Non darò nessun giudizio. Mi limiterò a elencare i fatti.
La mia solita premessa: sono un portiere. Lavoro in albergo.
Non so ancora per quanto.
Stiamo vivendo un momento particolare. Probabilmente storico. Una malattia complessa è entrata nel nostro quotidiano, sconvolgendolo da capo a piedi. Non abbiamo il vaccino e, benchè non abbia una mortalità alta, non va preso alla leggera. E sta cambiando le nostre vite a una velocità impensabile.
Avrei voluto prlare della cliente giapponese che, nei commenti del questionario che diamo a tutti, aveva scritto di essere guardata male perchè asiatica. Di altri clienti di quel continente che, per posta elettronica, erano impauriti degli atti di discriminazione razziale ai danno di asiatici perpetrati dagli italiani, e complimenti ai leghisti, gente che io rinchiuderei in un gulag in bermuda a novembre. Avrei voluto scrivere di questi, poi, nel giro di pochissimi giorni, abbiamo scoperto che gli untori del mondo siamo noi. E i clienti sono, letteralmente, spariti.
Non so se il posto dove lavoro si salverà. Parecchi alberghi di Firenze hanno già chiuso, almeno per un pò di tempo. Andrà come andrà. Non mi piace scrivere che "non ci sarà un futuro". Un futuro ci sarà sempre. Per vivere vivremo. Si tratterà di vedere come. Ma sono molto combattuto tra la paura per il proprio posto di lavoro e la propria salute perchè il mio impiego è al pubblico, non lo si può delegare a distanza; dobbiamo essere sul posto, lì in portineria. Non so qual è meglio o peggio, ma a questo punto, che importanza avrà? Sta cambiando tutto così velocemente che neanche ce ne rendiamo conto.
Lo so, sono un pò come quelli che, agli angoli delle strade, urlano che sta arrivando l'apocalisse. Ma oggi va così. Peccato, perchè avevamo una bellissima famiglia con una bambina di poco più di un anno e quel tenero passo incerto di chi ha appena scoperto il bipedismo, che mi portava la chiave della camera e mi diceva un ciao dolce come solo i piccoli della loro età sanno fare.
E io, di tutto questo casino, voglio ricordare lei.
Portiere d'albergo. Vorace lettore. Scrittore a tempo perso. Giocatore da tavolo. Nemico di un gatto. Depresso cronico. Attendo l'arrivo dei Vogon o, in subordine, il ritorno di Vladimir Ilic Ulianov.
domenica 8 marzo 2020
mercoledì 4 marzo 2020
A cosa serve la scuola?
La scuola è quel luogo atto a formare i cittadini. A fornirgli un'istruzione. A renderli maturi per convivere gli altri. Il mondo che li circonda. Umano, animale, vegetale, minerale.
La definizione è mia. Può non essere perfetta, ma è quel che mi è venuto sul momento. E' esatta? Probabilmente no. Ma d'altra parte la scuola italiana non è che abbia formato così bene i cittadini di questo paese. Altrimenti sarei una persona migliore di quel che sono oggi. Non ci sarebbero italiani che tentano, e riescono troppo spesso, a fregare gli altri italiani. Non ci sarebbero strunz che si lamentano di dover pagare una tassa di soggiorno in albergo, ma nello stesso albergo ci arrivano con suv che costano 10.000 volte tanto. E salvini vivrebbe servendo hamburger, invece che mangiarseli a nostre spese 5 volte al giorno (colesterolo, vogliamo darci una mossa?)
Ma in questi venti anni di lavoro d'albergo, con fine settimana passati al bancone e salti mortali nel gestire i turni di lavoro tra me, la consorte -anche lei portiera d'albergo- nonni e zii nell'accudire due figlie troppo spesso sballotate tra Firenze, Pistoia, Prato e la montagna casentinese, una cosa per certo posso dirla: LA SCUOLA ITALIANA NON E' UN PARCHEGGIO PER BAMBINI. I bambini sono sacrificio, impegno, dedizione. Non sono pacchi da movimentare tra casa-scuola-casa mentre noi adulti siamo impegnati a lavorare.
Ecco perchè mi danno profondamente fastidio le lamentele di chi obietta alla chiusure delle scuole perchè "dove mettiamo i bambini?" Non mi interessano le motivazioni di tale chiusura: è così, basta con questi piagnistei. Riboccarsi le maniche e provare ad andare avanti. Difficile? Certo che lo è. Lavoro in un albergo nel centro di Firenze, e un tale vuoto l'ho visto solo dopo l'11 Settembre e la crisi economica del 2008. Ma a quelli che lamentano problemi per l'emergenza sanitaria e la quarantena, io li manderei indietro nel tempo, nella Firenze del 1348.
Poi, molto probabilmente, stiamo esagerando. Ma intanto la situazione è questa. E poi sono arrivato a un'età per cui le lamentele sono veramente insopportabili. Quindi, a meno che non viviate entro la zona rossa, basta, per favore.
Sono vecchio, accidenti.
La scuola è quel luogo atto a formare i cittadini. A fornirgli un'istruzione. A renderli maturi per convivere gli altri. Il mondo che li circonda. Umano, animale, vegetale, minerale.
La definizione è mia. Può non essere perfetta, ma è quel che mi è venuto sul momento. E' esatta? Probabilmente no. Ma d'altra parte la scuola italiana non è che abbia formato così bene i cittadini di questo paese. Altrimenti sarei una persona migliore di quel che sono oggi. Non ci sarebbero italiani che tentano, e riescono troppo spesso, a fregare gli altri italiani. Non ci sarebbero strunz che si lamentano di dover pagare una tassa di soggiorno in albergo, ma nello stesso albergo ci arrivano con suv che costano 10.000 volte tanto. E salvini vivrebbe servendo hamburger, invece che mangiarseli a nostre spese 5 volte al giorno (colesterolo, vogliamo darci una mossa?)
