sabato 11 aprile 2026

Nel tre stelle in cui ho lavorato per venti anni mi capitava di fare turni nell’ufficio, in luogo di quelli al bancone. Dovevo stare al computer a stampare le prenotazioni, rispondere alle mail, fare offerte, queste cose qui.

Sopra la postazione campeggiavano -anzi, campeggiano tuttora- una serie di quadri, tra cui una riproduzione di un dipinto presente agli Uffizi e rappresentante uno dei personaggi più nefasti che abbiano mai circolato per questa città: il prete ferrarese che conquistò cuori e menti di alcuni fiorentini. Quello del “ricordati che devi morire”. Il Savonarola.

L’ufficio è aperto, non ci sono porte che isolano i dipendenti dalla clientela. Uscita dalla sala colazioni, una cliente si affaccia -alla gente piace curiosare- nota il quadro e accenna a un buongiorno.

Mi volto. La signora è un’americana sulla sessantina, il trucco di un’attrice hollywoodiana, occhialini alla Lennon e il tipico abbigliamento del turista made in Usa: pantaloncini e calzettoni a metà caviglia. Il marito, che se ne rimane un po' in disparte, ha il medesimo abbigliamento ma porta una barba che potrebbe essere uno degli ZZ Top.

«Mi scusi se la disturbo. Posso farle una domanda?»

«Sono qui apposta, mi dica pure.»

Sorride mostrando apprezzamento per la disponibilità del dipendente della struttura ove soggiorna. Indica il quadro.

«Chi era quell’uomo?»

«Ah, lui! Un prete, vissuto cinque secoli fa. Predicava la penitenza e i patimenti di questa vita. Aveva molti seguaci, quel tipo di persone che vanno in processione fustigandosi. Gli altri abitanti li chiamavano “piagnoni” (che tradussi come “crying people”). Si chiamava Savonarola.»

«Oooohhhh. Qui a Firenze?»

«Si, proprio qui. Immagini un gruppo di tipi che gira per la città, si colpisce la schiena con la frusta e grida “Perdono, Nostro Signore! Perdono!”»

«Oh, si, me li vedo! Molto cattolico!»

«Proprio così. Però a un certo punto noi fiorentini ci stufammo di questa follia, così lo condannammo e lo bruciammo in Piazza della Signoria.»

Il sorriso sparisce e l’espressione della signora si fa quasi tetra, anche perché mimo il gesto delle fiamme con tanto di suono onomatopeico. Mi verrebbe anche da fare la battuta “Ha svampato signò!” ma lei non la capirebbe.

Il marito invece sta ridendo e si trattiene anche parecchio. Ma la moglie è seria. Dopo un attimo di silenzio allunga la testa e, con un certo timore, chiede:

«Ma oggi, queste cose, voi italiani non le fate più, vero?»

Avrei dovuto avere la prontezza di spirito di dirle che il rogo è ancora previsto nel codice penale italiano, e invece le ho detto che a quei tempi le persone erano molto diverse da oggi, tant’è che il personaggio è qui ricordato con una piazza e il museo di San Marco, che gli consiglio di visitare. Ringraziano per la breve lezione di storia -nel mio piccolo sono un magister anch’io- e uscirono per la loro visita di Firenze.

Non ricordo se poi ci andarono o meno al museo di San Marco ma quell’espressione quasi terrorizzata mi rimase impressa. Però mi diverto troppo a raccontare della mia città ai turisti. Bisogna impari come si dice “i priori fanno carne” in inglese.

venerdì 3 aprile 2026

Che io mi debba trovare, a due passi da casa, questo troiaio, proprio non mi va. Ma proprio per nulla.

Quel che mi dà veramente fastidio, di questa gentaglia, è che si vanta anche della propria fede. Nel Cristianesimo. La religione più universalista che ci sia perché siamo tutti uguali, davanti a Nostro Signore. E questi invece si sentono tanto ganzi a fare gli italiani. A Firenze poi.

