in servizio.

E la signora, con tutta la naturalezza di questo mondo, mi chiede di chiamare una delle ragazze affinchè venga ad aprirle....

Chiaramente, mi rifiuto. Queste si alzano alle 5 del mattino per essere lì alle 6 a prepapare il buffet, e dovrebbe pure venire alle 20 per fare una cosa vietata? Come minimo mi "terminerebbe" anche solo per averglielo accennato. L'unica cosa che posso fare è prendere un piatto dal buffet, metterci la pizza e posarla sulla macchina del caffè, che almeno un pò di calore lo emana. Tocca spostare le tazzine ma alla fine mi arrendo e gli faccio questo favore. Gli indiani sono così: insistono, insistono e continuano finchè non ti prendono per sfinimento. Dopo mezz'ora la signora scende e prende questa pizza ancora fredda ma abbastanza scongelata da essere consumata.

Ma per lo meno la signora, almeno lei, ringrazia sentitamente. Quindi la proporzione è di un indiano che dice grazie ogni 16. Ma il 100% di domande insistenti.

mercoledì 10 ottobre 2018

Prenotare una camera non è affatto semplice come sembra.

Un telefono, per quanto "furbo" possa essere definito, non fa di noi degli agenti di viaggio. Non è che queste figure siano dei professionisti così, per sentito dire. Lo sono perchè sanno come muoversi, come prenotare nella giusta maniera seguendo le richieste del cliente e conoscendo le loro esigenze.

Quando non ci si affida ai professionisti e si vuole fare di testa propria, è estremamente probabile incappare nell'errore. E se ne esce solo con la fortuna.

Alle due di notte entrano in albergo due coniugi anziani, trainando le loro valigie, e chiedendo se parlo inglese.

-Lavoro qui, mi tocca (libera traduzione di "I have to")-

-Giusto! Giusto! Bravo! Noi abbiamo questo problema-

Mi porge un foglietto scritto a mano con il nome di un appartamento in città e una serie di numeri di telefono fisso. In pratica avevano affittato, tramite lo strumento ideato da Berners-Lee, questo posto. Non so se attratti da una tariffa più bassa di quelle applicate da un classico hotel, o dal fatto di preferire un appartamento, dove si ha a disposizione il proprio angolo cottura e non essere così obbligati a infilarsi in una sala colazioni che ha i suoi orari e può risultare decisamente caotica se i clienti dell'albergo scendono tutti in contemporanea per il pasto mattutino.

Ma questo tipo di posti ha degli orari rigidi, come ben spiegato ovunque, se qualcuno di prendesse la briga di leggerle, quelle benedette pagine web. La reception è aperta solo alcune ore del mattino per le partenze, e alcune il pomeriggio, per gli arrivi. Se si ha un imprevisto, tipo un treno in ritardo, si può star certi di arrivare dopo chiusura. A meno che non telefonare subito alla struttura specificando il problema e richiedendo un "late check-in" (arrivo in ritardo) con un conseguente supplemento.

Questi non avevano chiamato. Trovato il posto chiuso, avevano preso un taxi che li aveva portati qui in zona, dove gli alberghi sono numerosi come i sexy shop a Pigalle. Ed erano poi entrati nel primo albergo trovato. Qui dove lavoro io. Che a differenza degli appartamenti e dei B&B, hanno la portineria 24 ore su 24.

Ora, quando capitano situazioni del genere, è possibile che il cliente se la prenda con chiunque: la città, il monoteismo, il governo (ci sta sempre bene, soprattutto qui e ora), pure il portiere del nuovo posto trovato. Perchè prendersela con il prossimo piuttosto che con sè stessi e la propria dabbenaggine è facile e comodo.

Costoro, per fortuna loro e mia, no. Senza scoraggiarsi d'animo hanno cercato altrove. E la fortuna aveva ricompensato entrambi. Loro, bisognosi di una camera per la notte; noi, per vendere l'ultima disponibile.

Gli offro un giusto prezzo e loro, come immaginavo, accettano. E' inutile sparare più in alto solo per sfruttare la loro necessità. A che pro? Oltretutto mi forniscono subito la carta di credito, prima ancora che gli dica quanto costa la camera. Sono gentili, si rendono conto di aver sbagliato, sono in giusta e meritata vacanza nella mia città. Perchè approfittarsene? Perchè avvelenargli la visita agli Uffizi?Perchè passare come i soliti italiani che, nei bar dei centri, fanno pagare 20 € un cappuccino? No grazie, non sono il tipo. Lo facciano gli altri, gli sciacalli. Se proprio vogliono esserlo.

Registrazione, pagamento, chiave della camera e alla via così. Fornisco le solite, classiche informazioni (orario della colazione, del check-out e collegamento wi-fi) e loro ringraziano sentitamente. E mi chiedono:

-Domani partiamo alle 10, la vediamo qui?-

-Troverà qualcun altro. Io stacco alle 7-

-Ma noi vogliamo salutarla-

-Ma io voglio dormire-

Ridono. E salgono su in camera.

A volte ci vuole davvero poco a far felice la gente.

Anche al bancone di un albergo.