sabato 21 febbraio 2026

Questo fine settimana c'è il derby col Pisa, quindi mi sembrava giusto riproporre questa storia che scrissi qualche anno fa.

Uno dei miei argomenti preferiti è storia della mia regione, che studio con passione dopo aver ascoltato le lezioni del Magister Barbero e aver letto una serie di volumi scoperti per caso in biblioteca, dove passavo ore durante la cassa integrazione dovuta al malefico virus che tenne chiuse molte attività, anche quelle alberghiere.

Innanzitutto, citerò le fonti di questa bellissima storia: Giovanni Villani, mercante e cronista fiorentino, nato nel 1280 e morto nel 1348, è autore della Nova Cronica, dove descrive con dovizia di particolari, moltissimi fatti ed eventi sulla città. In verità non è particolarmente attendibile e tralascia spesso notizie quando si tratta di eventi infausti per Firenze. La battaglia di Montaperti, che vide la sconfitta dei guelfi fiorentini a opera dei ghibellini senesi, è molto diversa dalla versione senese, il libro di Montaperti. Tuttavia, è estremamente interessante e piacevole., si può trovare gratuitamente in rete e scaricabile come pdf.

L’altro volume importante invece è Storia di Firenze, di Robert Davidsohn, uno storico tedesco nato nel 1853 e morto a Firenze nel 1937. Questo grande studioso, che si stabilì nella città di cui si era innamorato, consultò a fondo documenti storici creando un’opera significativa e corposa presente nelle biblioteche fiorentine. Tuttavia, non posso non citare uno splendido volume che trae spunto dai lavori di questi autori come di molti altri: Nascita della Toscana, storia e storie della Marca di Tuscia, di Sergio Salvi, giornalista contemporaneo. La descrizione di queste storie è ben riassunta nel suo bellissimo libro.

Ordunque, se vi recate al Battistero di San Giovanni, sul lato di fronte al Duomo, noterete due colonne in porfido marroni, che davanti alla copertura in marmo risaltano come macchie di sugo su una tovaglia. Si tratta delle colonne delle Baleari.

Siamo nel 1113. La Tuscia è amministrata dalla contessa Matilde di Canossa, donna forte e indomita. Le piccole cittadine toscane guerreggiavano tra loro per contendersi castelli di confine e influenze territoriali, oltre a dividersi tra sostenitori dell’Imperatore e seguaci del Papato. Ma in quell’anno Pasquale II indice una crociata.

Non si tratta però di una missione in Terrasanta, come le precedenti spedizioni -a quel tempo ancora chiamati “pellegrinaggi armati”- Stavolta l’obbiettivo è liberare le isole Baleari dai pirati saraceni che da alcuni anni avevano creato una Taifa -un regno islamico- e da cui partivano per saccheggiare le coste di tutto il Mediterraneo occidentale. La designazione da parte del Papa era fondamentale perché chi vi prendeva parte era esentato dal pagamento di qualsiasi debito. In caso di morte in battaglia, i debiti erano condonati, con buona pace dei creditori. Ma in caso di vittoria si poteva fare bottino e quindi impossessarsi di ingenti ricchezze. Si sapeva bene che i pagani saraceni -così erano definiti- avevano razziato molto, su tutte le coste. E poi chi partecipava alla spedizione aveva garantito il condono dei peccati e la salvezza dell’anima.

Incaricati di preparare la parte navale della missione è ovviamente Pisa, che quindi allestisce una flotta. Qui entra in gioco il Villani. Dato che l’esercito pisano sarebbe stato impegnato in questa missione, la città sarebbe rimasta sguarnita; perciò, i pisani stabilirono un trattato con Firenze: la città del Giglio si sarebbe impegnata a fornire un contingente di guarnigione per tutta la durata della missione in cambio di una parte del bottino -a quei tempi funzionava così: si stabiliva la divisione delle ricchezze vinte, poi si partita in guerra. Vendevano la pelle dell’orso prima di averla ottenuta-. Il giorno stabilito per la partenza quindi, i fiorentini arrivano a Pisa e iniziano subito a installare un campo militare fuori dalle mura. I pisani gli dicono che possono entrare in città, così da ripararsi dalle intemperie all’interno di edifici in muratura, ma i fiorentini non vogliono che i pisani li accusino di attentare alle virtù delle donne rimaste sole in città. I comandanti fiorentini stabiliscono quindi che nessuno dei propri uomini deve varcare l’ingresso. Tuttavia, un fiorentino entra. I suoi concittadini lo catturano e lo condannano alla pena capitale. I pisani intercedono verso di lui: non ha sedotto nessuna donna pisana, era solo entrato a comprare della merce, ma i comandanti fiorentini sono inflessibili: ha violato le regole e deve pagarne la colpa. A quel punto i pisani si oppongono: non vogliono che sangue fiorentino sia sparso sula loro terra, per loro sarebbe un disonore. Ma i fiorentini trovano un escamotage: vanno da un contadino pisano, gli comprano il campo, dichiarano che quel pezzo di terreno è adesso Firenze, tirano su il palco e impiccano il poveraccio.

