mercoledì 1 novembre 2017

Trent'anni.

Trenta anni possono essere il sunto una vita umana. Il concentrato di azioni di un singolo bipede.

In trenta anni puoi tirare su monumenti immensi destinati a resistere millenni.

In trenta anni puoi fare un'intera guerra. O portare a compimento 6 piani quinquennali. Trenta anni sono la durata di una dittatura in Africa e due conflitti mondiali in Europa.

In trenta anni puoi girare il mondo, anche più di una volta. Se hai i soldi. Oppure lavorare per permettersi di girarlo. Se si ha un lavoro adeguato, certo.

Trenta anni sono il tempo per realizzare mezzo chilometro della Salerno - Reggio, per avere una dozzina di legislature parlamentari ed una ventina di governi.

Trenta anni li bruci in un istante se possiedi un flusso canalizzatore.

Trenta anni fa ero alle medie.

I miei 3 anni di scuola media sono state abbastanza anonime. Il solito bulletto personale che ti tormenta, insegnanti totalmente privi di qualsiasi senso di comprensione o minima capacità educativa, compagni che ti deridono in massa ad ogni banalità, al più piccolo passo falso.

Ricordo Andrea, con cui facevamo finta di studiare, salvo poi giocare al pallone. In camera. Con una pallina di gomma piuma. Uno dei ricordi migliori.

Lo scudetto dell'82, terzo sul campo, ancora in attesa della restituzione.

Il coro della scuola, messo su dalla compianta insegnante di musica, l'unica che mi abbia trasmesso una passione per qualcosa in quei 3 anni e dove io e un anonimo -per me- tipo di un'altra sezione eravamo gli unici tenori, i soli uomini; rammento bene l'esibizione nella sala musica di fronte alle due classi (per me corrispondeva all'intera popolazione mondiale) e la preside che abbraccia e bacia sulle guancie l'altro ragazzetto, manco fosse stato un novello Beniamino Gigli. Io non venni minimamente considerato.

Ricordo orrendi filmetti francesi su quella cosa detta "adolescenza" e di cui io, da maschio appena approdato alla doppia cifra degli anni, ero ancora ignaro. Fissato perennemente sul pallone ed il sogno irrealizzabile di diventare un nuovo Antognoni, sui soldatini Atlantic di cui sono ancora fiero possessore, ed i cartoni giapponesi incentrati su robot che si combattono nel centro di Tokyo. Noi maschi arriviamo sempre dopo.

Le ragazze no. Loro erano già avanti. Anni luce.

Dietro di me, di due banchi, ricordo bene il sorrisetto malizioso di questa ragazzina. Già matura, già sveglia ed attenta al mondo che la circonda, già pronta ad osservare, studiare, capire chi le stava attorno. Ma sempre con il sorriso.

Ecco, quel sorriso è una delle cose che ricordo meglio delle medie.

Trenta anni dopo.

Uomini e donne maturi, adulti, che trascinano verso le elementari legioni di bambini. Qui, una volta consegnata la prole al meraviglioso mondo dell'istruzione italico, ci sono le inevitabili chiacchiere tra noi genitori: come va? Ci beviamo un caffeino? O come s'è fatto a perdè ieri sera coi'Chievo?

Poi, improvvisamente, tra la folla di genitori assiepati all'ingresso del luogo d'istruzione, mi appare davanti questa donna. Con i capelli non più lunghi ma lo stesso sorrisetto malizioso, lo stesso sguardo attento e scrutatore.

-Te sei Marcello. Il "mugna"-

La guardo così, intontito come solo io riesco benissimo a essere, anche se i neuroni hanno già realizzato il collegamento. Un collegamento di trenta anni, ma passato in un nanosecondo all'interno del mio cervello.

-Marta! La Marta Di Santo!-

E così ci siamo ritrovati. Compagni di classe delle medie d trenta anni fa, siamo rimasti a vivere nello stesso quartiere, abbiamo messo su le nostre rispettive famiglie e portiamo le/i figlie/i alle stesse elementari. E quindi le solite chiacchiere su cosa facciamo nella vita, come siamo cambiati, che abbiamo realizzato, o distrutto, in questi trenta anni, per poi cadere nell'amicizia su facebook.

Poi, qualche mese fa:

Proprio da facebook arriva questa richiesta: votami. Promuovi la mia candidatura. Che non è un'elezione politica, ma un concorso di una nota ditta di abbigliamento che porterà venti donne alla maratona di New York.

Come nella più classica tradizione italiana dai tempi delle preferenze, un voto non si nega a nessuno. Voto. E contribuisco. La Marta diventa una delle venti. Ed oggi parte per New York.

Ora, io non sono il tipo fanatico della corsa. Ho seguito -distrattamente lo confesso- i progressi di Marta che, pidessiquamente, postava su facebook. Lei e le altre allenate duramente da Gelindo Bordin, un nome che, per la corsa, viene ancora prima di quello di Filippide. Per uno come me, che pure nel pallone ha sempre scelto il ruolo più statico dove, al massimo, si cammina fino al limite dell'area o ci si butta a terra nel -spesso vano- tentativo di afferrare la sfera, la corsa rimane un qualcosa di totalmente incomprensibile. Innaturale, pure. Rimango convinto che noi esseri umani siamo fatti per il bipedismo lento: camminare e stop. Dove per camminare intendo sempre il percorso dal divano al frigorifero e viceversa. Non oltre.

La Marta no. Lei corre. E mi piace immaginarla mentre attraversa Central Park con lo stesso sorriso di quando percorre uno dei viali alberati dentro le Cascine.

E quindi, dopo tutto questo lungo prologo su come si cambia (Mannoia in sottofondo), l'unica cosa che mi sento di dirle sono i miei migliori in bocca al lupo. O, come direbbero di giapponesi, ganbatte kudasai. A lei e le altre donne che correranno, novelle Forrest Gump a piedi per le strade dell'America, anche se limitata a quelle della Grande Mela.

Divertitevi ragazze. Sarà una bella sfida.

Io sono impegnato in una ben più difficile e complessa:

alzarmi dal divano e raggiungere il frigorifero.




Nessun commento:

Posta un commento