Questo fine settimana c'è il derby col Pisa, quindi mi sembrava giusto riproporre questa storia che scrissi qualche anno fa.
Uno dei miei argomenti preferiti è storia della mia regione, che studio con passione dopo aver ascoltato le lezioni del Magister Barbero e aver letto una serie di volumi scoperti per caso in biblioteca, dove passavo ore durante la cassa integrazione dovuta al malefico virus che tenne chiuse molte attività, anche quelle alberghiere.
Innanzitutto, citerò le fonti
di questa bellissima storia: Giovanni Villani, mercante e cronista fiorentino,
nato nel 1280 e morto nel 1348, è autore della Nova Cronica, dove
descrive con dovizia di particolari, moltissimi fatti ed eventi sulla città. In
verità non è particolarmente attendibile e tralascia spesso notizie quando si
tratta di eventi infausti per Firenze. La battaglia di Montaperti, che vide la
sconfitta dei guelfi fiorentini a opera dei ghibellini senesi, è molto diversa
dalla versione senese, il libro di Montaperti. Tuttavia, è estremamente
interessante e piacevole., si può trovare gratuitamente in rete e scaricabile
come pdf.
L’altro volume importante
invece è Storia di Firenze, di Robert Davidsohn, uno storico tedesco
nato nel 1853 e morto a Firenze nel 1937. Questo grande studioso, che si
stabilì nella città di cui si era innamorato, consultò a fondo documenti
storici creando un’opera significativa e corposa presente nelle biblioteche
fiorentine. Tuttavia, non posso non citare uno splendido volume che trae spunto
dai lavori di questi autori come di molti altri: Nascita della Toscana,
storia e storie della Marca di Tuscia, di Sergio Salvi, giornalista contemporaneo.
La descrizione di queste storie è ben riassunta nel suo bellissimo libro.
Ordunque, se vi recate al
Battistero di San Giovanni, sul lato di fronte al Duomo, noterete due colonne
in porfido marroni, che davanti alla copertura in marmo risaltano come macchie
di sugo su una tovaglia. Si tratta delle colonne delle Baleari.
Siamo nel 1113. La Tuscia è
amministrata dalla contessa Matilde di Canossa, donna forte e indomita. Le
piccole cittadine toscane guerreggiavano tra loro per contendersi castelli di
confine e influenze territoriali, oltre a dividersi tra sostenitori
dell’Imperatore e seguaci del Papato. Ma in quell’anno Pasquale II indice una
crociata.
Non si tratta però di una
missione in Terrasanta, come le precedenti spedizioni -a quel tempo ancora
chiamati “pellegrinaggi armati”- Stavolta l’obbiettivo è liberare le isole
Baleari dai pirati saraceni che da alcuni anni avevano creato una Taifa
-un regno islamico- e da cui partivano per saccheggiare le coste di tutto il
Mediterraneo occidentale. La designazione da parte del Papa era fondamentale
perché chi vi prendeva parte era esentato dal pagamento di qualsiasi debito. In
caso di morte in battaglia, i debiti erano condonati, con buona pace dei
creditori. Ma in caso di vittoria si poteva fare bottino e quindi impossessarsi
di ingenti ricchezze. Si sapeva bene che i pagani saraceni -così erano
definiti- avevano razziato molto, su tutte le coste. E poi chi partecipava alla
spedizione aveva garantito il condono dei peccati e la salvezza dell’anima.
Incaricati di preparare la
parte navale della missione è ovviamente Pisa, che quindi allestisce una
flotta. Qui entra in gioco il Villani. Dato che l’esercito pisano sarebbe stato
impegnato in questa missione, la città sarebbe rimasta sguarnita; perciò, i
pisani stabilirono un trattato con Firenze: la città del Giglio si sarebbe
impegnata a fornire un contingente di guarnigione per tutta la durata della
missione in cambio di una parte del bottino -a quei tempi funzionava così: si
stabiliva la divisione delle ricchezze vinte, poi si partita in guerra.
Vendevano la pelle dell’orso prima di averla ottenuta-. Il giorno stabilito per
la partenza quindi, i fiorentini arrivano a Pisa e iniziano subito a installare
un campo militare fuori dalle mura. I pisani gli dicono che possono entrare in
città, così da ripararsi dalle intemperie all’interno di edifici in muratura,
ma i fiorentini non vogliono che i pisani li accusino di attentare alle virtù
delle donne rimaste sole in città. I comandanti fiorentini stabiliscono quindi
che nessuno dei propri uomini deve varcare l’ingresso. Tuttavia, un fiorentino
entra. I suoi concittadini lo catturano e lo condannano alla pena capitale. I
pisani intercedono verso di lui: non ha sedotto nessuna donna pisana, era solo
entrato a comprare della merce, ma i comandanti fiorentini sono inflessibili:
ha violato le regole e deve pagarne la colpa. A quel punto i pisani si
oppongono: non vogliono che sangue fiorentino sia sparso sula loro terra, per
loro sarebbe un disonore. Ma i fiorentini trovano un escamotage: vanno
da un contadino pisano, gli comprano il campo, dichiarano che quel pezzo di
terreno è adesso Firenze, tirano su il palco e impiccano il poveraccio.
