venerdì 3 luglio 2026

Un’altra piccola vicenda su cui, sono sicuro, qualche critica mi verrà mossa. Ne accetto le conseguenze, ma è un altro piccolo caso che può succedere in questo lavoro. O forse no, talmente è stata strana la vicenda.

Sono le 3, rientra in albergo un tipo di una trentina d’anni, educato e sorridente, che mostra anche la tessera della camera per provare che è effettivamente alloggiato qui -non tutti lo fanno e devo chiedere di mostrarla ricevendo espressioni scocciate- e sale su. Ma non passano cinque minuti che mi chiama dalla stanza:

«Buonasera. Avete il servizio notturno, vero?»

«Certo, 24 ore su 24. Abbiamo: lasagne, selezione di formaggi e salumi, toast…»

«Avete anche il salmone?»

«Certo signore. Salmone affumicato con burro, limone e pane toscano.» (non gli dico che il pane toscano è senza sale per colpa dei pisani che nel medioevo chiusero lo stretto di Hormuz della regione, cioè il loro porto, costringendo gli altri toscani a farlo così; non credo comprenderebbe.)

«Bene, mi porti una porzione di quello. Quanto tempo ci vuole?»

«Dieci-quindici minuti.»

«Benissimo, aspetto.»

Riattacco, chiamo il collega venuto giù dai monti -non quelli del Tirolo come in una vecchia canzoncina pubblicitaria, ma dai Carpazi- e mi avvio verso la cucina per preparare il vassoio. Il suddito di Vlad Tepes arriva a impiattare i prodotti mentre io stilo il cedolino che gli farà firmare per l’addebito. Lui prende il tutto e sale verso la camera a portare l’alimento al cliente. Torno al bancone.

Sennonché, dopo neanche un paio di minuti, il collega della nazione balcanica mi chiama col cellulare:

«Marcellino, asculta, io davanti porta e bussa ma questo no apre.»

A quel punto gli dico di aspettare che lo chiamo io, perciò afferro l’altro telefono del bancone e compongo il numero della camera.

Solo che non risponde.

Io insisto diverse volte, ma niente.

Ovviamente non posso lasciare che il collega rimanga lì impalato davanti a una porta che non si apre perciò, tra le sue imprecazioni bucarestiane, gli dico di tornare giù. Lui va in cucina e mette le cibarie in frigo.

A quel punto ci domandiamo perché non risponda. Mi viene da pensare che si sia messo sotto la doccia e, con molta calma, chiami per dirci quando vuole il mangiare richiesto. E invece niente.

«Magari lui addormentato.»

«Ma hai bussato alla porta e io ho chiamato sul telefono. Come poteva non sentire?»

Mi viene il profondo timore che si sia sentito male. Un malore forte e improvviso che lo ha colto in pochi secondi, tanto da non riuscire neanche ad andare al telefono e chiamare per chiedere soccorso. E se stesse rantolando sul pavimento della camera?

Di fronte a questa tremenda possibilità, bisognerebbe entrare in camera col pass. Però una forte remora, se invece stesse benissimo? Un’intrusione non la prenderebbe certo bene, ma se stesse davvero male? Magari avremmo ancora la possibilità di salvargli la vita. Come comportarsi? Ecco, e qui mi si potrebbe muovere la critica, io e il collega ne abbiamo parlato e deciso di ignorare, di lasciar perdere.

Ho passato il resto della nottata col dubbio, a scervellarmi, a temere veramente il peggio.

Al cambio turno ho riferito ai colleghi, i quali hanno concordato che era meglio non disturbare perché magari si era veramente addormentato. Ma comunque un certo timore m’è rimasto.

Com’è andata a finire? Che per fortuna non gli era successo niente. La mattina si è presentato alle colazioni come se niente fosse. Nessuno dei colleghi, né a quel reparto né al mio del ricevimento, gli ha accennato la cosa. Hanno solo addebitato il costo del pasto non consumato sulla camera, perché comunque era stato preparato dietro sua richiesta. Non solo ma è partito, due notti dopo, proprio con me, alle 3 del mattino. Pagando camera, tassa di soggiorno e il pasto non consumato con una carta di credito così lucente che devono averne solo una percentuale ristretta di persone, in questo quadrante stellare.

Io non gli ho chiesto niente, mi sono limitato a dirgli quanto doveva pagare. Ma non ci credo che si sia addormentato, e comunque, anche fosse, avrebbe sentito bene sia il bussare che il telefono. Secondo me lui ha cambiato idea, non voleva più mangiare ma si vergognava a cancellare la comanda, perciò ha fatto come certi animali quando sentono un pericolo: si fingono morti.

