Sono le due del mattino e sento urlare per strada.
Dato che
poco fa è appena terminata una partita del mondiale, mi aspetto che siano
cittadini di quella nazione extracomunitaria che ha vinto l’incontro.
Inglesi.
Poiché
sono un maledetto curiosone, vado ad aprire e mi affaccio: sono in tre, avranno
sui trenta: due ragazzoni con il classico bicchierone di liquido giallastro e
una ragazza pel di carota e viso rubicondo che urla la gioia di vedere
finalmente la sua nazionale in semifinale, cosa che non capita molto
frequentemente -anche se è meglio non dica niente, visti i risultati della
nostra nazionale-. La ragazza si volge anche verso di me e urla la sua
felicità: «Abbiamo vinto! Avanti Inghilterra!» (We won! Come on England!)
Io non
posso che sorridere e alzare il pollice. In quel momento, nella piazzetta, c’è
una coppietta giovane seduta su degli scalini. Il ragazzo si stende,
palesemente strafatto. Uno degli inglesi mi si avvicina:
«Secondo
me quei due sono americani.»
Io rido,
ma poi saluto e richiudo, scandalizzato dalle crocs rosa con calzini a pois
indossate dalla ragazza.
Questi
extracomunitari non conoscono la decenza dell’abbigliamento.
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