sabato 27 giugno 2026

La cattiveria del mondo, a volte, mi pare che non abbia limiti. Che non vi sia una fine per le cose brutte quando sarebbe molto meglio se la gente, semplicemente, vivesse la propria vita senza farsi avvelenare l’animo da quelle degli altri.

In un turno pomeridiano, arrivano due ragazze giovani -in base ai miei standard ormai il 70% della popolazione femminile mondiale è “giovane”- per il check-in. Mi dicono il nominativo e io cerco la prenotazione. A quel punto una delle ragazze dice:

«Abbiamo chiesto una camera matrimoniale.»

E infatti è proprio così perché sta scritto sulla prenotazione; e tale camera gli avevamo già assegnato, ma mi dà un certo piacere che l’abbia puntualizzato. In un mondo come il nostro, dove l’odio si manifesta ovunque, mi piace pensare che questa precisazione sia arrivata perché ispiro fiducia. Che la mia figura, al primo impatto, faccia dire alla gente “questo qui è un tipo buono e gentile, di cui fidarci.”

«Abbiamo un po' più di camere libere, oggi. Vi ne assegno una con il materasso matrimoniale effettivo.» prendo gomma e matita per modificare il numero di camera sulla lista arrivi «mettiamo sempre un “topper” sui letti doppi, ma abbiamo anche una percentuale di camere con il vero matrimoniale.»

Prendo la chiave e torno a guardarle in faccia: due sorrisi che abbagliano, che esprimono serenità senza il timore di ricevere giudizi sprezzanti. Ricevono la chiave con la stessa espressione compiaciuta di Dirk the Daring quando prende la chiave dal collo del drago e può liberare Daphne. Proseguo nel check-in e gli fornisco le informazioni abituali -orario colazione, check-out, tassa di soggiorno, tutto il cucuzzaro-

Si avviano verso l’ascensore e le osservo con la coda nell’occhio; mentre aspettano che la cabina si palesi per salire al piano dove è ubicata la loro camera, si prendono per mano.

Una di loro volta lo sguardo verso di me, al che distolgo il mio e riprendo il lavoro, ma continuando a tenere un bel sorriso in evidenza. Perché mi piace mostrare bene che io sono migliore di certi nostri concittadini.

Soprattutto se sono ex militari.

sabato 20 giugno 2026

Questa che vi racconto è una domanda che mi è stata posta quando lavoravo di giorno. Ricordo bene questa cliente per la sua reazione.

Abbiamo in casa una signora sui sessanta ma vispa e arzilla che visita furiosamente la città; rientra in albergo e, dopo un bel sorriso da parte di entrambi, si mette a sedere sul divanetto davanti al bancone; come tutti, aggeggia al suo cellulare. Io proseguo col mio lavoro portieristico.

Sennonché, in un raro momento d’assenza di clienti, si alza, viene davanti al bancone e mi mostra lo schermo del telefono:

«Volevo andare a vedere questo spettacolo.»

Appare la pagina che vende i biglietti per il calcio storico fiorentino.

«Si, lo conosco. Si tratta di un gioco tipico della città.»

«Ho visto le immagini della parata, è molto bella.»

«Ah si, quella è magnifica, i figuranti sono tutti in costume dell’epoca, secoli e secoli addietro. Ma il gioco è tutto diverso, sa di cosa si tratta?»

«So che è una partita.»

«Si, è così, ma… vede, non ci sono regole. Si può colpire l’avversario come si vuole.»

La signora, come mi aspettavo, mostra una faccia stranita. Al che apro youtube sul pc, breve ricerca e giro lo schermo verso di lei. Appare quindi uno spezzone di partita dove i “calcianti” si menano come fabbri.

Una mascella che sbatte sul bancone e una serie di “Oh my God!”, soprattutto quando un calciante alza a gamba per mollare un calcione tremendo ad altezza viso verso un avversario; per non parlare di quelli che si affrontano con la guardia alzata.

«Ma a lei piace?»

«No, affatto. Sono un fiorentino ma questo gioco non mi ha mai attirato. E poi bisogna essere grossi, per praticarlo, io sono meno di 70 kg e molto pacifico.»

La cliente appare come disgustata dalla violenza degli scontri, ma vuole comunque andare a vedere i costumi tipici. Non riuscirà perché i biglietti sono esauriti da tempo, una cosa che risulta incomprensibile anche a me: ai miei concittadini piace da matti, sono strani forte.

