lunedì 22 giugno 2020

Memorie passate del portiere d'albergo in cassa integrazione.

Durante il periodo della chiusura girava, in qualsiasi forum sociale, una di quelle foto false che la gente condivide perchè "Nooooo, bada che roba, dai!"

Potrei millantare che io sono furbo e non ci casco, ma in realtà anche io, in passato, ho commesso i miei sbagli condividendo castronerie. E quindi sto mille volte attento e faccio ricerche.

La foto riguardava un gruppo di daini in mezzo a una città e la didascalia indicava che, con l'umanità chiusa in casa, gli animali erano scesi dalle montagne invadendo le strade e riprendendosi il territorio da cui i bipedi sono spariti. Di volta in volta, la località cambiava, ma sempre qualche cittadina italiana.

Nel caso dell'immagine in questione però, ero più che certo del falso perchè, semplicemente, andai sul posto.

Nel Luglio del '99 mi recai in Giappone.

I miei capi di allora, persone bellissime a cui devo il 90% delle mie conoscenze del lavoro d'albergo, mi concessero di radunare le mie ferie in un unico mese in modo da potermi recare nel lontano Sol Levante a studiare la locale lingua. Un mese di studio mattina e pomeriggio e, millanto orgogliosamente, stavo davvero prendendo una certa maestria nel dominare la lingua parlata -lo scritto lo scartai brutalmente- che col tempo ho un pò perso.

Un bel fine settimana presi il bus e mi recai a Nara. Templi meravigliosi, enormi, immersi nel bosco e persi sui monti che circondano la cittadina. Monti non abitati perchè i giapponesi non hanno mai costruito sui cocuzzoli come noi italiani, che dovevamo difenderci dagli eserciti teutonici che scendavano dalle Alpi, e ci veniva più facile asserragliarci in alto e circondarci di mura.

A Nara ci sono migliaia di daini. Liberi di circolare per le strade, manco le vacche dell'India, con bipedi motorizzati che diligentemente si fermano e attendono che i quadrupedi attraversino. Il sogno proibito di mio padre che, da cacciatore toscano, avrebbe sempre desiderato questi animali che, docilmente, vengono proprio sotto di lui. Non avrebbe neanche bisogno del fucile.

Non esistendo ancora wikipedia, non sapevo niente di tutto ciò. Alla scuola mi dissero solo che dovevo vederla. Mi fecero pure prenotare il posto dove dormire telefonando e parlando in giapponese, lezione n°24. Compito svolto con successo, 7+. Parto da Okazaki, arrivo, e mi trovo queste bestie ovunque. Ero stupefatto.

Dopo una lunga giornata di visite e scarpinate, il mio stomaco protesta veemente la necessità di essere riempito. Ma sono circondato solo da quadrupedi che mi annusano e negozi di souvenir. Uno in particolare enorme, gigantesco, stracolmo di ogni genere di oggetti riguardanti la cittadina, oltre che di una comitiva di giappi arrivati dall'Hokkaido -laggiù è quasi tutto turismo interno. Almeno, venti anni fa-

Mi siedo sull'esterno di questo negozio, provvisto di una bella veranda ombreggiata, e i miei occhi cascano su una macchinetta contenente dei biscottini. Manco a pensarci -grosso errore- estraggo da portafoglio una monetina da tanti Yen, infilo nella fessura e la macchinetta mi sputa fuori un pacchetto di biscottini. Finalmente un pò di pace e riposo all'ombra consumando questo snack da uno strano sapore e ....

... i giapponesi della comitiva, che stanno uscendo alla spicciolata dal negozio, mi osservano, mi indicano e ridono come matti. Tutti. Uno di questi giappi, dall'età approssimativa che supera il secolo, chiama pure i suoi amici ancora all'interno. Escono pure le titolari del negozio. E ridono. Ridono tutti. Due ragazze in particolare, con quel modo particolare di ridere e tenere la mano davanti alla bocca. Che mi è sempre piaciuto molto, ma in quel momento trovavo alquanto inquietante.

I miei occhi si posano sulla scritta della macchinetta. Estraggo dallo zaino il libretto degli ideogrammi, regalo di una studentessa cinese in classe con me, e controllo un momento, anche se il sospetto è fortissimo.

