domenica 2 agosto 2020

Oltre alle piccole, semplici, anche banali vicende dell'albergo, ho sempre avuto la passione di scrivere storie. Raccontini di fantasia, buttati giù per puro diletto e uso personale. Pochi, in realtà, meno di uno l'anno. Perchè mi risulta più facile leggere. E poi sono pigro.
Questo racconto ha più di vent'anni.



“Oggi mi son dato alla pazza gioia, dedicando tutto il mio tempo a queste incomparabili bellezze. Si ha un bel dire, raccontare, dipingere; ma esse sono al disopra di ogni descrizione.”
Johann Wolfgang von Goethe “Viaggio in Italia”

Hiroshi aprì ancora una volta il libro turistico, e rilesse nuovamente qualcosa della città che si apprestava a lasciare.

"TORRE DEGLI ASINELLI, piazza di Porta Ravegnana.
Questa torre pendente sfida la gravità anno dop anno. Assieme alla più bassa Torre della Garisenda, venne costruita dalla famiglia patrizia dei nel 12° secolo. Nel medioevo, Bologna poteva contare su molte di queste torri, e la vista esterna della città anticipava Manhattan di molti secoli."

Alzò gli occhi e guardò davanti fuori dalla finestra della sua camera d’albergo, cercando di immaginarsi tutte quelle torri. Che spettacolo doveva presentarsi agli occhi del visitatore quella città. Komatta ne, peccato che ora non ve ne fossero rimaste che due. Certo, i tempi cambiano, e adesso aveva davanti una città caotica, con un traffico molto irregolare, ed impazzito, ma anche il centro di Tokyo era così. Come tutte le città moderne.

Riprese la lettura.

"Le torri rappresentavano degli status symbols: più alta era, più potente e ricca era la famiglia".

Un pò come il Giappone di oggi, in fondo. Ogni Zaibutsu, grande compagnia industriale, costruisce il suo grattacielo, e più alto è, più potente è la compagnia. Forse, non sempre i tempi cambiano. O forse sono gli uomini che rimangono sempre uguali.

"La più alta, la Torre degli Asinelli, è alta 97,20 metri, pende verso ovest per 2,23 metri e presenta all'interno una scalinata composta da 498 gradini."

Già, che camminata per arrivare fino in cima, ma ganbare!, ce l’aveva messa tutta, e lo spettacolo era stato emozionante. E poi una torre pendente, lui che conosceva di fama solo quella di Pisa. Ma presto sarebbe andato a visitare anche quella. Non voleva perdersi niente di quel meraviglioso paese.

Ancora affascinato, chiuse il libro e prese la macchina fotografica per scattare ancora una foto, quindi mise tutto in valigia, la chiuse ed uscì dalla stanza. Nella hall pagò il conto e lasciò l’albergo per dirigersi verso la stazione. Faceva un gran caldo, anche se era comunque meno umido che in Giappone: hachigatsu, l’agosto, è il mese più umido, ma anche il più piovoso. Qui in Italia era caldo e basta, e gli piaceva, ci stava bene. Aveva fatto bene a sceglierla come meta, anche i suoi genitori erano stati d’accordo: una grande città come Parigi o Londra poteva contenere dei pericoli, ma non volevano che Hiroshi rimanesse a casa; un bel viaggio per i suoi vent’anni era giusto, anzi, doveroso. Non recita forse il proverbio "kawaiiko niwa tabe wo saseyo", "se i genitori amano i figli li lasciano viaggiare"?

Entrò dentro la stazione, affollatissima. Aveva letto sul libro che gli italiani nei fine settimana estivi hanno l’abitudine di recarsi al mare, per fare il bagno ed abbronzarsi, ed oggi era sabato 2 agosto. In Giappone non c’è questa usanza, non ci si abbronza. Anzi, più la pelle è bianca e più è sinonimo di bellezza. Ricordava di quando era più piccolo ed i genitori lo portarono a Kyoto, e dove aveva visto una Geisha. Gli sembrava così bella, con quella pelle di quel colore candido. Ma chi era lui per giudicare le abitudini degli altri popoli? E questo era un grande popolo; tra poco avrebbe comprato il biglietto per Firenze, la capitale del Rinascimento, e poi Roma, la capitale dell’impero romano. Si affrettò alla biglietteria, impaziente. Erano quasi le dieci ed un quarto; tra pochi minuti sarebbe arrivato il suo treno, e non vedeva l’ora di continuare il suo viaggio in Italia.

