giovedì 26 dicembre 2019

Questa non è una vicenda dell'albergo. 

Ma comincia una mattina, dal mio rientro a casa dopo un turno di notte.

Perchè, salutate le donne di casa, mie signore e padrone, che partono per i rispettivi luoghi di lavoro e studio, mi metto a domire commettendo un fatale errore: lasciare socchiusa la porta di camera.

E non passano pochi secondi, dal mio rannicchiarmi al calduccio sotto le coperte, devastato dalla stanchezza e in rapidissimo approccio al sonno del giusto, che sento saltarmi sopra, sbucato da sotto il letto, l'essere malefico. Il mio nuovo nemico mortale. Il mostro peloso.

Si chiama Ray.

Preparatevi un caffeino. E' lunga.

 

A parte un paio di pesci rossi, di cui peraltro ho tenerissimi ricordi, non ho mai avuto altri animali domestici.

Mio padre, da cacciatore toscano, avrebbe sempre desiderato un cane, ma nel minuscolo appartamento fiorentino non avevamo spazio per un 4 zampe desideroso di corse frenetiche e liberatori latrati. Perfetti in ambito venatorio, come è possibile in un bosco, ad esempio. Quella che, in montagna, è della "Canizza". Ma totalmente fuori luogo nella giungla di cemento.

La Sara, quando stava con i suoi a Pistoia, aveva Mao. Una gatta. Per qualche giorno questo astruso esemplare di mammifero venne anche a casa nostra, quando i miei suoceri dovevano assentarsi per qualche giorno dalla Toscana. Ovviamente, prima che ci venisse l'assurda idea di circondarci di bambine -e mettermi così in totale ed eterna minoranza- mi toccava di tenere la sala giochi totalmente sigillata; perchè quella che sarebbe diventata la camera delle ragazze era, all'epoca gioiosa della convivenza, la "war room" dove tenevo apparecchiati i tavoli per World in Flames, con le mappe strapiene delle pedine necessarie a riprodurre la guerra mondiale. Non potevo assolutamente permettere che questo essere gattoso saltasse sulle mappe e scombinasse l'intero fronte russo (possono essere 200 pedine. Per parte).

La nascita della Camilla mi fece capire che, per quanto riguarda i giochi "campagna", avrei giocato in un altro momento. Tipo mai.

Quindi volevo evitare di tenere un animale domestico a cui si è costretti a pulire il cesso, come già dai tempi degli antichi egizi. I quali, e per me rimane un mistero assoluto, li idolatravano. Io sono più medievalista: lo gatto est lo simbolo de lo demonio.

Poi è arrivata l'estate.

Per evitare la devastante canicola fiorentina, Camilla e Gaia vanno a trascorrere un mese dai miei a Cetica, ridente villaggio sui monti del Pratomagno, 60 chilometri da Firenze. Già feudo dei Conti Guidi, il partito Comunista vi prendeva il 96% (beccati questo, Reggio Emilia), è leader mondiale nella produzione di farina di castagne e alcuni dei suoi abitanti potrebbero rivaleggiare, in quanto a grettezza, coi bifolchi di "un tranquillo weekend di paura". Ma d'estate è una meraviglia.

Le ragazze, fin dalla tenerissima età, hanno l'abitudine alla passeggiata verso l'ovile di mio zio -niente ha devastato le giovani menti italiche degli anime nipponici sulle dolci montanare svizzere- sennonchè odono un flebile miagolio provenire dal fienile.

E ci trovano questo mostriciattolo.

Sporco, incapace di muoversi e con un occhio chiaramente infetto e gonfio come una biglia. Appare evidente che la madre, constatato che era troppo debole, avesse deciso di abbandonarlo per dedicarsi ai cuccioli forti e con maggiori probabilità di sopravvivenza. La natura può essere tremendamente crudele. E i miei zii e cugini non ci badano molto: in campagna la preferenza è sempre verso ovini, leporidi e gallinacei.

Le ragazze decidono di portare il mostriciattolo a casa. La nonna paterna provvede con acqua borica per pulirlo bene e disinfettarlo, oltre ad latte in polvere per gatti e siringa per alimentarlo. Vista la sua cecità, la Sara -e chi altri?- lo battezza Ray. Lui decide di resettare il sistema: "insert coin" e riparte con una delle tante vite gattesche. A dispetto del nome, recupera la vista da un occhio e gli si sgonfia quello infetto, benchè probabilmente non ci veda in maniera chiara, tutt'ora opaco.