Shika no tabemono (lo scrivo nei nostri caratteri)

Shika = daino

Tabemono = cibo

Mi sto mangiando gli snack riservati ai quadrupedi.

Ok, va bene, la mia figura da gaijin ignorante l'ho fatta. Ho provocato l'ilarità dei giappi che ridono di me e di tutti voi che "Italia jin minna baka da yo" -non ebbi la prontezza di spirito di dirgli che ero spagnolo o francese, e poi mi sembrava giusto condividere con tutti voi miei 60 milioni di concittadini- a questo punto, tanto vale dare il resto del pasto ai legittimi consumatori.

Uno dei quadrupedi si avvicina, quatto quatto. Gli allungo il biscottino e lui gnam, se lo addenta in un boccone e manca poco mi prende anche le dita, bestiaccia.

E improvvisamente la popolazione dainesca di Nara accorre al mio cospetto. Non certo per rendermi omaggio, ma perchè si è resa conto che un bipede gli sta fornendo cibo gratuito. #primaidainidiNara, parafrasando uno slogan. E sono circondato da questi stupidi guadrupedi che pretendono il mangiare a ufo, anche quando l'ho finito. E i giapponesi ridono ancora di più. E le ragazze ridono ancora più forte.

Come li odiavo tutti, in quel momento.

Quindi la morale è: non fidatevi delle dichiarazioni sulle foto che circolano su internet perchè no, non è Marina di Pietrasanta.

E non fidatevi neanche del mangiare delle macchinette dei negozi di souvenir.

mercoledì 10 giugno 2020

Cronache del portiere d'albergo in cassa integrazione.

Con la fine della chiusura ho smollato le donne a Firenze e sono filato in campagna dai miei genitori, nel ridente e prosperoso villaggio di Cetica, feudo dei Conti Guidi.

Girellando per il paese si ha la sensazione di potersi trovare di fronte, da un momento all'altro, il conte Guido Novello che chiede validi e coraggiosi vassalli da aggregare al suo drappello al fine di combattere quei bastardi de' fiorentini, appena calati giù dal passo della Consuma e in procinto di scontrarsi con i nostri amici d'Arezzo.

Ovviamente sto scherzando: una certa modernità è arrivata anche qui. La recente scoperta di un nuovo continente, di là dalle colonne d'Ercole, ha portato nuovi, sorprendenti prodotti agricoli. Queste "patate", ad esempio. Dovunque ti giri, per il paese, trovi campi coltivati con questi nuovi tuberi.

Ma non è sempre stato così.

Mio padre, di tanto in tanto, mi interrompe dal lavoro nell'orto e mi porta a cercare i funghi. Lui, 79 anni, che sgambetta su e giù per i pendii casentinesi senza colpo ferire, io, 29 anni di meno, che arranco pesantemente.

A un certo punto, salendo, trovo una cosa alquanto sorprendente: terrazzamenti. Separati da muretti a secco. E siamo nel bosco più fitto.

A domanda, mio padre risponde: "Eh, qui, tanti anni fa, ci si veniva con Vera, Silvana, Achille.... e si raccattava castagne e marroni. Vedi, quello è un castagno. Avrà più di 150 anni"

"Mi stai dicendo che quell'albero è nato prima dell'unità d'Italia?"

"Eh, possibile. Ma andava pulito, vedi che ora ha due altri alberi accanto. E lui è un albero morto, secco. Vanno puliti attorno"

"E questi terrazzamenti? Patate?"

"No. Segale"

"In mezzo al bosco?"

"Mica c'era, il bosco. Era tutto coltivato a segale. Più su ci sono i castagni, ma ne sono rimasti pochi, ora è tutto faggio o abeti"

"Ma in che anni?"

"Eh, all'inizio degli anni '50. Avevamo... neanche 10 anni"

Ragazzett* di neanche 10 anni o poco più mandati dalle famiglie per sentieri -perchè le strade ancora non c'erano- su in alto, una camminata di un 5-6 chilometri almeno, fino al limite dei campi strappati al bosco e al pendio, e lì raccattare castagne e funghi.