Prima gli italiani? Bravi, fatelo. Ma il Giudizio di Dio verrà anche per voi e saranno cazzi vostri.

Mi sembra doveroso esprimere il mio dissenso. Capovolgendo la foto e con una dedica leggermente modificata rispetto all’originale:

«"Io piovvi di esercito,

poco tempo è, in questa gola fiera.
Verbo bestial mi piacque e non merito,
sì come general ch'i' fui; son Vannacci
e la Lega mi ha ben sortito"»

(Inf. XXIV, 122-126)

Ps. Non sono credente ma ho dovuto studiare il Vangelo perché ai miei tempi l’ora di religione era obbligatoria. Questi sono cristiani come io sono cardassiano. E a me quest’ipocrisia fa davvero schifo. Almeno tornassero al paganesimo.





giovedì 26 marzo 2026

Mica tutti i giovani sono ganzi e intelligenti da dire “No”. Qualcuno va per il ”si”. A qualsiasi cosa.

Poco dopo mezzanotte rientra in albergo una coppia molto giovane, poco più che ventenni. Lui è italiano, leggera barbetta a incorniciare il viso, vestito elegante, piede ingessato e stampelle che manovra con la stessa agilità di Sinner con la racchetta. Lei non è italiana, capelli rossi ricci che ricadono sulle spalle, scollo che arriva all’ombelico e l’aria annoiata della vita che Giacomino Leopardi scansati proprio.

Il ragazzo si ferma al bancone provocando l’irritazione della ragazza, che era già lanciata verso l’ascensore e le tocca -le difficoltà dell’esistenza- tornare indietro a sentire una conversazione che non comprende perché non parla italiano. Il giovane mi chiede se è possibile fare colazione in camera.  Io afferro uno dei biglietti su cui è stampata tale richiesta con le spunte da mettere su ciò che si .desidera: caffè, cappuccino, affettati, succhi, yogurt… tutto il cucuzzaro. In realtà tali biglietti sono già presenti, in camera, ma è una delle tante cose che i clienti neanche considerano e poi chiedono a noi della portineria.

«Una volta compilato il biglietto va lasciato appeso fuori dal pomello della porta d’ingresso alla camera, poi ci pensiamo noi del personale. Si ricordi che è un supplemento al costo totale della camera» Gli spiego.

«Senta, non me lo può compilare lei?»

«Cosa desidera? Il caffè, immagino.»

«Certo, il caffè. Metta anche questo. E questo. Segni un po' tutto. Cara, tu che vuoi?» Chiede alla ragazza con l’ultima frase in inglese.

«Quel ca**o che ti pare, a me va bene lo stesso.» Risponde lei agitando la mano in aria e lanciando uno sbuffo di noia (ovviamente, in inglese ha detto la parolaccia “f**k”)

Lui ridacchia e se ne esce così: «Senta, metta un po' quel che cavolo le pare, basta che ci sia roba da mangiare. Io non posso andare in sala colazioni, vede che sono “handicappato”?»

«… ma è sicuro? E se c’è qualcosa che non le piace?»

«No, non si preoccupi, segni, segni pure quel che le pare.»

«…Se va bene a lei. Per che ora la volete?»

«Mezzogiorno.»

«…Ehr…la colazione finisce alle 10.30.»

Bisbiglia un qualcosa che somiglia a «Che due …» poi riferisce l’orario alla ragazza, ormai sull’orlo della disperazione della vita e che spara un WTF che non saprei se ricondurre a Oxford o Harvard. Come immaginavo, vogliono la loro colazione all’ultimo momento disponibile: le 10.30.

Se ne salgono su in camera, io segno, addebito e lascio il bigliettino nelle stampe per i colleghi delle colazioni.

Qualche notte dopo vado a fare un controllo di pura curiosità: hanno pagato tutto. Ma non mi stupirei se avessero fatto storie che “quella cosa non la volevamo, non l’abbiamo mangiata”.

