venerdì 27 maggio 2016

Vi avverto, ho scritto un monte. Ma un monte davvero. M'è preso il matto ed ho cominciato a digitare sulla tastiera senza soluzione di continuità. Perciò userò un vecchio stratagemma: se volete leggere un piccolo aneddoto dell'albergo, oggi riguardante uno sfondone linguistico, andate a DA QUI.

E se mi venite a dire che DA QUI è già stato utilizzato, ricordate che si dice “citare”. Non copiare.




Un 3-4 di millenni fa, una popolazione di origine polinesiana giunse in un arcipelago. Decise che il posto gli piaceva, e vi si stabilirono.

Parlavano una loro lingua, ma non avevano ancora una scrittura. Poi, dalla costa del continente, giunsero dei tipi che disponevano, oltre che d'un linguaggio, pure di una scrittura.

-Nooo, bada ganzo! Adottiamolo anche noi!-

-Alla grande! Dai!-

E così gli antenati dei giapponesi adottarono gli ideogrammi cinesi. Solo che, ad un certo punto, sortì fuori un problemino:

-Ma... a me 'un mi riesce di coniugare i verbi e gli aggettivi (in giapponese gli aggettivi si coniugano). O come si fa?-

-Mmmmhhh.... gli'è un bel problema...-

-O se si facesse un alfabeto apposta per le coniugazioni?-

-Genio!-

E così i giappi crearono l'Hiragana, alfabeto sillabico. Ogni suono corrisponde ad una sillaba.

Poi arrivarono anche i gaijin occidentali, ed i nipponici, per giapponesizzare quei nomi e parole nuove, crearono un ulteriore alfabeto chiamato Katakana. Ma questo ci interessa meno.

Il punto è: quando sono stato in Giappone a studiare questa straordinaria, stupefacente, meravigliosa lingua, mi rifiutai, fin dall'inizio, di imparare qualsivoglia ideogramma. Gli scarabocchi, io, li ho gà fatti da piccolo, vade retro. Mi limitai ai soli due alfabeti: hiragana e katakana. Eliminai, al principio di tutto, qualsiasi altro sistema. Io, coi giappi, ci devo parlare al bancone. Non ci devo scrivere un trattato. Non dobbiamo mandarci letterine amorose. Vabbè, è successo. Ma tengo a precisare che la Sara non la conoscevo ancora. Fatto sta che, in quei due mesi di Sol Levante, le mie difficoltà linguistiche le ho trovate. Eccome.




Nara, Luglio 1999

Vagabondano per la città.

Li trovi ad ogni angolo, a dozzine.

Non lavorano.

Non parlano la nostra lingua.

Elemosinano cibo.

Sono la piaga di questa cittadina.

Si chiamano しか. Shika.

Il termine giapponese per daino.

Il sogno proibito di mio padre: branchi di daini che girellano paciosamente tra le case, incuranti dei bipedi e delle loro automobili. Probabilmente perchè, tra i giapponesi, c'è una tremenda carenza, se non proprio totale mancanza, di cacciatori toscani quale è, appunto, mio padre.

Mi fermo a sedere in un chiosco di souvenir, proprio fuori dal Toda-ji (a chi interessasse, è la costruzione in legno più grande al mondo). Pervaso dalla fame atavica che colpisce i maschi italici dopo un paio d'ore di astinenza da cibo (ed il sottoscritto in particolare), provo a cercare qualcosa da mangiare, ma tutto quel che si trova all'interno sono oggetti riguardanti il Toda-ji, altri tempi di Nara o tutto il Giappone. Ogni cosa a beneficio dei turisti, il 90% dei quali sono giapponesi. Prima che il locale venga invaso dal contenuto di un pullman delle dimensioni dell'Arkadia che si era appena fermato nel vicino parcheggio, esco e mi metto a sedere su una panchina.

E lì, accanto, magia delle magie, una macchina venditrice. Una delle decine di migliaia di cui è pervaso il paese, e che in quel momento non trovavo, probabilmente nascoste per farmi patire ancora più fame. Invece, eccola. Piccola, strana, diversa dalla altre, contiene solo un tipo di cibo, degli strani biscotti rotondi, ed una sola scritta.

しか の たべもの

Ma io ho fame, importassai dei tuoi ideogrammi. Eccoti i maledetti 100 yen, dammi i biscotti.

E mentre mi sto godendo questo frugale pasto, ecco che i turisti giapponesi venuti da Tokyo, o Fukuoka, o l'Hokkaido, per quel che ne so, allo scopo di vedere Nara esattamente come farebbero milanesi e siciliani con Firenze (almeno fino a che i lungarni reggono...), escono dal negozio colmi di souvenir appena acquistati, mi guardano e scoppiano, letteralmente, a ridere. Tutti nessuno escluso. E mi stanno praticamente dando del bischero. ばかがいじん. Una parte che, a me, è sempre riuscita benissimo, non solo in Giappone.

Rifletti marce, ce la puoi fare. E' hiragana.

たべもの = cibo

しかの たべもの = cibo per daini.