Perciò, alla fine, m’è rimasto il dispiacere per lo spreco di cibo.

Me lo avesse detto, ce lo saremmo mangiato io e il collega, quel salmone.

sabato 27 giugno 2026

La cattiveria del mondo, a volte, mi pare che non abbia limiti. Che non vi sia una fine per le cose brutte quando sarebbe molto meglio se la gente, semplicemente, vivesse la propria vita senza farsi avvelenare l’animo da quelle degli altri.

In un turno pomeridiano, arrivano due ragazze giovani -in base ai miei standard ormai il 70% della popolazione femminile mondiale è “giovane”- per il check-in. Mi dicono il nominativo e io cerco la prenotazione. A quel punto una delle ragazze dice:

«Abbiamo chiesto una camera matrimoniale.»

E infatti è proprio così perché sta scritto sulla prenotazione; e tale camera gli avevamo già assegnato, ma mi dà un certo piacere che l’abbia puntualizzato. In un mondo come il nostro, dove l’odio si manifesta ovunque, mi piace pensare che questa precisazione sia arrivata perché ispiro fiducia. Che la mia figura, al primo impatto, faccia dire alla gente “questo qui è un tipo buono e gentile, di cui fidarci.”

«Abbiamo un po' più di camere libere, oggi. Vi ne assegno una con il materasso matrimoniale effettivo.» prendo gomma e matita per modificare il numero di camera sulla lista arrivi «mettiamo sempre un “topper” sui letti doppi, ma abbiamo anche una percentuale di camere con il vero matrimoniale.»

Prendo la chiave e torno a guardarle in faccia: due sorrisi che abbagliano, che esprimono serenità senza il timore di ricevere giudizi sprezzanti. Ricevono la chiave con la stessa espressione compiaciuta di Dirk the Daring quando prende la chiave dal collo del drago e può liberare Daphne. Proseguo nel check-in e gli fornisco le informazioni abituali -orario colazione, check-out, tassa di soggiorno, tutto il cucuzzaro-

Si avviano verso l’ascensore e le osservo con la coda nell’occhio; mentre aspettano che la cabina si palesi per salire al piano dove è ubicata la loro camera, si prendono per mano.

Una di loro volta lo sguardo verso di me, al che distolgo il mio e riprendo il lavoro, ma continuando a tenere un bel sorriso in evidenza. Perché mi piace mostrare bene che io sono migliore di certi nostri concittadini.

Soprattutto se sono ex militari.

sabato 20 giugno 2026

Questa che vi racconto è una domanda che mi è stata posta quando lavoravo di giorno. Ricordo bene questa cliente per la sua reazione.

Abbiamo in casa una signora sui sessanta ma vispa e arzilla che visita furiosamente la città; rientra in albergo e, dopo un bel sorriso da parte di entrambi, si mette a sedere sul divanetto davanti al bancone; come tutti, aggeggia al suo cellulare. Io proseguo col mio lavoro portieristico.

Sennonché, in un raro momento d’assenza di clienti, si alza, viene davanti al bancone e mi mostra lo schermo del telefono:

«Volevo andare a vedere questo spettacolo.»

Appare la pagina che vende i biglietti per il calcio storico fiorentino.

«Si, lo conosco. Si tratta di un gioco tipico della città.»

«Ho visto le immagini della parata, è molto bella.»

«Ah si, quella è magnifica, i figuranti sono tutti in costume dell’epoca, secoli e secoli addietro. Ma il gioco è tutto diverso, sa di cosa si tratta?»

«So che è una partita.»

«Si, è così, ma… vede, non ci sono regole. Si può colpire l’avversario come si vuole.»

La signora, come mi aspettavo, mostra una faccia stranita. Al che apro youtube sul pc, breve ricerca e giro lo schermo verso di lei. Appare quindi uno spezzone di partita dove i “calcianti” si menano come fabbri.

Una mascella che sbatte sul bancone e una serie di “Oh my God!”, soprattutto quando un calciante alza a gamba per mollare un calcione tremendo ad altezza viso verso un avversario; per non parlare di quelli che si affrontano con la guardia alzata.

«Ma a lei piace?»

«No, affatto. Sono un fiorentino ma questo gioco non mi ha mai attirato. E poi bisogna essere grossi, per praticarlo, io sono meno di 70 kg e molto pacifico.»

La cliente appare come disgustata dalla violenza degli scontri, ma vuole comunque andare a vedere i costumi tipici. Non riuscirà perché i biglietti sono esauriti da tempo, una cosa che risulta incomprensibile anche a me: ai miei concittadini piace da matti, sono strani forte.