L'italietta di fine anni '40, inizio '50. Eravamo così: bimbi che diventano "risorse" già prima dei 10 anni, e spediti subito a lavorare. Contribuire, fin da subito, al mangiare della famiglia, manco si fosse in un gioco di Uwe Rosenberg.

Tranquilli, nessuna morale o paragone con il nostro tempo; solo ricordare come era allora quel "mondo piccolo", come avrebbe detto Guareschi. Bambini che raccolgono e adulti che si spaccano la schiena abbattendo alberi, sbancando parti di pendii, ammucchiando pietre in muretti e finalmente vangare fino alla semina del prezioso cereale. E poi, qualche anno dopo, abbandonare la montagna per tornare vicino al paese. E la natura che si riprende tutto.

Tutto qui. Mi faceva strano questa cosa, ecco. Ti rendi conto come siamo solo momentanei, per il pianeta.

La natura è più forte. Lo sarà sempre. E mi fa un gran piacere dirlo.

domenica 31 maggio 2020

Le cronache dell'orto. 

Anzi

Le cronache "splatter" dell'orto.

Questo è il periodo delle fragole. Almeno, lo è per l'altitudine di Cetica, ridente villaggio del Pratomagno che contiene lo stesso quantitativo di doppiette da caccia dell'intero Wyoming.

Mio padre ha preso due mezzi tronchi, li ha svuotati del legno, riempiti di terriccio e poi posizonati a mezzo metro d'altezza. Quindi seminato le fragole.

Solo che le troviamo tutte smangiucchiate.

-E' stato il merlo- dice mia madre.
-Eh? Un merlo?
-Si, vedi, ho riempito quel sottovaso d'acqua, così beve e si fa il bagnetto.
-E si mangia le nostre fragole.
-Ma i merli sono carini.
-Indubbiamente, ma costui ha tutto: bagno e buffet.

Un paio di giorni dopo, recatosi nell'orto la mattina presto, mio padre trova la scena splatter.

Pezzi di merlo sparsi ovunque.

Sospettato: uno dei gatti che gironzolano attorno alle case dei miei zii. Da vero predatore, ha atteso il momento opportuno nascosto tra il radicchio e gli è balzato addosso.

Mia madre si dispiace, ma il merlo sarebbe andato comunque, a mangiarsi le fragole. Bagnetto o meno. Per bere e lavarsi, gli uccelli devono scendere giù, magari nei fossi, e il paese è pieno di gatti. Sanno sempre dove attenderle i volatili.

Ragazz*, la natura è crudele. E ringraziamo di essere noi quelli alti e grossi, perchè se le misure fossero invertite, saremmo noi quelli smembrati dai predatori felini.

I gatti NON devono conquistare il mondo. Il Covid sarebbe Disneyland, a confronto.

mercoledì 20 maggio 2020

Sono un uomo fortunato.

Si, lo so, sono in cassa integrazione e ancora non è arrivato un centesimo, ma con la fine del periodo di chiusura ho avuto un'opportunità che, nella frenetica vita dei turni alberghieri, non ho praticamente mai avuto in più di vent'anni:

Lavorare nel nostro orto.

I miei hanno una casa a Cetica, paesino del Pratomagno dove ti aspetti, da un momento all'altro, d'incontrare un contadino che ti dice che "siamo nel millequattro, quasi millecinque".

Ovviamente sto scherzando; una certa modernità è arrivata anche quassù, soprattutto per la misura delle jeep presenti, talmente grandi che gli manca solo un cannoncino montato sul tettuccio e il miliziano libico che lo brandeggia (per fortuna costoro, al di fuori della Libia, li si trova solo nel parcheggio del twin pines mall / lone pine mall)

Marzo e Aprile sono il periodo dell'aratura, e dovendo stare in casa a Firenze, mio padre non ha potuto farla. Dopo il 4 è letteralmente volato su. A quel punto sono andato su anch'io. Egoisticamente, ho mollato la famiglia in città e mi sono concesso quello che non ho mai fatto prima: l'orto.

In questi mesi di clausura forzata il campo si era riempito di erbaccia alta almeno un metro. Così, per almeno 3 giorni abbiamo falciato, zappato e arato.

