Portiere d'albergo. Vorace lettore. Scrittore a tempo perso. Giocatore da tavolo. Nemico di un gatto. Depresso cronico. Attendo l'arrivo dei Vogon o, in subordine, il ritorno di Vladimir Ilic Ulianov.
mercoledì 31 dicembre 2025
sabato 20 dicembre 2025
Voglio fare gli auguri di buon anno.
Li voglio fare a tutti quelli
che, come il sottoscritto, lavorano in albergo, nelle strutture ricettive. I
grandi alberghi, i B&B, i motel.
Auguri alle cameriere, che
svolgono un lavoro duro, pesante, faticoso. Con camere ridotte a immondezzai da
gente che l’avrà pure pagata, ma perché imbrattarla o riempirla di spazzatura o
lordare ovunque? E queste colleghe che si danno da fare a igienizzare bagni e
rifare letti per finire il turno distrutte dalla stanchezza con paghe veramente
misere (che poi, da dove viene questa cosa per cui solo le donne rifanno le
camere? Anche noi maschietti siamo capaci)
Auguri a facchini e
manutentori, che devono pulire le zone comuni e buttare chili di spazzatura,
oltre che effettuare le piccole riparazioni, imbiancature, tutte quelle piccole
attenzioni necessarie.
Auguri al personale di sala.
Quelli delle colazioni, che si alzano molto presto per fare apertura e poi
devono continuamente rifornire il buffet per soddisfare uno sciame di
cavallette. Clienti che afferrano chili di roba poi lasciata, dopo un singolo
morso, nel piatto; cibo sprecato solo perché si può prendere liberamente.
Auguri a quelli del ristorante, per gli alberghi che lo hanno. E quindi anche
ai cuochi, aiuto-cuochi, lavapiatti e inservienti vari. Che oltre a preparare
pietanze devono anche fare attenzione all’igiene e alla pulizia della cucina.
Auguri al personale del
ricevimento, che fanno capo a tutto l’albergo e devono gestire prenotazioni,
contare incassi e a volte accogliendo clienti che spesso fanno richieste
strambe o lamentele gratuite, con atteggiamento musone e ostico.
Auguri a capo ricevimento e
direttori, che devono coordinare tutti i reparti. Stabilire orari, venire
incontro alle richieste di ferie o le malattie del personale oltre a coprire
turni, se necessario. E magari dare un po' di soddisfazione, se qualcuno fa
bene il proprio dovere.
Auguri a caldaie, macchine
dell’aria condizionata, ascensori, frigoriferi, macchine del caffè. Si, faccio
gli auguri ai macchinari. Perché gli vogliamo bene e non sia mai che non se la
prendano a male. Sono aggeggi permalosi, capaci di guastarsi il sabato alle 19,
in un periodo di ponte. Non lo fate, ve ne prego. Funzionate sempre.
Ma soprattutto auguri ai miei
colleghi pipistrelli, i notturni. Quelli come me che, essendo ora in un posto
con il ristorante, brinderò con i colleghi, ma non posso dimenticare che per
vent’anni ho lavorato in una struttura dove il notturno è solo. L’unico
dipendente della ditta, l’unico responsabile in turno. Che neanche fa troppo
caso al tempo che scorre e si accorge della mezzanotte solo quando i botti
all’esterno aumentano d’intensità.
Che si possano sempre trovare
clienti simpatici e sorridenti. Quelli per cui vale la pena di fare questo
lavoro.
Oltre al vile denaro,
naturalmente.
venerdì 12 dicembre 2025
I protagonisti di questa vicenda sono:
-Homer Simpson, americano,
grassoccio, abbigliato come l’ultimo dei disperati, cinquant’anni trascinati
dietro come Sisifo col suo masso;
-Duca Conte, vip italiano
molto conosciuto, porta la sua età con la leggerezza di un ventenne,
elegantissimo;
-marce portiere, banconista
notturno in regolamentare divisa da lavoro nonché età chiara e lampante
nonostante la magrezza e la rasatura.
Notte 1: Homer rientra
nottetempo ondeggiando da una parte all’altra della hall come una nave
manovrata da un capitano della C**** Crociere. Parla un inglese incomprensibile,
tant’è che all’inizio il portiere si convince sia australiano. Chiede un’altra
chiave perché la sua non la trova più. Il portiere gli prepara un’altra tessera
e gliela consegna. Lui sale le scale rischiando pericolosamente una rovinosa
caduta. Il portiere si consola sapendo che lui partirà la mattina.
Notte 2: il Duca Conte rientra
dopo mezzanotte con i suoi amici, tutti vestiti in frac a seguito della serata
mondana. Rimane sorpreso dal vedere le luci spente del bar e chiede al portiere
se possono comunque avere qualcosa. Il portiere sa che il servizio deve essere
garantito 24 ore su 24, quindi dà risposta positiva con l’avvertenza che non
può mettersi a fare cocktail. Il gruppo si rilassa con bibite e salatini, chiacchierando
amabilmente. Il portiere torna al bancone lieto di aver svolto il suo lavoro.