M’è tornato in mente questo episodio perché l’altra settimana era il compleanno dell’attuale presidente Usa, quel bischeraccio che ne combina di cotte e di crude. Per l’occasione ha fatto installare, sul prato antistante la Casa Bianca, un palco per la lotta libera. Una cosa d’un pacchiano unico.

A questo punto, facciamogli scoprire il calcio storico fiorentino, così fa piazzare il campo lì e ci fa giocare 54 fiorentini che si menano di brutto! Magari se gli garba pensa solo a guardare quello e smette di occuparsi d’altro.

giovedì 11 giugno 2026

Nessuna storia dell’albergo. Ero libero e metto le foto della mia giornata particolare.

Oggi è l’11 giugno e ricorre l’anniversario di Campaldino, la celebre battaglia tra guelfi fiorentini e i ghibellini d’Arezzo. Poiché ero dai miei, che vivono da queste parti, non potevo non andare nel luogo più iconico: il castello di Poppi, che domina tutta la vallata ed era la dimora di Guido Novello. Una figura che mi ha sempre affascinato: fiero ghibellino, era a Montaperti assieme ai senesi e Farinata degli Uberti. Comandò poi Firenze durante i “sei anni dimenticati” quando la città fu ghibellina. Cacciato dai guelfi, tornò in Casentino; durante la battaglia, poiché le cose si mettevano male per gli alleati aretini, si ritirò. Gesto che può essere considerato come vile, ma aveva pochi cavalieri e aveva già quasi settant’anni.

Se mi chiedete da che parte sarei stato, io fiorentino, direi molto probabilmente con Arezzo, perché la mia famiglia vive da queste parti e quindi i miei lontani trisavoli dovevano essere fedeli sudditi dei Conti Guidi. Vabbè, si perse, ma era un’amichevole estiva precampionato: i Viola puntavano all’Europa, noi Amaranto alla promozione in B.

Il castello è magnifico, uno dei luoghi più belli di questo quadrante stellare. All’interno il plastico della battaglia con le miniature.

C’era anche la mostra su Tommaso Crudeli, poeta nativo di Poppi nel 1702 che fu l’ultima vittima di tortura da parte dell’inquisizione, una storia toccante. Comunque, se non sono guelfi, ci sono i preti del sant’uffizio.

Dulcis in fundo, Saverio, il gatto di Poppi, libero di girellare tra le case del paese e che ha una sua pagina social. Simpatico, eh, ma la combinazione cromatica non è proprio quella che più apprezzo.

Oggi è così, “i’curturale”. :D












venerdì 5 giugno 2026

Questo in foto è un lavatoio. In Toscana è chiamato anche pila.

Nelle mie escursioni tra le piccole frazioni di questa montagna casentinese, mi è capitato di vedere questo splendore. Uno dei pochi rimasti, perché tutti gli altri sono stati smantellati e rimossi.

Fino a un’ottantina d’anni fa le case non avevano l’acqua corrente; quindi, per lavare i panni si usava la pila. Si veniva qui coi panni sporchi e si lavavano a mano, sdrusciando forte col sapone di Marsiglia (sdrusciare è come si dice quassù).

Ho scritto “si lavava” ma era una cosa che facevano le donne. Lo dico senza tanti giri di parole perché era così: le donne a occuparsi della casa, l’omini a lavorare nel bosco ma anche dimolto al bar a giocare a carte e bere vino.

Qualche rappresentante femminile lettrice del mio blog, a questo punto, potrebbe giustamente affermare che molti miei colleghi di genere continuano a ignorare il misterioso processo che porta gli indumenti dal cestone dello sporco all’armadio, ma su questo non ho potere. Io sono stato addestrato… ehm… istruito sia sull’uso della lavatrice che del ferro da stiro, quindi mi tiro fuori.

Perciò, anche se non viene più usato per la sua funzione, è bello vedere che si è preservato questo pezzo di storia passata, di quando le lenzuola erano lavate così, sciacquando i panni con grande fatica prima di stenderli ad asciugare. Un lavoro non indifferente di cui, diciamolo, almeno in parte oggi ci risparmiamo. Quindi guardiamolo per ricordarci di come sgobbavano dalle nostre nonne in su.

Ora vado al bar, mi aspettano per un paio di partitine e due bicchieri di rosso.



venerdì 29 maggio 2026

Rispetto a dove lavoravo quattro anni fa, questo albergo è in una zona un po' più “isolata”, se vogliamo metterla così. Prima ero vicino alla stazione, adesso ben più in là. Succede quindi che entrino persone che non soggiornano a chiedermi di chiamare un taxi.