Malgrado le mie vivaci proteste, la serrata violenta modello gilet giallo -ho gettato una cartaccia per terra- aver sbattuto i piedi e trattenuto il fiato forte forte forte, Ray è stato portato a Firenze.

Superfluo dire che tra me e lui è guerra.

A parte il monopolio delle attenzioni, che già in questa casa mi poneva al quarto posto e ora relegato al quinto, fuori anche dall'Europa League come la Fiorentina (sigh), con lui nel mezzo non riesco a fare niente.

Devo pulire, e lui mi saltella intorno dando zampate al cencio e pesticciando allegramente il pavimento bagnato. Monta su qualsiasi cosa alta come prima di lui facevano i professori di letteratura quando dovevano vedere le cose da un'altra prospettiva. Rimetto a posto la biancheria nei cassetti, e lui si infila dentro. Devo caricare la lavatrice, e lui salta nell'oblò a curiosare, manco fosse un lander della Nasa, un giorno ce lo chiudo e faccio partire la centrifuga.

Soprattutto, mi ha preso di mira.

La mia grande passione è, quando ho qualche minuto di riposo, la lettura. E quindi mi appoggio sul letto, cuscini dietro la testa, copertina sulle gambe e libro. Finalmente solo, dedito alla mia grande, unica, vera passione: leggere. Che sia un tomo storico di 700 pagine, o un romanzucolo svedese colmo di gente che muore malissimo, o il regolamento di un gioco da tavolo, io devo leggere.

Ma arriva lui.

E salta su. Proprio sui preziosi, benchè orami usati e quindi in teoria definitivamente inutili, "gioielli di famiglia".

E poi mi costringe a carezzarlo. Mi arriva proprio sotto al naso pretendendo le mie mani e producendo quello strano suono da "c'è un rumorino che proviene dal motore, portiamo l'auto a fare la revisione o è meglio se la rottamiamo?". Ma lui non posso rottamarlo, mi è impedito. E le carezze sono un pretesto per distrarmi, tenermi occupato, impedirmi il giusto relax. Vuole portarmi allo sfinimento, li sento i suoi miagolii, fuori dalla porta, quando devo dormire dopo il turno di notte. Egli è il mio nemico mortale. Ma non vincerà. Resistenza.

Al di là di questa eterna lotta tra me e Ray, non posso non essere profondamente contento delle cure applicate dalle ragazze e del suo salvataggio da morte certa. Volendo è un pò una piccola storia di Natale, benchè avvenuta in estate. A 6 mesi d'età, il mostriciattolo è più che mai vivo e vegeto: salta sui miei preziosissimi vinili e ha preso possesso di tutto, soprattutto le copertine del divano, che mi erano tanto care.

Ma non posso dimenticare la frase, pronunciata in questa casa pochi giorni fa, che affermava come "Dobbiamo fare il regalo di Natale a Ray. Ah, e poi, se proprio dobbiamo, anche a babbo". Sento quasi la mancanza degli indiani che scendono dalla camera reclamando "hot uotaaa".

Se continua così, credo che riscoprirò la cucina vicentina.
 




martedì 17 dicembre 2019

Lee Marvin.

Uguale, spiccicato. Stesso muso allungato, stesse guance scavate. Sembra in tutto e per tutto l'attore, preso pari pari da filmoni di guerra come il Grande Uno Rosso e portato nella Firenze attuale. Mi aspetto quasi che entri anche il vecchio Duke.

Bella espressione sorridente e serena, sia lui che la moglie, coppia 70enne.

Arrivano per il check-in, e, come sempre in questi casi, gli chiedo i passaporti per la registrazione.

Mi dà, invece, la carta di credito.

Questi clienti così svagati, con la testa perennemente tra le nuvole, sono fantastici, e lo dico senza ironia. Sono i migliori, i più sereni. I più rilassati.

Pazientemente, con un bel sorrisone, gli spiego che la camera l'hanno già pagata in fase di prenotazione, e non ho bisogno della carta di credito. Mi devono solo dare i passaporti per la registrazione.

Apro i documenti.

