Quando scappa, scappa.
E non c'è nessuno, durante il 23-7, a coprirti al bancone. Uno straccio di collega che risponda al telefono, che dia, o riceva, una chiave, che parli e fornisca informazioni alla clientela.
Ci sei solo ed esclusivamente tu, portiere di notte.
Ma hai il vantaggio che tutti dormono.
Quindi chiudi tutto, cassa e portone d'ingresso, e corri di corsa nel bagno.
Ahimè, Murphy aveva ragione: se sei seduto sulla tazza, qualcuno suonerà.
Perciò ti pulisciti in fretta e furia (e qui siamo come in Francia: niente bidè. Ne usufruirai solo al tuo ritorno a casa. Odio questa cosa, mi sento un sudicione tutta la notte, ma non si può fare altrimenti), rimbocchi la camicia nel pantaloni, riaggiusti la cravatta, ti lavi le mani con abbondante dose di sapone e intanto il tipo là fuori si attacca al campanello fisso, un drin continuo che è una martellata nel cervello. "Emiliano dice tutto, gringo", basta che la smetti.
Accorro al ricevimento, ma capisco subito che non è un cliente di rientro dalle folli notti fiorentine.
Rallento nel vedere, di là dal vetro del portone d'ingresso, questo essere informe, pessima copia di un Ceccherini però, per quanto incredibile, ben più brutto. Con una t-shirt che l'ultima volta che venne lavata Franco Cerri faceva ancora la pubblicità in ammollo.
E con una simpatia che neanche i crucchi in divisa militare. Perchè ha la mano chiusa a pugno. E la agita in maniera inequivocabile.
Non sono mai stato uno sveglione; ci arrivo tardi, a capire le cose. A comprendere che esistono persone, in questo mondo, che devi respingere assolutamente, metodo salviniano, perchè anche pochi secondi possono essere devastanti, e ti rimarranno in testa per tutta la vita. A distruggerti la mente. A tormentarti l'animo. E costui è uno di questi. Ma visto che sono un bischero di primaria grandezza, in luogo di salutarlo con la mano e dargli un bel "ciaone" come meriterebbe, infilo la chiave nella toppa e apro.
E lui esordisce così:
-Eri a farti una se**, eh?-
-Ma veramente....-
-Sisi, lo so, eri a mast*****i-
-No, guarda, io....-
-Senti, lascia perdere, dammmi una Sanbuca, piuttosto-
Reagire. Contrattaccare immediatamente. Farsi muro, diventare impenetrabile. Ordine numero 227: non un passo indietro.
-No-
-Ma dai, una Sambuca, lo so che ce l'hai! Sei l'unico aper...-
-Guarda- Indico verso l'esterno -Cosa vedi?-
-Cosa vedo... una via di'ca**o, drogati, immigrati di m....-
-No, caro, là c'è il mondo!-
-E a me che ca**o me ne freg...-
-Proprio così, il mondo intero, e io te ne faccio dono. Un intero pianeta di classe M....-
-Ma piantala con le ha**ate!-
-...dove sarai libero di muoverti a tuo piacimento. Ovunque, pensa!-
-T'ho solo chiesto una Sambuca! Te la pago, eh! Quanti ca**o ne vuoi, di questi euro...-
-Vai! Prenditi il mondo e tutto quello che c'è dentro, come Tony Montana. E questa è una grande citazione, sappilo-
-Le ha**ate, ecco cosa dici te, solo le ha**ate! Lo sai hosa tu sei te? Tu sei....-
(Se mi chiama "Biondo" e mi fa quella citazione, gliela offro la Sambuca, giuro! Ma non ci arriva, è troppo imbecille, per conoscerla)
-...uno stronzo, ecco cosa sei! Torna dentro a farti la se**, stronzo!-
E continua a infamarmi per tutta la via, mentre io lo saluto con un non poco sarcastico "Ciao grande!" e poi richiudo a chiave.
Ma con la consapevolezza che prima o poi ne busco. Parecchie.
Però la soddisfazione di prenderlo in giro, chiunque sia, non me la toglierà.
Portiere d'albergo. Vorace lettore. Scrittore a tempo perso. Giocatore da tavolo. Nemico di un gatto. Depresso cronico. Attendo l'arrivo dei Vogon o, in subordine, il ritorno di Vladimir Ilic Ulianov.
martedì 14 agosto 2018
domenica 5 agosto 2018
La
sfortuna vola nell'aria e ogni tanto piomba su qualcuno; è toccato a me
quella volta. Mi trovavo lì e mi ha beccato! (Andy Dufresne)
La fortuna e la sfortuna non esistono. (Enzo Ferrari)
Andy, Enzo, ma vi faceste mai un pò di cavolacci vostri? (marce)
La felicità è, soprattutto, fortuna.
E' la fortuna di avere una figlia (Gaia) che, dall'altro capo di un binario ferroviario, ti urlà "papààààà!!!!" con i decibel che sovrasterebbero anche i cori della Fiesole, e ti salta in collo sotto lo sguardo commosso e un pò invidioso di tutti quelli scesi dal frecciabianca alla stazione di Giulianova. E anche di quelli ancora in viaggio, affacciatisi per capire da chi proviene quell'urlo. E pazienza, se non dice "babbo", come dovrebbe giustamente fare una 11enne fiorentina. Ti fa passare la giornata di caldo che hai patito sul binario 3 della stazione di Bologna, in attesa del treno in ritardo. Dopo un turno di notte e un lungo viaggio per raggiungere la famiglia in vacanza. Pochi giorni, ma non si vuol perdere neanche un minuto.
La Sara che mi tocca il braccio e mi chiede se, malgrado le 30 ore senza sonno, sono ancora vivo. Un contatto che ha la capacità di farmi tornare i sensi, risvegliare le membra, darmi la forza di oppormi ad un mare d'affanni e porre loro fine.
La Camilla che mi attende al campeggio al solo scopo di trascinarmi in acqua. E strizzarmi come non ha mai fatto in vita sua, neanche con il peluche di Heidi.
Lo stare disteso su uno sdraio, rinfrancato dall'aria fresca dell'Adriatico, con un libro posato sugli occhi perchè no, stavolta non ce la faccio proprio. La rilassatezza prende il sopravvento e i 3 litri di caffeina ingozzati a più riprese durante il giorno si dissipano all'istante. E dormo.