In quel momento entra Homer Simpson. Ed è strafatto esattamente come la
notte precedente.
Il portiere rimane alquanto sorpreso perché sa che non è più alloggiato
da noi, ma in quel momento è anche alle prese con una telefonata -la classica chiamata
di riconferma prenotazione da parte di un call center asiatico con un operatore
che parla un inglese profondamente approssimativo- e gli fa cenno di aspettare.
Ma quello non aspetta e si dirige verso il bar. Una delle persone che è
assieme al Duca Conte si è messo a suonare il pianoforte -si, nella hall c’è
questo strumento- Homer Simpson va lì e comincia a cantare!
Terminata la telefonata, il portiere si avvicina. L’americano si sta
facendo le foto con il Duca Conte e i suoi amici che ridono di questo yankee
pazzerello. Ovviamente l’imbriacone non ha la più pallida idea di chi sia il
Duca Conte: è solo affascinato dai frac. Poi si avvicina al portiere e gli
chiede da bere, ma gli viene negato perché “No, hai bevuto anche troppo, se stai
male è una mia responsabilità”. L’americano esplode in una risata e abbraccia
il portiere -questa cosa degli abbracci potrebbe anche aver termine- mentre il
Duca Conte dice che “Bravo, mi piace come glielo hai detto”.
Il portiere riesce a trascinare Homer lontano dal cliente vip e i suoi
amici. Lo riporta al bancone e gli spiega che non è più alloggiato da noi.
Quello strabuzza gli occhi e chiede dove “f*uk” sia a dormire, ma il portiere
può solo allargare le braccia e dirgli che non lo sa. Barcollando l’americano
esce e telefona alla moglie, che deve veramente avere un alto grado di
sopportazione. Dopo un’oretta Duca Conte e i suoi amici salutano il portiere e
vanno a dormire.
Il portiere pensa che i vip italici siano meglio degli americani medi.
sabato 6 dicembre 2025
Stavolta non so neanche da dove cominciare.
Ore 4.00 del mattino. Sono nel retro ad archiviare fogli vari, quando sento il “ding” della campanella che metto, tutte le notti, sul bancone.Smollo i fogli e accorro. Una signora indiana di aspetto giovanile, bassina ma dai lineamenti dolci e e aggraziati, si scusa per il disturbo -a cui ovviamente rispondo che non disturba affatto, è il mio lavoro- ma è preoccupata perché il figlio, 23enne, era uscito dopo cena e sembrerebbe non ancora rientrato in albergo.
Mi chiede quindi la chiave della camera dove dormono i due figli, per essere sicura che sia rientrato a dormire nel suo letto, accanto alla sorella. Gli preparo dunque la chiave elettronica. La signora sale con una fiammella di speranza dentro di sé, e un po' anche io.
Ma il ragazzo, in camera, non c’è. Lei scende nella hall ed esce. Vuole andare a cercarlo, con il suo telefono può vedere dove si trovava il ragazzo una mezz’ora fa, prima che il cellulare si scaricasse. Un quarto d’ora a piedi, nei pressi di Ponte Santa Trinita. Preoccupata come tutte le madri di questo quadrante stellare.
Il marito, e padre del giovane, non è affatto spaventato. Esce anche lui ma solo per fumare. Con una faccetta che potrebbe passare come l’Alvaro Vitali indiano, ride e dice “Ha 23 anni, è grande!” “Noi viviamo a Singapore che è molto più grande di Firenze” “Ai nostri tempi non c’erano i cellulari ma siamo sopravvissuti” “Le donne si preoccupano sempre”.
Io ridevo un po' di circostanza, ma mi sembravano frasi un po' banali e anche ingiuste. In fondo tuo figlio è in una città sconosciuta e di cui non parla la lingua. Ma comunque non posso fare molto. Rientro in albergo.
Dopo una mezz’ora vedo, in mezzo alla piazza, l’ometto indiano con un ragazzo giovane. Apro e, sorridendo, saluto questo ragazzo che si è ricongiunto con la famiglia -anche se la madre deve ancora tornare, avvertita via telefono dal marito-
Ma c’è qualcosa che non va, che sul momento non capisco.
Ci sono anche tre nostri concittadini, ragazzi dell’età del giovane, che discutono con il padre. Non riesco a capire cosa si stiano dicendo ma pare una discussione animata. Si avvicinano verso l’ingresso dell’albergo e solo a quel punto capisco che parlano di denaro, che il padre del ragazzo dice che gli darà. Penso, molto convintamente, che voglia dargli un piccolo premio per aver riportato il figlio all’ovile familiare.
Invece, quando sono davanti a me, viene fuori la realtà: il ragazzo, disperato per essersi perso nel centro di Firenze e col cellulare scarico, aveva chiesto aiuto a questi tre promettendogli denaro. E questi ora lo pretendono. Io sono esterrefatto.