Adoro la scritta che leggo sulla pagina accanto a quella dei dati. Dice tutto sulla determinazione di un popolo, sulla loro volontà di libertà ed indipendenza.

We, the people.

Registro e gli chiedo di firmare la normativa della privacy. Che per loro può essere chissà cosa, ma neanche ci badano. Sorridono e si lanciano sguardi d'intesa che m'aspetto esca fuori Frank Capra a dire "Stop, buona la prima". Poi gli do' una piantina della città a cui fornisco le dovute spiegazioni su dove ci troviamo e dove si trovano tutti i monumenti e musei principali.

Mi ascoltano adoranti. Non mi interrompono neanche un secondo, e li tengo lì per un buon quarto d'ora. La maggior parte dei clienti non ci sta, non ha questa pazienza. Mi interrompe in continuazione con domande sciocche o banali tipo "avete il wifi" o "dov'è il centro commerciale". Loro no, loro ascoltano. Soprattutto dove si trovano gli Uffizi. Come fare ad arrivarci.

Agli americani, quando sono così, perdono tutto. Pure l'adesione al GOP e l'aver eletto presidente palla di lardo.

Salgono in camera e ne escono dopo 10 minuti per andare agli Uffizi, ma non fanno a tempo ad uscire che mi richiedono la chiave.

Lei gli dice: -Il golfino è rimasto nella mia valigia-

E lui schizza su per le scale per andare a prendergli il golfino.

Ha più di 70 anni e sale gli scalini a tre a tre. Se ci provo io, mi ritrovo al cto di Careggi.

La signora mi guarda con l'espressione felice della Hepburn quando entra da Tiffany. Si accorge di essere osservata e mi dice: -Così tanti anni ed è ancora così gentile con me. Mi fa sentire sempre come una regina-

E quando lui scende, lei lo bacia ed escono, mano nella mano.

We, the people. Ma per qualcuno vale ancora il God save the Queen.

Una queen tutta sua. Unica. Personale. 

Questo lavoro, a volte, ha un che di poetico.

giovedì 21 novembre 2019

Coppia francese, sui 40.

Alti, distinti, portamento signorile.

Alain Delon e Catherine Denevue a braccetto. Lavorare ad un bancone di un ricevimento alberghiero, a volte, rende mille volte meglio di un qualsiasi 3D.

Intendiamoci: non somigliavano per niente a loro, ma lo sguardo era uguale spiccicato: quell'espressione severa e passionale al tempo stesso, e che rivedi solo in una Marianne che guida i rivoltosi alla Bastiglia, un Bonaparte alla testa delle sue truppe, un De Gaulle che parla ai suoi concittadini da radio Londra e, appunto, i due attori in uno qualsiasi dei loro film. Ben vestiti e curati, che pensi siano lì per sbaglio, e la loro vera destinazione sia il Savoy in piazza della Repubblica, piuttosto che non un semplice 3 stelle nei pressi della Stazione. Pulito e dignitoso quanto si vuole, ma non un superlusso. E non avevano neanche una gran camera.

Ma a loro non importava. Si presentarono al bancone con un accuratissimo e dettagliato programma della loro tanto bramata vacanza toscana: un giorno intero dedicato a Siena ed il Chianti, un altro per Fiesole o Pisa, un altro per quell'altra cittadina... praticamente ogni angolo della Toscana. Un foglio a4 completamente riempito di scritte a penna con un carattere che anche una formica avrebbe faticato a decifrare, un particolare spiccava su tutti: un intero giorno dedicato ai principali musei fiorentini: gli Uffizi e l'Accademia.

Un giorno che noi italiani avevamo completamente dedicato ad uno degli sport nazionali, di cui siamo campioni mondiali.

Lo sciopero.

Come pronuncio la parola “Greve” (e non si riferisce al paesino del Chianti, ma al termine d'oltralpe per sciopero, che si pronuncia senza la e finale) il francese prima strabuzza gli occhi, poi se ne esce con una serie di “merde” che non si sentivano echeggiare sul pianeta dalla vittoria di Bartali sull'Izoard.

Parte in quarta con una serie di improperi verso di “noi”. Un anno intero a programmare questa tanto desiderata visita e “noi” scioperiamo.

E mentre è lì che si incazza come la classica iena a cui viene portata via la carcassa da sgranocchiare, lei gli tocca la mano.E lui si blocca.