E la sera ingurgitare una quantità industriale di arrosticini. O maltagliati agli scampi. O tutto insieme, in un'orgia divoratrice e pantagruelica che non si vedeva dai tempi in cui Marco Ferreri girava film sul morire mangiando. La serenità fa veramente tornare l'appetito.
"Fregete", come dicono da quelle parti.
Noi quattro, tutti assieme, e come foss'antani a tutto il resto del pianeta.
Poi arriva il momento di ripartire.
Abbiamo ancora un giorno. 24 ore, come per Eddie Murphy e Nick Nolte. Decidiamo di passarli nella montagna, sul Grande Sasso, e si, prenotiamo tramite il solito sito. Quello che tanto, troppo spesso, finiamo per disprezzare sulle pagine esclusive di noi portieri d'albergo, alla fine lo usiamo per prenotare una struttura. Proprio così. Resistere è futile, e pure noi ci siamo fatti assimiliare.
Dopo un'ultima mattinata di mare e un pranzo leggero (quantificabile in una quarantina di portate, di cui solo un decimo mangiate dalle donne del gruppo), partiamo. in direzione della montagna. Stavolta senza passare per la lunga galleria (che, come la Gelmini ci ha insegnato, ha una diramazione che porta direttamente a Ginevra).
Ora:
Sono un maschio italico. Da cui si aspetterebbe 3 cose: due riguardano l'aspetto calcistico. Ovverosia l'indiscussa e totale visione di gioco con tocco delicato di palla in modo da smarcare l'attaccante in posizione che "devi solo toccarla e quella va dentro" + l'assoluta padronanza dei migliori schemi calcistici tali da porre in campo i pulcini della Pistoiese in modo così perfetto da rifilare 4 gol a Cristiano Ronaldo e i suoi nuovi compagni di gioco.
La seconda: un'enciclopedica conoscenza dei grandi capolavori italiani degli anni '70, con specializzazione sui poliziotteschi e le pellicole con la Fenech.
La terza riguarda i motori. Un italiano che si rispetti dovrebbe possedere l'abilità "conoscenza del motore a scoppio" a livello 18, con capacità di smontare un qualsiasi 4 tempi a occhi chiusi e rimontarlo in modo tale da fornirgli la potenza di un turbo sovralimentato, oltre alla collezione completa di Quattroruote dall'84 a oggi, il fumetto del Joe Bar Team con firma originale dell'autore e una t-shirt con sopra la foto di una Duna e l'effige "non ti dimenticheremo mai".
Ma io, aimè, non sono così.
La Sara si era già accorta di qualcosa di anomalo durante il viaggio d'andata, quando l'aria condizionata aveva praticamente smesso di funzionare poco dopo L'Aquila. Ma poi, non avendo quasi più usato l'auto in quella settimana, non ci avevamo fatto caso.
All'altezza di Teramo, l'auto comincia a perdere potenza.
Sospetto che la quinta non regga abbastanza, forse siamo in salita? Innesto la quarta.
Continua a perdere potenza.
Sta rallentando sempre di più.
-Marce, che succede?-
-Ehm... non va... mi sa che devo accostare- In sottofondo, mi pare di sentire i violini di un'orchestra che si ostina a suonare, prima di venire sommersa.
Sulla superstrada Giulianova-Teramo non ci sono corsie d'emergenza (neanche nel proseguio, l'A24, ci sono). Non intravedo spazi di sosta (e neanche Panama) all'orizzonte. Ma appare un'uscita. Accosto all'inizio dello svincolo.
Lì, la macchina si ferma.
E non vuole saperne di riaccendersi.
Sono riuscito, senza farmi prendere troppo dal panico, a mettermi in una posizione abbastanza sicura. Gli italiani non accostano subito, quando devono uscire da una superstrada. Di solito sbandano violentemente sulla destra all'ultimo momento, e senza mai usare la freccia. Ma ci passano comunque accanto a più di 100 (il limite lì è 90). La macchina ballonzola a ogni passaggio. La Cami va nel panico, e iniziare a piangere istericamente.
Abbiamo 4 telefoni. Due completamente scarichi, uno al 15%. L'unico con la batteria a pieno è quello della Cami.
La Sara lo prende e chiama il 112.
Per prima cosa l'operatore si sincera che siamo in una posizione sicura. Poi ci dà il numero del soccorso stradale. Solo che è un 800. Ed è una numerazione vietata, per le limitazioni che abbiamo messo sul telefono della Camilla.
la Sara chiama con il suo, batteria quasi esaurita. L'operatrice ci chiede la posizione, e ci assicura che manderà un carro attrezzi.
-Sul carro attrezzi c'è posto per sole altre 2 persone-
-Ehm... noi siamo in quattro-
-C'è qualche familiare, in zona, che possa venire a prendervi?-
-No. Siamo in vacanza-
Pausa.
-Ah-
Altra pausa.
-Due di voi dovranno andare a piedi-
-Siamo su uno svincolo-
-In aperta campagna?-
-Sulla destra c'è un muro di due metri. Poi una foresta impenetrabile. Tipo giungla amazzonica-
Ancora pausa.
-Beh, intanto vi mando il carroattrezzi-
Batteria al 7%.
Attendiamo sotto al caldo soffocante. Solo ora mi rendo conto che la lancetta della temperatura dell'acqua è dritta verso l'alto, manco fosse stata sottoposta alle dolci attenzioni di Sasha Gray. Sospetto a indicare una temperatura da fusione del piombo. La Cami maledice in 27 lingue, facendomi sospettare che sia stata posseduta da Pazuzu, tutti quelli che ci passano a pochi centimetri neanche fossero Vettel sul rettilineo, e fanno ballare l'auto.
Poi, dopo aver atteso pazientemente sotto il cocente sole del primo pomeriggio, arriva la salvezza: il carro attrezzi.
Si ferma davanti a noi, ponendosi a pochi centimetri. Ha l'espressione bonaria e sincera dell'attivista di una ONG che arriva in soccorso, e una tuta sporca di grasso e olio motore. Facendo attenzione ai bolidi di passaggio nella corsia, pone un gancio nella parte anteriore della nostra auto.