Ma in questi venti anni di lavoro d'albergo, con fine settimana passati al bancone e salti mortali nel gestire i turni di lavoro tra me, la consorte -anche lei portiera d'albergo- nonni e zii nell'accudire due figlie troppo spesso sballotate tra Firenze, Pistoia, Prato e la montagna casentinese, una cosa per certo posso dirla: LA SCUOLA ITALIANA NON E' UN PARCHEGGIO PER BAMBINI. I bambini sono sacrificio, impegno, dedizione. Non sono pacchi da movimentare tra casa-scuola-casa mentre noi adulti siamo impegnati a lavorare.
Ecco perchè mi danno profondamente fastidio le lamentele di chi obietta alla chiusure delle scuole perchè "dove mettiamo i bambini?" Non mi interessano le motivazioni di tale chiusura: è così, basta con questi piagnistei. Riboccarsi le maniche e provare ad andare avanti. Difficile? Certo che lo è. Lavoro in un albergo nel centro di Firenze, e un tale vuoto l'ho visto solo dopo l'11 Settembre e la crisi economica del 2008. Ma a quelli che lamentano problemi per l'emergenza sanitaria e la quarantena, io li manderei indietro nel tempo, nella Firenze del 1348.
Poi, molto probabilmente, stiamo esagerando. Ma intanto la situazione è questa. E poi sono arrivato a un'età per cui le lamentele sono veramente insopportabili. Quindi, a meno che non viviate entro la zona rossa, basta, per favore.
Sono vecchio, accidenti.
giovedì 27 febbraio 2020
Non voglio fare la vittima nell'affermare che il nostro lavoro di portieri d'albergo sia più a rischio di tanti altri. Sicuramente meno di medici e infermieri, e uguale a chi lavora nei negozi, nei ristoranti, nei taxi. Noi che lavoriamo al pubblico non possiamo assolutamente sapere se colui a cui abbiamo appena stretto la mano e ci saluta sorridente, dopo un soggiorno a Firenze, abbia nel suo organismo la peste bubbonica o semplicemente non si sia lavato le mani dopo essere stato alla toilette. Quando possibile, si corre in bagno a lavarsele, ma non possiamo fare a meno di toccare il bancone, la tastiera del computer, quella del pos e la cornetta del telefono, che teniamo vicino alla bocca.
E non mi va neanche di parlare delle innumerevoli cancellazioni che stiamo ricevendo in questi giorni.
La vita va avanti. Ho bisogno di parlare di cose belle, felici, rilassanti. Dimenticare lo stress e piccole delusioni come l'annullamento dell'incontro che avrebbe dovuto avere luogo in settimana con Amelie Nothomb, una delle mie scrittrici preferite.
Domenica ero in turno di mattina. Avrei voglia di una scusa per spendere una quantità esorbitante di soldi in qualcosa. Mi arriva tramite mia figlia, che ha bisogno di un libro da leggere, consigliato a scuola.
Il libro ce l'ho, letto quando avevo proprio la sua età, ma sepolto da qualche parte nella casa di montagna, assieme a centinaia di altri volumi. Quindi ho la scusa per andare in libreria. A fine turno timbro, saluto il collega e mi dirigo, rapido come uno Shinkansen, in un luogo che reputo quasi sempre vuoto. Soprattutto la domenica pomeriggio.
Invece c'è un caos pazzesco di gente tirata a lucido come neanche agli incontri di meetic, strisce color bianco/rosso a delimitare la sala principale del negozio, un tipo di colore grande quanto un armadio con badge di riconoscimento e occhiale scuro modello man in black a impedire l'accesso in zona rossa.
Chiedo, a due tipe che avranno la mia età ma abbigliate come ragazzine al prediciottesimo, il perchè di tutto questo assembramento, e mi fissano quasi scandalizzate dalla mia ignoranza: Piero Pelù presenta il suo ultimo album.
Come diceva quella battuta: non ce l'ho con Dio ma con il suo fan club. Lo stesso potevo dire io domenica. Urla e cori da stadio assordanti. E alcuni reparti non accessibili. Mi è sempre piaciuta la sua musica, ma ormai ho quell'età che mi rende insopportabile ogni tipo di assembramento. E non per il virus, sono contento che la gente se ne freghi e si ritrovi in massa. Semplicemente, a me piace il silenzio. E però, mentre cerco il libro per la Camilla e guardo altri volumi per me, Piero dice anche cose interessantissime e intelligenti, in particolare su come, quando lui era giovane, la Firenze degli anni '80 fosse una città dove il rock visse un momento felice, quasi magico. Litfiba. Diaframma. Dennis and the Jets. E' vero. Me lo ricordo. Ero ancora troppo giovane per quelle notti fiorentini di rinascimento rock, ma la musica arrivò, alle mie orecchie.
Ma con tutto il bene che posso volere a Piero, non sopporto il chiasso dei suoi fan. Di chi cerca assolutamente di essere in prima fila per fotografarlo. Prendo i libri che volevo, pago ed esco. Passo davanti al Duomo, che vale sempre una foto, e mi fiondo in una cioccolateria. Scatto una foto e poi, finalmente, posso rilassarmi sorseggiando una bevanda alla temperatura di fusione del piombo e leggere qualche estratto di quel che ho appena acquistato.
E lì, finalmente rilassato dopo 7 ore di turno alberghiero, mi sento felice. Sereno. Appagato con il mondo.
E sono l'unico, in quella sala, a leggere sulla vera carta.
Ma, in fondo, che importa?
E non mi va neanche di parlare delle innumerevoli cancellazioni che stiamo ricevendo in questi giorni.
La vita va avanti. Ho bisogno di parlare di cose belle, felici, rilassanti. Dimenticare lo stress e piccole delusioni come l'annullamento dell'incontro che avrebbe dovuto avere luogo in settimana con Amelie Nothomb, una delle mie scrittrici preferite.
Domenica ero in turno di mattina. Avrei voglia di una scusa per spendere una quantità esorbitante di soldi in qualcosa. Mi arriva tramite mia figlia, che ha bisogno di un libro da leggere, consigliato a scuola.