E lei lo guarda, negli occhi.

Un phaser settato alla massima potenza non riuscirebbe a fondere l'acciaio meglio di quello sguardo.

-Ecoute moi, ascoltami. Siamo in vacanza. Sei qui con me. Ensamble. C'est pas grave, non è poi così importante-

Per qualche secondo magico, irreale, impossibile da descrivere, in quella hall alberghiera non si sentì volare la classica mosca. Il telefono dell'albergo non squillò. Non entrò, o scese dalle scale, nessun cliente. Nessuna auto passò davanti all'ingresso. C'erano solo lui e lei che si fissavano negli occhi, di quegli sguardi che si capiscono senza parlare, per un'intera vita. Un'eternità di silenzi complici, di comprensioni che solo le vere coppie hanno, e la Piaf che canta in sottofondo.

Ed io lì, con le pupille che voltano prima su di lei, poi lui, poi di nuovo lei.

Spettatore unico di un film che mai nessun altro avrà mai il privilegio di vedere.

Poi il momento magico ha termine, e si passa alla farsa da commediola con Depardieu; lui volta lo sguardo nuovamente verso il portiere e, alzando le spalle, pronuncia un “C'est la vie”. Ma purtroppo rovina tutto cominciando con un “Mais ce n'est pas possible” mentre sbuffa come un mantice, con quella boriosità così antipatica, quel voler a tutti i costi insegnare a noialtri come si vive e ci si comporta, antipatici cugini d'oltralpe, abbozzatela con questa prosopopea, ricordatevi di Berlino e di chi ha alzato la coppa, ed abbassate un po' la cresta di galletti spennati.

Vieni a me a dire che non è possibile? Io ci vivo qui; queste situazioni me le trovo tutti i giorni, bello. E non sono musei: sono scuole, mezzi pubblici, servizi ... Eh, dici bene te “Il faut changer...” a parole, tutti hanno cambiato tutto. Della dozzina di governi che abbiamo avuto negli ultimi vent'anni, il nuovo è già arrivato più e più volte. E non voglio pensare a quello che sta per arrivare, se una certa "bestia" dovesse vincere future elezioni: la merda totale e assoluta. In mezzo a connazionali egoisti a cui non importa niente del prossimo.

Allora intervenne nuovamente lei, che con una voce dolce e suadente in grado di ocnquistarmi lì, all'istante, dice che comunque sono in vacanza e vogliono stare bene, e mi chiede un posto per mangiare.

E poi dicono che siamo noi italiani, quelli che si godono la vita.

Quando rientrarono erano mano nella mano, con quel sorriso che hanno solo le coppie serene e felici, e dopo avermi chiesto la chiave, lui mi guarda e mi fa:

“Florence est magnifique. Bravò”

Bravò, come se fosse merito mio, di essere nato e cresciuto qui.

E mentre se ne salgono in camera, sempre mano nella mano, e sguardo fisso l'uno nell'altra in ascensore, penso che quando sono così, io li adoro, i francesi.

martedì 5 novembre 2019

Non so da dove cominciare, in questa vicenda. Quindi inizierò dalla parte più semplice e banale, per un portiere d'albergo: il check-in.

E' una tripla dall'isoletta che non si decide a staccarsi dall'Europa: nonna settantenne arzilla e scattante, figlia 45 enne dall'aspetto decisamente anonimo e sullo sciatto andante e ragazzino di 9 anni dall'espressione dolcissima e tenera. A cui piace parlare. Quello a cui dò le chiavi e le spiegazioni sulla mappa della città, a cui madre e nonna sembrano decisamente meno interessate. Perchè cercano ben altro, che non i monumenti fiorentini.

Il giorno dopo ho il turno di notte. Mezzanotte passata e, dalla cima delle scale, si palesa il ragazzino.

-Mia nonna è caduta. Sta male-

In un nanosecondo ho già chiuso il portone d'ingresso e sto correndo su per le scale, alle calcagna del piccolo inglese. Entro in camera e trovo la nonna distesa a terra. Bocca aperta, occhi chiusi, un rivolo violaceo sulla guancia. Dire che m'è preso male è poco. Temevo davvero il peggio. Tocco il collo della donna con due dita e sento il battito. Respira anche.