Poi appoggia il gomito sul finestrino aperto, mi guarda con sorriso sardonico e in accento teramano mi chiede:
-Dove andiamo?-
Rimango un pò interdetto, e sto quasi per dire "Firenze", ma mi anticipa per rispondere a quella che era, a tutti gli effetti, una domanda retorica:
-In officina-
-Ehm.... effettivamente, non vedo altre destinazioni possibili-
Gli appare in mano un telecomando, che per me equivale alla bacchetta magica di Harry Potter, e l'auto comincia a sollevarsi sul carroattrezzi.
Ci troviamo a due metri dal suolo.
Il meccanico risale nel suo mezzo, e partiamo.
La Cami sempre più preda del terrore, la Gaia, neanche a dirlo, eccitatissima:
-Siamo altissimi! E' ganzissimo!-
Meno male che c'è lei, con la sua sincera ingenuità.
Quando arriviamo, qualche chilometro dopo, e possiamo finalmente scendere, il danno appare evidentissimo: motore grippato, fuso, andato. La bluesmobile a fine corsa.
Ci accordiamo con il meccanico per la riparazione, che comportarà sostituire praticamente tutto quel che è dentro il cofano ad un costo non indifferente. E non riesco a usare iperboli o metafore nel descriverlo, al solo pensiero. Sono certo che anche la direttrice di banca avrà avvertito una sensazione molto negativa: "Piango, e non so perchè".
Il meccanico ci porta alla fermata del bus. In un bar di fronte ne approfittiamo per consumare qualcosa di fresco e ricaricare i cellulari. Poi, in pullman fino alla Tiburtina. A Roma pernottiamo in un hotel: matrimoniale e due letti a castello. Carino, decente, un pò di muffa sulle pareti del bagno, qualche ritinteggatura ma comunque 8,1 di voto meritati. Gli daremo qualcosa in più.
Ceniamo da un kebabbaro-pizzeria appena fuori dall'albergo, la mattina ripartiremo in treno per Firenze.
Ma in quella simil-pizzeria, mentre mangiamo le nostre pietanze, ci rendiamo conto che noi siamo lì, uniti. Che la felicità è, prima di ogni altra cosa, la fortuna di essere noi quattro. Solo e soltanto noi. Alla faccia di motori che fondono o pseudo-ministri sulla famiglia completamente svitati. Noi resisteremo. Tutti e quattro. Come i perdonaggi di Dumas. O gli Obama.
Si, ok, anche gli Addams.
Tanto lo sapevo che lì andavate a parare.
ps. Mentre ci riposavamo nel bar di fronte alla fermata dei pullmann e ricaricavamo i cellulari, la Sara ha chiamato l'albergo sul Gran Sasso per informarli che, a causa di questo fastidioso (a dir poco) disguido, non saremmo venuti. Ovviamente, essendo una prenotazione in penale, comprendevamo che avremmo perso l'importo della notte. Lavorando nell'ambiente, sappiamo come sono le regole.
E invece, con nostra piccola sorpresa, la persona addetta al ricevimento ci ha detto che non avrebbe addebitato nulla, purchè contattassimo subito il perfido sito tramite cui avevamo prenotato affinchè cancellasse la prenotazione. Cosa che, ovviamente, la Sara ha fatto immanentemente.
Noi, negli alberghi dove lavoriamo, non l'avremmo fatto.
Il che mi ha fatto sentire molto poco umano.
Mi sento solo di esprimere un profondo e sentito grazie.
A tutta la regione Abruzzo.
La fortuna e la sfortuna non esistono. (Enzo Ferrari)
Andy, Enzo, ma vi faceste mai un pò di cavolacci vostri? (marce)
La felicità è, soprattutto, fortuna.
E' la fortuna di avere una figlia (Gaia) che, dall'altro capo di un binario ferroviario, ti urlà "papààààà!!!!" con i decibel che sovrasterebbero anche i cori della Fiesole, e ti salta in collo sotto lo sguardo commosso e un pò invidioso di tutti quelli scesi dal frecciabianca alla stazione di Giulianova. E anche di quelli ancora in viaggio, affacciatisi per capire da chi proviene quell'urlo. E pazienza, se non dice "babbo", come dovrebbe giustamente fare una 11enne fiorentina. Ti fa passare la giornata di caldo che hai patito sul binario 3 della stazione di Bologna, in attesa del treno in ritardo. Dopo un turno di notte e un lungo viaggio per raggiungere la famiglia in vacanza. Pochi giorni, ma non si vuol perdere neanche un minuto.
La Sara che mi tocca il braccio e mi chiede se, malgrado le 30 ore senza sonno, sono ancora vivo. Un contatto che ha la capacità di farmi tornare i sensi, risvegliare le membra, darmi la forza di oppormi ad un mare d'affanni e porre loro fine.
La Camilla che mi attende al campeggio al solo scopo di trascinarmi in acqua. E strizzarmi come non ha mai fatto in vita sua, neanche con il peluche di Heidi.
Lo stare disteso su uno sdraio, rinfrancato dall'aria fresca dell'Adriatico, con un libro posato sugli occhi perchè no, stavolta non ce la faccio proprio. La rilassatezza prende il sopravvento e i 3 litri di caffeina ingozzati a più riprese durante il giorno si dissipano all'istante. E dormo.
E la sera ingurgitare una quantità industriale di arrosticini. O maltagliati agli scampi. O tutto insieme, in un'orgia divoratrice e pantagruelica che non si vedeva dai tempi in cui Marco Ferreri girava film sul morire mangiando. La serenità fa veramente tornare l'appetito.
"Fregete", come dicono da quelle parti.
Noi quattro, tutti assieme, e come foss'antani a tutto il resto del pianeta.
Poi arriva il momento di ripartire.
Abbiamo ancora un giorno. 24 ore, come per Eddie Murphy e Nick Nolte. Decidiamo di passarli nella montagna, sul Grande Sasso, e si, prenotiamo tramite il solito sito. Quello che tanto, troppo spesso, finiamo per disprezzare sulle pagine esclusive di noi portieri d'albergo, alla fine lo usiamo per prenotare una struttura. Proprio così. Resistere è futile, e pure noi ci siamo fatti assimiliare.
Dopo un'ultima mattinata di mare e un pranzo leggero (quantificabile in una quarantina di portate, di cui solo un decimo mangiate dalle donne del gruppo), partiamo. in direzione della montagna. Stavolta senza passare per la lunga galleria (che, come la Gelmini ci ha insegnato, ha una diramazione che porta direttamente a Ginevra).