Mi trovo coinvolto nella discussione perché i tre non parlano inglese e quindi devo fare da interprete. Il padre gli lascerà dei soldi domani perché ora, nottetempo, non li ha con sé e non vuole andare a fare prelievi. E questi matti si arrabbiano perché “non ci fidiamo, non ci lascia niente e suo figlio ce li aveva promessi!”
Mi viene assolutamente spontaneo dirgli che, in fondo, hanno fatto una buona azione e aiutato una persona in difficoltà -il giovane indiano appare molto provato, tiene gli occhi bassi e singhiozza sommessamente- ma uno dei tre s’incacchia ancora di più urlando che “ma a me che ca**o me ne frega delle buona azioni, io voglio i soldi!”
A quel punto, per evitare di mandarli dove meritavano, ho cercato di chiudere la discussione affinché i miei clienti potessero tornare in camera. I tre stron*etti -avrei altri termini per definirli ma non voglio essere troppo volgare- se ne vanno lanciando improperi. Una volta richiuso la porta dico all’Alvaro Vitali indiano che non deve dargli un centesimo perché non è affatto giusto. Lui mi ringrazia sentitamente stringendomi la mano e distruggendomi il metacarpo.
Di lì a poco torna anche la signora che si mette le mani sulla bocca e inizia a piangere, mentre il figlio gli si para davanti con la testa china. Il marito mi spara un’altra delle sue battute un po' sprezzanti sulle donne troppo sentimentali, ma sono assolutamente convinto che fosse contento di aver ritrovato il ragazzo sano e salvo.
Voglio convincermi che il 99% di chi vive in questa penisola avrebbe aiutato il giovane indiano a ritrovare l’albergo dove era alloggiato senza chiedere niente in cambio, tanto meno soldi, semplicemente perché è giusto così. Ma purtroppo qui ci vivono anche quelle persone. Quell’1% che pensa solo a sé stesso.
E a me fanno davvero fastidio.
martedì 25 novembre 2025
Ricordo che una volta, tanti e tanti anni fa che ancora neppure lavoravo, ero un semplice studentello e non sono neanche sicuro che fossero le superiori, una volta, dicevo, morì una persona che i miei conoscevano.
«Bene che è schiattato! Ha fatto passare una vita d'inferno, a quella
povera donna!»
Questa era la frase che sentii dire. Che mi colpì. Oltre a tutta una
serie di epiteti nei confronti del deceduto. Credo che sia l'unica forma di
vera rivalsa che possiamo permetterci nei confronti dei violenti, delle persone
cattive, degli autori di insopportabili soprusi: essere contenti del loro
decesso. Perché è bene non essere ipocriti: se lo meritano, di schiattare. In
questi anni ho assistito ad altri casi simili, tra cui due ragazze giovani
aggredite da “bestie” che vivono a poca distanza. Ho dovuto ricorrere a un avvocato,
ma la tentazione di scendere di casa con un paio di coltelli e infilzarli come
tordi allo spiedo ce l’ho ancora.
Episodio lavorativo di diversi anni fa, tornatomi alla mente proprio oggi,
25 Novembre.
Ero di notte quando vidi piombare giù dalle scale, come una furia, una
ragazza abbastanza giovane. Era letteralmente sconvolta. Fece praticamente
volare giù la valigia dalla rampa. Ma quel che mi colpì fu un ben altro
particolare: un forte rossore su una delle guance.
Mi disse che doveva andare via subito.
Io le proposi di chiamare la polizia, ma lei disse subito di no. Voleva
solo scappare, fuggire lontano.
Le proposi la stazione, dove avrebbe potuto prendere un treno, benché al
momento ancora fosse notte fonda e il primo treno del giorno non ci sarebbe
stato per almeno un'ora. Lei disse di no: se lui esce e mi cerca? Aveva una
paura folle. Il terrore puro dipinto negli occhi.
Allora vada alla stazione di Campo di Marte. Dalle 5 in poi ci sono
treni che vanno a Roma. O Arezzo. O comunque a sud. È lontana, le chiamo il
taxi.
Mi chiese la conferma, titubante e sospettosa, e non potevo darle torto.
Uscì e aspettò, un po’ tranquillizzata. Chiami subito il taxi sperando che lui
non scendesse proprio in quel momento. Mi preparai anche a un eventuale scontro
fisico, non avevo intenzione di farlo avvicinare a lei. Ma il taxi arrivò
prima. Usciì e spiegai la destinazione al tassista -la ragazza parlava solo la
sua lingua- poi le augurai buona fortuna. Non potei non notare le lacrime che
le scorrevano, solo in quel momento, lungo le guance. La tensione stava
sparendo, cominciava a sentirsi al sicuro; soprattutto comprese che poteva
fidarsi di quello sconosciuto portiere notturno
Pochi minuti e scese lui. Con la valigia.
Non ricordo neanche la faccia, poteva avere l'espressione e i tratti
delicati di Jake Gyllenhaal in Brokeback Mountain, gli avrei comunque offerto
la mia accoglienza più gelida. Non mi alzai neanche in piedi, stavo seduto sul
panchetto con il ginocchio appoggiato al bancone, digitando distrattamente sul
computer e dandogli la minima attenzione. Stavo tentando di resistere alla
tentazione di saltare il bancone e dargliene tante. Ma tante.
