domenica 15 luglio 2018

Non ti abitui mai.

A due cose:

La prima: le 8 ore notturne.

Puoi lavorare notturno per mesi, anni, decenni, ma non ti abituerai mai. La notte distrugge, la notte massacra, la notte ti schianta il fisico e la mente come poche cose.

Ok, ve lo concedo: rispetto ad altri, numerosi, lavori notturni, noi portieri abbiamo un vantaggio: siamo al chiuso.

Un ambiente tranquillo, sigillato all'esterno (a meno che qualcuno non suoni il campanello, ovviamente) ma, di per sè, comodo. Rilassante, perchè parliamo di una hall alberghiera, fatta per calmare la clientela. Al caldo del riscaldamento in inverno e al fresco dell'aria condizionata in estate.

E però, non ti abitui mai. Patirai sempre l'inversione del tempo. Il tuo personale, privato, esclusivo fuso orario. Che va benissimo se hai appena effettuato un volo intercontinentale e ti appresti a visitare un mondo esotico pieno di curiose tipe con le gambe storte e gli occhi a mandorla e meravigliosi templi dorati, ma non serve a niente quando devi accompagnare la figlia piccola a scuola al mattino presto e poi alzarti per le 13.30 perchè la grande rientra a casa. E con la stessa fame di un branco di lupi siberiani.

Ma soprattutto, se c'è una cosa a cui non ti abituerai mai,

sono le stranezze della clientela. E non solo.


 

1. Il prenotante nottetempo: entro in turno alle 23 del giorno x. Eseguo il mio lavoro, stampo tutto lo stampabile contribuendo alla devastazione di immense foreste tanto che mi aspetterei l'arrivo del cicciobomba coi capelli arancioni a dirmi "bravo, così si fa!". Chiudo la giornata, passo al nuovo giorno e, alle 2 di notte circa, mi suonano il campanello.

Apro l'ingresso a due tipi che assomigliano in tutto e per tutto a un bolso presidente turco. E mi esordiscono, in un inglese patetico e stentato, che hanno una prenotazione per quella notte.

Panico. Per quanti anni uno lavori in albergo, questo sentimento aleggia perenne, in un portiere, diurno o nottunro che sia. Il timore di aver lasciato una camera in vendita malgrado il completo, c'è sempre. E si tratterebbe di scusarsi profondamente per il disguido, cercargli una sistemazione e prendersi infamie in una lingua sconosciuta fino alla 7^ generazione.

Ma come mi mostrano la prenotazione sul loro cellulare, dal costo approssimativo di uno stipendio da ministro dell'interno, noto che la data di arrivo è x+1.

Questi due pirla hanno prenotato per il giorno dopo.

Com'è ovvio quando si ha a che fare con questo tipo di persone, se ne vengono fuori che siamo già a x+1 (saranno state le 3 di notte) e quindi dovevo procurargli subito una camera. Immanentemente.

In certi casi, essere privi della mano sinistra al fine di installarvi una motosega, potrebbe essere particolarmente utile. A parte dover poi ripulire la hall dal sangue e pezzi di membra umane.

Con calma e pazienza, provo a spiegargli che quella attuale è la notte tra il giorno x e il giorno x+1, mentre loro hanno prenotato una camera per la notte DOPO, tra x+1 e x+2, e che questa sarebbe stata disponibile dopo il check-out dei clienti attualmente a dormire. Il che significa dopo mezzogiorno.

Imprecano con il patetico inglese che mischiano nella loro lingua, ma hanno capito benissimo. Provano a inistere, ma li rimbalzo perchè siamo pieni.

Benchè la prenotazione sia non rimborsabile (e, anche se non lo fosse, sarebbe comunque in penale) c'è sempre la possibilità di una cancellazione gratuita, purchè avvenga entro un'ora. Per permettere, a chi sbaglia, di rimediare. Gliela faccio cancellare. Se ne vanno senza un grazie.