Ora:
Sono un maschio italico. Da cui si aspetterebbe 3 cose: due riguardano l'aspetto calcistico. Ovverosia l'indiscussa e totale visione di gioco con tocco delicato di palla in modo da smarcare l'attaccante in posizione che "devi solo toccarla e quella va dentro" + l'assoluta padronanza dei migliori schemi calcistici tali da porre in campo i pulcini della Pistoiese in modo così perfetto da rifilare 4 gol a Cristiano Ronaldo e i suoi nuovi compagni di gioco.
La seconda: un'enciclopedica conoscenza dei grandi capolavori italiani degli anni '70, con specializzazione sui poliziotteschi e le pellicole con la Fenech.
La terza riguarda i motori. Un italiano che si rispetti dovrebbe possedere l'abilità "conoscenza del motore a scoppio" a livello 18, con capacità di smontare un qualsiasi 4 tempi a occhi chiusi e rimontarlo in modo tale da fornirgli la potenza di un turbo sovralimentato, oltre alla collezione completa di Quattroruote dall'84 a oggi, il fumetto del Joe Bar Team con firma originale dell'autore e una t-shirt con sopra la foto di una Duna e l'effige "non ti dimenticheremo mai".
Ma io, aimè, non sono così.
La Sara si era già accorta di qualcosa di anomalo durante il viaggio d'andata, quando l'aria condizionata aveva praticamente smesso di funzionare poco dopo L'Aquila. Ma poi, non avendo quasi più usato l'auto in quella settimana, non ci avevamo fatto caso.
All'altezza di Teramo, l'auto comincia a perdere potenza.
Sospetto che la quinta non regga abbastanza, forse siamo in salita? Innesto la quarta.
Continua a perdere potenza.
Sta rallentando sempre di più.
-Marce, che succede?-
-Ehm... non va... mi sa che devo accostare- In sottofondo, mi pare di sentire i violini di un'orchestra che si ostina a suonare, prima di venire sommersa.
Sulla superstrada Giulianova-Teramo non ci sono corsie d'emergenza (neanche nel proseguio, l'A24, ci sono). Non intravedo spazi di sosta (e neanche Panama) all'orizzonte. Ma appare un'uscita. Accosto all'inizio dello svincolo.
Lì, la macchina si ferma.
E non vuole saperne di riaccendersi.
Sono riuscito, senza farmi prendere troppo dal panico, a mettermi in una posizione abbastanza sicura. Gli italiani non accostano subito, quando devono uscire da una superstrada. Di solito sbandano violentemente sulla destra all'ultimo momento, e senza mai usare la freccia. Ma ci passano comunque accanto a più di 100 (il limite lì è 90). La macchina ballonzola a ogni passaggio. La Cami va nel panico, e iniziare a piangere istericamente.
Abbiamo 4 telefoni. Due completamente scarichi, uno al 15%. L'unico con la batteria a pieno è quello della Cami.
La Sara lo prende e chiama il 112.
Per prima cosa l'operatore si sincera che siamo in una posizione sicura. Poi ci dà il numero del soccorso stradale. Solo che è un 800. Ed è una numerazione vietata, per le limitazioni che abbiamo messo sul telefono della Camilla.
la Sara chiama con il suo, batteria quasi esaurita. L'operatrice ci chiede la posizione, e ci assicura che manderà un carro attrezzi.
-Sul carro attrezzi c'è posto per sole altre 2 persone-
-Ehm... noi siamo in quattro-
-C'è qualche familiare, in zona, che possa venire a prendervi?-
-No. Siamo in vacanza-
Pausa.
-Ah-
Altra pausa.
-Due di voi dovranno andare a piedi-
-Siamo su uno svincolo-
-In aperta campagna?-
-Sulla destra c'è un muro di due metri. Poi una foresta impenetrabile. Tipo giungla amazzonica-
Ancora pausa.
-Beh, intanto vi mando il carroattrezzi-
Batteria al 7%.
Attendiamo sotto al caldo soffocante. Solo ora mi rendo conto che la lancetta della temperatura dell'acqua è dritta verso l'alto, manco fosse stata sottoposta alle dolci attenzioni di Sasha Gray. Sospetto a indicare una temperatura da fusione del piombo. La Cami maledice in 27 lingue, facendomi sospettare che sia stata posseduta da Pazuzu, tutti quelli che ci passano a pochi centimetri neanche fossero Vettel sul rettilineo, e fanno ballare l'auto.
Poi, dopo aver atteso pazientemente sotto il cocente sole del primo pomeriggio, arriva la salvezza: il carro attrezzi.
Si ferma davanti a noi, ponendosi a pochi centimetri. Ha l'espressione bonaria e sincera dell'attivista di una ONG che arriva in soccorso, e una tuta sporca di grasso e olio motore. Facendo attenzione ai bolidi di passaggio nella corsia, pone un gancio nella parte anteriore della nostra auto.
Poi appoggia il gomito sul finestrino aperto, mi guarda con sorriso sardonico e in accento teramano mi chiede:
-Dove andiamo?-
Rimango un pò interdetto, e sto quasi per dire "Firenze", ma mi anticipa per rispondere a quella che era, a tutti gli effetti, una domanda retorica:
-In officina-
-Ehm.... effettivamente, non vedo altre destinazioni possibili-
Gli appare in mano un telecomando, che per me equivale alla bacchetta magica di Harry Potter, e l'auto comincia a sollevarsi sul carroattrezzi.
Ci troviamo a due metri dal suolo.
Il meccanico risale nel suo mezzo, e partiamo.
La Cami sempre più preda del terrore, la Gaia, neanche a dirlo, eccitatissima:
-Siamo altissimi! E' ganzissimo!-
Meno male che c'è lei, con la sua sincera ingenuità.
Quando arriviamo, qualche chilometro dopo, e possiamo finalmente scendere, il danno appare evidentissimo: motore grippato, fuso, andato. La bluesmobile a fine corsa.
Ci accordiamo con il meccanico per la riparazione, che comportarà sostituire praticamente tutto quel che è dentro il cofano ad un costo non indifferente. E non riesco a usare iperboli o metafore nel descriverlo, al solo pensiero. Sono certo che anche la direttrice di banca avrà avvertito una sensazione molto negativa: "Piango, e non so perchè".