Il libro ce l'ho, letto quando avevo proprio la sua età, ma sepolto da qualche parte nella casa di montagna, assieme a centinaia di altri volumi. Quindi ho la scusa per andare in libreria. A fine turno timbro, saluto il collega e mi dirigo, rapido come uno Shinkansen, in un luogo che reputo quasi sempre vuoto. Soprattutto la domenica pomeriggio.
Invece c'è un caos pazzesco di gente tirata a lucido come neanche agli incontri di meetic, strisce color bianco/rosso a delimitare la sala principale del negozio, un tipo di colore grande quanto un armadio con badge di riconoscimento e occhiale scuro modello man in black a impedire l'accesso in zona rossa.
Chiedo, a due tipe che avranno la mia età ma abbigliate come ragazzine al prediciottesimo, il perchè di tutto questo assembramento, e mi fissano quasi scandalizzate dalla mia ignoranza: Piero Pelù presenta il suo ultimo album.
Come diceva quella battuta: non ce l'ho con Dio ma con il suo fan club. Lo stesso potevo dire io domenica. Urla e cori da stadio assordanti. E alcuni reparti non accessibili. Mi è sempre piaciuta la sua musica, ma ormai ho quell'età che mi rende insopportabile ogni tipo di assembramento. E non per il virus, sono contento che la gente se ne freghi e si ritrovi in massa. Semplicemente, a me piace il silenzio. E però, mentre cerco il libro per la Camilla e guardo altri volumi per me, Piero dice anche cose interessantissime e intelligenti, in particolare su come, quando lui era giovane, la Firenze degli anni '80 fosse una città dove il rock visse un momento felice, quasi magico. Litfiba. Diaframma. Dennis and the Jets. E' vero. Me lo ricordo. Ero ancora troppo giovane per quelle notti fiorentini di rinascimento rock, ma la musica arrivò, alle mie orecchie.
Ma con tutto il bene che posso volere a Piero, non sopporto il chiasso dei suoi fan. Di chi cerca assolutamente di essere in prima fila per fotografarlo. Prendo i libri che volevo, pago ed esco. Passo davanti al Duomo, che vale sempre una foto, e mi fiondo in una cioccolateria. Scatto una foto e poi, finalmente, posso rilassarmi sorseggiando una bevanda alla temperatura di fusione del piombo e leggere qualche estratto di quel che ho appena acquistato.
E lì, finalmente rilassato dopo 7 ore di turno alberghiero, mi sento felice. Sereno. Appagato con il mondo.
E sono l'unico, in quella sala, a leggere sulla vera carta.
Ma, in fondo, che importa?
domenica 16 febbraio 2020
Non è una bella cosa ma si, mi è capitato di dare una risposta crudele a un cliente. Crudele per lui e la sua autostima.
Mi arriva questa coppia inglese. Formano un duo che potrebbe essere definito come "articolo il", perchè lui è alto e massiccio, con espressione severa, dura, rigida, mentre lei è bassa e minuta, ma con un sorriso fulgido e sereno.
Ovviamente non mi scoraggio della sua palese ostilità. Il sorriso devo darlo a tutti i clienti, e quindi mi appresto al check-in. Mentre registro i loro passaporti, non posso non fare, con tutti i britannici, la solita, classica, inevitabile battuta di questi mesi:
-Quindi ci lasciate-
Lui mi guarda dritto negli occhi, tanto che mi interrompo un attimo dalla registrazione, e mi sibila la frase in maniera quasi velenosa:
-Si, e sono favorevole-
A cui segue un sorrisino sardonico. Di chiarissima sfida.
Tsè, sarai anche alto, ma resti un giovane Jedi inesperto.
-A inizio mese sono stato alla scuola di mia figlia: illustravano le vacanze studio per i ragazzi italiani che vogliono andare a studiare l'inglese per due settimane-
-A Londra?- Chiede lei, che sembra più interessata.
-Bristol. Un college molto bello. Con tutto il necessario: la scuola, il teatro, il cinema, il parco con le attività sportive...-
E poi, mentre gli rendo i documenti:
-Però la manderemo a Dublino-
Lui rimane letteralmente di sasso. Gli avessi lanciato un pietrificum sarebbe stato più mobile. Per un attimo ho il timore che possa saltare di quà dal banco e prendermi a scapaccioni.
E non avrei potuto biasimarlo.
Lei lo osserva un pò preoccupata, ma poi mi sorride perchè io, sparata la battuta, mi sono subito messo a dargli le spiegazioni solite: orario colazione, wifi e mappa della città con l'indicazione su dove si trovano gli Uffizi rispetto all'hotel.
Poi gli consegno la chiave e li saluto, passando al prossimo check-in.
Superfluo aggiungere che lui non mi salutò mai, nè quando uscivano nè quando rientravano.
"Mio alleato è il sarcasmo. Potente alleato esso è"
ps. in realtà mia figlia, la più giovane perchè la grande non è interessata, ancora non partirà. Forse il prossimo anno. Però si, sicuramente l'Irlanda.
E quasi quasi ci torno pure io. Ho bisogno di un pò di lezioni. Di Guinness.
Mi arriva questa coppia inglese. Formano un duo che potrebbe essere definito come "articolo il", perchè lui è alto e massiccio, con espressione severa, dura, rigida, mentre lei è bassa e minuta, ma con un sorriso fulgido e sereno.
Ovviamente non mi scoraggio della sua palese ostilità. Il sorriso devo darlo a tutti i clienti, e quindi mi appresto al check-in. Mentre registro i loro passaporti, non posso non fare, con tutti i britannici, la solita, classica, inevitabile battuta di questi mesi:
-Quindi ci lasciate-
Lui mi guarda dritto negli occhi, tanto che mi interrompo un attimo dalla registrazione, e mi sibila la frase in maniera quasi velenosa:
-Si, e sono favorevole-
A cui segue un sorrisino sardonico. Di chiarissima sfida.
Tsè, sarai anche alto, ma resti un giovane Jedi inesperto.
-A inizio mese sono stato alla scuola di mia figlia: illustravano le vacanze studio per i ragazzi italiani che vogliono andare a studiare l'inglese per due settimane-
-A Londra?- Chiede lei, che sembra più interessata.