La figlia è davanti a lei con sguardo inebetito. Pronuncia improperi irriferibili, esortando la madre ad alzarsi. Mi rendo conto che è totalmente fuori di testa. L'unico sano sembra il ragazzino. Gli dico che la signora non deve assolutamente rialzarsi e muoversi. Quindi mi attacco al telefono e chiamo il 118. L'operatrice mi ordina di controllare che resipiri e far si che stia ferma nel caso si riprendesse. Cosa non facile da effettuare perchè devo tornare alla reception.

In pochi secondi arrivano i paramedici, auto e ambulanza. Salgono in camera. Una decina di minuti e scendono con la vecchia, che pare abbia ripreso conoscenza. L'hanno messa su una sedia apposita da usare per l'ascensore e poi, una volta nella hall, la poggiano sulla lettiga.

Durante questa operazione la paramedica mi chiede i dati della signora. Sono così agitato che gli dò quelli della figlia, la quale è lì e mi corregge. Mi rendo conto che, se poco prima ero lucido e fermo, con l'arrivo dei paramedici ho cominciato a tremare come una foglia.

Chiedo alla paramedica cosa ha avuto la signora, e lei se ne esce con un laconico -Niente che si possa riferire- che lì per lì non capisco. Il ragazzino invece, ancora spaventato ma lucido, mi chiede se cose del genere sono già successe. E a me viene da dare una risposta stupidissima e pure sbagliata -A me no, non era mai successo- di notte no, ma di giorno eccome.

La paramedica dice che se vogliono, figlia e nipote possono andare in ambulanza con la vecchia, e glielo traduco. Ovviamente accettano. Salgono su e vanno a Santa Maria Nuova, proprio qui dietro.

Un pò mi tranqullizzo, perchè ora la donna è sotto il controllo di professionisti della salute, ma una certa inquietudine resta. Solo che poi arriva una telefonata. Da un numero fisso. Uno 055.

-La chiamo dal pronto soccorso. Lo sa chi ci ha mandato lei?-

La domanda mi lascia interdetto. Io mandato chi? Cosa?

-Ma... perchè?-

-Perchè le signore sono ubriache-

Rimango così, a bocca aperta. Forse costei pensa che glielo abbia venduto io, il vino.

-Le donne hanno un minore. Adesso io che faccio? Chiamo la forza pubblica?-

Rimango basito.

-Allora? Che devo fare? Chiamo la polizia affinchè porti via il ragazzo alla madre ubriaca?-

-Va bene, la chiami-

Adesso è il suo turno di rimanere zitta. Ma poi riprende, più veemente di prima.

-Ma si rende conto che le donne sono ubriache e hanno con sè un ragazzino?-

-Senta, io sono un portiere. La paramedica mi ha detto che la figlia della donna e il nipote potevano andare con lei in ambulanza. Glielo ho riferito in inglese e queste sono salite sul mezzo. Dovevo impedirglielo? Ho in struttura una persona che sta male e chiamo voi, che altro posso fare? Non sono il loro tutore. Se bevono avendo con sè un ragazzo di 9 anni che posso farci? Da qualche parte l'hanno comprato perchè io di sicuro non lo vendo-

-E ora, di questi due, che ne faccio?-

-Li metta su un taxi e me li rimandi-

E così madre e figlio sono tornati in taxi. Ma rimane il mio stupore per la chiamata dell'addetta del pronto soccorso. Adesso è vietato chiamare l'ambulanza per gli ubriachi? Lasciamo che muoiano così imparano ad andare in coma etilico? Se non hai voglia di fare la paramedica e assistere a queste cose, cambia mestiere, diamine! Anche a me hanno dato fastidio due donne che si ubriacano avendo con sè un ragazzo di 9 anni, ma che posso farci? Chiamala dunque, questa forza pubblica con gli assistenti sociali.

La vecchia si riprese e il giorno dopo tornò in albergo. Ma i colleghi mi riferirono che sia lei che la figlia continuavano a darci dentro di rosso.

Una situazione a dir poco triste. Che lascia noi portieri interdetti. Che fare? Non certo fregarcene, perchè abbiamo delle responsabilità. Purtroppo non possiamo fare molto altro. Ma il ragazzo non veniva certo picchiato o costretto a bere. Li vedevo, dei gesti d'affetto tra lui e le due donne. Non era certo una situazione estrema. Penosa, si.