Paolo ha sempre avuto ragione quando lanciava, ai clienti, il suo monito: servitevi da soli.

domenica 22 marzo 2026

Un attimo che arrivo alla traduzione della foto, prima una breve premessa.

Quando ero recluso nel tre stelle presso la stazione avevo creato un modulo, da consegnare ai clienti, affinché segnalassero come si erano trovati. C’erano anche le faccine: quella sorridente, quella “media” e quella triste. Nella parte inferiore c’era quella destinata ai commenti. Molti di questi, io e la mia collega Mrs We Are The Champions, li abbiamo tenuti perché belli oppure divertenti o entrambe le cose.

Il commento nel riquadro recita: Camera molto molto carina. Esperienza straordinaria. Per citare Arnold “Torneremo”.

Arnold ovviamente si riferisce a Schwarzenegger e alla celebre battuta “I’ll be back” (tornerò) che pronuncia quando interpreta Terminator. Fa sempre piacere, a noi portieri, quando dei clienti si trovano così bene e ci mettono queste citazioni cinefile. Spero proprio che siano tornati.

Magari non nello stesso modo che usa Terminator!



sabato 14 marzo 2026

Nel posto dove vivo ci sono un totale di 20 zampe.

Non mi riferisco solo a quelle umane: ci sono ben 12 pestifere zampette che portano con sé la pessima idea di pesticciare pavimenti umidi dopo la doccia -e poi darsi all’entusiastica esplorazione di una casa che dovrebbero già conoscere- o preziosi organi genitali se ho la malaugurata idea di volermi stendere sul letto con regolamentare copertina d’ordinanza. Arrivano in branco pretendendo carezze su musi che diventano incarogniti se non procedo con la mano arrivando a mordicchiare come facevano i loro lontani parenti, le tigri dai denti a sciabola. Per evitare questa tortura devo fare come Steve McQueen: darmi alla fuga. Non possedendo una motocicletta di teutonica produzione, devo utilizzare le mie due zampe personali. E cercare la mia tranquillità.

Esiste un luogo, su questo pianeta classe M, che mi vede tranquillo e felice. Si tratta di uno di quei posti magici dove, già qualche miglio prima di arrivarci, ti fa sorridere al solo pensiero, proprio come potrebbero fare due bambine in procinto di salire, a Pére-Lachaise e cambio a Nation, sulla metro in direzione Disneyland. Un posto colmo di tesssori che non si mettono al dito ma hanno la capacità di farmi sentire lieto e invisibile al resto delle unità carbonio. Tanti tavoli ben illuminati con elettricità derivata da elemento ormai divenuto raro a causa di bombaroli arancioni impuniti -e sempre più caro malgrado abbiano tolto le accise perché una promessa è una promessa- e soprattutto scaffali stracolmi di un bene preziosissimo poco utilizzato in una penisola che ha dato tanti magnifici scrittori ma i cui nipotini hanno profonde difficoltà col congiuntivo.

Libri.

Uno dei piaceri maggiori è la biblioteca delle Oblate, luogo tra i più belli di questa città fiera ma ormai svenduta al turismo facile -e ci lavoro io, coi turisti- ma anche poco frequentato dagli stranieri che preferiscono il selfie con le ragazze del buon caro Alessandro Filipepi. A Firenze siamo così, sempre desiderosi di svendersi, una volta erano i Papi, oggi americani in fuga dalle prepotenze della loro polizia politica di ghiaccio.

Ma non sempre mi è possibile andare alle Oblate, con i suoi soffitti a cassettone cinquecenteschi e quella sensazione di Rinascimento, guerre contro gli spagnoli, pene capitali a monaci ferraresi pazzi. Devo ripiegare per un paio d’ore pomeridiane verso la biblioteca vicino casa. Già luogo frequentato in tenera età grazie alle premure di madrehhh orgogliosa di un figlio vorace lettore benché ai tempi preferissi i fumetti dei Galli che rifiutavano de magna a’carbonara, nun ve meritate gniente, dico bene centuriò?