Ragazz*, una faticata devastante! Venti anni di bancone alberghiero e 2 mesi di divano non mi avevano affatto preparato alla vita contadina. Pur avendo fatto un terzo, forse meno, di tutto il lavoro, ero letteralmente distrutto. Mio padre, 79 anni, ancora fresco e pimpante. Io, un vero cencio.

La terra è bassa. Diamine se lo è.

Devo ammettere che è una bella soddisfazione trovarsi poi ai bordi di un campo completamente lavorato. Solo che, sul più bello, quando si tratta di fare i solchi e seminare, piove!

3 giorni di pioggia, accidenti! Neanche la soddisfazione di piantare quelle straledettissime piantine.

Però questa cosa mi ha risollevato tantissimo il morale. E' bello sapere che, se il virus imperverserà perennemente, io vivrò mangiando i frutti della terra, mentre voi rimasti in città cercherete di sopravvivere combattendo tra le macerie e contendendovi le ultime scatolette di tonno rimaste.

Io zapperò la terra e voi sparerete.

.... uhm, devo procurarmi un Kalashnikov. Non posso lasciarvi tutto il divertimento.

giovedì 23 aprile 2020

Scambio di messaggi di posta elettronica -tradotti in italiano- tra il sottoscritto e una cliente dalle idee particolarmente fantasiose, durante un turno di notte di qualche mese fa, prima dell'arrivo del morbo: 

"Chiedo si sapere il costo per un check-in anticipato" 

Non c'è nessun costo per un servizio del genere, per il semplice motivo che non possiamo assolutamente prevedere quando una camera si libererà la mattina -oltre al tempo necessario alla cameriera per pulirla, ovviamente- Certo, ci saranno sempre clienti che chiederanno un check-in anticipato di qualche ora prima. Le 13, mezzogiorno, le 10 del mattino, possibile se un cliente è partito presto e la cameriera la pulisce subito. Possibile pure entrare in camera alle 8 del mattino, ma solo a condizione che non si sia venduto tutto il giorno prima questa camera sia quindi vuota e disponibile. E questo, ovviamente, non lo vogliamo. Cercheremo sempre di realizzare il completo. 

Quindi rispondo che siamo molto spiacenti, non abbiamo questo tipo di servizio.

Dopo un'ora mi scrive questa sorprendente messaggio:

"Qualche giorno fa ho mandato una mail chiedendo di poter fare il check-in alle 3 del mattino, e mi era stato risposto affermativamente. Dopo aver prenotato una camera doppia, il sito dell'albergo mostrava che il check-in è alle 2 del pomeriggio. Io arriverò a Firenze alle 3 del mattino. Posso sempre fare il check-in all'ora che ho chiesto?"

Rimango letteralmente a bocca aperta davanti allo schermo del pc.

Le 3 del mattino.

Alla faccia del check-in anticipato.

E qualcuno di noi avrebbe pure risposto affermativamente? Mi rifiuto di crederlo, sono anni che la squadra della portineria è rodata, mica siamo pischelli qualsiasi che dicono di si a tutto.

Faccio una ricerca tra i messaggi della posta elettronica per cercare lo scambio di mail precedente, che la tipa afferma aver avuto con noi. Ma non trovo niente. Nè con il cognome -portoghese- nè con l'indirizzo di posta elettronica.

Cerco anche nel gestionale: nessuna prenotazione a quel nome. Provo anche a fare una ricerca sui portali delle varie OTA, ma anche lì niente.

Immagino, assurdamente, che in realtà la tipa sappia già che arriverà a Firenze alle 3 del mattino -mi domando come, visto che non ci sono mezzi pubblici, e se ha un mezzo suo, perchè viaggiare di notte?- e magari sappia benissimo che la camera, con ogni probabilità, non sarà ancora disponibile. Quindi lei intende "check-in" ma in realtà chiede solo di lasciare il bagaglio in deposito. Avrà qualcosa di importante da fare di notte. Suona in qualche locale dove tirano tardi? Un focoso incontro intimo che avrà termine alle 2.30 o che comincia alle 3.30 in altro punto del centro storico? Deve girare un documentario di Florence by night e, visto che passa dalla stazione, vuole lasciare il bagaglio? Mi immagino qualsiasi tipo di situazione.