-Bristol. Un college molto bello. Con tutto il necessario: la scuola, il teatro, il cinema, il parco con le attività sportive...-
E poi, mentre gli rendo i documenti:
-Però la manderemo a Dublino-
Lui rimane letteralmente di sasso. Gli avessi lanciato un pietrificum sarebbe stato più mobile. Per un attimo ho il timore che possa saltare di quà dal banco e prendermi a scapaccioni.
E non avrei potuto biasimarlo.
Lei lo osserva un pò preoccupata, ma poi mi sorride perchè io, sparata la battuta, mi sono subito messo a dargli le spiegazioni solite: orario colazione, wifi e mappa della città con l'indicazione su dove si trovano gli Uffizi rispetto all'hotel.
Poi gli consegno la chiave e li saluto, passando al prossimo check-in.
Superfluo aggiungere che lui non mi salutò mai, nè quando uscivano nè quando rientravano.
"Mio alleato è il sarcasmo. Potente alleato esso è"
ps. in realtà mia figlia, la più giovane perchè la grande non è interessata, ancora non partirà. Forse il prossimo anno. Però si, sicuramente l'Irlanda.
E quasi quasi ci torno pure io. Ho bisogno di un pò di lezioni. Di Guinness.
domenica 2 febbraio 2020
Una lampante, esemplare, palese dimostrazione di quanto gli italiani siano un popolo tra i più stronzi e idioti che esistano.
Arriva una telefonata per richiesta di disponibilità. Si verifica e si risponde con adeguata offerta. Si ottiene una risposta affermativa. Si chiede una mail a cui inviare offerta scritta a cui la cliente risponderà con i dati della carta di credito o il bonifico.
Ma a quel punto arriva la ferale domanda:
-Voi... ehm... prenotate anche ai cinesi?
-... Scu..scusi?
-Cioè... con tutto quello che sta succedendo, non fate entrare i cinesi, vero?
-Signora, noi vendiamo camere, non facciamo mica distinzioni. E comunque le camere sono in vendita anche su internet, non ci sono filtri del genere.
-Ma io non voglio rischiare di AMMALARMI-
-Statisticamente, è più probabile morire investiti da un italiano.
-Ma come si permette? Non prenoto più!
E riattacca.
Com'è che cantava quel mio concittadino? Ah, si: "Figliol di ***** 'un moian mai"
Arriva una telefonata per richiesta di disponibilità. Si verifica e si risponde con adeguata offerta. Si ottiene una risposta affermativa. Si chiede una mail a cui inviare offerta scritta a cui la cliente risponderà con i dati della carta di credito o il bonifico.
Ma a quel punto arriva la ferale domanda:
-Voi... ehm... prenotate anche ai cinesi?
-... Scu..scusi?
-Cioè... con tutto quello che sta succedendo, non fate entrare i cinesi, vero?
-Signora, noi vendiamo camere, non facciamo mica distinzioni. E comunque le camere sono in vendita anche su internet, non ci sono filtri del genere.
-Ma io non voglio rischiare di AMMALARMI-
-Statisticamente, è più probabile morire investiti da un italiano.
-Ma come si permette? Non prenoto più!
E riattacca.
Com'è che cantava quel mio concittadino? Ah, si: "Figliol di ***** 'un moian mai"
venerdì 24 gennaio 2020
Dobbiamo ammetterlo: le donne hanno una marcia in più.
Sono più sveglie, capaci, calcolatrici; noi maschi non possiamo farcela. La nostra mente è annebbiata, incapace di ragionare, risucchiata nel lato oscuro; nel buio incatenati, bramosi di tesssssoro, cediamo alle più bieche tentazioni.
Si, potete vederci un doppio senso.
Anzi, dovete.
Cinese. Giovane, vestito curato, elegante.
Uno di quelli che ce l'ha fatta, che è arrivato; proprietario di un paio di capannoni al macrolotto di Prato, ormai ridotta a zona industriale del Quandong; e dentro i capannoni, l'intera popolazione del Quandong: 15 al metro quadro. Perchè un cinese vestito elegante nel centro di Firenze la domenica è il proprietario dei capannoni, non c'è altra spiegazione. Perchè all'esterno del capannone i giorni scorrono normali, mentre all'interno sono sempre le 10 di lunedì mattina: massimo dell'impegno lavorativo. 24 ore su 24.
A scuola avevo studiato che i cinesi avevano realizzato scoperte incredibili secoli prima di noi occidentali: l'uso del petrolio, la polvere da sparo ed i fuochi artificiali, la macchina per misurare i terremoti, forse anche la briscola ed il tresette.
Ma oggi, nel duemila passato, si sono ridotti a ritirare fuori roba che noi occidentali non usiamo più da secoli: la servitù della gleba.
Secoli prima, in Europa, gli uomini dipendevano dalla terra, e passavano di proprietario quando veniva comprata il terreno.
Oggi dipendono dal capannone.
Dicevo: il cinese ricco, il proprietario del capannone e dei servi della gleba che ci lavorano dentro, entra nell'albergo.
Si ferma davanti al bancone.
Mi guarda.
Io: "Buongiorno" + sorriso.
E' sorpreso. Non se l'aspetta. Non è abituato agli italiani sorridenti, non li ha mai visti, pensa che siano come gli unicorni: creature di fantasia. Per lui gli italiani hanno l'aspetto feroce e rancoroso dei pratesi leghisti e/o di casa libbra (o se preferite, casa sterlina) alla vista di un cinese, la stessa dei soldati giapponesi che entrarono a Nanchino: odio profondo ansioso di massacro.
Poi si riprende. E' in un albergo, e ha davanti a sé un portiere, il cui scopo è vendere camere a chiunque non sia vestito come uno straccione e sborsi il soldo. E lì torna sicuro di sé: ha il vestito elegante, e soprattutto il soldo. Ma prima la domanda topica:
"C'è camela?"
Crdetemi, io non voglio assolutamente alimentare il mito del cinese che parla con la l al posto della r, ma è quel che ha detto, quel che mi ha chiesto. "C'è camela?"