Ma se tu, addetta al pronto soccorso, non ha più voglia di vedere scene del genere -e sono sicuro ne vedi più di me portiere d'albergo- credo ti convenga cercarti un altro lavoro. O, in subordine, non chiamare me incolpandomi delle situazioni in cui vengono a trovarsi gli altri solo perchè miei clienti.

Che diamine.

sabato 26 ottobre 2019

Facebook mi ricorda una storia di alcuni anni fa.

Una cliente bellissima.

Livia.

3 mesi.

Genitori giovani, poco più di vent'anni, molto carini e simpatici, con spiccato accento romanesco.

Scendono dalla camera con le valigie e posano, sul divano davanti al bancone, l'ovetto con dentro la piccola. Mi consegnano le chiavi della camera e accennano ad andare a portare i bagagli in auto.

Ed escono.

Lasciando lì la piccola Livia.

Con le mie non sarebbe mai successo. La mamma sarebbe stata a guardia mentre il babbo (io) portava i bagagli in auto. Il lavoro faticoso sempre all'uomo. Questi due no. Escono entrambi. E smollano lì la figlia.

Non c'è nessuno in albergo, in quel momento. Uno di quegli strani momenti di calma durante i quali non appare nessuno, nè clienti nè colleghi. Nessuna chiamata telefonica. Siamo solo io e lei. Giro attorno al bancone e mi avvicino.

Livia è sveglia, e mi osserva protetta da quel potentissimo scudo magico capace di alzare di migliaia di punti la classe d'armatura, e che passa anche sotto il nome di "ciuccio".

"Ciao piccolina! Ma lo sai che sei bellissima?"

E lei sorride.

Da dietro il ciuccio, che è trasparente, sorride.

Mi sciolgo come Olaf sotto al cocente sole estivo. In una hall alberghiera, la domenica mattina a Firenze, dopo 42 partenze ed il fisico che comincia a dire "Ci si riposa? Ci si mette un pochino a sedere? Che s'abbozza di sta' in piedi?" mi commuovo a vedere questa bellissima creaturina sorridente. Dovrei saperlo, come funziona.
Non è così. Ogni volta è come la prima volta.

I due genitori non tornano.

Passano 10 minuti buoni, e, giuro, non tornano.

"Senti, io, se babbo e mamma non vengono a riprenderti, ti porto a casa. Avrai due sorelle maggiori dolcissime, che ti faranno giocare a tanti bei giochi divertenti. Ti vestiranno da principessina. Ci vieni a casa mia? Ti ci porto, eh"

E lei sorride. E m'immagino già mia moglie che "Ora la riporti dove l'hai trovata!" "ma mi ha seguito fin qui..." "Te lo scordi se pensi che io ricominci con pappette e pannolini!"

Ma io tengo duro, Livia resta con noi.

Invece, anche se dopo ben 10 minuti 10, i genitori tornano a riprendersela. Mi ero ormai convinto di potermela tenere, che costoro se ne fossero tornati a Roma dimenticandosela completamente. La gente, in albergo, dimentica veramente di tutto. Anche se questa sarebbe stata davvero una dimenticanza storica. Per fortuna, Livia era nei loro pensieri. Avevano solo difficoltà nel ripiegare il passeggino e profonda stima a fiducia nel portiere. Fiducia, posso assicurare, assolutamente ben riposta.

Ma per quei 10 minuti è stata tutta mia. Per quei 10 minuti, insieme a Sara, Camilla e Gaia, c'era anche Livia.

"I am your father" anche se per pochi minuti. O come si dice qui a Firenze: "Sono i'tu babbo"

domenica 13 ottobre 2019

Metodi motivazionali per portieri d'albergo.
Perchè capitano giorni in cui vorresti ucciderli tutti, ma non puoi farlo.
(E' nel retro di un pannello che pubblicizza il bar dell'albergo. Devo amettere che lavoro con colleghe/i che hanno grandi momenti di genialità)
 
 

sabato 5 ottobre 2019

Niente preamboli. La cruda realtà dei fatti, così come accaddero.

Quasi l'una di notte, arriva una telefonata.

E' un tassista. Afferma di aver depositato qui due clienti, una mezz'ora prima. Due maschi piuttosto alticci, ben vestiti ma anche tatuaggi e barba incolta come va, incomprensibilmente, di moda. Hanno lasciato un cellulare nel mezzo.