Chiese se una ragazza era passata di lì, come se io, in portineria, ci
stessi per caso. Risposi di si, senza neanche guardarlo in faccia. Alla
stazione, 5 minuti a piedi, poco più avanti dell'hotel.
Mi dette la chiave e stava per andare via, al che lo bloccai e,
piuttosto rudemente, gli chiesi se avesse intenzione di restare ancora, visto
che aveva comunque un'altra notte già pagata. Lui mi confermò che non sarebbe
tornato. Io neanche risposi; presi la chiave e stavo per rimetterla a posto, al
che lui mi chiese una conferma: questa stazione qui?
Gli risposi che Firenze è piccola, e non ci sono altre stazioni. E lei
aveva detto che voleva andare a Milano, c'è un treno alle 6.
Se ne andò definitivamente, quasi di corsa, per una ricerca inutile.
Addebitai una notte ulteriore, feci uscire il conto -non c'era ancora la tassa
di soggiorno, erano davvero tanti anni fa- e lasciai la nota ai colleghi del
giorno che la camera era partita in anticipo. Nel frattempo, speravo che,
mentre correva da una piattaforma all'altra cercando lei, cascasse sul binario
proprio quando stava sopraggiungendo il regionale da Empoli.
Perché se lo meritava tutto, di essere tagliato in vari pezzi sulle
rotaie.
Buon 25 Novembre e buone scarpette rosse a tutte.
sabato 22 novembre 2025
Non è una storia dell’albergo, ma un esempio di certi comportamenti di noi italiani.
Quest’estate fa mi trovavo dai miei a Cetica, comune di Castel San
Niccolò (AR). Ameno paesello di montagna patria della patata rossa e di un
gruppetto di bifolchi -non tutti gli abitanti del paese, per fortuna- che
appenderei volentieri a testa in giù in una piazzetta milanese.
Mi appresto a prendere il bus Bibbiena-Firenze che passa da
Montemignaio; mi rilasso fuori casa, sotto la tettoia, osservando la pioggia
che cade copiosa, finalmente un po' di fresco. Non mi rendo conto che quel
breve acquazzone montano a Firenze era un vero e proprio nubifragio. Ma ormai è
così e sarà sempre più così.
Causa pioggia, la Cami -figlia 1.0- mi accompagna in auto alla fermata.
Questa cosa che le donne guidano mi perplime, vorranno mica pure il voto? (Ogni
volta che guida lei mi diverto a prenderla in giro così. Ovviamente mi risponde
a tono.)
Sul pullman mi metto sempre davanti, mi piace vedere la strada.
L’autista del mezzi è un discreto chiacchierone. Parla soprattutto delle sue
grandi capacità di cuoco, in particolare quando gli chiesero di cucinare per
sessanta amici in una festa privata a Stia. Beato te che ti garba di cucinare,
io lo faccio da più di vent’anni per tre tipe e tre gatti. Quando sono stato da
solo in casa per due settimane, ho perso 5 chili. Ma il peggio deve ancora
venire:
L’autista, tra una chiacchiera e l’altra, guida usano i gomiti così da
avere le mani libere per il cellulare. Sui tornanti di una delle zone più
scoscese del Pratomagno.
La strada è letteralmente scavata sul fianco della montagna. Da una
parte un muro di roccia, dall’altro la scarpata. Penso, molto ottimisticamente,
che se l’autista manca un tornante il pullman sarebbe bloccato dagli alberi, ma
vista la mia sfiga, si sarebbe finiti dritti dritti nel torrente Scheggia, dopo
un volo che fanno solo i cattivi quando inseguono Indiana Jones.
Il terrore è persistente dato che i tornanti sono pressoché continui,
sia dopo Montemignaio che successivamente, nel lungo tratto che dalla Consuma
scende a valle. Mi sento tranquillo solo arrivati a Pontassieve. Ma per poco.
Alle rotonde si lancia dentro ignorando le auto già sul percorso, che
sono costrette a inchiodare repentinamente. Sono sicuro che gliene hanno dette
di tutti i colori.
Ma mai quanto ho fatto io, nella mia mente.
sabato 15 novembre 2025
Come canta Alice nel paese delle meraviglie “Io mi so dar buoni consigli”, ma proprio come lei ho grandi difficoltà a metterli in atto. Qualcuno di voi che legge questo modesto blog dirà “Marce, fatti li ca**i tuoi!” ma io ci sto male lo stesso. Non sono il tipo da “me ne frego”; io “mi interesso”.
Turno pomeridiano di alcuni anni fa, abbiamo in
casa una numerosa famiglia del sud-est asiatico, sono almeno otto persone e per
viaggiare comodamente lungo la penisola hanno noleggiato un minivan. Gente ben
messa economicamente, facente parte dell’élite facoltosa della propria nazione.