Ma è ovvio che c'è, sono qui apposta! Sparo il prezzo, un buon prezzo. Perchè è una domenica di bassa stagione, e non siamo al completo, purtroppo. Abbiamo molte camere libere, e sono già preparato sulle tariffe da applicare a chi passa a domandare al bancone.
Ecco, si rilassa, quasi appare un sorriso: ha trovato il posto giusto. Estrae dalle tasche un rotolo di banconote e le piazza sul bancone, assieme al documento d'identità (il permesso di soggiorno), poi esce e fa un cenno all'esterno. Come immaginavo, entra lei.
Carina, giovane. Non vestita proprio curata, anzi. Probabilmente è una delle serve della gleba del capannone, nell'unica occasione per trasformare le 10 di lunedì nelle 14 di domenica. Ma è sorridente. Entra e dice buongiorno.
Io, ovviamente, contraccambio: poi aspetto.
Mi guardano.
Io attendo.
Lui guarda il denaro ed il documento, poi alza gli occhi verso di me. Il messaggio, neanche tanto subliminale, è chiaro e lampante: "Tu, onolevole poltiere, plendele soldi e documento e dale noi chiave di camela per day usel".
Non posso che rispondere in un solo modo:
"Ho bisogno di avere anche il documento della signorina".
Immaginate Jackie Chan quando fa la faccetta stupita quando gli capita un fatto inaspettato:
l' onorevole portiere italiano seguo la legge pidessiquamente: no document, no party.
Lei: "Pelmesso di soggiolno" ed indica il documento di lui.
Io: "Mi serve il documento di entrambi"
Lei: "Io no documento"
Jackie Chan lascia il posto all'occhio della madre.
La disperazione.
Lei non ha il documento.
E lì nostro maschio day user, come tutti i maschi ovunque nel pianeta, di fronte alla terribile prospettiva di andare in bianco, si fa prendere dal panico e dall'irrazionalità.
"Ma io finile plesto, andale via subito"
E' qui che si vede come le donne siano meglio di noi uomini.
Perchè una donna a queste frasi, ci arriva. Lo capisce che non è il caso di dirle. Che non bisogna far prendere il sopravvento agli impulsi sessuali.
Quando l'ho detto a mia moglie, lei è scoppiata a ridere: "Se devi far presto, tu ci vai con un'altra!"
La ragazza cinese però non scoppia a ridere. Anzi, s'incacchia parecchio. Agguanta le banconote ed il documento e gliele sbatte addosso, urlandogli in cinese (non lo parlo, vado ad intuito) quel che ha detto mia moglie.
Però seriamente. Molto seriamente.
Lui replica, alzando la voce. Mi trovo davanti un'altra scena da Jackie Chan, lui che litiga con la protagonista femminile, con un volume di decibel appena un pelo sotto a quello di un airbus in fase di decollo.
Ma per fortuna escono. Chiacchierano a voce alta fuori dal portone, poi lui la abbraccia. Lei lo respinge per un po', poi ricambia l'abbraccio. Pace fatta. Se ne vanno.
Spero che tornino, domenica prossima, con entrambi i documenti.
Ma soprattutto spero che lui abbia imparato la lezione. Anche perchè, da uomo, un pomeriggio in bianco non lo auguro a nessuno.
Sono più sveglie, capaci, calcolatrici; noi maschi non possiamo farcela. La nostra mente è annebbiata, incapace di ragionare, risucchiata nel lato oscuro; nel buio incatenati, bramosi di tesssssoro, cediamo alle più bieche tentazioni.
Si, potete vederci un doppio senso.
Anzi, dovete.
Cinese. Giovane, vestito curato, elegante.
Uno di quelli che ce l'ha fatta, che è arrivato; proprietario di un paio di capannoni al macrolotto di Prato, ormai ridotta a zona industriale del Quandong; e dentro i capannoni, l'intera popolazione del Quandong: 15 al metro quadro. Perchè un cinese vestito elegante nel centro di Firenze la domenica è il proprietario dei capannoni, non c'è altra spiegazione. Perchè all'esterno del capannone i giorni scorrono normali, mentre all'interno sono sempre le 10 di lunedì mattina: massimo dell'impegno lavorativo. 24 ore su 24.
A scuola avevo studiato che i cinesi avevano realizzato scoperte incredibili secoli prima di noi occidentali: l'uso del petrolio, la polvere da sparo ed i fuochi artificiali, la macchina per misurare i terremoti, forse anche la briscola ed il tresette.
Ma oggi, nel duemila passato, si sono ridotti a ritirare fuori roba che noi occidentali non usiamo più da secoli: la servitù della gleba.
Secoli prima, in Europa, gli uomini dipendevano dalla terra, e passavano di proprietario quando veniva comprata il terreno.
Oggi dipendono dal capannone.
Dicevo: il cinese ricco, il proprietario del capannone e dei servi della gleba che ci lavorano dentro, entra nell'albergo.
Si ferma davanti al bancone.
Mi guarda.
Io: "Buongiorno" + sorriso.
E' sorpreso. Non se l'aspetta. Non è abituato agli italiani sorridenti, non li ha mai visti, pensa che siano come gli unicorni: creature di fantasia. Per lui gli italiani hanno l'aspetto feroce e rancoroso dei pratesi leghisti e/o di casa libbra (o se preferite, casa sterlina) alla vista di un cinese, la stessa dei soldati giapponesi che entrarono a Nanchino: odio profondo ansioso di massacro.
Poi si riprende. E' in un albergo, e ha davanti a sé un portiere, il cui scopo è vendere camere a chiunque non sia vestito come uno straccione e sborsi il soldo. E lì torna sicuro di sé: ha il vestito elegante, e soprattutto il soldo. Ma prima la domanda topica:
"C'è camela?"
Crdetemi, io non voglio assolutamente alimentare il mito del cinese che parla con la l al posto della r, ma è quel che ha detto, quel che mi ha chiesto. "C'è camela?"
