sabato 14 marzo 2026

Nel posto dove vivo ci sono un totale di 20 zampe.

Non mi riferisco solo a quelle umane: ci sono ben 12 pestifere zampette che portano con sé la pessima idea di pesticciare pavimenti umidi dopo la doccia -e poi darsi all’entusiastica esplorazione di una casa che dovrebbero già conoscere- o preziosi organi genitali se ho la malaugurata idea di volermi stendere sul letto con regolamentare copertina d’ordinanza. Arrivano in branco pretendendo carezze su musi che diventano incarogniti se non procedo con la mano arrivando a mordicchiare come facevano i loro lontani parenti, le tigri dai denti a sciabola. Per evitare questa tortura devo fare come Steve McQueen: darmi alla fuga. Non possedendo una motocicletta di teutonica produzione, devo utilizzare le mie due zampe personali. E cercare la mia tranquillità.

Esiste un luogo, su questo pianeta classe M, che mi vede tranquillo e felice. Si tratta di uno di quei posti magici dove, già qualche miglio prima di arrivarci, ti fa sorridere al solo pensiero, proprio come potrebbero fare due bambine in procinto di salire, a Pére-Lachaise e cambio a Nation, sulla metro in direzione Disneyland. Un posto colmo di tesssori che non si mettono al dito ma hanno la capacità di farmi sentire lieto e invisibile al resto delle unità carbonio. Tanti tavoli ben illuminati con elettricità derivata da elemento ormai divenuto raro a causa di bombaroli arancioni impuniti -e sempre più caro malgrado abbiano tolto le accise perché una promessa è una promessa- e soprattutto scaffali stracolmi di un bene preziosissimo poco utilizzato in una penisola che ha dato tanti magnifici scrittori ma i cui nipotini hanno profonde difficoltà col congiuntivo.

Libri.

Uno dei piaceri maggiori è la biblioteca delle Oblate, luogo tra i più belli di questa città fiera ma ormai svenduta al turismo facile -e ci lavoro io, coi turisti- ma anche poco frequentato dagli stranieri che preferiscono il selfie con le ragazze del buon caro Alessandro Filipepi. A Firenze siamo così, sempre desiderosi di svendersi, una volta erano i Papi, oggi americani in fuga dalle prepotenze della loro polizia politica di ghiaccio.

Ma non sempre mi è possibile andare alle Oblate, con i suoi soffitti a cassettone cinquecenteschi e quella sensazione di Rinascimento, guerre contro gli spagnoli, pene capitali a monaci ferraresi pazzi. Devo ripiegare per un paio d’ore pomeridiane verso la biblioteca vicino casa. Già luogo frequentato in tenera età grazie alle premure di madrehhh orgogliosa di un figlio vorace lettore benché ai tempi preferissi i fumetti dei Galli che rifiutavano de magna a’carbonara, nun ve meritate gniente, dico bene centuriò?

Ma tale luogo vede anche la presenza di una bibliotecaria particolare. Si chiama Flo.

Ora, io non so capacitarmi del perché, ma Flo mi ha preso in simpatia. Parecchia. Mi capita di trovarla stesa nel giardino fuori dalla biblioteca che si gode il sole primaverile in completa nudità, è una tipa un po' scostumata ma anche una di quelle che non si depilano, apparendo più pelosa di un Wookiee. Di solito però la trovo sulla sua sedia personale che se la dorme. Perché è una bibliotecaria che dorme sul posto di lavoro, se volete rinverdire il vecchio adagio degli statali che fanno sonnellini in ufficio, mostrategli Flo.

Io entro in sala lettura, lei ronfa sognando canarini gialli chiusi in una gabbietta. Mi siedo e poso lo zaino, come fanno tutti, sul pavimento accanto al tavolo. È in quel momento che Flo si sveglia. Capta la mia presenza, la percepisce, mi sente dall’odore -e sono uno che si doccia e si profuma ogni giorno- si alza sulla seda, si stiracchia, sbadiglia a bocca aperta, scende e si avvicina al mio zaino.

Mi capita spesso di andare lì con il mio computer, in modo da digitare furiosamente storie sul mio lavoro d’albergo a beneficio di questo blog o romanzi che forse vedranno un giorno l’autopubblicazione e la loro presenza su scaffali di parenti e amici cari. In questo caso prendo uno zaino grande e capiente atto all’uopo. Ma a volte vado lì solo per leggere, e quindi mi basta lo zainetto piccolo con solo un portamonete e un bicchiere -le biblioteche fiorentine hanno il magico fontanello- che Flo non gradisce. Di solito annusa e, sdegnatamente, torna sulla sua sedia o fugge nuovamente nel giardino. Ma lo zaino grande sì. Nella biblioteca ci sono diversi studenti -di cui potrei essere padre e, tra poco, pure qualcosa in più- tutti con zaino posato sul pavimento. Flo non li considera neanche. Vuole, esige, pretende il mio. E si posa lì per continuare il sonnellino pomeridiano.

Ora, io le chiedo: perché Flo? Perché proprio io? Che poi, quando arriva il momento del rientro a casa, mi tocca pure svegliarti, spostarti e dopo te ne stai lì immusita, come se fosse un tuo diritto utilizzare il mio zaino finché ti aggrada.

Ma soprattutto: com’è possibile che sia proprio io, che considero voi gatti meno utili del ministero degli esteri italiano, a essere irrimediabilmente attratto dai felini? Non poteva essere la stessa cosa per le femmine bipedi?

Da domani cambio squadra, che il Viola è molto sbiadito, per passare alla gloria biancorossa. Perché i gatti vanno trattati come a Vicenza: in padella con le olive.





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