Si ritrovano davanti al bancone in attesa di uscire
per cena. Uno degli adulti si presenta anche per saldare il conto delle camere
e avvantaggiarsi nei tempi -e facilitare a noi il lavoro, è sempre una cosa che
apprezziamo molto- coadiuvato dalla figlia adolescente che parla inglese. Poi
la ragazza mi chiede la strada per
arrivare a Pisa, in modo da vedere la Torre pendente prima di recarsi a
Roma, la loro prossima destinazione a cui seguirà il volo di ritorno. Da
fiorentino assolutamente non campanilista gli fornisco con molto piacere le
indicazioni da mettere sul navigatore. Ringraziano e si rimettono a discutere
in attesa che altri membri dell’allegra famiglia scendano dalle camere.
A un certo punto però, la ragazza torna alla carica
con una domanda che mi perplime non poco: dove si trova questo outlet?
Riconosco bene l’immagine che lei ha sul suo
telefono. Gli spiego quindi, essendo mio dovere, la posizione di codesto luogo.
Ma a quel punto segue la richiesta d’informazione sulla distanza che intercorre
con Pisa. Che non è poca: l’outlet è nei pressi dell’autostrada, in direzione
opposta.
Sentendo approssimarsi il patatrac, ma spiego alla
ragazza che “pazienza per l’outlet. Da Pisa potete prendere questa strada che
costeggia la costa ed arrivare quindi a Roma”.
L’adolescente asiatica non dice niente. Si limita a
riferire, agli altri, le difficoltà di vedere due luoghi così distanti tra loro
prima di intraprendere il cammino verso l’Urbe. Lo fa nella loro lingua, ma
capisco che stanno decidendo cosa andare a visitare la mattina successiva, o l’una
o l’altra cosa. E quando sono finalmente tutti riuniti, la decisione è unanime:
L’outlet.
Lo so, non sono affari miei: questa famiglia aveva
prenotato delle camere e contribuito ai nostri stipendi, ma io ci sto male lo
stesso. Così tanta bellezza scartata per due pezzi di pelle incollati assieme.
Presa quindi questa scellerata -scusate, ma non
riesco proprio a vederla diversamente- scelta, se ne escono tutti insieme per
mangiare, mentre io rimango lì a rimuginare.
Con la morte nel cuore.
venerdì 7 novembre 2025
Noi italiani abbiamo un retaggio culturale stratosferico. Un qualcosa che dovrebbe rendere tutti orgogliosi e costringerci a sapere bene la nostra grammatica, il lessico, le opere redatte in questi secoli. Ma soprattutto tenere certi comportamenti decorosi.
Ma quando mai?
A parte la maleducazione in sala colazioni, dove molti nostri concittadini si comportano al livello di una mandria di bufali scofanandosi tonnellate di cibo come se non ci fosse un domani, ecco tre esempi di comportamenti da bestie in calore:
1-Turno di mattina. coppia giovane che scende in sala colazioni. Dopo essersi riempita la pancia di tutto il possibile -lasciando molto cibo sul tavolo, spesso con un solo morso-, la ragazza si attarda ad un tavolino dove si trovano i depliant di ogni tour in città e dintorni. Lui si avvicina da dietro e l’abbranca con le mani che vanno a posarsi sul seno. Lei non solo non lo respinge, ma mostra pure di gradire. Io, al banco, distolgo lo sguardo ma come provo a puntare l’occhio li vedo ancora lì, in quella posa; ci restano una buona decina di minuti, sotto gli sguardi increduli delle persone che entrano ed escono dalla sala colazioni.
2-Altro turno di mattina, coppia matura più o meno sulla cinquantina: lui in jeans ma con giacca e cravatta, quindi una certa eleganza e pure portamento, a parte una non indifferente panzetta fantozziana; lei, abbigliata con gonna sopra il ginocchio, zeppe di venti centimetri e balconcino che ci si potrebbe apparecchiare, si siede…anzi, si stravacca sul divanetto davanti al bancone. Devo distogliere attentamente lo sguardo perché tiene le gambe così aperte che potrei farle una visita ginecologica anche dal bancone. Ma per fortuna altri clienti, che ovviamente osservano con curiosità quella posizione decisamente poco elegante, si avvicinano al bancone per chiedere informazioni.
Lui però decide di mettere in atto la cafonaggine: allarga le gambe in
modo che quelle di lei stiano proprio nel mezzo, poi inizia un balletto col
bacino, con l’inguine all’altezza della sua faccia. Lei mostra di apprezzare
molto, i clienti che sono al bancone prima osservano allibiti, poi voltano le
teste verso di me e si trattengono a stento dal ridere perché sto affondando la
faccia nel palmo della mia mano. Chissà se hanno percepito il mio imbarazzo di
italiano per questi miei “delicatissimi” concittadini.
3-Turno pomeridiano, c’è una coppia su uno dei divanetti al bar. A un certo punto non li vedo più ma percepisco, anche con l’andirivieni di persone fuori e dentro, delle risatine; Presumo che si siano messi su due poltroncine che si trovano lì dietro, non visibili dal bancone.