Ma è ovvio che c'è, sono qui apposta! Sparo il prezzo, un buon prezzo. Perchè è una domenica di bassa stagione, e non siamo al completo, purtroppo. Abbiamo molte camere libere, e sono già preparato sulle tariffe da applicare a chi passa a domandare al bancone.
Ecco, si rilassa, quasi appare un sorriso: ha trovato il posto giusto. Estrae dalle tasche un rotolo di banconote e le piazza sul bancone, assieme al documento d'identità (il permesso di soggiorno), poi esce e fa un cenno all'esterno. Come immaginavo, entra lei.
Carina, giovane. Non vestita proprio curata, anzi. Probabilmente è una delle serve della gleba del capannone, nell'unica occasione per trasformare le 10 di lunedì nelle 14 di domenica. Ma è sorridente. Entra e dice buongiorno.
Io, ovviamente, contraccambio: poi aspetto.
Mi guardano.
Io attendo.
Lui guarda il denaro ed il documento, poi alza gli occhi verso di me. Il messaggio, neanche tanto subliminale, è chiaro e lampante: "Tu, onolevole poltiere, plendele soldi e documento e dale noi chiave di camela per day usel".
Non posso che rispondere in un solo modo:
"Ho bisogno di avere anche il documento della signorina".
Immaginate Jackie Chan quando fa la faccetta stupita quando gli capita un fatto inaspettato:
l' onorevole portiere italiano seguo la legge pidessiquamente: no document, no party.
Lei: "Pelmesso di soggiolno" ed indica il documento di lui.
Io: "Mi serve il documento di entrambi"
Lei: "Io no documento"
Jackie Chan lascia il posto all'occhio della madre.
La disperazione.
Lei non ha il documento.
E lì nostro maschio day user, come tutti i maschi ovunque nel pianeta, di fronte alla terribile prospettiva di andare in bianco, si fa prendere dal panico e dall'irrazionalità.
"Ma io finile plesto, andale via subito"
E' qui che si vede come le donne siano meglio di noi uomini.
Perchè una donna a queste frasi, ci arriva. Lo capisce che non è il caso di dirle. Che non bisogna far prendere il sopravvento agli impulsi sessuali.
Quando l'ho detto a mia moglie, lei è scoppiata a ridere: "Se devi far presto, tu ci vai con un'altra!"
La ragazza cinese però non scoppia a ridere. Anzi, s'incacchia parecchio. Agguanta le banconote ed il documento e gliele sbatte addosso, urlandogli in cinese (non lo parlo, vado ad intuito) quel che ha detto mia moglie.
Però seriamente. Molto seriamente.
Lui replica, alzando la voce. Mi trovo davanti un'altra scena da Jackie Chan, lui che litiga con la protagonista femminile, con un volume di decibel appena un pelo sotto a quello di un airbus in fase di decollo.
Ma per fortuna escono. Chiacchierano a voce alta fuori dal portone, poi lui la abbraccia. Lei lo respinge per un po', poi ricambia l'abbraccio. Pace fatta. Se ne vanno.
Spero che tornino, domenica prossima, con entrambi i documenti.
Ma soprattutto spero che lui abbia imparato la lezione. Anche perchè, da uomo, un pomeriggio in bianco non lo auguro a nessuno.
giovedì 26 dicembre 2019
Questa non è una vicenda dell'albergo.
Ma comincia una mattina, dal mio rientro a casa dopo un turno di notte.
Perchè, salutate le donne di casa, mie signore e padrone, che partono per i rispettivi luoghi di lavoro e studio, mi metto a domire commettendo un fatale errore: lasciare socchiusa la porta di camera.
E non passano pochi secondi, dal mio rannicchiarmi al calduccio sotto le coperte, devastato dalla stanchezza e in rapidissimo approccio al sonno del giusto, che sento saltarmi sopra, sbucato da sotto il letto, l'essere malefico. Il mio nuovo nemico mortale. Il mostro peloso.
Si chiama Ray.
Preparatevi un caffeino. E' lunga.
A parte un paio di pesci rossi, di cui peraltro ho tenerissimi ricordi, non ho mai avuto altri animali domestici.
Mio padre, da cacciatore toscano, avrebbe sempre desiderato un cane, ma nel minuscolo appartamento fiorentino non avevamo spazio per un 4 zampe desideroso di corse frenetiche e liberatori latrati. Perfetti in ambito venatorio, come è possibile in un bosco, ad esempio. Quella che, in montagna, è della "Canizza". Ma totalmente fuori luogo nella giungla di cemento.
La Sara, quando stava con i suoi a Pistoia, aveva Mao. Una gatta. Per qualche giorno questo astruso esemplare di mammifero venne anche a casa nostra, quando i miei suoceri dovevano assentarsi per qualche giorno dalla Toscana. Ovviamente, prima che ci venisse l'assurda idea di circondarci di bambine -e mettermi così in totale ed eterna minoranza- mi toccava di tenere la sala giochi totalmente sigillata; perchè quella che sarebbe diventata la camera delle ragazze era, all'epoca gioiosa della convivenza, la "war room" dove tenevo apparecchiati i tavoli per World in Flames, con le mappe strapiene delle pedine necessarie a riprodurre la guerra mondiale. Non potevo assolutamente permettere che questo essere gattoso saltasse sulle mappe e scombinasse l'intero fronte russo (possono essere 200 pedine. Per parte).
La nascita della Camilla mi fece capire che, per quanto riguarda i giochi "campagna", avrei giocato in un altro momento. Tipo mai.
Quindi volevo evitare di tenere un animale domestico a cui si è costretti a pulire il cesso, come già dai tempi degli antichi egizi. I quali, e per me rimane un mistero assoluto, li idolatravano. Io sono più medievalista: lo gatto est lo simbolo de lo demonio.
Poi è arrivata l'estate.
Per evitare la devastante canicola fiorentina, Camilla e Gaia vanno a trascorrere un mese dai miei a Cetica, ridente villaggio sui monti del Pratomagno, 60 chilometri da Firenze. Già feudo dei Conti Guidi, il partito Comunista vi prendeva il 96% (beccati questo, Reggio Emilia), è leader mondiale nella produzione di farina di castagne e alcuni dei suoi abitanti potrebbero rivaleggiare, in quanto a grettezza, coi bifolchi di "un tranquillo weekend di paura". Ma d'estate è una meraviglia.