Provo a pensare ottimisticamente: vuole lasciare il bagaglio. La mia mente si rifiuta di credere che questa sia una richista arrogante di avere la camera già alle 3 del mattino. Quindi rispondo: "Gentile Signora, l'albergo è aperto 24 ore su 24, quindi può venire in qualsiasi momento le aggradi e lasciare il bagaglio nel nostro deposito in portineria"

Perciò continuo il mio lavoro notturno in tutta serenità, come sempre dopo aver completato le mail rimaste a sospeso e aggiorato la posta elettronica.

E dopo un'ora e mezza, arriva questo messaggio che definire sorprendente è poco:

"Questo è molto irritante. Ho chiesto la conferma dell'ora del check-in ben prima di prenotare. Avevo chiesto se potevo fare il check-in alle 3 del mattino e mi è stato risposto che "la reception è aperta 24 ore su 24"

Come può immaginare, alle 3, non lascerò i miei bagagli nell'albergo per poi girovagare fuori in città. Nel sito dell'albergo le informazioni sul check-in sono disponibili solo dopo aver prenotato (che non ha senso). Adesso devo cancellare la mia prenotazione e cercare un altro albergo.

Penso che il mio inglese fosse abbastanza chiaro quando chiesi un check-in anticipato nella mia prima mail. Non so chi abbia risposto, ma questo è totalmente inaccettabile"

Sono letteralmente basito.

La prima reazione è scriverle un bel "fuck off" e magari allegarci il meme di un dito medio. Mi immedesimo in Jules Winnfield che recita Ezechiele 25.17 prima di scaricargli addosso tutto il contenuto della 9 millimetri. O le peggio violenze di uno spaghetti western diretto da Corbucci. Cose così. Ma poi mi passa. Non ne vale mai la pena.

Non so perchè la tipa abbia mandato questa mail, che ovviamente allego alla storia. Probabilmente "ce stava a provà". A vedere se le accordavano quest'assurdità, tantopiù che tutti i siti mostrano chiaramente l'ora del check-in. Di tutti gli alberghi, ovunque, sul pianeta. Tiro fuori il diplomatico che è in me per una risposta il più neutra possibile:

"Gentile signora, probabilmente c'è stato un fraintendimento. Se lei arriva alle 3 del mattino del giorno stesso, è molto probabile che la camera sia ancora occupata dal cliente in partenza. Dobbiamo aspettare che costui lasci la camera -è poi, ovviamente, pulirla-

E' possibile che non si venda la camera, il giorno prima, ma come impiegati alberghieri cerchiamo sempre di realizzare il tutto esaurito.

Spero di aver chiarito la situazione bla bla bla"

Dopo di che riprendo il lavoro notturno, ma alzo il volume del pc. Ogni volta che arriva un messaggio di posta emette un bip, e io accorro, curioso da vedere cosa risponde la mattonza, un mix tra matta e stronza; ormai l'ho ribattezzata così.

Invece non arriva nessun'altra risposta. C'è però, quasi alla fine del mio turno di lavoro, una cancellazione. Che di per sè non sarebbe niente di particolare, visto che prenotazioni, modifiche e cancellazioni arrivano a ritmo continuo, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ma questa mi colpisce perchè il cognome è portoghese, come quello della mattonza. La mail è diversa, ma ho come il sentore che fosse proprio costei perchè nelle note di questa prenotazione c'è proprio scritto "early check-in". Faccio una nuova ricerca sulla mail, ma non appare niente, nessuno scambio di mail. Provo con nome e cognome (cognomi, visto che portoghesi/brasiliani ne hanno dozzine) e anche il numero di telefono che appare in prenotazione. Nulla di nulla.

Non posso stare dietro alle fisime degli altri. Cancello la prenotazione dal gestionale -chiunque fosse- e vado avanti per finire il mio turno di lavoro.

Ma la mattonza, e il nostro scambio di mail, finisce dritta filata nel bestiario.

Check-in alle 3 del mattino. Bah. Perchè non, a questo punto, anche la guida rossa e i paggetti che gettano i petali di rosa mentre passa?

sabato 18 aprile 2020

UNA FOTO DI QUANDO AVEVO VENT'ANNI, EH? PENSATE CHE NON OSI POSTARLA? EH? EH?

