venerdì 1 maggio 2026

Esempi di richieste fatte da persone che non sono clienti ma entrano nell’albergo dove noi svolgiamo la nostra umile mansione di portineria:

«Dov’è il bagno?»

«Voglio una piantina della città, voi negli alberghi l’avete sempre. Ah, e mi dica dove ci troviamo.»

«Devo parlare col signor Smith.» (Ovviamente il signor Smith non è alloggiato da noi.)

«Mi faccia usare il computer, devo leggere la mia mail.»

«Devo stampare la mia prenotazione per gli Uffizi.» (Malgrado l’esistenza dei cellulari e la possibilità di usare questi per la mappa, mail e prenotazioni, ci sono ancora molte persone che hanno necessità di portarsi dietro il cartaceo.)

«Ao’, che sé po' ave’ un caffè? Sennò m’addormo!»

«Ho una prenotazione ma non ricordo il nome dell’albergo, mi aiuti.»

«Ci possiamo sedere nella hall? Siamo stanchi. Ah, ci dia anche il codice wifi e la password.»

«Posso parcheggiare qui davanti?» (lo spazio davanti ha le strisce gialle ed è riservato all’albergo.)

«Voi avete sicuramente un bar, ci dia due birre.»

«Ma è vero che qui a Firenze c’è un ponte con le case sopra?» (giuro!)

«Dov’è il ristorante?» (la via è letteralmente pieno di ristoranti.)

«Dov’è la torre di Pisa?»

«Il tabaccaio è chiuso, lei non vende sigarette/quotidiani/biglietti dell’autobus?»

Nessuno di questi che dicano un buongiorno è un per favore. Alla nostra richiesta negativa perché certi servizi sono riservati ai clienti dell’albergo o semplicemente perché siamo già occupati con altre persone, questa gente esce dall’albergo arrabbiata che “non abbiamo voglia di lavorare”)

sabato 25 aprile 2026

Come tutti i 24 Aprile durante il quale sono in turno pomeridiano, al check-in di clienti stranieri ricordo loro che "domani è quasi tutto chiuso perchè il 25 è festa nazionale".

A parte alcuni casi di clienti che conoscono e amano così tanto l'Italia da conoscerne la nostra storia -e a volte venire qui proprio per quelle ricorrenze- la maggioranza lo ignora. E quindi, se me lo chiedono, gli dico il motivo della festa:

«Il 25 Aprile del 1945 gli italiani decisero che il partito fascista doveva finire, quindi i partigiani scesero dalle montagne e liberarono l'Italia.»

«E Mussolini?»

«Fucilato.»

«Quindi non ci sono più fascisti?»

«Qualcuno c'è ancora, ma non possiamo sparargli. Almeno, non ancora.»

Il cliente ride della battuta. Gli consegno la chiave e lui sale in camera.

Poi ci rifletto sopra.

Ho Immaginato a me stesso, con un fucile in braccio, che spara ad altre persone. E mi sono reso di una cosa: non ci riuscirei. Non potrei proprio sparare a un altro essere umano. Non che tante altre persone non ne siano capaci, anzi; noi italiani ci siamo ammazzati più che volentieri per tante ragioni: sequestri e attentati politici, bombe, regolamenti di conti, femminicidi, motivi futilissimi come una precedenza non rispettata o lite condominiale. Però la maggioranza non ce la farebbe, ne sono assolutamente convinto. Perchè non siamo cresciuti con una mentalità guerresca, abbiamo abbandonato nel '45 l'idea del "libretto e moschetto" e smesso di fare le parate paramilitari, dandoci la libertà di scegliere.

Ecco, la trovo una cosa bellissima.

Viva il 25 Aprile.

domenica 19 aprile 2026

Lisbeth Salander.

Dire che ci somigliava era un eufemismo. A parte la nazionalità -non era svedese- praticamente uguale in tutto e per tutto. Piercing su naso e sopracciglio, tatuaggi colorati che spuntano sul collo, stessa capigliatura nera corta spettinata, stesso corpo scheletrico.

