Mica tutti i giovani sono ganzi e intelligenti da dire “No”. Qualcuno va per il ”si”. A qualsiasi cosa.
Poco dopo mezzanotte rientra in albergo una coppia
molto giovane, poco più che ventenni. Lui è italiano, leggera barbetta a
incorniciare il viso, vestito elegante, piede ingessato e stampelle che manovra
con la stessa agilità di Sinner con la racchetta. Lei non è italiana, capelli
rossi ricci che ricadono sulle spalle, scollo che arriva all’ombelico e l’aria
annoiata della vita che Giacomino Leopardi scansati proprio.
Il ragazzo si ferma al bancone provocando
l’irritazione della ragazza, che era già lanciata verso l’ascensore e le tocca
-le difficoltà dell’esistenza- tornare indietro a sentire una conversazione che
non comprende perché non parla italiano. Il giovane mi chiede se è possibile
fare colazione in camera. Io afferro uno
dei biglietti su cui è stampata tale richiesta con le spunte da mettere su ciò
che si .desidera: caffè, cappuccino, affettati, succhi, yogurt… tutto il
cucuzzaro. In realtà tali biglietti sono già presenti, in camera, ma è una
delle tante cose che i clienti neanche considerano e poi chiedono a noi della
portineria.
«Una volta compilato il biglietto va lasciato
appeso fuori dal pomello della porta d’ingresso alla camera, poi ci pensiamo
noi del personale. Si ricordi che è un supplemento al costo totale della
camera» Gli spiego.
«Senta, non me lo può compilare lei?»
«Cosa desidera? Il caffè, immagino.»
«Certo, il caffè. Metta anche questo. E questo.
Segni un po' tutto. Cara, tu che vuoi?» Chiede alla ragazza con l’ultima frase
in inglese.
«Quel ca**o che ti pare, a me va bene lo stesso.»
Risponde lei agitando la mano in aria e lanciando uno sbuffo di noia
(ovviamente, in inglese ha detto la parolaccia “f**k”)
Lui ridacchia e se ne esce così: «Senta, metta un
po' quel che cavolo le pare, basta che ci sia roba da mangiare. Io non posso
andare in sala colazioni, vede che sono “handicappato”?»
«… ma è sicuro? E se c’è qualcosa che non le
piace?»
«No, non si preoccupi, segni, segni pure quel che
le pare.»
«…Se va bene a lei. Per che ora la volete?»
«Mezzogiorno.»
«…Ehr…la colazione finisce alle 10.30.»
Bisbiglia un qualcosa che somiglia a «Che due …»
poi riferisce l’orario alla ragazza, ormai sull’orlo della disperazione della
vita e che spara un WTF che non saprei se ricondurre a Oxford o Harvard. Come
immaginavo, vogliono la loro colazione all’ultimo momento disponibile: le 10.30.
Se ne salgono su in camera, io segno, addebito e
lascio il bigliettino nelle stampe per i colleghi delle colazioni.
Qualche notte dopo vado a fare un controllo di pura
curiosità: hanno pagato tutto. Ma non mi stupirei se avessero fatto storie che
“quella cosa non la volevamo, non l’abbiamo mangiata”.
Paolo ha sempre avuto ragione quando lanciava, ai
clienti, il suo monito: servitevi da soli.
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