Il meccanico ci porta alla fermata del bus. In un bar di fronte ne approfittiamo per consumare qualcosa di fresco e ricaricare i cellulari. Poi, in pullman fino alla Tiburtina. A Roma pernottiamo in un hotel: matrimoniale e due letti a castello. Carino, decente, un pò di muffa sulle pareti del bagno, qualche ritinteggatura ma comunque 8,1 di voto meritati. Gli daremo qualcosa in più.
Ceniamo da un kebabbaro-pizzeria appena fuori dall'albergo, la mattina ripartiremo in treno per Firenze.
Ma in quella simil-pizzeria, mentre mangiamo le nostre pietanze, ci rendiamo conto che noi siamo lì, uniti. Che la felicità è, prima di ogni altra cosa, la fortuna di essere noi quattro. Solo e soltanto noi. Alla faccia di motori che fondono o pseudo-ministri sulla famiglia completamente svitati. Noi resisteremo. Tutti e quattro. Come i perdonaggi di Dumas. O gli Obama.
Si, ok, anche gli Addams.
Tanto lo sapevo che lì andavate a parare.
ps. Mentre ci riposavamo nel bar di fronte alla fermata dei pullmann e ricaricavamo i cellulari, la Sara ha chiamato l'albergo sul Gran Sasso per informarli che, a causa di questo fastidioso (a dir poco) disguido, non saremmo venuti. Ovviamente, essendo una prenotazione in penale, comprendevamo che avremmo perso l'importo della notte. Lavorando nell'ambiente, sappiamo come sono le regole.
E invece, con nostra piccola sorpresa, la persona addetta al ricevimento ci ha detto che non avrebbe addebitato nulla, purchè contattassimo subito il perfido sito tramite cui avevamo prenotato affinchè cancellasse la prenotazione. Cosa che, ovviamente, la Sara ha fatto immanentemente.
Noi, negli alberghi dove lavoriamo, non l'avremmo fatto.
Il che mi ha fatto sentire molto poco umano.
Mi sento solo di esprimere un profondo e sentito grazie.
A tutta la regione Abruzzo.
lunedì 23 luglio 2018
"And everything under the sun is in tune
But the sun is eclipsed by the moon"
Io le odio, le gallerie.
Non è solo per la fastidiosa, irritante sensazione che si prova nel timpano al brusco cambio di pressione.
Non è neanche per l'assenza di paesaggio da osservare e la monotonia del muro a pochi centimetri. Anzi, mi piace pure quella tetra oscurità, l'ingresso nelle tenebre, il buio subito dopo la luce. The dark side, appunto.
Il fatto è che una galleria ferroviaria è particolarmente rumorosa. Perchè il treno è molto più veloce di un'auto e soprattutto perchè viaggia a pochi centimetri dalla parete.
E quel "WUUUUUUUU" continuo e frastornante mi impedisce di sentire la musica nelle cuffiette.
"Tell me, doctor
where are we going this time
is this the 50's
or 1999...."
Non sto viaggiando nel tempo. Sto andando in un luogo ben più fisico, seguendo le canoniche direzioni x, y e z. La patria delle famose, celebri 3 T. E provate a immaginare quale delle 3 preferisco.
In realtà, a Bologna, ci passerò solo un paio d'ore, poi levitate a due e mezzo per ritardo del frecciabianca, perchè per andare a sud, da Firenze, bisogna prima passare per il nord.
Sembra un controsenso, ma il problema dell'italia non è mai stata la storia. Quella l'abbiamo sempre trattata allo stesso identico modo per secoli: dimenticandola subito. No, dicevo: questo paese ha sempre avuto un problema di geografia.
Io, attualmente, ho più un problema di testa.
I got my head checked
By a jumbo jet
It wasn't easy
But nothing is
No
Ho staccato dal turno di notte alle 7 del mattino e, in neanche un'ora, sono tornato a casa dove, spogliatomi di pantaloni, camicia e cravatta modello scena finale di Full Monty a velocità quadrupla, indossato pantaloncini e magliettina molto estiva, caricato di borsone del peso di 3 quintali e, soprattutto, ingoiato mezzo litro di caffè alla temperatura di fusione del piombo, mi sono diretto a SMN.
Malgrado tutto ciò, stavo per perdere il treno per Bologna perchè mi ero addormentato sul regionale, e sono saltato giù a Prato Centrale poco prima che le porte si richiudessero.
I'm gonna leave this place tomorrow
I'm gonna leave this town behind
I'll be gone before the morning
on the other side of the mound
That's why i'm moving on
Mi tiene su solo la consapevolezza che stasera divorerò un quintale di spaghetti allo scoglio e un migliaio di arrosticini, circondato dall'affetto della famiglia, per un 5 giorni di vacanza marina nel mare d'Abruzzo. Tutto quel che ho, per ora. Pochi ma preziosissimi giorni.
Sleep inside the eye of your mind
Don't you know you might find
A better place to play
Sono nell'ultimo vagone. Attorno a me, nessuno. Alone in the dark, e spero di non essere in un racconto di Lovecraft. In cima, un'allegra famigliola di millanta persone, con valigie di mezzo quintale, donnone alte e grosse quanto un tir e truccate come l'ultimo dei transessuali brasiliani, maschi più possenti di un giocatore di rugby e con i tatuaggi e l'espressione truce di uno appena uscito da Rebibbia, una caterva di bimbi allegri e chiassosi, sprizzanti vita. E tutti con una lingua che farebbe la felicità di un militante leghista in astinenza da rabbia e bava colante alla bocca.
Nel mio angolo di vagone non li vedo neanche. Il fracasso del treno dentro la galleria appenninica copre tutto: rumori del treno, musica in cuffia, schiamazzi da curva dello Steaua.
You know your mama
and your daddy
Saying i'm no good for you
They call me dirty
from the alley
and i don't know to do
Davanti a me
Vestitino a fiori
Boccoli biondi
Occhi azzurri
E la risata espressiva di una bimbetta, di poco più di 5 anni, che sta osservando qualcosa di molto buffo
Io
Perchè, occhi chiusi e volume a tutta potenza nelle cuffie, ero in piena trance performante da "air guitar". Con ancora la mano sinistra a mimare un "bending" su un'immaginario manico.
Rido.
Che altro dovrei fare?
La bimba gira i tacchi e corre dai genitori. Io, semplicemente, guardo verso l'esterno, mani in tasca e sguardo indifferente, ma posso sentire sguardi su di me e risate nell'immaginarsi un uomo adulto far finta di suonare un riff distortissimo e cantare un pezzo che sente solo lui.