.

Mi sto pappando il mangime dei quadrupedi.

Ok, va bene. La mia figura a bischero l'ho fatta. Diamo i biscotti ai legittimi, poi mi metterò a cercare un posto che venda mangiare vero.

In quel momento passa uno dei quadrupedi, e gli allungo un biscottino. E lui, o lei, non sono stato a sottilizzare, si fionda e, delicatamente, lo addenta. Avevo paura si mangiasse anche la mano che lo stava sfamando. Invece no. Era un bravo daino, ormai avvezzo al sistema, che azzannava solo l'estremità scoperta, non quella tenuta dal bipede dotato di pollici opponibili.

Solo che un altro daino, a distanza, vede la scena. Cibo. Gratis. E si fionda, a velocità warp, verso lo stolto umano che offre nutrimento senza niente in cambio se non una carezza sulla testa pezzata. E poi un altro. Ed un altro. Escono dalle fottute pareti! Mi trovo circondato, senza neanche accorgermene, da una mandria di daini. Belli, carini quanto lo si voglia, ma fottutamente insistenti. Vogliono il loro cibo, il loro たべもの. Ma perchè non ve ne tornate a casa vostra, cioè nel bosco, a pascolare e procurarvelo per conto vostro? Ve ne approfittate perchè sapete che non ho il porto d'armi come il mi'babbo.

Scappo, perchè ho finito i biscottini. E non ho voglia di spendere altre monetine da 100 yen per questi fannulloni pezzati. Peccato che sono anche dei deficienti, e non capiscono che non ho più niente, perciò vengo inseguito da tutta la mandria desiderosa di altro mangime, neanche stessi suonando un piffero magico. E dietro di me, un'altra mandria, i giapponesi del torpedone gigante, cominciano a ridere a crepapelle della scenetta offerta dallo stupido イタリア. E, per rendere la cosa più umiliante, a ridere si aggiungono anche i gestori del negozio di souvenir.

E' stato il momento in cui ho odiato il Giappone con tutte le mie forze. Almeno, fino a che non ho compreso l'assurdità della situazione, e ci ho riso anche io.




Kyoto, Luglio 1999.

Descrivere i templi di Kyoto in due righe è come voler parlare dei monumenti di Firenze in 10 minuti: futile ed impossibile. Sono qualcosa di così meraviglioso che si finisce nello scadere nel mieloso. Quando ci si trova di fronte all'incredibile bellezza del Kinkaku-ji, dopo aver percorso una leggera salita, si rimane così estasiati che qualsiasi parola non rende giustizia. E' stupendo. Punto. Stai lì, lo guardi e ti assale una pace interiore che non hai provato, e mai proverai, per il resto della tua esistenza. Mi manca. Mi manca così tanto, quella meravigliosa pagoda dorata.

Ma non sono i monumenti il punto focale di questo racconto.

Alla faccia della mia mania del risparmio, arrivato a Kyoto in tardissima serata, provo ad andare in uno degli alberghi nei pressi della stazione. Per una volta niente ostello, come l'anno scorso (sono stato in Giappone due mesi: Luglio '98 e '99). E' tardi, è lontano... entriamo e facciamo quel che fanno i turisti con me: vorrei una camera. Quanto costa?

Ebbene, non costava tanto. La banconista, di cui ricordo il bellissimo e soave sorriso, mi propone, per una sola notte, due possibilità: la camera in stile occidentale e quella in stile giapponese.

Neanche a pensarci: quella giappa. Voglio il futon, la cosa migliore inventata da voi nipponici dopo i robottoni e MarioBros. Sborsai subito gli yen necessari e mi profusi in un inchino neanche fossi stato al cospetto dell'Imperatore. Ovviamente, gli detti anche la brochure dell'albergo dove lavoravo. Due chiacchiere con questa collega, e salii in camera.

Le camere in stile giapponese sono, brutalmente, così:

il pavimento.

basta.

Minimalismo totalitario.

Lo adoro da matti.

Buttai giù il megazaino e lo aprii per prendere il cambio di biancheria intima; quindi, scendere a lavarmi. Il bagno, in Giappone, è pubblico anche in albergo: prima ci si lava ben bene per eliminare ogni particella di sporco, ci si sciacqua per togliere il sapone, e poi ci si immerge nella mega vasca, accanto ad altri clienti dell'albergo, la cui acqua è alla temperatura di un forno Siemens in piena attività. Feci anche due chiacchiere, con questi altri clienti (ovviamente ero nel bagno maschile, quindi eravamo tra rudi omaccioni) che, come fanno tutti i giappi, si meravigliarono di trovare un italiano lì, e della mia capacità con la loro lingua (sono gentili all'inverosimile: lo sanno che sono un cane, ma diranno sempre じょずですね. Grazie per questa piccola bugia. Vi adoro).

Ma torniamo una attimo indietro. Sono ancora in camera. Prima di fare il bagno, ho bisogno del wc. Una stanzetta grande quanto quella delle barbie, ma è tutta per me.