Se passate da Bologna, fermatevi a leggere la lapide della stazione. Noterete un nome giapponese.
Quel nome aveva solo 20 anni.

mercoledì 29 luglio 2020

Tutte le estati ci concediamo la giornata picnic, su in Pratomagno.

Cerchiamo sempre di andarci nei giorni infrasettimanali, ma causa pioggia, ci siamo andati sabato. Come immaginavamo, c'era un buon numero di persone.

Potrei polemizzare sugli assembramenti, in particolare la zona barbecue, presa in esclusiva da una ventina di ragazzi che si erano addirittura apparecchiati davanti al fuoco, e parevano pure scocciati quando altre persone si sono presentate lì reclamando la loro giusta parte di griglia. Ma lasciamo perdere. Ah, mascherine zero. Al massimo erano portate sul braccio.

Noi siamo stati previdenti: pane da tagliare e farcire con roba già pronta, posta nel contenitore-frigo. Ci siamo trovati un tavolino in un angolo ombreggiato e abbiamo mangiato. Poi pennica sul prato, al sole.

Ma poco dopo arrivano i fannulloni che mangiano a sbafo.

Alcuni sono marroni, altri proprio neri come la pece.

Cavalli.

La gente accorre perchè sono mansueti, ci sono anche alcuni puledri, e subito si cercano di fare i selfie, come se i quadrupedi capissero i gusti dei bipedi e si mettessero in posa.

Io sto sbucciando una mela da dare alle ragazze, quando uno di questi animali si avvicina.

-Vuoi le bucce della mela? Toh, prendi-

Grosso, ingenuo, fatale errore.

Perchè l'equino non si accontenta. Finite le bucce, mi segue. E si fionda al nostro tavolo.

La Gaia va nel panico e mi urla "Babbo, andiamo via!" mentre getta roba, alla rinfusa, nel contenitore. Io invece rimango come paralizzato dalla scena: benchè privo di pollice opponibile, il quadrupede addenta un sacchetto di plastica trasparente, lo agita facendone uscire l'ultima mela rimasta, sputa la plastica e gnam, si mangia la mela.

Dopo aver finito di devastare il tavolo -devo letteralmente strappargli un coltello di bocca, e lo stupido equino mi sbava pure ovunque- si dirige verso un altro tavolo, ben imbandito con stoviglie di plastica. E con lui, altri cavalli, alla ricerca di nuove, inaspettate fonti di cibo.

Dopo pochi minuti, hanno rovesciato tutto, mentre i ragazzi a quel tavolo tentano di salvare il salvabile.

La cosa positiva è che stiamo ridendo come matti. Tutti a portare via più cose possibili dalle bocche bavose di queste bestiaccie, ma comunque prendendola sul ridere. Non è che si possa fare altrimenti. Non lo si ferma, un quadrupede di un paio di quintali, se decide di andare in un determinato luogo. Tanto vale non prendersela e riderci su.

Cavallo goloso. E anche mangiatore a sbafo.


venerdì 24 luglio 2020

I montanari di quassù, prima che arrivasse la modernità, erano persone semplici. Duri, lavoratori, resi indomiti dalle asprezze del posto, anche allegri per la gioia di vivere in un luogo così speciale come solo le foreste casentinesi sanno essere, ma comunque semplici. Una semplicità che spesso sfociava nell'ingenuità.

Uno di costoro, moltissimi anni addietro, aveva imparato a leggere e scrivere. Si era appassionato in particolare ai grandi classici. Tant'è che ai 3 figli, tutti maschi, aveva assegnato gli impegnativi nomi di Omero, Virgilio e Dante.