Arriviamo a Bologna. L'allegra famigliola rumena si avvia all'uscita; io, per evitare di attendere in fondo al gruppo, vado dalla parte opposta.
Mi volto.
Incrocio lo sguardo della piccola.
Che alza la mano e mima un saluto. Labiale che dice chiarissimo "ciao"
E poi mima un'immaginaria chitarra.
Non posso non rispondere allo stesso modo.
Fuori, l'afa bolognese
Devo cambiare musica, stile, genere
Oh, love, don't let me go
Won't you take me where the street lights glow
I can hear it coming
I can hear the silent sound
Now my feet won't touch the ground
But the sun is eclipsed by the moon"
Io le odio, le gallerie.
Non è solo per la fastidiosa, irritante sensazione che si prova nel timpano al brusco cambio di pressione.
Non è neanche per l'assenza di paesaggio da osservare e la monotonia del muro a pochi centimetri. Anzi, mi piace pure quella tetra oscurità, l'ingresso nelle tenebre, il buio subito dopo la luce. The dark side, appunto.
Il fatto è che una galleria ferroviaria è particolarmente rumorosa. Perchè il treno è molto più veloce di un'auto e soprattutto perchè viaggia a pochi centimetri dalla parete.
E quel "WUUUUUUUU" continuo e frastornante mi impedisce di sentire la musica nelle cuffiette.
"Tell me, doctor
where are we going this time
is this the 50's
or 1999...."
Non sto viaggiando nel tempo. Sto andando in un luogo ben più fisico, seguendo le canoniche direzioni x, y e z. La patria delle famose, celebri 3 T. E provate a immaginare quale delle 3 preferisco.
In realtà, a Bologna, ci passerò solo un paio d'ore, poi levitate a due e mezzo per ritardo del frecciabianca, perchè per andare a sud, da Firenze, bisogna prima passare per il nord.
Sembra un controsenso, ma il problema dell'italia non è mai stata la storia. Quella l'abbiamo sempre trattata allo stesso identico modo per secoli: dimenticandola subito. No, dicevo: questo paese ha sempre avuto un problema di geografia.
Io, attualmente, ho più un problema di testa.
I got my head checked
By a jumbo jet
It wasn't easy
But nothing is
No
Ho staccato dal turno di notte alle 7 del mattino e, in neanche un'ora, sono tornato a casa dove, spogliatomi di pantaloni, camicia e cravatta modello scena finale di Full Monty a velocità quadrupla, indossato pantaloncini e magliettina molto estiva, caricato di borsone del peso di 3 quintali e, soprattutto, ingoiato mezzo litro di caffè alla temperatura di fusione del piombo, mi sono diretto a SMN.
Malgrado tutto ciò, stavo per perdere il treno per Bologna perchè mi ero addormentato sul regionale, e sono saltato giù a Prato Centrale poco prima che le porte si richiudessero.
I'm gonna leave this place tomorrow
I'm gonna leave this town behind
I'll be gone before the morning
on the other side of the mound
That's why i'm moving on
Mi tiene su solo la consapevolezza che stasera divorerò un quintale di spaghetti allo scoglio e un migliaio di arrosticini, circondato dall'affetto della famiglia, per un 5 giorni di vacanza marina nel mare d'Abruzzo. Tutto quel che ho, per ora. Pochi ma preziosissimi giorni.
Sleep inside the eye of your mind
Don't you know you might find
A better place to play
Sono nell'ultimo vagone. Attorno a me, nessuno. Alone in the dark, e spero di non essere in un racconto di Lovecraft. In cima, un'allegra famigliola di millanta persone, con valigie di mezzo quintale, donnone alte e grosse quanto un tir e truccate come l'ultimo dei transessuali brasiliani, maschi più possenti di un giocatore di rugby e con i tatuaggi e l'espressione truce di uno appena uscito da Rebibbia, una caterva di bimbi allegri e chiassosi, sprizzanti vita. E tutti con una lingua che farebbe la felicità di un militante leghista in astinenza da rabbia e bava colante alla bocca.
Nel mio angolo di vagone non li vedo neanche. Il fracasso del treno dentro la galleria appenninica copre tutto: rumori del treno, musica in cuffia, schiamazzi da curva dello Steaua.
You know your mama
and your daddy
Saying i'm no good for you
They call me dirty
from the alley
and i don't know to do
Davanti a me
Vestitino a fiori
Boccoli biondi
Occhi azzurri
E la risata espressiva di una bimbetta, di poco più di 5 anni, che sta osservando qualcosa di molto buffo
Io
Perchè, occhi chiusi e volume a tutta potenza nelle cuffie, ero in piena trance performante da "air guitar". Con ancora la mano sinistra a mimare un "bending" su un'immaginario manico.
Rido.
Che altro dovrei fare?
La bimba gira i tacchi e corre dai genitori. Io, semplicemente, guardo verso l'esterno, mani in tasca e sguardo indifferente, ma posso sentire sguardi su di me e risate nell'immaginarsi un uomo adulto far finta di suonare un riff distortissimo e cantare un pezzo che sente solo lui.
Arriviamo a Bologna. L'allegra famigliola rumena si avvia all'uscita; io, per evitare di attendere in fondo al gruppo, vado dalla parte opposta.
Mi volto.
Incrocio lo sguardo della piccola.
Che alza la mano e mima un saluto. Labiale che dice chiarissimo "ciao"
E poi mima un'immaginaria chitarra.
Non posso non rispondere allo stesso modo.
Fuori, l'afa bolognese
Devo cambiare musica, stile, genere
Oh, love, don't let me go
Won't you take me where the street lights glow
I can hear it coming
I can hear the silent sound
Now my feet won't touch the ground
domenica 15 luglio 2018
Non ti abitui mai.
A due cose:
La prima: le 8 ore notturne.
Puoi lavorare notturno per mesi, anni, decenni, ma non ti abituerai mai. La notte distrugge, la notte massacra, la notte ti schianta il fisico e la mente come poche cose.
Ok, ve lo concedo: rispetto ad altri, numerosi, lavori notturni, noi portieri abbiamo un vantaggio: siamo al chiuso.