M’è tornato in mente questo episodio perché l’altra settimana era il compleanno dell’attuale presidente Usa, quel bischeraccio che ne combina di cotte e di crude. Per l’occasione ha fatto installare, sul prato antistante la Casa Bianca, un palco per la lotta libera. Una cosa d’un pacchiano unico.

A questo punto, facciamogli scoprire il calcio storico fiorentino, così fa piazzare il campo lì e ci fa giocare 54 fiorentini che si menano di brutto! Magari se gli garba pensa solo a guardare quello e smette di occuparsi d’altro.

giovedì 11 giugno 2026

Nessuna storia dell’albergo. Ero libero e metto le foto della mia giornata particolare.

Oggi è l’11 giugno e ricorre l’anniversario di Campaldino, la celebre battaglia tra guelfi fiorentini e i ghibellini d’Arezzo. Poiché ero dai miei, che vivono da queste parti, non potevo non andare nel luogo più iconico: il castello di Poppi, che domina tutta la vallata ed era la dimora di Guido Novello. Una figura che mi ha sempre affascinato: fiero ghibellino, era a Montaperti assieme ai senesi e Farinata degli Uberti. Comandò poi Firenze durante i “sei anni dimenticati” quando la città fu ghibellina. Cacciato dai guelfi, tornò in Casentino; durante la battaglia, poiché le cose si mettevano male per gli alleati aretini, si ritirò. Gesto che può essere considerato come vile, ma aveva pochi cavalieri e aveva già quasi settant’anni.

Se mi chiedete da che parte sarei stato, io fiorentino, direi molto probabilmente con Arezzo, perché la mia famiglia vive da queste parti e quindi i miei lontani trisavoli dovevano essere fedeli sudditi dei Conti Guidi. Vabbè, si perse, ma era un’amichevole estiva precampionato: i Viola puntavano all’Europa, noi Amaranto alla promozione in B.

Il castello è magnifico, uno dei luoghi più belli di questo quadrante stellare. All’interno il plastico della battaglia con le miniature.

C’era anche la mostra su Tommaso Crudeli, poeta nativo di Poppi nel 1702 che fu l’ultima vittima di tortura da parte dell’inquisizione, una storia toccante. Comunque, se non sono guelfi, ci sono i preti del sant’uffizio.

Dulcis in fundo, Saverio, il gatto di Poppi, libero di girellare tra le case del paese e che ha una sua pagina social. Simpatico, eh, ma la combinazione cromatica non è proprio quella che più apprezzo.

Oggi è così, “i’curturale”. :D












venerdì 5 giugno 2026

Questo in foto è un lavatoio. In Toscana è chiamato anche pila.

Nelle mie escursioni tra le piccole frazioni di questa montagna casentinese, mi è capitato di vedere questo splendore. Uno dei pochi rimasti, perché tutti gli altri sono stati smantellati e rimossi.

Fino a un’ottantina d’anni fa le case non avevano l’acqua corrente; quindi, per lavare i panni si usava la pila. Si veniva qui coi panni sporchi e si lavavano a mano, sdrusciando forte col sapone di Marsiglia (sdrusciare è come si dice quassù).

Ho scritto “si lavava” ma era una cosa che facevano le donne. Lo dico senza tanti giri di parole perché era così: le donne a occuparsi della casa, l’omini a lavorare nel bosco ma anche dimolto al bar a giocare a carte e bere vino.

Qualche rappresentante femminile lettrice del mio blog, a questo punto, potrebbe giustamente affermare che molti miei colleghi di genere continuano a ignorare il misterioso processo che porta gli indumenti dal cestone dello sporco all’armadio, ma su questo non ho potere. Io sono stato addestrato… ehm… istruito sia sull’uso della lavatrice che del ferro da stiro, quindi mi tiro fuori.

Perciò, anche se non viene più usato per la sua funzione, è bello vedere che si è preservato questo pezzo di storia passata, di quando le lenzuola erano lavate così, sciacquando i panni con grande fatica prima di stenderli ad asciugare. Un lavoro non indifferente di cui, diciamolo, almeno in parte oggi ci risparmiamo. Quindi guardiamolo per ricordarci di come sgobbavano dalle nostre nonne in su.

Ora vado al bar, mi aspettano per un paio di partitine e due bicchieri di rosso.