venerdì 20 gennaio 2017



Sabato scorso

Il padre: alto. Ma non alto così, per dire: alto che se lo vede Fuksas gli tocca riprogettare tutti i solai. Con un giaccone color kaki da cui deve aver tolto le insegne della Home Guard. E con un sorriso che hanno solo i turisti in vacanza. Specialmente gli inglesi come lui, quelli che “la brexit è un’enorme ca**ata”.

Il figlio: l’espressione annoiata di chi è lì solo di passaggio, ed ha ben altre cose da fare, anche se paura e delirio stanno di casa a Las Vegas.

Delle cose importanti si occupa il padre.

Il check-in

La colazione

Il wifi

E dove si trova lo stadio, perché vanno a vedere la partita.

Il figlio ritrova l’interesse, ed appare, magicamente, al bancone.

E lì il portiere, dopo avergli spiegato che alla stazione c’è l’autobus apposta per lo stadio, si lascia andare all’umorismo, allo scherzo, alla battuta: domani giochiamo contro “the one it cannot be named”. Colei che non deve essere nominata. Con l’aria solenne di chi sta per prendere le armi contro un mare d’affanni e, contrastandoli, porre loro fine. Più o meno. Ma se la ride come stesse guardandosi un episodio di Rowan Atkinson.

Il figlio volge lo sguardo. Scuote la testa. Ripete, sarcastico, quel che ho appena detto.

Non ci vuole molto a capire il motivo per cui lui è qui.

Gli porgo la chiave con un deciso, profondo, imperituro “Forza Viola”. Il padre, ormai, ride senza freni inibitori.

Domenica scorsa.

Ho il 15-23.

Non sono un maniaco del calcio. Con il mestiere che faccio, allo stadio non la vado da quasi due decenni. Avendo sposato una che fa il mio stesso lavoro, non c’è mai stato verso di andare a vedere uno spettacolo sportivo dal vivo, neanche la pallacanestro (di cui, peraltro, siamo pure antagonisti, tifando lei per Pistoia. Bei tempi, quando anche Firenze era in A1 ed avevamo J. J. Anderson che batteva Milano con le bombe da 3 all'ultimo secondo). In tv poi, lo sport mi dà le stesse emozioni della visione del monoscopio o di Sanremo, e preferisco decisamente la compagnia di amici od, in subordine, un libro ed il divano.

E tuttavia, questo non impedisce a me e Niccolò, in turno di facchinaggio, di aggiornarci, di tanto in tanto su quel magico strumento inventato da Berners-Lee, sull’andamento dello scontro decisivo.

E, chiaramente, esultare come solo i maschi italici sono capaci di fare quando la propria squadra segna.

Ore 23, poco prima di staccare, loro rientrano.

Il padre, sorridendo, chiede la chiave, che gli pongo con un bel pollice alzato ed un Forza Viola di dimensioni storiche.

Il figlio degna la reception allo stesso modo con cui Trump tratta l’esistenza del mondo che al di fuori di twitter.

E, ci crediate o meno, mi sento in colpa.

Perché sono un portiere d’albergo, e dovrei trattare tutti allo stesso modo. Dare ad ognuno la giusta considerazione. Costui è arrivato dall’Inghilterra per, in fondo, seguire la sua passione. Per inseguire i suoi desideri. Per realizzare un piccolo sogno. S’è comprato una camera d’albergo ed ha contribuito, nel suo piccolo, al mio mutuo.

Ed io lo tratto così.

Non mi sento per niente professionale.

E comunque

Sei te che la prendi male, ciccio. Che ti comporti come noi italiani, che, diceva un tuo illustre concittadino, perdono le guerre come se fossero partite di calcio, e le partite di calcio come se fossero guerre.

Stavolta v'è andata male. Dai, sarà per la prossima.

Ma spero ardentemente di no.

Ps. 2-1

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