Un’altra piccola vicenda su cui, sono sicuro, qualche critica mi verrà mossa. Ne accetto le conseguenze, ma è un altro piccolo caso che può succedere in questo lavoro. O forse no, talmente è stata strana la vicenda.
Sono le
3, rientra in albergo un tipo di una trentina d’anni, educato e sorridente, che
mostra anche la tessera della camera per provare che è effettivamente
alloggiato qui -non tutti lo fanno e devo chiedere di mostrarla ricevendo
espressioni scocciate- e sale su. Ma non passano cinque minuti che mi chiama
dalla stanza:
«Buonasera.
Avete il servizio notturno, vero?»
«Certo,
24 ore su 24. Abbiamo: lasagne, selezione di formaggi e salumi, toast…»
«Avete
anche il salmone?»
«Certo
signore. Salmone affumicato con burro, limone e pane toscano.» (non gli dico
che il pane toscano è senza sale per colpa dei pisani che nel medioevo chiusero
lo stretto di Hormuz della regione, cioè il loro porto, costringendo gli altri
toscani a farlo così; non credo comprenderebbe.)
«Bene, mi
porti una porzione di quello. Quanto tempo ci vuole?»
«Dieci-quindici
minuti.»
«Benissimo,
aspetto.»
Riattacco,
chiamo il collega venuto giù dai monti -non quelli del Tirolo come in una
vecchia canzoncina pubblicitaria, ma dai Carpazi- e mi avvio verso la cucina
per preparare il vassoio. Il suddito di Vlad Tepes arriva a impiattare i
prodotti mentre io stilo il cedolino che gli farà firmare per l’addebito. Lui
prende il tutto e sale verso la camera a portare l’alimento al cliente. Torno
al bancone.
Sennonché,
dopo neanche un paio di minuti, il collega della nazione balcanica mi chiama
col cellulare:
«Marcellino,
asculta, io davanti porta e bussa ma questo no apre.»
A quel
punto gli dico di aspettare che lo chiamo io, perciò afferro l’altro telefono
del bancone e compongo il numero della camera.
Solo che
non risponde.
Io
insisto diverse volte, ma niente.
Ovviamente
non posso lasciare che il collega rimanga lì impalato davanti a una porta che
non si apre perciò, tra le sue imprecazioni bucarestiane, gli dico di tornare
giù. Lui va in cucina e mette le cibarie in frigo.
A quel
punto ci domandiamo perché non risponda. Mi viene da pensare che si sia messo
sotto la doccia e, con molta calma, chiami per dirci quando vuole il mangiare
richiesto. E invece niente.
«Magari
lui addormentato.»
«Ma hai
bussato alla porta e io ho chiamato sul telefono. Come poteva non sentire?»
Mi viene
il profondo timore che si sia sentito male. Un malore forte e improvviso che lo
ha colto in pochi secondi, tanto da non riuscire neanche ad andare al telefono
e chiamare per chiedere soccorso. E se stesse rantolando sul pavimento della
camera?
Di fronte
a questa tremenda possibilità, bisognerebbe entrare in camera col pass. Però
una forte remora, se invece stesse benissimo? Un’intrusione non la prenderebbe
certo bene, ma se stesse davvero male? Magari avremmo ancora la possibilità di
salvargli la vita. Come comportarsi? Ecco, e qui mi si potrebbe muovere la
critica, io e il collega ne abbiamo parlato e deciso di ignorare, di lasciar
perdere.
Ho
passato il resto della nottata col dubbio, a scervellarmi, a temere veramente
il peggio.
Al cambio
turno ho riferito ai colleghi, i quali hanno concordato che era meglio non
disturbare perché magari si era veramente addormentato. Ma comunque un certo
timore m’è rimasto.
Com’è
andata a finire? Che per fortuna non gli era successo niente. La mattina si è
presentato alle colazioni come se niente fosse. Nessuno dei colleghi, né a quel
reparto né al mio del ricevimento, gli ha accennato la cosa. Hanno solo
addebitato il costo del pasto non consumato sulla camera, perché comunque era
stato preparato dietro sua richiesta. Non solo ma è partito, due notti dopo,
proprio con me, alle 3 del mattino. Pagando camera, tassa di soggiorno e il
pasto non consumato con una carta di credito così lucente che devono averne
solo una percentuale ristretta di persone, in questo quadrante stellare.
Io non
gli ho chiesto niente, mi sono limitato a dirgli quanto doveva pagare. Ma non
ci credo che si sia addormentato, e comunque, anche fosse, avrebbe sentito bene
sia il bussare che il telefono. Secondo me lui ha cambiato idea, non voleva più
mangiare ma si vergognava a cancellare la comanda, perciò ha fatto come certi
animali quando sentono un pericolo: si fingono morti.
Perciò,
alla fine, m’è rimasto il dispiacere per lo spreco di cibo.
Me lo
avesse detto, ce lo saremmo mangiato io e il collega, quel salmone.