Aveva sposato una ragazza del luogo. Una brava donna onesta e lavoratrice, ma molto semplice. Come la maggioranza dei compaesani, non sapeva leggere e scrivere. L'anomalia, se proprio dobbiamo trovarne una, era lui.

Dopo aver lavorato tutta l'estate al proprio podere e raccolto una discreta quantità di patate messe in cantina, il luogo più fresco della casa, e protette da dei teli, l'uomo aveva trovato un impiego stagionale in Maremma. Capitava spesso che, nella stagione invernale, quando in montagna si resta dentro casa, coccolati dal caldo del camino, molti montanari trovassero un lavoro nelle pianure: pastori, carbonai e "pinottolai", cioè raccattatori di pine per estrarne i pinoli.

Prima di partire, va alla bottega del paese per aprire un "conto" a favore della moglie. Come si faceva una volta, quando si diceva "segna" al negoziante. E poi saldare più in là, quando si riscuoteva il salario. Lui sarebbe passato a saldare quello che la moglie avrebbe preso. Comincia proprio lui, prendendo un bottiglione d'olio extravergine. La bottegaia segna sull'agenda. Lui porta la bottiglia a casa, saluta la famiglia e parte.

Quando torna in paese, al termine della stagione lavorativa,  passa subito dalla bottega, visto che la corriera ferma proprio lì davanti. Per saldare il conto. Ma la bottegaia lo informa che, a parte quel bottiglione d'olio preso da lui, non c'è nient'altro da pagare: la moglie non è mai venuta in bottega.

Lui rimane sorpreso. Poi gli viene un sospetto. Paga l'olio, corre a casa e trova che la famiglia è decisamente più paffutella. Di una ciccina morbida e tenera. Tipica di chi si è nutrito, per mesi, di sole patate. Avendo la cantina colma dei dolci tuberi, la donna, nella sua semplicità, non riteneva necessario acquistare cibo diverso e variare la dieta: per tutto quel tempo, per sè e i figli, aveva cucinato solo ed esclusivamente patate.

Però condite con ottimo olio extravergine.

mercoledì 22 luglio 2020

-Ma cos....

-Miao, coccole.

-No, senti, ho voglia di leggere e...

-Purr purr.

-Ma io...

-Ho detto "purr purr"! Lo capisci, bipede? La senti la mia testolina che cerca la tua mano? Non ci sei mai, stai sempre in quel campo...

-L'orto. Strappo le erbacce. Questa mano pole essè fero o pole essè...

-Ecco, bravo, voglio la piuma. Purr purr, così, uno accanto all'altro. Non sei contento?

-No. Una volta, accanto a me nel letto, ci volevano stare le bipedi umane, non i quadrupedi felini....


martedì 21 luglio 2020

Cronache del portiere d'albergo in riposo forzato.

Il bosco ha una caratteristica speciale, unica, particolare.

Ovatta il suono.

In città non avviene. I suoi rumori assordanti come i clacson, i rombi dei bus, i treni che frenano all'entrata della stazione, i martelli pneumatici che aprono il selciato, ti arrivano alle orecchie anche a chilometri, amplificati dai muri dei palazzi.

Nel bosco non succede. Nel bosco cammini in una bolla di pochi metri di diametro.

Certo, in quei metri all'interno della bolla, si riesce a udire suoni nuovi, particolari: insetti che circolano attorno a te, le fronde degli alberi mosse dal vento, animaletti struscianti che filano nel sottobosco al tuo passaggio, il calpestio dei tuoi passi sul ghiaino della strada bianca, uccellini che cinguettano richiami d'amore, beati loro che gli basta quello, a parte costruire un nido con rametti sbavandoci sopra.

Ma basta girare una curva che si comincia a sentire, in lontananza, un suono acuto e costante: il torrente Solano, maggior affluente dell'Arno di questa parte del Casentino. Che si snoda tortuoso nella valle che si è scavato nel corso di milioni di anni.