Le ragazze, fin dalla tenerissima età, hanno l'abitudine alla passeggiata verso l'ovile di mio zio -niente ha devastato le giovani menti italiche degli anime nipponici sulle dolci montanare svizzere- sennonchè odono un flebile miagolio provenire dal fienile.
E ci trovano questo mostriciattolo.
Sporco, incapace di muoversi e con un occhio chiaramente infetto e gonfio come una biglia. Appare evidente che la madre, constatato che era troppo debole, avesse deciso di abbandonarlo per dedicarsi ai cuccioli forti e con maggiori probabilità di sopravvivenza. La natura può essere tremendamente crudele. E i miei zii e cugini non ci badano molto: in campagna la preferenza è sempre verso ovini, leporidi e gallinacei.
Le ragazze decidono di portare il mostriciattolo a casa. La nonna paterna provvede con acqua borica per pulirlo bene e disinfettarlo, oltre ad latte in polvere per gatti e siringa per alimentarlo. Vista la sua cecità, la Sara -e chi altri?- lo battezza Ray. Lui decide di resettare il sistema: "insert coin" e riparte con una delle tante vite gattesche. A dispetto del nome, recupera la vista da un occhio e gli si sgonfia quello infetto, benchè probabilmente non ci veda in maniera chiara, tutt'ora opaco.
Malgrado le mie vivaci proteste, la serrata violenta modello gilet giallo -ho gettato una cartaccia per terra- aver sbattuto i piedi e trattenuto il fiato forte forte forte, Ray è stato portato a Firenze.
Superfluo dire che tra me e lui è guerra.
A parte il monopolio delle attenzioni, che già in questa casa mi poneva al quarto posto e ora relegato al quinto, fuori anche dall'Europa League come la Fiorentina (sigh), con lui nel mezzo non riesco a fare niente.
Devo pulire, e lui mi saltella intorno dando zampate al cencio e pesticciando allegramente il pavimento bagnato. Monta su qualsiasi cosa alta come prima di lui facevano i professori di letteratura quando dovevano vedere le cose da un'altra prospettiva. Rimetto a posto la biancheria nei cassetti, e lui si infila dentro. Devo caricare la lavatrice, e lui salta nell'oblò a curiosare, manco fosse un lander della Nasa, un giorno ce lo chiudo e faccio partire la centrifuga.
Soprattutto, mi ha preso di mira.
La mia grande passione è, quando ho qualche minuto di riposo, la lettura. E quindi mi appoggio sul letto, cuscini dietro la testa, copertina sulle gambe e libro. Finalmente solo, dedito alla mia grande, unica, vera passione: leggere. Che sia un tomo storico di 700 pagine, o un romanzucolo svedese colmo di gente che muore malissimo, o il regolamento di un gioco da tavolo, io devo leggere.
Ma arriva lui.
E salta su. Proprio sui preziosi, benchè orami usati e quindi in teoria definitivamente inutili, "gioielli di famiglia".
E poi mi costringe a carezzarlo. Mi arriva proprio sotto al naso pretendendo le mie mani e producendo quello strano suono da "c'è un rumorino che proviene dal motore, portiamo l'auto a fare la revisione o è meglio se la rottamiamo?". Ma lui non posso rottamarlo, mi è impedito. E le carezze sono un pretesto per distrarmi, tenermi occupato, impedirmi il giusto relax. Vuole portarmi allo sfinimento, li sento i suoi miagolii, fuori dalla porta, quando devo dormire dopo il turno di notte. Egli è il mio nemico mortale. Ma non vincerà. Resistenza.
Al di là di questa eterna lotta tra me e Ray, non posso non essere profondamente contento delle cure applicate dalle ragazze e del suo salvataggio da morte certa. Volendo è un pò una piccola storia di Natale, benchè avvenuta in estate. A 6 mesi d'età, il mostriciattolo è più che mai vivo e vegeto: salta sui miei preziosissimi vinili e ha preso possesso di tutto, soprattutto le copertine del divano, che mi erano tanto care.
Ma non posso dimenticare la frase, pronunciata in questa casa pochi giorni fa, che affermava come "Dobbiamo fare il regalo di Natale a Ray. Ah, e poi, se proprio dobbiamo, anche a babbo". Sento quasi la mancanza degli indiani che scendono dalla camera reclamando "hot uotaaa".
Se continua così, credo che riscoprirò la cucina vicentina.
Ma comincia una mattina, dal mio rientro a casa dopo un turno di notte.
Perchè, salutate le donne di casa, mie signore e padrone, che partono per i rispettivi luoghi di lavoro e studio, mi metto a domire commettendo un fatale errore: lasciare socchiusa la porta di camera.
E non passano pochi secondi, dal mio rannicchiarmi al calduccio sotto le coperte, devastato dalla stanchezza e in rapidissimo approccio al sonno del giusto, che sento saltarmi sopra, sbucato da sotto il letto, l'essere malefico. Il mio nuovo nemico mortale. Il mostro peloso.
Si chiama Ray.
Preparatevi un caffeino. E' lunga.
A parte un paio di pesci rossi, di cui peraltro ho tenerissimi ricordi, non ho mai avuto altri animali domestici.
Mio padre, da cacciatore toscano, avrebbe sempre desiderato un cane, ma nel minuscolo appartamento fiorentino non avevamo spazio per un 4 zampe desideroso di corse frenetiche e liberatori latrati. Perfetti in ambito venatorio, come è possibile in un bosco, ad esempio. Quella che, in montagna, è della "Canizza". Ma totalmente fuori luogo nella giungla di cemento.