Ma tale luogo vede anche la presenza di una bibliotecaria particolare. Si chiama Flo.

Ora, io non so capacitarmi del perché, ma Flo mi ha preso in simpatia. Parecchia. Mi capita di trovarla stesa nel giardino fuori dalla biblioteca che si gode il sole primaverile in completa nudità, è una tipa un po' scostumata ma anche una di quelle che non si depilano, apparendo più pelosa di un Wookiee. Di solito però la trovo sulla sua sedia personale che se la dorme. Perché è una bibliotecaria che dorme sul posto di lavoro, se volete rinverdire il vecchio adagio degli statali che fanno sonnellini in ufficio, mostrategli Flo.

Io entro in sala lettura, lei ronfa sognando canarini gialli chiusi in una gabbietta. Mi siedo e poso lo zaino, come fanno tutti, sul pavimento accanto al tavolo. È in quel momento che Flo si sveglia. Capta la mia presenza, la percepisce, mi sente dall’odore -e sono uno che si doccia e si profuma ogni giorno- si alza sulla seda, si stiracchia, sbadiglia a bocca aperta, scende e si avvicina al mio zaino.

Mi capita spesso di andare lì con il mio computer, in modo da digitare furiosamente storie sul mio lavoro d’albergo a beneficio di questo blog o romanzi che forse vedranno un giorno l’autopubblicazione e la loro presenza su scaffali di parenti e amici cari. In questo caso prendo uno zaino grande e capiente atto all’uopo. Ma a volte vado lì solo per leggere, e quindi mi basta lo zainetto piccolo con solo un portamonete e un bicchiere -le biblioteche fiorentine hanno il magico fontanello- che Flo non gradisce. Di solito annusa e, sdegnatamente, torna sulla sua sedia o fugge nuovamente nel giardino. Ma lo zaino grande sì. Nella biblioteca ci sono diversi studenti -di cui potrei essere padre e, tra poco, pure qualcosa in più- tutti con zaino posato sul pavimento. Flo non li considera neanche. Vuole, esige, pretende il mio. E si posa lì per continuare il sonnellino pomeridiano.

Ora, io le chiedo: perché Flo? Perché proprio io? Che poi, quando arriva il momento del rientro a casa, mi tocca pure svegliarti, spostarti e dopo te ne stai lì immusita, come se fosse un tuo diritto utilizzare il mio zaino finché ti aggrada.

Ma soprattutto: com’è possibile che sia proprio io, che considero voi gatti meno utili del ministero degli esteri italiano, a essere irrimediabilmente attratto dai felini? Non poteva essere la stessa cosa per le femmine bipedi?

Da domani cambio squadra, che il Viola è molto sbiadito, per passare alla gloria biancorossa. Perché i gatti vanno trattati come a Vicenza: in padella con le olive.





venerdì 6 marzo 2026

Gli indiani sono tremendi! Questa loro mania di risparmiare, il terrore di perdere preziose monetine! Ma rilassati, sei in vacanza, in un albergo tra i più prestigiosi con un costo della camera che è il doppio del mio mutuo mensile! Cosa ti cambierà qualche euro in più?

C’è questa camera familiare, quattro persone, che partono la mattina presto per andare in gita. Devono essere a villa Costanza, luogo di arrivo del tram ma anche di partenza dei bus che vanno in tour nel Chianti.

Alle cinque scende il “capofamiglia” -in un mondo influenzato dal patriarcato, siamo ancora lì- che chiede se, invece del taxi, non è meglio andarci con il “treno”, lo chiama così, per risparmiare. Pazientemente, gli devo spiegare che dovrebbero farsela a piedi fino alla stazione (siamo quasi a Santa Croce) e poi farsi il percorso col tram che non è proprio un fulmine. Comodissimo, ma anche lento. A quel punto che siete in taxi, arrivate fino al punto di partenza del bus, no? Non sembra convinto, ma lo accetta. Risale in camera.