Come ho detto all’inizio,
dobbiamo sempre prendere con le molle le cronache del Villani, che tende a
descrivere i fatti infiorettandoli. Oltretutto li scrive già due secoli dopo
che sono avvenuti. Ma che sia vero o meno, ci dice moltissimo sul modo di
pensare degli uomini del periodo e il loro profondo senso dell’onore.
Ma torniamo alla spedizione:
il lavoro del Davidsohn, grande amante di Firenze, ci rivela che dai documenti
da lui scoperti sia Firenze che altre città toscane parteciparono attivamente
alla spedizione. In particolare, Firenze fornì gli alberi maestri delle navi tagliati
in Mugello, fatti scorrere lungo la Sieve prima e lungo l’Arno poi. L’Elba
fornì il ferro, le altre città pece e stoffa per le vele. La flotta doveva
contare più di 500 navi, tra galere da combattimento e bastimenti da trasporto.
Ma il Davidsohn ci dice che, oltre al materiale, le città toscane fornirono
anche i loro reparti da combattimento: una vera Force de Frappe toscana.
Non solo, alcune imbarcazioni fecero sosta in Sardegna e Corsica per imbarcare
ulteriori soldati.
Purtroppo, la navigazione dell’epoca
non era così semplice come sarebbe diventato nei secoli successivi, quando
sarebbero nate le caravelle con grandi velature e un più attento sfruttamento
del vento: a quei tempi si navigava ancora come nell’antichità di greci e
fenici: a forza di braccia sui remi. Queste piccole e fragili imbarcazioni
erano soggette alla furia degli elementi e infatti una serie di tempeste
spingono le navi verso la Catalogna.
Possiamo immaginare la
sorpresa dei catalani nel vedersi arrivare una flotta di navi stracolma di
uomini armati fino ai denti; oltretutto, a quei tempi, vigeva lo Ius
Naufragii, per cui una nave che faceva naufragio su una costa diventava
proprietà del signore di quella terra: nave, carico ed equipaggio, che poteva
essere schiavizzato. Tuttavia, la presenza della bandiera vaticana, oltre a un
cardinale incaricato direttamente dal Papa, spinse il Conte di Barcellona a
trovare un accordo per partecipare anch’egli alla spedizione. Quindi dovranno
rifare tutti gli accordi di spartizione del bottino -peraltro si aggregheranno
anche i franchi dell’Occitania-
Chi non vi parteciperà più
saranno invece i guerrieri lucchesi, che litigano con i pisani per il guaio
causato, a loro dire, dalla loro imperizia nella navigazione. Ma mi piace
pensare che siano stati i pisani a mollarli a terra costringendoli a una lunga
marcia per tornare a casa. Proprio non si sopportavano, a quei tempi.
Un anno dopo, riparate le navi
danneggiate e aggregatisi anche una flotta catalana, la spedizione riparte e
sbarca finalmente nelle isole, conquistando subito Ibiza e, dopo alcuni mesi di
assedio, Maiorca. Il bottino fu immenso, la notizia si diffuse in tutto il
mondo cristiano, Pasquale II ed Enrico V si congratularono pubblicamente, tutte
le città toscane -a parte Lucca- festeggiarono per molti giorni, soprattutto al
rientro dei propri contingenti due anni dopo la partenza, nel 1115. I pistoiesi
millantarono che il primo a scalare le mura fosse stato un loro condottiero,
Grandonio de’ Ghislieri, la cui mazza ferrata adornerebbe tutt’ora il palazzo
comunale della città.
Al momento della spartizione
del bottino, a Firenze sarebbero toccate due colonne in porfido, considerate
preziose perché portatrici di buona ventura e augurio; i fiorentini intendevano
mettere a lato dell’ingresso del Battistero, di modo che chiunque fosse passato
avrebbe confessato eventuali malefatte. Tanta era la superstizione del tempo.
Ma a questa superstizione ci credevano anche i pisani che non volevano dare
questo vantaggio a Firenze, così pensarono bene di accendere un grande falò e
affumicare le colonne in modo da togliergli ogni “potere”. Poi, trasportate su
chiatte risalenti l‘Arno, le colonne arrivarono e i fiorentini le posero
proprio davanti al Battistero, che in quel periodo doveva essere ancora in costruzione
e non ancora rivestito di marmo.
Non è una storia bellissima?
Come direbbe Stanis La Rochelle: «I toscani hanno devastato questo paese.»