La Sara, quando stava con i suoi a Pistoia, aveva Mao. Una gatta. Per qualche giorno questo astruso esemplare di mammifero venne anche a casa nostra, quando i miei suoceri dovevano assentarsi per qualche giorno dalla Toscana. Ovviamente, prima che ci venisse l'assurda idea di circondarci di bambine -e mettermi così in totale ed eterna minoranza- mi toccava di tenere la sala giochi totalmente sigillata; perchè quella che sarebbe diventata la camera delle ragazze era, all'epoca gioiosa della convivenza, la "war room" dove tenevo apparecchiati i tavoli per World in Flames, con le mappe strapiene delle pedine necessarie a riprodurre la guerra mondiale. Non potevo assolutamente permettere che questo essere gattoso saltasse sulle mappe e scombinasse l'intero fronte russo (possono essere 200 pedine. Per parte).
La nascita della Camilla mi fece capire che, per quanto riguarda i giochi "campagna", avrei giocato in un altro momento. Tipo mai.
Quindi volevo evitare di tenere un animale domestico a cui si è costretti a pulire il cesso, come già dai tempi degli antichi egizi. I quali, e per me rimane un mistero assoluto, li idolatravano. Io sono più medievalista: lo gatto est lo simbolo de lo demonio.
Poi è arrivata l'estate.
Per evitare la devastante canicola fiorentina, Camilla e Gaia vanno a trascorrere un mese dai miei a Cetica, ridente villaggio sui monti del Pratomagno, 60 chilometri da Firenze. Già feudo dei Conti Guidi, il partito Comunista vi prendeva il 96% (beccati questo, Reggio Emilia), è leader mondiale nella produzione di farina di castagne e alcuni dei suoi abitanti potrebbero rivaleggiare, in quanto a grettezza, coi bifolchi di "un tranquillo weekend di paura". Ma d'estate è una meraviglia.
Le ragazze, fin dalla tenerissima età, hanno l'abitudine alla passeggiata verso l'ovile di mio zio -niente ha devastato le giovani menti italiche degli anime nipponici sulle dolci montanare svizzere- sennonchè odono un flebile miagolio provenire dal fienile.
E ci trovano questo mostriciattolo.
Sporco, incapace di muoversi e con un occhio chiaramente infetto e gonfio come una biglia. Appare evidente che la madre, constatato che era troppo debole, avesse deciso di abbandonarlo per dedicarsi ai cuccioli forti e con maggiori probabilità di sopravvivenza. La natura può essere tremendamente crudele. E i miei zii e cugini non ci badano molto: in campagna la preferenza è sempre verso ovini, leporidi e gallinacei.
Le ragazze decidono di portare il mostriciattolo a casa. La nonna paterna provvede con acqua borica per pulirlo bene e disinfettarlo, oltre ad latte in polvere per gatti e siringa per alimentarlo. Vista la sua cecità, la Sara -e chi altri?- lo battezza Ray. Lui decide di resettare il sistema: "insert coin" e riparte con una delle tante vite gattesche. A dispetto del nome, recupera la vista da un occhio e gli si sgonfia quello infetto, benchè probabilmente non ci veda in maniera chiara, tutt'ora opaco.
Malgrado le mie vivaci proteste, la serrata violenta modello gilet giallo -ho gettato una cartaccia per terra- aver sbattuto i piedi e trattenuto il fiato forte forte forte, Ray è stato portato a Firenze.
Superfluo dire che tra me e lui è guerra.
A parte il monopolio delle attenzioni, che già in questa casa mi poneva al quarto posto e ora relegato al quinto, fuori anche dall'Europa League come la Fiorentina (sigh), con lui nel mezzo non riesco a fare niente.
Devo pulire, e lui mi saltella intorno dando zampate al cencio e pesticciando allegramente il pavimento bagnato. Monta su qualsiasi cosa alta come prima di lui facevano i professori di letteratura quando dovevano vedere le cose da un'altra prospettiva. Rimetto a posto la biancheria nei cassetti, e lui si infila dentro. Devo caricare la lavatrice, e lui salta nell'oblò a curiosare, manco fosse un lander della Nasa, un giorno ce lo chiudo e faccio partire la centrifuga.
Soprattutto, mi ha preso di mira.
La mia grande passione è, quando ho qualche minuto di riposo, la lettura. E quindi mi appoggio sul letto, cuscini dietro la testa, copertina sulle gambe e libro. Finalmente solo, dedito alla mia grande, unica, vera passione: leggere. Che sia un tomo storico di 700 pagine, o un romanzucolo svedese colmo di gente che muore malissimo, o il regolamento di un gioco da tavolo, io devo leggere.
Ma arriva lui.
E salta su. Proprio sui preziosi, benchè orami usati e quindi in teoria definitivamente inutili, "gioielli di famiglia".
E poi mi costringe a carezzarlo. Mi arriva proprio sotto al naso pretendendo le mie mani e producendo quello strano suono da "c'è un rumorino che proviene dal motore, portiamo l'auto a fare la revisione o è meglio se la rottamiamo?". Ma lui non posso rottamarlo, mi è impedito. E le carezze sono un pretesto per distrarmi, tenermi occupato, impedirmi il giusto relax. Vuole portarmi allo sfinimento, li sento i suoi miagolii, fuori dalla porta, quando devo dormire dopo il turno di notte. Egli è il mio nemico mortale. Ma non vincerà. Resistenza.
Al di là di questa eterna lotta tra me e Ray, non posso non essere profondamente contento delle cure applicate dalle ragazze e del suo salvataggio da morte certa. Volendo è un pò una piccola storia di Natale, benchè avvenuta in estate. A 6 mesi d'età, il mostriciattolo è più che mai vivo e vegeto: salta sui miei preziosissimi vinili e ha preso possesso di tutto, soprattutto le copertine del divano, che mi erano tanto care.
Ma non posso dimenticare la frase, pronunciata in questa casa pochi giorni fa, che affermava come "Dobbiamo fare il regalo di Natale a Ray. Ah, e poi, se proprio dobbiamo, anche a babbo". Sento quasi la mancanza degli indiani che scendono dalla camera reclamando "hot uotaaa".
Se continua così, credo che riscoprirò la cucina vicentina.
Iscriviti a:
Post (Atom)