Poi arriva il silenzio. Un momento strano perché non entra o esce
nessuno. E non sento più neanche loro due.
Faccio una cosa un po' irrituale: decido che è ora del caffè e mi avvio
verso il bar. Faccio comunque del rumore, canticchio un pezzo che ho nella
testa, ci metto qualche secondo in più camminando con una certa flemma.
Non guardo direttamente loro, ma posso osservarli con la coda dell’occhio:
lei è inclinata su di lui, con il mento sulla sua spalla, lui è praticamente
disteso sulla poltrona e ha il giubbotto sopra il bacino ma non ci vuole molto
a capire che ha i pantaloni slacciati.
Stavo seriamente per dirgli «Che diamine, avete la vostra camera, andate
su!»
A me piacciono le coppie che si tengono per mano e si danno bacini, qualsiasi sia il loro sesso. Ma si ponessero dei limiti, perbaccolina!
sabato 11 ottobre 2025
E poi capita che un gruppo di 5-6 maschi colmi come zampogne di tutta la produzione vinicola della Rufina, si fermi nella piazza antistante l’albergo e inizi a parlare a voce sempre più sostenuta nella lingua del presidente più smargiasso di questo quadrante stellare fino a che il più deficiente della combriccola non parte con il cantare, con il suo accento, quella che pensa sia la miglior canzone italiana di sempre:
«È UNA
CANZONE, SARÀ PERCHÈ TI AMO!»
Ovviamente
con il tono di un airbus in pieno decollo!
Mi
avvicino all’ingresso; l’ugola canterina è voltata di spalle ma uno dei suoi
amici no, è proprio di fronte a lui e quindi anche della porta. Mi nota dalla
vetrata e mi indica. Il bel madrigalista moderno di questo ca**o si volta e
scoppia a ridere, ma almeno ha smesso di cantare.
Potrebbe
finire qui?
Una
mezz’ora dopo, passano per la piazza dei nostri connazionali. Anzi, mettiamoci
il carico da 11: miei concittadini. I quali si mettono a litigare fino a che
uno di questi non parte con una serie di bestemmie selvagge urlate come un
ossesso. Potessi, lo riporterei seduta stante nella Firenze del ‘300, affinché
sia consegnato ai priori che ne facciano carne!
Anche in
questo caso, mi affaccio all’ingresso. Mi notano e se ne vanno.
Farsi
vedere, da questi urlatori notturni, è sempre un rischio. Non si sa mai come
possono reagire: che siano ubriachi o meno, potrebbe anche trattarsi di esseri
dall’indole violenta che non sopportano l’essere visti, e giudicati, per i loro
comportamenti sguaiati; e quindi rivoltarsi verso il portiere. Ma io non riesco
a fare finta di niente e non posso neanche accettarlo; ci sono camere, ai pieni
sopra l’ingresso, da cui si sentono le urla della strada.
Comunque
‘sta gentaglia ha proprio scocciato. Anche a casa capita di sentire grida nella
notte; gente che sente la necessità di squarciare l’oscurità con urla belluine:
canzoni improbabili, bestemmie, nomi di persone.
E poi,
non so perché, sono tutti maschi. Ma non si possono arruolare a forza nell’esercito
ucraino e mandarli a sminare nel Donbass?
domenica 5 ottobre 2025
Benché venga da una famiglia non credente, ho dovuto studiare la religione. Ai miei tempi era obbligatorio. Alle medie, scuola Pieraccini, a insegnare questa materia c’era un frate! Poi dicono che Firenze è una città rossa. Mai stata. Noi siamo quelli che hanno adottato il Savonarola, il tipo che ammoniva i passanti con “Ricordati che devi morire!” (segnatevelo). Alcuni fiorentini lo adoravano così tanto che giravano per la città prendendosi a scudisciate sulla schiena e lamentandosi del futuro incontro con il tristo mietitore; gli altri, quelli che si godevano la vita perché del doman non v’è certezza, li canzonavano definendoli “piagnoni”.
A Firenze siamo così, non
abbiamo mezze misure.
A furia di studiare il
vangelo, ho imparato l’amore verso il prossimo, chiunque esso sia. Ho cercato
di trasmettere questo insegnamento alle ragazze e posso orgogliosamente
affermare di esserci riuscito; perciò, venerdì mattina sono andate a
manifestare -io ho dormito, ero troppo stanco- verso il popolo che più di ogni
altro sta soffrendo, su questo pianeta, a causa di una forza politica che ha
appreso perfettamente la lezione del partito nazionalsocialista: ditemi se
Ben-Gvir non vi sembra la reincarnazione di Goebbels. È proprio lui. Se fosse nato
dall’altra parte sarebbe stato un miliziano armato di AK-47. Lo so che la
reincarnazione non è propriamente un’idea del cristianesimo, ma forse c’è anche
un po' d’induismo.