Ricordo i due. Erano stracolmi di alcool, e camminavano attraverso la hall ondeggiando da una parte all'altra. Il problema è che avevano con sè la chiave della camera. Dove lavoro chiediamo ai clienti di lasciare la chiave quando escono e riprenderla quando rientrano. In questa maniera devono passare dal bancone e parlare con noi portieri. A volte è necessario per dargli informazioni. Spesso richieste da loro stessi. O comunque vedere bene in faccia la persona. Riconoscerla.

Costoro, malgrado le esortazioni al check-in, erano usciti portandosi dietro la chiave. Al loro rientro notturno gli avevo chiesto se l'avevano con sè, e uno dei due tipi si era limitato a mostrarla, estraendola dalla tasca. Ma non ero riuscito a vedere il numero della camera. Se mi avessero detto dove erano, avrei potuto chiamarli e dirgli che uno dei due aveva lasciato il cellulare nel taxi. Non posso quindi sapere chi siano costoro. Il tassista mi lascia il suo numero e m'informa che staccava verso le 5 del mattino. E per almeno una dozzina d'ore non avrebbe ripreso servizio. Prendo nota.

Non ce ne sarebbe stato bisogno.

Dopo un'ora circa mi appare, davanti al bancone, uno dei due. Intendo com'ero a far uscire i conti del giorno, rimango sorpreso nel vedermelo piombare, come una furia, giù per le scale. Perchè, a parte un cellulare all'orecchio, indossa solo un paio di slip.

Dire che è agitato è poco. Si muove come se fosse posseduto da Pazuzu, da una parte all'altra del bancone. Dice cose incomprensibili, e sta parlando in un inglese osceno. Infarcito di "bloody!".

Chiamo il tassista, che con voce allegra, mi dice di aver risposto al telefono che aveva trovato in auto, e gli ha confermato che sta arrivando a renderglielo. Presumo che il cliente abbia chiamato con il telefono dell'amico; telefono che si porta appresso e che non staccherà dall'orecchio neanche per pochi secondi.

Riattacco e gli confermo che il tassista è in arrivo. E lui che fa? Si fionda fuori dall'albergo.

Non posso credere che stia succedendo, ma è così: sto seguendo un tipo praticamente nudo. Esco. Lui, scalzo, è già in mezzo alla strada. Più avanti, venti metri circa, una smart sta uscendo dal parcheggio. E lui agita la mano a chiamarla.

-Ma cosa fai? Non è quello il taxi-

Malgrado l'ora antelucana è un continuo viavai di gente che passa e osserva divertita questo tipo che si agita, praticamente nudo, in mezzo alla strada. E io, sulla soglia dell'albergo, che lo esorto a tornare dentro. Potrebbe succedere di peggio?

In quel preciso momento, passa un'auto dei carabinieri.

Per un paio di secondi ho la tentazione di rientrare e chiudermi dentro, lasciando che i militi lo impacchettino e lo portino a San Salvi. Che riaprirebbero solo ed esclusivamente per lui. Invece rimango lì che agito la mano e lo chiamo. E il caraba che gli dice, in italiano "Ma che minghia fai, sei nudo. Torna dentro, dai, c'è il portiere ti chiama, miii!" E l'altro che gli replica in inglese parole sconnesse.

Ma per fortuna appare magicamente il taxi.

Felice come un bambino quando arriva il grande omone barbuto addobbato di rosso, il tipo accorre verso il taxi, e riempie l'autista di "thank you". Costui ride, e indica me, ancora lì sulla soglia. Ma il matto non accenna minimamente a smettere di ringraziarlo. Ci sta almeno un quarto d'ora, poi finalmente si decide. Saluto l'autista, che contraccambia ridendo a più non posso. Il cliente rientra dentro l'albergo con il suo cellulare, e poi se ne sta mezz'ora al banco a dirmi che aveva dato al tassista 20 € per la gentilezza, prima che, finalmente, si decida a tornare in camera.

Certe persone sono così, non si rendono conto di esporsi al ridicolo. Ok, sarà stato anche l'alcool, ma un minimo di abbigliamento e una calzatura almeno indossala.

E comunque, quel che mi ha inquietato maggiormente, è che non ricordo di avergli visto, tra le mani, i 20 € che ha poi dato al tassista.