Dopo poco mi telefona:

«Ho una domanda» (i buongiorno si sprecano)

«Mi chieda pure»

«Noi abbiamo chiesto due cestini colazione»

«Certo, sono già pronti. Li potete prendere quando partite per il tour. O se volete mangiare adesso, li faccio portare in camera»

«Ma cosa c’è dentro?»

«Una bottiglietta d’acqua, fette biscottate, marmellate e nutella, un succo di frutta, un muffin e uno yogurt»

«E quanto vengono?»

«…non ho capito… mi sta chiedendo quanto costano?»

«Si, certo»

«…ma… niente. Voi avete un tour molto presto e quindi non potete fare colazione in sala. Questo è un servizio che l’albergo offre per i clienti che hanno queste esigenze»

«…oh, bene… senta, noi siamo in quattro, possiamo avere altri due cestini?»

«Vedo che posso fare perché queste cose vanno richieste al personale delle colazioni quando è in servizio. Se trovo qualcosa glieli preparo io»

«Grazie»

In sostanza, costui pensava che i cestini colazione fossero a pagamento e quindi ne aveva ordinati solo due. Per risparmiare. Io, se sono in vacanza, non sto a preoccuparmi più di tanto e se mi serve un servizio lo pago. Immagino che valga per tutti così, no?

Filo al bar e recupero due yogurt, due muffin e due bottigliette d’acqua. Poco dopo l’allegra famigliola indiana scende. Genitori e due ragazzine dolcissime, i bambini sono belli sempre, si rovinano nel crescere. O forse mi fanno simpatia perché anche io ho due figlie.

«Buongiorno. Ho trovato qualcosa, ecco i cestini»

Ringraziano e si mettono a mangiare nella hall in attesa del taxi che li porterà al punto di partenza del tour. Ovviamente sporcando di briciole.

Il mio collega notturno, fiero rappresentante dei cavalieri di re Vlad III, alla vista dello sporco ha lanciato maledizioni tali che il tour li porterà in un castello della Transilvania dove saranno vampirizzati.

venerdì 27 febbraio 2026

Ecco questa è capitata, ne sono certo, a tutti i miei colleghi che lavorano in portineria alberghiera.

Sono lì che archivio pratiche, verso le due di notte, quando sul pc entrano una serie di prenotazioni e relative cancellazioni.

Un continuo, senza sosta, una dietro l’altra. Almeno una ventina, nel giro di poco meno di un’ora. Prenotazione e cancellazione. E così via.

Ne apro qualcuna, giusto per curiosità: il nominativo è lo stesso, sempre quello. Cambiano alcune date, ma di pochi giorni, e la tipologia di camera, ma non sempre.

Penso che sia un BOT, cioè un programma che testa la rapidità con cui il gestionale gestisce in tempo reale l’ingresso di prenotazioni, modifiche e cancellazioni, con la camera che sparisce dalla disponibilità e poi torna nuovamente disponibile sulle varie piattaforme di prenotazione. Probabilmente il motivo è quello. Chiaramente non stampo tutto, mi limito alla pagina della cancellazione, evidenziando il numero e scrivendo solo “subito cxl”, perché poi il foglio lo lascerò per i colleghi dell’ufficio, quando entreranno in servizio la mattina. Sono comunque una ventina fogli ma vanno stampati.

Tuttavia, mi piace pensare che, dall’altro capo del mondo, ci sia una coppia che decide di mettersi a prenotare l’albergo fiorentino dove soggiorneranno nella loro vacanza italica. E io ci vedo la persona al computer che prenota mentre accanto ha il compagno/a che gli dice, con un taccuino in mano: «Prenota questa. No, aspetta, cancella! Meglio questi giorni. Ma che camera hai prenotato? No, questa no, cancella. Facciamo quest’altra. E se fosse meglio quella precedente, come rapporto qualità-prezzo? Cancella e riprenota questa. No, meglio quest’altra.»

E la persona che prenota che alla fine sbotta: «Non ce la faccio più!»

In dialetto torinese, ovviamente.