La settimana dopo mi capita la stessa cosa. Stavolta si presenta un nero rasta alto quanto Shaquille O'Neal e che esordisce in perfetto accento british. Quando gli faccio notare il problema si colpisce la fronte con la mano, una botta che a me avrebbe procurato una commozione celebrale. Si scusa dell'errore e che è stato profondamente stupido ma preso dal panico dal non trovare dove dormire a causa di un forte ritardo nel volo. Aiuto anche lui a cancellare senza penale, e dato che si era mostrato gentile e comprensivo, mi sono sbattutto un pò chiamando un albergo nelle vicinanze. Perchè, casualmente, Fabrizio mi aveva chiamato due ore prima informandomi che gli si era liberata una camera. Lo richiamo: l'aveva ancora.

Il sentirsi "Thank you, boy" come direbbero solo nella city, ripaga davvero tanto. Tantissimo. Anche se poi, nello stringermi la mano, mi ha devastato il metacarpo.


 

2. A questa stessa ora entrano due ragazzone americane con una quantità di abbigliamento appena al di sopra della soglia di attenzione da parte della buoncostume e le risate sguaiate di chi ha appena ingerito la produzione annuale di alcool di tutto il comprensorio di Montalcino.

-Oh, ecco il nostro uomo-

-No, sono solo il portiere-

-Ma sei tu quello che può aiutarci, vero?-

-Dipende dalla richiesta. Ma tenete conto che sono sposato, sono al lavoro e sono vecchio-

-Ahahah, che simpatico. Ma noi vogliamo qualcosa di buono-

-Tutti vogliono qualcosa di buono alle 2 del mattino-

Una di loro appoggia i gomiti sul bancone, posizione particolarmente dannosa al mio cuore, benchè mi sforzi di osservarla negli occhi. Maledettamente azzurri.

-Doe cappuccinisss!- (detto proprio così. Tutto il resto, ricordatelo, lo sto traducendo)

-Questo si può fare-

A cui segue un doppio "Yeah!", e i palmi delle loro mani che sbattono tra loro.

-Seguitemi al bar-

-Adoro il cappuccino, oggi ne ho bevuto uno buonissimo-

-A che ora?-

-Oh, saranno state l'una... dopo la pizza più buona del mondo (giuro, riporto tradotto così come lo ha detto). Voi italiani bevete sempre il cappuccino, vero?-

-A qualsiasi ora giorno e della notte!- (perchè distruggere i sogni della gente?)

Usare una macchina del caffè è la cosa più facile e piacevole del mondo. Davvero, è banale e stupendo al tempo stesso. Andrebbe messo come ora di studio a scuola, se non sei capace la bocciatura non basta: ti dovrebbero confinare in Kamchatka. A Novembre. In bermuda. E' una delle più belle e profonde. Mi piace, davvero, sganciare il portafiltro, sbatterlo a testa in giù nella cassettiera per svuotarlo, appoggiarlo nella macina dosatrice e tirare la levetta per farci scendere la polvere. E poi, mentre quel buonissimo e meraviglioso liquido bollente scende nella tazzina, montare il latte. Con entrambi i rumori assieme a mischiarsi nel timpano uditivo, il caffè che cola e il latte che cresce. Fischi, sbuffi, piccoli crepitii, tutti assieme appassionatamente a comporre il concerto di un rito sacro, macchina geniale creata da un popolo che sarebbe meraviglioso, se soltanto riscoprisse il piacere di gustarsi queste piccole gioie della vita, invece di avvelenarsi l'animo con le sciocchezze e le banalità tipo "E allora il PD?"

Ma ho un problema.

Afferro il bricco del latte, che noto presente sopra il banco del frigo e non dentro. Apro il coperchio.

Vengo assalito dall'ondata fetida di un caseificio accanto a una discarica.

Dentro, non posso fare a meno di buttarci l'occhio, pezzi di roba bianca che galleggiano.

Le ragazzone americane continuano a parlare tra loro, neanche cerco di ascoltarle con perniciosa curiosità, come mio solito. Sto maledicendo quelli delle colazioni che lasciano le cose con questa sciatteria.

Svuoto il bricco e lo ficco nel lavandino, inondandolo d'acqua. Sotto al banco del bar ne afferro uno pulito. Apro il frigo, speranzoso.

Aimè, è presente un solo cartone. Ed è latte di soia.