Un ambiente tranquillo, sigillato all'esterno (a meno che qualcuno non suoni il campanello, ovviamente) ma, di per sè, comodo. Rilassante, perchè parliamo di una hall alberghiera, fatta per calmare la clientela. Al caldo del riscaldamento in inverno e al fresco dell'aria condizionata in estate.
E però, non ti abitui mai. Patirai sempre l'inversione del tempo. Il tuo personale, privato, esclusivo fuso orario. Che va benissimo se hai appena effettuato un volo intercontinentale e ti appresti a visitare un mondo esotico pieno di curiose tipe con le gambe storte e gli occhi a mandorla e meravigliosi templi dorati, ma non serve a niente quando devi accompagnare la figlia piccola a scuola al mattino presto e poi alzarti per le 13.30 perchè la grande rientra a casa. E con la stessa fame di un branco di lupi siberiani.
Ma soprattutto, se c'è una cosa a cui non ti abituerai mai,
sono le stranezze della clientela. E non solo.
1. Il prenotante nottetempo: entro in turno alle 23 del giorno x. Eseguo il mio lavoro, stampo tutto lo stampabile contribuendo alla devastazione di immense foreste tanto che mi aspetterei l'arrivo del cicciobomba coi capelli arancioni a dirmi "bravo, così si fa!". Chiudo la giornata, passo al nuovo giorno e, alle 2 di notte circa, mi suonano il campanello.
Apro l'ingresso a due tipi che assomigliano in tutto e per tutto a un bolso presidente turco. E mi esordiscono, in un inglese patetico e stentato, che hanno una prenotazione per quella notte.
Panico. Per quanti anni uno lavori in albergo, questo sentimento aleggia perenne, in un portiere, diurno o nottunro che sia. Il timore di aver lasciato una camera in vendita malgrado il completo, c'è sempre. E si tratterebbe di scusarsi profondamente per il disguido, cercargli una sistemazione e prendersi infamie in una lingua sconosciuta fino alla 7^ generazione.
Ma come mi mostrano la prenotazione sul loro cellulare, dal costo approssimativo di uno stipendio da ministro dell'interno, noto che la data di arrivo è x+1.
Questi due pirla hanno prenotato per il giorno dopo.
Com'è ovvio quando si ha a che fare con questo tipo di persone, se ne vengono fuori che siamo già a x+1 (saranno state le 3 di notte) e quindi dovevo procurargli subito una camera. Immanentemente.
In certi casi, essere privi della mano sinistra al fine di installarvi una motosega, potrebbe essere particolarmente utile. A parte dover poi ripulire la hall dal sangue e pezzi di membra umane.
Con calma e pazienza, provo a spiegargli che quella attuale è la notte tra il giorno x e il giorno x+1, mentre loro hanno prenotato una camera per la notte DOPO, tra x+1 e x+2, e che questa sarebbe stata disponibile dopo il check-out dei clienti attualmente a dormire. Il che significa dopo mezzogiorno.
Imprecano con il patetico inglese che mischiano nella loro lingua, ma hanno capito benissimo. Provano a inistere, ma li rimbalzo perchè siamo pieni.
Benchè la prenotazione sia non rimborsabile (e, anche se non lo fosse, sarebbe comunque in penale) c'è sempre la possibilità di una cancellazione gratuita, purchè avvenga entro un'ora. Per permettere, a chi sbaglia, di rimediare. Gliela faccio cancellare. Se ne vanno senza un grazie.
La settimana dopo mi capita la stessa cosa. Stavolta si presenta un nero rasta alto quanto Shaquille O'Neal e che esordisce in perfetto accento british. Quando gli faccio notare il problema si colpisce la fronte con la mano, una botta che a me avrebbe procurato una commozione celebrale. Si scusa dell'errore e che è stato profondamente stupido ma preso dal panico dal non trovare dove dormire a causa di un forte ritardo nel volo. Aiuto anche lui a cancellare senza penale, e dato che si era mostrato gentile e comprensivo, mi sono sbattutto un pò chiamando un albergo nelle vicinanze. Perchè, casualmente, Fabrizio mi aveva chiamato due ore prima informandomi che gli si era liberata una camera. Lo richiamo: l'aveva ancora.
Il sentirsi "Thank you, boy" come direbbero solo nella city, ripaga davvero tanto. Tantissimo. Anche se poi, nello stringermi la mano, mi ha devastato il metacarpo.
2. A questa stessa ora entrano due ragazzone americane con una quantità di abbigliamento appena al di sopra della soglia di attenzione da parte della buoncostume e le risate sguaiate di chi ha appena ingerito la produzione annuale di alcool di tutto il comprensorio di Montalcino.
-Oh, ecco il nostro uomo-
-No, sono solo il portiere-
-Ma sei tu quello che può aiutarci, vero?-
-Dipende dalla richiesta. Ma tenete conto che sono sposato, sono al lavoro e sono vecchio-
-Ahahah, che simpatico. Ma noi vogliamo qualcosa di buono-
-Tutti vogliono qualcosa di buono alle 2 del mattino-
Una di loro appoggia i gomiti sul bancone, posizione particolarmente dannosa al mio cuore, benchè mi sforzi di osservarla negli occhi. Maledettamente azzurri.
-Doe cappuccinisss!- (detto proprio così. Tutto il resto, ricordatelo, lo sto traducendo)
-Questo si può fare-
A cui segue un doppio "Yeah!", e i palmi delle loro mani che sbattono tra loro.
-Seguitemi al bar-
-Adoro il cappuccino, oggi ne ho bevuto uno buonissimo-
-A che ora?-
-Oh, saranno state l'una... dopo la pizza più buona del mondo (giuro, riporto tradotto così come lo ha detto). Voi italiani bevete sempre il cappuccino, vero?-
-A qualsiasi ora giorno e della notte!- (perchè distruggere i sogni della gente?)
Usare una macchina del caffè è la cosa più facile e piacevole del mondo. Davvero, è banale e stupendo al tempo stesso. Andrebbe messo come ora di studio a scuola, se non sei capace la bocciatura non basta: ti dovrebbero confinare in Kamchatka. A Novembre. In bermuda. E' una delle più belle e profonde. Mi piace, davvero, sganciare il portafiltro, sbatterlo a testa in giù nella cassettiera per svuotarlo, appoggiarlo nella macina dosatrice e tirare la levetta per farci scendere la polvere. E poi, mentre quel buonissimo e meraviglioso liquido bollente scende nella tazzina, montare il latte. Con entrambi i rumori assieme a mischiarsi nel timpano uditivo, il caffè che cola e il latte che cresce. Fischi, sbuffi, piccoli crepitii, tutti assieme appassionatamente a comporre il concerto di un rito sacro, macchina geniale creata da un popolo che sarebbe meraviglioso, se soltanto riscoprisse il piacere di gustarsi queste piccole gioie della vita, invece di avvelenarsi l'animo con le sciocchezze e le banalità tipo "E allora il PD?"