Nel 90% dei casi li “rimbalzo” perché si tratta di gente che ha alzato troppo il gomito e nessun tassista si prenderebbe. Farei fare una corsa inutile, quindi «mi spiace, ma il servizio taxi va prenotato, adesso non rispondono; deve andare in Santa Croce, lì c’è la zona sosta dei taxi.»

Ma alcune eccezioni le faccio.

Ho da poco iniziato il servizio che entra una coppia elegantissima. Lui, biondo e ben rasato come ogni vero uomo dovrebbe essere dai tempi di Grant, Cooper e Stewart, indossa lo smoking con tanto di papillon e non mi stupirei se chiedesse un Martini “agitato, non shakerato”; lei ha uno splendido abito amaranto a gonna lunga e stretta, capelli biondi che ricadono sulla nuca e un sorriso per il quale ogni uomo di questo pianeta mostrerebbe il torace, indicherebbe il punto dove sta il cuore e le direbbe “È tuo, facci quel che vuoi!”

Si avvicinano al bancone e, in un inglese con influenze molto nordiche, mi dicono che si scusano per il disturbo non essendo clienti dell’albergo. Cercando di non svenire da cotanta gentilezza -ultimamente non ne vedo molta- li anticipo chiedendo se hanno bisogno di un taxi. Avendo compreso la loro necessità i sorrisi si fanno se possibile ancora più radiosi e devo resistere dal girare il bancone, inginocchiarmi e chiedere di essere adottato seduta stante. O forse, vista la mia età, il contrario. Invece apro l’applicazione di una delle compagnie di taxi e faccio partire una richiesta.

Mentre attendiamo mi dicono che erano a una serata mondana in un noto palazzo storico nelle vicinanze, uno di quegli eventi dove si è invitati solo se in possesso di a) un QI superiore a 250; b) un conto corrente tale da pagare il passaggio di una cinquantina di petroliere per lo stretto di Hormuz; c) l’eleganza e il portamento del Re d’Inghilterra. Mi fanno i complimenti per l’albergo affermando che la prossima volta soggiorneranno lì, i complimenti per la città -e solo perché non conoscono abbastanza noi abitanti- e chiedono se devono pagare qualcosa. Ovviamente la risposta a tale domanda è no, avendo solo cliccato un tasto su un’applicazione, e non posso non notare la loro sorpresa; probabilmente non si aspettavano un italiano che si approfitta di queste piccole necessità, come quelli che fanno pagare 50 € un cappuccino ai turisti. E io avrò tutti i miei numerosi difetti ma non sono affatto quel tipo d’italiano. Quando arriva il taxi ringraziano a raffica e mi salutano.

Ecco, davanti a cotanta gentilezza, buona educazione e rara eleganza mi sciolgo come Olaf quando non è protetto dall’aura gelida di Elsa.

Bisognerebbe essere tutti come loro. O almeno provarci.

sabato 23 maggio 2026

Ogni tanto passeggio per le strade del paesello dove vivono i miei.

C’è una piccola chiesetta, a circa un chilometro da casa, in cui mi piace andare. Non c’è mai nessuno anche se presumo sia sconsacrata essendoci il cartello che indica “proprietà privata”, ma io mi limito a guardare dall’esterno. E poi quassù si conoscono un po' tutti.

Passeggiare da queste parti ha il suo fascino: l’aria pulita, il verde, il rumore delle fronde quando c’è un po' di vento e l’acqua nei ruscelli. A volte mi chiedo se l’esercito fiorentino di passaggio, in quel Giugno del 1289, abbia mai pensato di fermarsi lì a trascorrere l’estate, invece di scendere giù ad affrontare gli aretini a Campaldino.

Dicevo della chiesetta: classico di queste antiche strutture, è dedicata alla madre di Gesù e ha la particolarità di avere la torre campanaria staccata dalla struttura. Sospetto che sia anche leggermente pendente, ma non vorrei farmi ingannare dall’albero e dal fatto che è costruita in un punto non proprio pianeggiante.

Ma quello che mi è piaciuto di più è la targa apposta dal comune di Castel San Niccolò a ricordo dei caduti civili e partigiani, con tanto di rose fresche. Ecco, averla apposta alla parete della torre campanaria, che serve come richiamo ai fedeli ma all’occorrenza anche in funzione civica -chiamare la popolazione a raccolta- la trovo una cosa bellissima.

Perché quando si combattono le forze del male le persone perbene si uniscono. Tutte, senza distinzioni.