Faccio scorrere la porta ed entro. Ci si sta appena. Da un lato, lavandino e specchio. Dall'altro, il wc.

La famiglia dove soggiornavo, durante la settimana, mi aveva avvertito che, in Giappone, avrei potuto trovare wc particolarmente tecnologici. Loro, per la propria magione, avevano preferito una cosa semplice, ma questa roba, mi dicevano, va alla grande qui.

Ora ce l'avevo davanti.

La sedia del capitano Kirk; solo, con la buca.

Mi siedo un momento: controlli a destra e sinistra.

Mancherebbe solo una cloche con un bottone per fare fuoco. Potrei stare qui ore a giocarci, urlando “Capo rosso a rosso3, ho un nemico in coda!”.

Torno in camera e, dallo zaino, ne estraggo un libro: kanji.

Tengo a precisare che non l'ho mai comprato: era un regalo di una ragazza cinese, compagna del corso di lingua. Gli spiegai che non era necessario, ma lei insistette. Qualcosa, sicuramente, gli regalai anche io.

Ora avevo il libro tra le mani. Ok, torno al wc.

Per prima cosa, lo uso per quello che è: un wc.

La carta igienica c'è, ok. Fino a qui, tutto bene. Ma lo diceva pure il tipo che cadeva. A quel punto, essendo questo il Giappone e mancando, come ovunque fuori dalla penisola, il bidet, vediamo come utilizzare i mega comandi.

Apro il libro e comincio a decifrare. Mi sembra di essere Howard Carter dentro la tomba di Tutankhamon.

Quando penso di aver capito, comincio a digitare sui comandi. A quel punto sento un “bzzzz” piuttosto inquietante, dopo di che caccio un urlo che deve avermi sentito anche la banconista giù al piano terra.

Un getto di acqua bollente mi aveva colpito proprio agli zebedei. Avevo sbagliato sia la temperatura che la direzione del getto.

Mi ritrovo spiaccicato contro la porta scorrevole del bagnetto, mentre l'acqua forma un arco che va a finire proprio sullo specchio del lavandino, di fronte al wc. Quando alla fine smette, il bagno è completamente allagato, ed io sono bagnato fradicio. E, sul volto, un'espressione di puro terrore.

Mai più.




DA QUI

Firenze, un paio di mesi fa.

Al bancone, la Caterina. Bionda proca... vabbè, più o meno. E' brava, ci sa fare. Ha solo il difetto di agitarsi come uno gnu quando sente la carica del leone. Ed il leone, nel suo mondo di terrore, è sempre all'attacco.

Io nel retro, ufficio prenotazioni. Ormai, sono fisso in castigo.

Betty, detta scendiluce, cameriera nigeriana. Chiamata anche Bob Marley, perchè racchiude il suo cesto di capelli ricci in un berrettino multicolore. 2 giorni fa venne a trovarci extra lavoro, nel marsupio la piccola: un pezzetto di fondente purissimo. Mi guardava con due pupille dello stesso colore, e la boccona aperta come mostravano le mie quando gli facevo i versetti a deficiente che solo gli adulti possono fare. Così bella che, se non sapessi che mi beccherei una manata in pieno viso, vorrei correre dalla Sara a proporle di farne un'altra, per vedere altri due occhioni che mi guardano in quel modo così magico, come solo le bambine di pochi mesi sono capaci di esprimere.

Quel giorno comunque era in turno, su ai piani, a pulire le camere.

E chiama al bancone, da una di queste camere.

La Cate risponde, e lei esordisce con queste incredibili parole:

-Manda su facchino qui sedere rotto-

..

-Co...come hai detto, Betty?-

-Tu manda su facchino qui sedere rotto-

Voi capirete che una dichiarazione del genere NON è proprio quel che uno si aspetta di sentirsi riferire da una cameriera.

La Betty insiste. Anche piccata, come ogni volta che gli si chiede di ripetere quel che sta dicendo, perchè il suo italiano, malgrado sia qui da anni, è tutt'ora così stentato che a confronto il mio giapponese è madre lingua. Ed a lei, questa cosa, indispettisce alquanto (a tutte le cameriere indispettisce alquanto il sentirsi dire “Cosa? Non ho capito”; e vale anche per le madrelingua italiane).

La Cate non capisce, ma poi ha l'illuminazione:

-Betty.... mi stai dicendo che è rotta la seggetta del water?-

-SII QUI SEDERE ROTTO, TU CHIAMA FACCHINO LUI SALE SU RIPARA CIAO- e riattacca.


Non credo ci sia altro da dire. Anzi, si, perchè sentendo la Cate ridere come una matta, sono andato al bancone a farmi riferire questo evento ilare. Provate ad immaginarvi due portieri ed un facchino dietro al banco, a ridere senza riuscire a smettere. E invitano il facchino a salire su a riparare il sedere rotto, e lui che, ridendo, controbatte “si, prendo il set da cucito e ci penso io”.


La Betty, se la 'un ci fosse, bisognerebbe inventalla.



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