Stesso sguardo incacchiato abbestia.

Mi guarda duramente modello: “uomo di mer*a, mi fai schifo tu e la tua razza, sei fortunato che tra noi c'è questo bancone, o ti avrei già praticato un dolorosissimo tatuaggio sulla pancia”.

L'unica espressione che mi viene, è la classica italiota da “com'è umana lei!”

Uno ci prova anche a sorridere, ma di solito a questi clienti l'incacchiatura aumenta esponenzialmente. Sguardo supplichevole e speriamo non si metta ad urlare. Procedo col check-in, che non faccio a tempo ad iniziare che subito mi chiede il codice del wifi. Mentre sta per salire in camera, le chiedo se vuole una piantina della città:

«Non me ne frega un ca**o!» (I don’t fu**ing care!)

E fila su per le scale, di una camera singola che sta al quinto piano, mentre io resto lì come una statua del museo Tussaud.

Stava diverse notti, non ricordo quante perchè fu alcuni anni fa. 24 ore su 24 fissa in camera. Cartellino “non disturbare” perennemente attaccato alla maniglia, off limits per tutto il tempo del soggiorno. Non so quanto avesse di roba da mangiare dentro la borsa (l'unico bagaglio), ma presumo poco. La si vedeva uscire solo la sera, e rientrava con una pizza in cartone dopo neanche un quarto d'ora. Il giorno, alle 14, chiamavamo in camera per chiederle se volesse che la cameriera la pulisse, od almeno asciugamani puliti. Risposta:

«Non me ne frega un ca**o!» (come sopra)

Dizionario Oxford, edizione “parole essenziali”

Alla partenza, la camera richiese un'ora di pulizia a fondo. Per i cartoni della pizza (con dentro i resti, in procinto di evolversi a vita superiore) sparsi sul pavimento, e le condizioni in generale, roba che si faceva prima con un lanciafiamme. Tutta la mia solidarietà alle cameriere, colleghe che, spesso e malvolentieri, vedono cose raccapriccianti. Altro che Cronache del Bancone, potrebbero aprire un blog solo sulle camere dopo il passaggio di certa clientela. E non oso immaginare in che condizioni appaiono certe camere quando, invece delle Salander, arrivano Raoul Duke ed il Dottor Gonzo.

Al check-out, la ragazza non emise un fiato di fronte ai sorrisi di noi della portineria e le domande di rito “Si è trovata bene? Ha preso qualcosa dal frigobar?”. Si limitò a passare la carta sul pos e uscire dall’albergo senza neanche prendere la ricevuta.

Ah, ho accennato alla pulizia della camera, molto laboriosa, ma il bagno era stato usato pochissimo. La doccia richiese solo una passata veloce perché c’era un velo di polvere.

Certi clienti sono così, l’essenza pura e semplice dell’eccentricità.

sabato 11 aprile 2026

Nel tre stelle in cui ho lavorato per venti anni mi capitava di fare turni nell’ufficio, in luogo di quelli al bancone. Dovevo stare al computer a stampare le prenotazioni, rispondere alle mail, fare offerte, queste cose qui.

Sopra la postazione campeggiavano -anzi, campeggiano tuttora- una serie di quadri, tra cui una riproduzione di un dipinto presente agli Uffizi e rappresentante uno dei personaggi più nefasti che abbiano mai circolato per questa città: il prete ferrarese che conquistò cuori e menti di alcuni fiorentini. Quello del “ricordati che devi morire”. Il Savonarola.

L’ufficio è aperto, non ci sono porte che isolano i dipendenti dalla clientela. Uscita dalla sala colazioni, una cliente si affaccia -alla gente piace curiosare- nota il quadro e accenna a un buongiorno.

Mi volto. La signora è un’americana sulla sessantina, il trucco di un’attrice hollywoodiana, occhialini alla Lennon e il tipico abbigliamento del turista made in Usa: pantaloncini e calzettoni a metà caviglia. Il marito, che se ne rimane un po' in disparte, ha il medesimo abbigliamento ma porta una barba che potrebbe essere uno degli ZZ Top.