Decido di andarci. Ho bisogno di sentire il frastuono della "chiare, fresche et dolci acque". E più mi avvicino, percorrendo un sentiero che il Cai si rifiuta assolutamente di segnare, più il rumore aumenta d'intensità. Alla fine c'è un discreto, e piacevole, frastuono.

Potrei guadare e proseguire nel sentiero sull'altro versante della vallata, decisamente più selvaggio che non questo, ma decido, d'impulso, di inoltrarmi nel torrente. Lo facevo con un amico, 36 anni fa. Ne avevamo 14, saltavamo come stambecchi da una roccia all'altra discendendo tutta la vallata. Lo chiamavamo "fiume Trophy", ma mi rendo conto presto che, a causa di quel malefico impiccio detto "fisico che perde colpi", ho grandi difficoltà a rifare le gesta di 36 anni fa. Pur avendo degli scarponi da trekking, rischio continuamente la rovinosa caduta. E sono sudato fradicio.

Dopo un'era geologica e una fatica di Sisifo arrivo alla mia meta: una grande, immensa, gigantesca roccia che degrada dolcemente verso il torrente, a formare una pozza. 36 anni fa mi pareva enorme, in realtà è poco più grande di altre dello stesso fiumiciattolo. Ma è un luogo che ha del magico. E ci si arriva solo dal torrente. Non ci sono sentieri.
Seduto su un piccolo rientro delle rocce che sembra scavato apposta per le mie delicate chiappe, mi godo una frescura incredibile e meravigliosa. 

Come si fa a descrivere un luogo così? Se uno si rilassa, neanche lo sente, il frastuono dell'acqua che scorre. Non ci si accorge nemmeno della durezza della roccia -uso la felpa, comunque- dalla pace interiore che prende. È magico, ecco. È un relax totale, assoluto, immenso. Scatto una foto, poi estraggo dallo zaino un libro e leggo un paio di capitoli. Che scorrono via rapidi e leggeri. 
Ci sono persone che si rilassano solo su spiagge arroventate dal sole. Oppure lanciandosi da ponti -o da un piazzale milanese- con una corda legata ai piedi. O ancora distendendosi sul divano a guardare il pallone. 
Io ho questa roccia che entra nel Solano.
E i piedi a mollo in un'acqua così gelida che non mi meraviglierei di vedere scorrere giù la zattera di Rose e Jack.

Ci passo quasi un'ora. Ma una delle ore più belle di sempre.

Tutti dovrebbero avere, a disposizione di quando in quando, di un luogo magico e tutto personale dove rilassarsi.


lunedì 22 giugno 2020

Memorie passate del portiere d'albergo in cassa integrazione.

Durante il periodo della chiusura girava, in qualsiasi forum sociale, una di quelle foto false che la gente condivide perchè "Nooooo, bada che roba, dai!"

Potrei millantare che io sono furbo e non ci casco, ma in realtà anche io, in passato, ho commesso i miei sbagli condividendo castronerie. E quindi sto mille volte attento e faccio ricerche.

La foto riguardava un gruppo di daini in mezzo a una città e la didascalia indicava che, con l'umanità chiusa in casa, gli animali erano scesi dalle montagne invadendo le strade e riprendendosi il territorio da cui i bipedi sono spariti. Di volta in volta, la località cambiava, ma sempre qualche cittadina italiana.

Nel caso dell'immagine in questione però, ero più che certo del falso perchè, semplicemente, andai sul posto.

Nel Luglio del '99 mi recai in Giappone.

I miei capi di allora, persone bellissime a cui devo il 90% delle mie conoscenze del lavoro d'albergo, mi concessero di radunare le mie ferie in un unico mese in modo da potermi recare nel lontano Sol Levante a studiare la locale lingua. Un mese di studio mattina e pomeriggio e, millanto orgogliosamente, stavo davvero prendendo una certa maestria nel dominare la lingua parlata -lo scritto lo scartai brutalmente- che col tempo ho un pò perso.