Da persona veramente poco
credente non so dire se c’è qualcosa dopo la morte, ma se c’è, sono arcisicuro
che tutti coloro che denigrano azioni umanitarie finiranno giù, in basso. Lo
so, un mio compaesano l’ha visto e ce l’ha descritto.
“…là dove l’ombre tutte eran coperte,
e traparien come festuca di vetro
Altre sono a giacere; altre stanno erte
quella col capo e quella con le piante
altra, com’arco, il volto a piè riverte."
Quindi occhio. I traditori
dei benefattori finiscono nella Giudecca, il lago ghiacciato del Cocito. E lì
c’è Lucifero in persona, mica pizza e fichi.
Foto della Cami. Non hanno
fatto casino, sono brave ragazze. Mica come me. Ai miei vent’anni un po' di
casino lo feci, e me ne vergogno un po', soprattutto per la motivazione. Ma
sono cambiato. Come canta Ligabue “Nasci da incendiario, muori da pompiere”
venerdì 3 ottobre 2025
Vi invito a non giudicare, perché nessuno di noi è perfetto. Gli errori li commettiamo tutti e “chi non fa non sbaglia”; è sufficiente un attimo di distrazione che si combina il patatrac.
Magari ci sono quelli attenti e puntigliosi, come Furio marito della
Magda; ma non tutti siamo così -per fortuna delle povere Magde- e occorre una
buona organizzazione per far andare tutto al meglio. Ad esempio, prima di
avventurarsi in un progetto, segnare su un foglietto tutto ciò che serve e
mettere una spunta su ogni cosa fatta e preparata.
In piena notte arriva una chiamata:
«Hotel ******* sono Marcello, come posso aiutarla?»
«Buongiorno, parla inglese?»
«Certo signora, mi dica cosa posso fare per lei»
«Ho una prenotazione presso di voi, tra due giorni, a nome ********»
«Controllo subito»
Rapida occhiata al gestionale e conferma della prenotazione. La signora
quindi dice:
«Ecco… io ho questo problema… non potrò arrivare il giorno previsto. È
possibile avere una cancellazione gratuita o eventualmente spostare la
prenotazione qualche giorno più in là?»
«Non posso aiutarla in questo, signora. Io sono il portiere notturno e
non ho la responsabilità di queste decisioni. Se scrive una mail all’ufficio
prenotazioni magari possono farlo, però lei ha prenotato una non rimborsabile»
«…lo so… perché oggi sono andata in aeroporto per il mio viaggio in
Europa e non mi ero accorta che il passaporto era scaduto…»
«…mi dispiace…»
«Sono stata veramente imprevidente, era scaduto da solo un mese ma non
mi hanno fatto passare. Sto andando a rinnovarlo subito, ma ormai il volo l’ho
perso»
«Io lascio il messaggio ai colleghi del giorno, non posso fare altro»
«Grazie mille, mi spiace averla disturbata di notte»
«Nessun disturbo, è il mio lavoro. Buona fortuna»
Quindi, per una terribile distrazione, la signora ha perso i soldi del
volo e delle prenotazioni alberghiere, qui e in altre città europee.
Possiamo anche riderci, se vogliamo, ma occhio: certi errori possiamo
commetterli tutti.
Perché come dice Osgood Fielding III “nessuno è perfetto”.
domenica 21 settembre 2025
L’inferno non è solo lo stare immersi in un lago ghiacciato (i traditori), essere sepolti in sarcofaghi infuocati (gli eretici), immersi in un fiume bollente e fetido (i violenti) o altre amenità del genere.
L’inferno è anche rappresentato da una signora indiana, doverosamente
abbigliata con il Sari e regolare Bindi (il puntino rosso) in mezzo alla
fronte, che scende nella hall alle 2 del mattino, si mette a un tavolo, accende
il cellulare e fa partire tre ore di
musica tradizionale indiana a tutto volume!
Qualsiasi peccato abbia commesso nella mia -non ancora terminata- vita
terrena, dev’essere stato davvero tremendo.
venerdì 5 settembre 2025
Post polemico che non ha niente a che vedere con l’albergo. Scusate.
Quando ho qualche giorno
libero scappo su in montagna; devo dare il mio piccolo supporto a parenti
affetti da un po' di acciacchi e, se possibile, girare per il bosco a cercare i
porcini -che potrebbe anche essere scambiato per il lavoro della polizia postale
quando deve individuare maschi adulti che postano foto delle consorti-
Sono stato quindi un paio di
giorni nel paesello del Pratomagno dove abitano i miei; la soldataglia
fiorentina ci passò ai primi di Giugno del 1289 ma invece rilassarsi nell’aria
pura della montagna, bruciarono tutto per far capire agli aretini, giù a valle,
cosa gli stesse per arrivare addosso, nella piana di Campaldino.
A volte penso che bisognerebbe
rinverdire quel momento e distruggere ogni cosa.
La chiesetta locale ha il
campanile che suonava a tutte le ore. Anche in piena notte si udivano i
rintocchi, emessi da un altoparlante.