«Mi scusi se la disturbo. Posso farle una domanda?»

«Sono qui apposta, mi dica pure.»

Sorride mostrando apprezzamento per la disponibilità del dipendente della struttura ove soggiorna. Indica il quadro.

«Chi era quell’uomo?»

«Ah, lui! Un prete, vissuto cinque secoli fa. Predicava la penitenza e i patimenti di questa vita. Aveva molti seguaci, quel tipo di persone che vanno in processione fustigandosi. Gli altri abitanti li chiamavano “piagnoni” (che tradussi come “crying people”). Si chiamava Savonarola.»

«Oooohhhh. Qui a Firenze?»

«Si, proprio qui. Immagini un gruppo di tipi che gira per la città, si colpisce la schiena con la frusta e grida “Perdono, Nostro Signore! Perdono!”»

«Oh, si, me li vedo! Molto cattolico!»

«Proprio così. Però a un certo punto noi fiorentini ci stufammo di questa follia, così lo condannammo e lo bruciammo in Piazza della Signoria.»

Il sorriso sparisce e l’espressione della signora si fa quasi tetra, anche perché mimo il gesto delle fiamme con tanto di suono onomatopeico. Mi verrebbe anche da fare la battuta “Ha svampato signò!” ma lei non la capirebbe.

Il marito invece sta ridendo e si trattiene anche parecchio. Ma la moglie è seria. Dopo un attimo di silenzio allunga la testa e, con un certo timore, chiede:

«Ma oggi, queste cose, voi italiani non le fate più, vero?»

Avrei dovuto avere la prontezza di spirito di dirle che il rogo è ancora previsto nel codice penale italiano, e invece le ho detto che a quei tempi le persone erano molto diverse da oggi, tant’è che il personaggio è qui ricordato con una piazza e il museo di San Marco, che gli consiglio di visitare. Ringraziano per la breve lezione di storia -nel mio piccolo sono un magister anch’io- e uscirono per la loro visita di Firenze.

Non ricordo se poi ci andarono o meno al museo di San Marco ma quell’espressione quasi terrorizzata mi rimase impressa. Però mi diverto troppo a raccontare della mia città ai turisti. Bisogna impari come si dice “i priori fanno carne” in inglese.

venerdì 3 aprile 2026

Che io mi debba trovare, a due passi da casa, questo troiaio, proprio non mi va. Ma proprio per nulla.

Quel che mi dà veramente fastidio, di questa gentaglia, è che si vanta anche della propria fede. Nel Cristianesimo. La religione più universalista che ci sia perché siamo tutti uguali, davanti a Nostro Signore. E questi invece si sentono tanto ganzi a fare gli italiani. A Firenze poi.

Prima gli italiani? Bravi, fatelo. Ma il Giudizio di Dio verrà anche per voi e saranno cazzi vostri.

Mi sembra doveroso esprimere il mio dissenso. Capovolgendo la foto e con una dedica leggermente modificata rispetto all’originale:

«"Io piovvi di esercito,

poco tempo è, in questa gola fiera.
Verbo bestial mi piacque e non merito,
sì come general ch'i' fui; son Vannacci
e la Lega mi ha ben sortito"»

(Inf. XXIV, 122-126)

Ps. Non sono credente ma ho dovuto studiare il Vangelo perché ai miei tempi l’ora di religione era obbligatoria. Questi sono cristiani come io sono cardassiano. E a me quest’ipocrisia fa davvero schifo. Almeno tornassero al paganesimo.





giovedì 26 marzo 2026

Mica tutti i giovani sono ganzi e intelligenti da dire “No”. Qualcuno va per il ”si”. A qualsiasi cosa.