Come ho detto all’inizio, dobbiamo sempre prendere con le molle le cronache del Villani, che tende a descrivere i fatti infiorettandoli. Oltretutto li scrive già due secoli dopo che sono avvenuti. Ma che sia vero o meno, ci dice moltissimo sul modo di pensare degli uomini del periodo e il loro profondo senso dell’onore.

Ma torniamo alla spedizione: il lavoro del Davidsohn, grande amante di Firenze, ci rivela che dai documenti da lui scoperti sia Firenze che altre città toscane parteciparono attivamente alla spedizione. In particolare, Firenze fornì gli alberi maestri delle navi tagliati in Mugello, fatti scorrere lungo la Sieve prima e lungo l’Arno poi. L’Elba fornì il ferro, le altre città pece e stoffa per le vele. La flotta doveva contare più di 500 navi, tra galere da combattimento e bastimenti da trasporto. Ma il Davidsohn ci dice che, oltre al materiale, le città toscane fornirono anche i loro reparti da combattimento: una vera Force de Frappe toscana. Non solo, alcune imbarcazioni fecero sosta in Sardegna e Corsica per imbarcare ulteriori soldati.

Purtroppo, la navigazione dell’epoca non era così semplice come sarebbe diventato nei secoli successivi, quando sarebbero nate le caravelle con grandi velature e un più attento sfruttamento del vento: a quei tempi si navigava ancora come nell’antichità di greci e fenici: a forza di braccia sui remi. Queste piccole e fragili imbarcazioni erano soggette alla furia degli elementi e infatti una serie di tempeste spingono le navi verso la Catalogna.

Possiamo immaginare la sorpresa dei catalani nel vedersi arrivare una flotta di navi stracolma di uomini armati fino ai denti; oltretutto, a quei tempi, vigeva lo Ius Naufragii, per cui una nave che faceva naufragio su una costa diventava proprietà del signore di quella terra: nave, carico ed equipaggio, che poteva essere schiavizzato. Tuttavia, la presenza della bandiera vaticana, oltre a un cardinale incaricato direttamente dal Papa, spinse il Conte di Barcellona a trovare un accordo per partecipare anch’egli alla spedizione. Quindi dovranno rifare tutti gli accordi di spartizione del bottino -peraltro si aggregheranno anche i franchi dell’Occitania-

Chi non vi parteciperà più saranno invece i guerrieri lucchesi, che litigano con i pisani per il guaio causato, a loro dire, dalla loro imperizia nella navigazione. Ma mi piace pensare che siano stati i pisani a mollarli a terra costringendoli a una lunga marcia per tornare a casa. Proprio non si sopportavano, a quei tempi.

Un anno dopo, riparate le navi danneggiate e aggregatisi anche una flotta catalana, la spedizione riparte e sbarca finalmente nelle isole, conquistando subito Ibiza e, dopo alcuni mesi di assedio, Maiorca. Il bottino fu immenso, la notizia si diffuse in tutto il mondo cristiano, Pasquale II ed Enrico V si congratularono pubblicamente, tutte le città toscane -a parte Lucca- festeggiarono per molti giorni, soprattutto al rientro dei propri contingenti due anni dopo la partenza, nel 1115. I pistoiesi millantarono che il primo a scalare le mura fosse stato un loro condottiero, Grandonio de’ Ghislieri, la cui mazza ferrata adornerebbe tutt’ora il palazzo comunale della città.

Al momento della spartizione del bottino, a Firenze sarebbero toccate due colonne in porfido, considerate preziose perché portatrici di buona ventura e augurio; i fiorentini intendevano mettere a lato dell’ingresso del Battistero, di modo che chiunque fosse passato avrebbe confessato eventuali malefatte. Tanta era la superstizione del tempo. Ma a questa superstizione ci credevano anche i pisani che non volevano dare questo vantaggio a Firenze, così pensarono bene di accendere un grande falò e affumicare le colonne in modo da togliergli ogni “potere”. Poi, trasportate su chiatte risalenti l‘Arno, le colonne arrivarono e i fiorentini le posero proprio davanti al Battistero, che in quel periodo doveva essere ancora in costruzione e non ancora rivestito di marmo.

Non è una storia bellissima? Come direbbe Stanis La Rochelle: «I toscani hanno devastato questo paese.»



Nessun commento:

Posta un commento