Ho usato il verbo al passato
perché da qualche giorno non suona più.
I locali hanno subito
polemizzato perché “Eh, la tradizione deve proseguire” e sospettano che qualche
turista, salito per godere del clima ameno, abbia chiesto di far tacere i
rintocchi per dormire.
Ecco, questa polemica mi ha
dato parecchio fastidio.
Qui c’è gente che, mentre
gioca e qualcuno sbaglia la carta da tirare giù, fa partire le peggio
bestemmie.
Un paesello dove, fino a
trent’anni fa, comandava il PCI, con una percentuale elettorale che rasentava
l’unanimità. Perciò atei senza Dio.
Poi il comunismo è finito e
sono arrivati lavoratori “stranieri”. E i locali si sono scoperti essere dei
ra**isti del ca**o. Nel vangelo Gesù diceva di amare tutti, soprattutto gli
stranieri, e questi invece li odiano.
E però pretendono che le
campane suonino. A me quest’incoerenza dà proprio fastidio. Hanno livello zero
di cristianità da un secolo ma le campane devono sentirle.
Io gliele darei in testa!
Ps. Adesso le campane hanno
ripreso. Sarei tentato di andare staccare la corrente.
domenica 24 agosto 2025
Due piccoli aneddoti:
1) Due signore francesi anziane che devono aver visto l’arrivo dei
tedeschi quando ancora indossavano l’elmo chiodato.
Una di loro inizia a parlare in un inglese stentatissimo, al che gli
rispondo in francese.
«Ohhhh, très bien!»
Sono in partenza il giorno dopo ma hanno perso il biglietto aereo. Si
affanna sul telefono per trovare i dati e finalmente mi mostra la pagina della
prenotazione.
«Me la può stampare?»
«Con piacere, signora. Me la dovrebbe inviare per mail»
«Oh…. E come si fa?»
Al che piazza il telefono sul bancone girato verso di me. Eh, bien, vediamo
un po'.
Scorro sulla pagina per vedere se c’è il collegamento con un pdf da
scaricare, ma non lo trovo. Provo ad andare un attimo indietro ma ci sono centinaia
di mail non lette, impossibile mettersi a guardarle, tantopiù che mi sento un
intruso, a frugare nel cellulare di una persona sconosciuta, benché la signora si
fidi ciecamente di me -devo proprio dare un’impressione di specchiata onestà e
rettitudine-. Peraltro l’apparecchio è leggermente diverso dal mio, con funzioni
diverse, quindi livello difficile. Provo a pigiare dove penso ci sia il “cattura
immagine” -volgarmente detto screenshot- ma va alla pagina principale. Le icone
sono illuminate come palline di natale, con numerini rossi in alto a destra, la
signora ha praticamente tutto attivo, ci sono almeno una ventina di pagine
chrome aperte. Alla fine riesco a fare l’immagine, condivido, mi appare gmail,
clicco, digito la mail dell’albergo e invio. Ricevo la mail, stampo e passo
alle signore, che ringraziano felici. Spero che quello gli basti, ci sono sopra
i dati del volo e il numero dei biglietti, ma se avevano un pdf con il codice
QR forse era meglio. Però di andare a frugare nelle icone per cercare il file
non mi andava.
Salutano e mentre si avviano per le scale, mi dicono che il mio francese
è buono ma non perfetto.
Ma le perdono, tanto sappiamo bene chi arrivò primo sull’Izoard.
2) coppia americana, lui bianco con barbetta, qualche anno più di me,
elegante, magro, distino e molto cordiale; lei una stangona afroamericana poco
più giovane con chilometri di gambe e nessuna remora a mostrarle.
Si siedono nella hall a discutere per un po'. Appaiono stanchi -è stata
una giornata di un caldo che non si prova neanche nell’Atacama- ma sembra che
lui voglia ancora uscire.
Viene al bancone e mi chiede se conosco un locale dove suonino dal vivo,
preferibilmente jazz.
Potrei fare una ricerca in rete, ma preferisco essere onesto: allargo le
braccia e, scusandomi, gli dico la verità «mi spiace, non ne conosco.»
Lui appare un po' rassegnato mentre lei mostra un’espressione quasi
sollevata, probabilmente perché più stanca. Accavalla le gambe provocando
perturbazioni nella forza.
Lui fa una ricerca e mi mostra un locale sul cellulare. Posso solo
rispondere così:
«Mi dispiace, non so dirle come è. Io lavoro di notte, non esco più per
locali da decenni.»
«Allora smetti di lavorare di notte.» replica sorridendo.
Rido. Ma mi veniva da dirgli che se chiedeva ai miei colleghi del
pomeriggio, avrebbero potuto dargli ottime indicazioni. Comunque ci ha pensato
lei a risolvere la situazione. Si alza dalla sedia e si avvia verso
l’ascensore. Lui riflette qualche secondo e poi la segue.
Se restava al bancone qualche attimo in più, lo avrei preceduto e
lasciato a finire il turno al posto mio.