Poco dopo mezzanotte rientra in albergo una coppia molto giovane, poco più che ventenni. Lui è italiano, leggera barbetta a incorniciare il viso, vestito elegante, piede ingessato e stampelle che manovra con la stessa agilità di Sinner con la racchetta. Lei non è italiana, capelli rossi ricci che ricadono sulle spalle, scollo che arriva all’ombelico e l’aria annoiata della vita che Giacomino Leopardi scansati proprio.

Il ragazzo si ferma al bancone provocando l’irritazione della ragazza, che era già lanciata verso l’ascensore e le tocca -le difficoltà dell’esistenza- tornare indietro a sentire una conversazione che non comprende perché non parla italiano. Il giovane mi chiede se è possibile fare colazione in camera.  Io afferro uno dei biglietti su cui è stampata tale richiesta con le spunte da mettere su ciò che si .desidera: caffè, cappuccino, affettati, succhi, yogurt… tutto il cucuzzaro. In realtà tali biglietti sono già presenti, in camera, ma è una delle tante cose che i clienti neanche considerano e poi chiedono a noi della portineria.

«Una volta compilato il biglietto va lasciato appeso fuori dal pomello della porta d’ingresso alla camera, poi ci pensiamo noi del personale. Si ricordi che è un supplemento al costo totale della camera» Gli spiego.

«Senta, non me lo può compilare lei?»

«Cosa desidera? Il caffè, immagino.»

«Certo, il caffè. Metta anche questo. E questo. Segni un po' tutto. Cara, tu che vuoi?» Chiede alla ragazza con l’ultima frase in inglese.

«Quel ca**o che ti pare, a me va bene lo stesso.» Risponde lei agitando la mano in aria e lanciando uno sbuffo di noia (ovviamente, in inglese ha detto la parolaccia “f**k”)

Lui ridacchia e se ne esce così: «Senta, metta un po' quel che cavolo le pare, basta che ci sia roba da mangiare. Io non posso andare in sala colazioni, vede che sono “handicappato”?»

«… ma è sicuro? E se c’è qualcosa che non le piace?»

«No, non si preoccupi, segni, segni pure quel che le pare.»

«…Se va bene a lei. Per che ora la volete?»

«Mezzogiorno.»

«…Ehr…la colazione finisce alle 10.30.»

Bisbiglia un qualcosa che somiglia a «Che due …» poi riferisce l’orario alla ragazza, ormai sull’orlo della disperazione della vita e che spara un WTF che non saprei se ricondurre a Oxford o Harvard. Come immaginavo, vogliono la loro colazione all’ultimo momento disponibile: le 10.30.

Se ne salgono su in camera, io segno, addebito e lascio il bigliettino nelle stampe per i colleghi delle colazioni.

Qualche notte dopo vado a fare un controllo di pura curiosità: hanno pagato tutto. Ma non mi stupirei se avessero fatto storie che “quella cosa non la volevamo, non l’abbiamo mangiata”.

Paolo ha sempre avuto ragione quando lanciava, ai clienti, il suo monito: servitevi da soli.

domenica 22 marzo 2026

Un attimo che arrivo alla traduzione della foto, prima una breve premessa.

Quando ero recluso nel tre stelle presso la stazione avevo creato un modulo, da consegnare ai clienti, affinché segnalassero come si erano trovati. C’erano anche le faccine: quella sorridente, quella “media” e quella triste. Nella parte inferiore c’era quella destinata ai commenti. Molti di questi, io e la mia collega Mrs We Are The Champions, li abbiamo tenuti perché belli oppure divertenti o entrambe le cose.

Il commento nel riquadro recita: Camera molto molto carina. Esperienza straordinaria. Per citare Arnold “Torneremo”.

Arnold ovviamente si riferisce a Schwarzenegger e alla celebre battuta “I’ll be back” (tornerò) che pronuncia quando interpreta Terminator. Fa sempre piacere, a noi portieri, quando dei clienti si trovano così bene e ci mettono queste citazioni cinefile. Spero proprio che siano tornati.

Magari non nello stesso modo che usa Terminator!