E quindi, ecco la storia di una bicicletta.

Mi ero già accorto, lavorando in albergo, che vendere camere potesse essere alquanto difficile, con rompiscatole vari. Clienti difficili che pretendono camere triple con vista avendo prenotato una singola. Gente che entra e, senza neanche un buongiorno o buonasera, comincia a trattare sul prezzo. Quelli che chiedono il servizio in camera alle 3 di notte, e si stupiscono quando gli dico che non lo abbiamo.

Ma non mi aspettavo che lo fosse anche quando si tratta di vendere oggetti privatamente. Eppure un mio caro amico, che chiamerò semplicemente Moronz, eccellentissimo chitarrista e appassionato creatore di superbe 6 corde elettrificate, mi aveva detto delle sue difficoltà nella vendita in rete delle sue creazioni.

Ma torniamo un attimo alla bici.

30 anni fa comprai una bici da corsa. Oddio, "comprai" è la persona verbale sbagliata. La comprò i' mi' babbo, per 700mila lirette. Per 15 anni macinai chilometri e senza neanche un minimo di doping. Semplicemente, viaggiavo piano.

Adoravo andare in bicicletta. Ho adorato tanti sport, ma la bici aveva quel vantaggio di non dover attendere amici disponibili per una partita. Certo, i primi tempi andavo fuori con il Copo e il P, soprattutto quest'ultimo, ma avevano un ritmo e una resistenza di cui io, abituato agli sport con la palla, ero assolutamente privo. Faticavo enormemente a stargli dietro. Quindi presi a uscire da solo.

Cominciavo a febbraio-marzo, due volte a settimana andavo alle Cascine a farmi un 3-400 chilometri in piano per prendere agilità alla gamba, quindi cominciavo le salite sulle colline intorno a Firenze. Il momento clou era in agosto quando andavo a Cetica scalando il passo della Consuma, poi, non contento, invece di fare Montemignaio, scendevo per Caiano e risalivo da Pagliericcio, tanto per farmela più lunga. Per chi non è del posto, sono una trentina di chilometri in più. Con pendenze del 10%.

Ricordo la prima volta quando apparii, salendo dalla parte dalla chiesa, al bar di Borgopiano. Quegl'omini, intenti a giocare a carte, alzarono un momento la testa da lisci e carichi e, osservandomi, se ne vennero fuori con il classico

-Bada, c'è i'figliolo di "sidoro" (isidoro, nda), da 'ndove tu vieni?-

-Da Firenze, no?-

A quel punto s'udì il bonk delle loro mascelle. E allora mi toccò mostrare il contachilometri elettronico della bici che indicava 90 chilometri. Non ci volevano credere.

Poi è arrivato il lavoro d'albergo, il matrimonio e due figliole, e il tempo libero è crollato come la borsa di wall street nel '29: fine di tante cose, come il calcetto, World in Flames e la bici, che è stata 10 anni ad ammuffire in cantina. Così, anche in previsione del futuro trasloco, 2013, decisi di venderla.

La tiro su dalla cantina, la ripulisco ben bene, la fotografo e la pubblico su internet. 50 €. Se può sembrare poco, per una bici del genere, devo dire che non era in condizioni ottimali, dopo tanti anni d'uso. La ruota posteriore era leggermente ovalizzata, i pedali erano del vecchio tipo a gabbietta e i cambi ancora sul telaio, invece che integrati con le leve dei freni come sono oggi.

Dopo neanche venti minuti che avevo chiuso il pc, arriva un sms di uno che ha visto l'annuncio e voleva avere informazioni. Il giorno stesso ho altre richieste di informazioni per posta elettronica. E dalle telefonate cominciano le richieste buffe.

-Chiamo per la bicicletta.
-Buongiorno a lei. Si, ho messo io l'annunc...
-Si può fare 40 €?
-Eh?
-Un pò di sconto, dai.
-Lei è la prima persona che chiama. Vorrei prima vedere se trovo qualcuno che la compra a 50 €.
-Ma dai, vengo lì, 40 € sicuri.
-Ci sentiamo tra un paio di giorni. Se non la vendo a 50, la venderò a lei.
-Ma vaff...