Un bel fine settimana presi il bus e mi recai a Nara. Templi meravigliosi, enormi, immersi nel bosco e persi sui monti che circondano la cittadina. Monti non abitati perchè i giapponesi non hanno mai costruito sui cocuzzoli come noi italiani, che dovevamo difenderci dagli eserciti teutonici che scendavano dalle Alpi, e ci veniva più facile asserragliarci in alto e circondarci di mura.

A Nara ci sono migliaia di daini. Liberi di circolare per le strade, manco le vacche dell'India, con bipedi motorizzati che diligentemente si fermano e attendono che i quadrupedi attraversino. Il sogno proibito di mio padre che, da cacciatore toscano, avrebbe sempre desiderato questi animali che, docilmente, vengono proprio sotto di lui. Non avrebbe neanche bisogno del fucile.

Non esistendo ancora wikipedia, non sapevo niente di tutto ciò. Alla scuola mi dissero solo che dovevo vederla. Mi fecero pure prenotare il posto dove dormire telefonando e parlando in giapponese, lezione n°24. Compito svolto con successo, 7+. Parto da Okazaki, arrivo, e mi trovo queste bestie ovunque. Ero stupefatto.

Dopo una lunga giornata di visite e scarpinate, il mio stomaco protesta veemente la necessità di essere riempito. Ma sono circondato solo da quadrupedi che mi annusano e negozi di souvenir. Uno in particolare enorme, gigantesco, stracolmo di ogni genere di oggetti riguardanti la cittadina, oltre che di una comitiva di giappi arrivati dall'Hokkaido -laggiù è quasi tutto turismo interno. Almeno, venti anni fa-

Mi siedo sull'esterno di questo negozio, provvisto di una bella veranda ombreggiata, e i miei occhi cascano su una macchinetta contenente dei biscottini. Manco a pensarci -grosso errore- estraggo da portafoglio una monetina da tanti Yen, infilo nella fessura e la macchinetta mi sputa fuori un pacchetto di biscottini. Finalmente un pò di pace e riposo all'ombra consumando questo snack da uno strano sapore e ....

... i giapponesi della comitiva, che stanno uscendo alla spicciolata dal negozio, mi osservano, mi indicano e ridono come matti. Tutti. Uno di questi giappi, dall'età approssimativa che supera il secolo, chiama pure i suoi amici ancora all'interno. Escono pure le titolari del negozio. E ridono. Ridono tutti. Due ragazze in particolare, con quel modo particolare di ridere e tenere la mano davanti alla bocca. Che mi è sempre piaciuto molto, ma in quel momento trovavo alquanto inquietante.

I miei occhi si posano sulla scritta della macchinetta. Estraggo dallo zaino il libretto degli ideogrammi, regalo di una studentessa cinese in classe con me, e controllo un momento, anche se il sospetto è fortissimo.

Shika no tabemono (lo scrivo nei nostri caratteri)

Shika = daino

Tabemono = cibo

Mi sto mangiando gli snack riservati ai quadrupedi.

Ok, va bene, la mia figura da gaijin ignorante l'ho fatta. Ho provocato l'ilarità dei giappi che ridono di me e di tutti voi che "Italia jin minna baka da yo" -non ebbi la prontezza di spirito di dirgli che ero spagnolo o francese, e poi mi sembrava giusto condividere con tutti voi miei 60 milioni di concittadini- a questo punto, tanto vale dare il resto del pasto ai legittimi consumatori.

Uno dei quadrupedi si avvicina, quatto quatto. Gli allungo il biscottino e lui gnam, se lo addenta in un boccone e manca poco mi prende anche le dita, bestiaccia.

E improvvisamente la popolazione dainesca di Nara accorre al mio cospetto. Non certo per rendermi omaggio, ma perchè si è resa conto che un bipede gli sta fornendo cibo gratuito. #primaidainidiNara, parafrasando uno slogan. E sono circondato da questi stupidi guadrupedi che pretendono il mangiare a ufo, anche quando l'ho finito. E i giapponesi ridono ancora di più. E le ragazze ridono ancora più forte.