Ora, io sono felice che esista il latte di soia. Per i poverini che non riescono a digerire il latte animale, è importante avere un alimento che il loro corpo possa assorbire. E' assolutamente giusto. Ma per noi che il latte possiamo digerirlo, questa roba è imbevibile. Almeno, io non lo sopporto.

Ma nel frigo del bar ho solo questo. Confido tutto nelle loro papille gustative rintronate dall'alcool. Verso il latte voltato di spalle alle ragazze, in modo che non leggano il cartone, infilo il bricco nel vaporizzatore, giro la manopola e monto. Per quel che monta 'sta roba. Verso nelle tazze. Passo alle ragazze.

E al primo sorso, se ne escono fuori così:

-Mmmmhhhhh.... è così buono! Il miglior cappuccino di sempre! (dice proprio così: best cappuccino ever)

-Veramente?-

-Si, mai bevuto uno così buono-

-Delizioso. Ah, adoro l'Italia!-

E dopo avermi detto il numero di camera affinchè potessi addebitare, salgono su serene e felici.

 

3. Quasi (sottolineo il quesi) mi convinco che abbia ragione il padrone assoluto del governo italico:

Gli stranieri sono un problema.

Sono le 6.30.

Manca poco, pochissimo, al ritorno a casa. All'ingresso dentro le lenzuola di casa, al riposo mattutino, alla dormita giornaliera. Ma il portiere di notte è troppo instupidito dalla stanchezza, per riuscire a contare il tempo che manca all'arrivo della collega in turno di mattina. Va avanti per inerzia. Riscrivere le consegne. Stampare le prenotazioni. Inserirle sul gestionale. Si lavora in confusione, senza un filo logico, una continuità.

Entra questo tizio.

Alto due metri, secco allampanato, dall'età approssimativa di un paio di secoli. Che se gli chiedessi di parlarmi di moti di piazza e rivolte di popolo, non mi parlerebbe del '68, ma del 1848.

Gli piazzo il mio buongiorno, a cui non reagisce in alcun modo. Si guarda attorno, poi afferra una matita posata sul bancone. Pongo altre domande, da cui arriva un ostinato mutismo. Improvvisamente prende i fogli con le partenze del giorno e -orrore!- comincia a scriverci sopra! Cerco di riprendermele e costui inizia a urlarmi addosso.

In TEDESCO!

-Ok, va bene! Vuoi scrivere? Dai prendi questo e scrivi qui!- Gli mollo la lista delle partenze del giorno prima, quella di verifica e controllo, mentre mi riprendo, a forza, le altre, preziosissime. E il matto -perchè ormai tale ho compreso essere- inizia a scribacchiare roba a me sconosciuta in caratteri Fraktur, e continuando a parlare nel suo idioma roba tipo -Merkel und Adenauer! Kartoffen! Panzerschreck! Mannschaft!-

-Sisi, vabbene tutto, quel che ti pare, basta che scrivi il tuo compitino e ti levi 3 passi dai.... tutti io, i matti, li devo trovare. C'avete la calamita, che vi atttira qui dentro? Oh, bravo, ecco finito (gli faccio l'applauso e afferro il foglio), la mi figliola piccola scrive molto meglio di te. Ora che hai fatto, quella è la porta. Schnell!-

Schnell lo capisce. Urla ancora più forte. La tranvia al curvone di piazza Dalmazia è silenziosissima, a confronto. getta la matita sul bancone e se ne va, seguitando a sbraitare.

Solo ora mi accorgo che era arrivata l'Aida, delle colazioni. Che ha assitito a tutta la scena senza scomporsi. Come se non la riguardasse neanche. Sangue freddo balcanico che mi aiuterebbe. Perchè sono madido di sudore e sto tremando come una foglia sull'albero. In autunno.

-Ma che voleva?-

-Rompere il .....- mentre, gomma alla mano, cancello le assurdità teutoniche. Scripta volant, altrochè.

-Tutti da te arrivano-

-Si, ma ora li rimandiamo da Frau Angela e poi chiudiamo il Brennero-
 
E ride. Almeno lei riesce a prenderla con serenità.

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