Oppure:

-Io visto bici, potere vedere?-
-Buongiorno a lei, c'è proprio l'inflazionamento dei saluti. Ovviamente si può vedere, sto in via blablabla-
-Ma io vengo da Santa Croce sull'Arno, potere fare sconto?-
-Co-come, scusi?
-Io dovere fare strada, quindi tu fare sconto, ok?
-Non è meglio se cerca una bici dove abita lei?
-Tu è uno stron....

E ancora:

-Ciao, per quella bicicletta...-
-Buongiorno. Se vuole vederla, io abito in via Pa...-
-Sono comprese le spese di spedizione, giusto?-
-Eh?-
-Dicevo: nel costo di 50 € sono comprese le spese di spedizione. Mi pare il minimo-
-Ehm... scusi, ma non è che ha sbagliato annuncio? Nel mio ho chiaramente scritto "solo cosegna a mano su Firenze"-
-Guarda che ci vuole un pò di elasticità, negli affari-
-Capisco...-
-Allora affare fatto?-
-Ho messo l'annuncio oggi, vorrei prima vedere se qualcuno la compra alle mie condizioni, le pare?-
-Così non farai mai strada. Hai il mio numero, richiamami quando cambi idea-
 
Buffa poi quella di chiamate di un singolo squillo. Col piffero che ti richiamo. Sei te che vuoi comprare? Sei te che devi chiamare.
 
Dopo due giorni di questo andazzo, arriva finalmente la giusta telefonata. Voce giovane, toscano. Abita vicino. Tempo 20 minuti e arriva. Vede la bici, gli spiego tutti i problemi. La controlla, l'esamina bene da cima a fondo. Ma è convinto. Mi paga e la porta via. Niente contrattazioni, niente richieste di ribassare il prezzo. Vedere merce, dare soldi, avere merce. Ci vuole così tanto?
 
La sera, a cena, scopro che strabocco letteralmente di tristezza. Si, quella bici è stata un pezzo della mia vita. E mi manca. Spero tanto che quel ragazzo ci abbia fatto e continui a farci tanti chilometri e si diverta come mi sono divertito io. E raggiunga un bar dove cazzeggiano gli amici del padre e non credano che abbia fatto tutti quei chilometri da solo.



venerdì 10 aprile 2020

Cronache dell'albergo prima della quarantena.

Premessa: lavoro in un albergo che ha un paio di camere con vista sul Duomo e il complesso di San Lorenzo.

Per la note leggi economiche della domanda/offerta, della scarsità e della divisione in classi sociali altrimenti dette "popolo grasso e popolo minuto", cioè quella per cui il megadirettore galattico ha l'ufficio con la pianta di ficus e la poltrona in pelle umana mentre Fantozzi lavora nello scomodo sottoscala, tali camere hanno un discreto sovraprezzo. Ma la richiesta c'è, perchè a tutti piace svegliarsi e vedere la cupola del Brunelleschi dalla finestra.

La richiesta per avere tali camere la fanno tutti, anche quelli che prenotano la singola più misera ed economica. Gli diciamo che devono pagare il sovraprezzo, e ovviamente qualcuno accetta e qualcuno si ritira. Ma la domanda la fanno. E vabbè, la risposta gentile e cordiale la meritano tutti.

Poi arriva questa domanda, e cioè "una camera con la vista sulla Tomba" e notare la T maiuscola. E' chiaro che vuole vedere la Cappella dei Principi; costui forse non sapeva come scriverla e quindi ha messo genericamente "Tomb". Ovviamente fa sorridere, visto che i sepolcri sono all'interno e non si possono certo vedere dalla camera; noi portieri scherzavamo sull'andare là e mettere un letto accanto al sepolcro del Magnifico, più vista di quella.... Oppure accennavamo ridendo alla possibilità di vederci arrivare, al bancone, Lara Croft in persona. O Angelina Jolie, anche meglio.

Invece poi è arrivata l'emergenza sanitaria, e costui ha cancellato.

Ma con i colleghi ce lo siamo promesso: quando riapriremo -speriamo presto- e costui dovesse riprenotare, gli diamo la camera con vista. Gli diamo il free upgrade. Insomma, Tomb Raider se lo merita, dai.

Giusto?