Come li odiavo tutti, in quel momento.

Quindi la morale è: non fidatevi delle dichiarazioni sulle foto che circolano su internet perchè no, non è Marina di Pietrasanta.

E non fidatevi neanche del mangiare delle macchinette dei negozi di souvenir.

mercoledì 10 giugno 2020

Cronache del portiere d'albergo in cassa integrazione.

Con la fine della chiusura ho smollato le donne a Firenze e sono filato in campagna dai miei genitori, nel ridente e prosperoso villaggio di Cetica, feudo dei Conti Guidi.

Girellando per il paese si ha la sensazione di potersi trovare di fronte, da un momento all'altro, il conte Guido Novello che chiede validi e coraggiosi vassalli da aggregare al suo drappello al fine di combattere quei bastardi de' fiorentini, appena calati giù dal passo della Consuma e in procinto di scontrarsi con i nostri amici d'Arezzo.

Ovviamente sto scherzando: una certa modernità è arrivata anche qui. La recente scoperta di un nuovo continente, di là dalle colonne d'Ercole, ha portato nuovi, sorprendenti prodotti agricoli. Queste "patate", ad esempio. Dovunque ti giri, per il paese, trovi campi coltivati con questi nuovi tuberi.

Ma non è sempre stato così.

Mio padre, di tanto in tanto, mi interrompe dal lavoro nell'orto e mi porta a cercare i funghi. Lui, 79 anni, che sgambetta su e giù per i pendii casentinesi senza colpo ferire, io, 29 anni di meno, che arranco pesantemente.

A un certo punto, salendo, trovo una cosa alquanto sorprendente: terrazzamenti. Separati da muretti a secco. E siamo nel bosco più fitto.

A domanda, mio padre risponde: "Eh, qui, tanti anni fa, ci si veniva con Vera, Silvana, Achille.... e si raccattava castagne e marroni. Vedi, quello è un castagno. Avrà più di 150 anni"

"Mi stai dicendo che quell'albero è nato prima dell'unità d'Italia?"

"Eh, possibile. Ma andava pulito, vedi che ora ha due altri alberi accanto. E lui è un albero morto, secco. Vanno puliti attorno"

"E questi terrazzamenti? Patate?"

"No. Segale"

"In mezzo al bosco?"

"Mica c'era, il bosco. Era tutto coltivato a segale. Più su ci sono i castagni, ma ne sono rimasti pochi, ora è tutto faggio o abeti"

"Ma in che anni?"

"Eh, all'inizio degli anni '50. Avevamo... neanche 10 anni"

Ragazzett* di neanche 10 anni o poco più mandati dalle famiglie per sentieri -perchè le strade ancora non c'erano- su in alto, una camminata di un 5-6 chilometri almeno, fino al limite dei campi strappati al bosco e al pendio, e lì raccattare castagne e funghi.

L'italietta di fine anni '40, inizio '50. Eravamo così: bimbi che diventano "risorse" già prima dei 10 anni, e spediti subito a lavorare. Contribuire, fin da subito, al mangiare della famiglia, manco si fosse in un gioco di Uwe Rosenberg.

Tranquilli, nessuna morale o paragone con il nostro tempo; solo ricordare come era allora quel "mondo piccolo", come avrebbe detto Guareschi. Bambini che raccolgono e adulti che si spaccano la schiena abbattendo alberi, sbancando parti di pendii, ammucchiando pietre in muretti e finalmente vangare fino alla semina del prezioso cereale. E poi, qualche anno dopo, abbandonare la montagna per tornare vicino al paese. E la natura che si riprende tutto.

Tutto qui. Mi faceva strano questa cosa, ecco. Ti rendi conto come siamo solo momentanei, per il pianeta.

La natura è più forte. Lo sarà sempre. E mi fa un gran piacere dirlo.