Ma ho un problema.
Afferro il bricco del latte, che noto presente sopra il banco del frigo e non dentro. Apro il coperchio.
Vengo assalito dall'ondata fetida di un caseificio accanto a una discarica.
Dentro, non posso fare a meno di buttarci l'occhio, pezzi di roba bianca che galleggiano.
Le ragazzone americane continuano a parlare tra loro, neanche cerco di ascoltarle con perniciosa curiosità, come mio solito. Sto maledicendo quelli delle colazioni che lasciano le cose con questa sciatteria.
Svuoto il bricco e lo ficco nel lavandino, inondandolo d'acqua. Sotto al banco del bar ne afferro uno pulito. Apro il frigo, speranzoso.
Aimè, è presente un solo cartone. Ed è latte di soia.
Ora, io sono felice che esista il latte di soia. Per i poverini che non riescono a digerire il latte animale, è importante avere un alimento che il loro corpo possa assorbire. E' assolutamente giusto. Ma per noi che il latte possiamo digerirlo, questa roba è imbevibile. Almeno, io non lo sopporto.
Ma nel frigo del bar ho solo questo. Confido tutto nelle loro papille gustative rintronate dall'alcool. Verso il latte voltato di spalle alle ragazze, in modo che non leggano il cartone, infilo il bricco nel vaporizzatore, giro la manopola e monto. Per quel che monta 'sta roba. Verso nelle tazze. Passo alle ragazze.
E al primo sorso, se ne escono fuori così:
-Mmmmhhhhh.... è così buono! Il miglior cappuccino di sempre! (dice proprio così: best cappuccino ever)
-Veramente?-
-Si, mai bevuto uno così buono-
-Delizioso. Ah, adoro l'Italia!-
E dopo avermi detto il numero di camera affinchè potessi addebitare, salgono su serene e felici.
3. Quasi (sottolineo il quesi) mi convinco che abbia ragione il padrone assoluto del governo italico:
Gli stranieri sono un problema.
Sono le 6.30.
Manca poco, pochissimo, al ritorno a casa. All'ingresso dentro le lenzuola di casa, al riposo mattutino, alla dormita giornaliera. Ma il portiere di notte è troppo instupidito dalla stanchezza, per riuscire a contare il tempo che manca all'arrivo della collega in turno di mattina. Va avanti per inerzia. Riscrivere le consegne. Stampare le prenotazioni. Inserirle sul gestionale. Si lavora in confusione, senza un filo logico, una continuità.
Entra questo tizio.
Alto due metri, secco allampanato, dall'età approssimativa di un paio di secoli. Che se gli chiedessi di parlarmi di moti di piazza e rivolte di popolo, non mi parlerebbe del '68, ma del 1848.
Gli piazzo il mio buongiorno, a cui non reagisce in alcun modo. Si guarda attorno, poi afferra una matita posata sul bancone. Pongo altre domande, da cui arriva un ostinato mutismo. Improvvisamente prende i fogli con le partenze del giorno e -orrore!- comincia a scriverci sopra! Cerco di riprendermele e costui inizia a urlarmi addosso.
In TEDESCO!
-Ok, va bene! Vuoi scrivere? Dai prendi questo e scrivi qui!- Gli mollo la lista delle partenze del giorno prima, quella di verifica e controllo, mentre mi riprendo, a forza, le altre, preziosissime. E il matto -perchè ormai tale ho compreso essere- inizia a scribacchiare roba a me sconosciuta in caratteri Fraktur, e continuando a parlare nel suo idioma roba tipo -Merkel und Adenauer! Kartoffen! Panzerschreck! Mannschaft!-
-Sisi, vabbene tutto, quel che ti pare, basta che scrivi il tuo compitino e ti levi 3 passi dai.... tutti io, i matti, li devo trovare. C'avete la calamita, che vi atttira qui dentro? Oh, bravo, ecco finito (gli faccio l'applauso e afferro il foglio), la mi figliola piccola scrive molto meglio di te. Ora che hai fatto, quella è la porta. Schnell!-
Schnell lo capisce. Urla ancora più forte. La tranvia al curvone di piazza Dalmazia è silenziosissima, a confronto. getta la matita sul bancone e se ne va, seguitando a sbraitare.
Solo ora mi accorgo che era arrivata l'Aida, delle colazioni. Che ha assitito a tutta la scena senza scomporsi. Come se non la riguardasse neanche. Sangue freddo balcanico che mi aiuterebbe. Perchè sono madido di sudore e sto tremando come una foglia sull'albero. In autunno.
-Ma che voleva?-
-Rompere il .....- mentre, gomma alla mano, cancello le assurdità teutoniche. Scripta volant, altrochè.
-Tutti da te arrivano-
-Si, ma ora li rimandiamo da Frau Angela e poi chiudiamo il Brennero-
E ride. Almeno lei riesce a prenderla con serenità.
A due cose:
La prima: le 8 ore notturne.
Puoi lavorare notturno per mesi, anni, decenni, ma non ti abituerai mai. La notte distrugge, la notte massacra, la notte ti schianta il fisico e la mente come poche cose.
Ok, ve lo concedo: rispetto ad altri, numerosi, lavori notturni, noi portieri abbiamo un vantaggio: siamo al chiuso.
Un ambiente tranquillo, sigillato all'esterno (a meno che qualcuno non suoni il campanello, ovviamente) ma, di per sè, comodo. Rilassante, perchè parliamo di una hall alberghiera, fatta per calmare la clientela. Al caldo del riscaldamento in inverno e al fresco dell'aria condizionata in estate.
E però, non ti abitui mai. Patirai sempre l'inversione del tempo. Il tuo personale, privato, esclusivo fuso orario. Che va benissimo se hai appena effettuato un volo intercontinentale e ti appresti a visitare un mondo esotico pieno di curiose tipe con le gambe storte e gli occhi a mandorla e meravigliosi templi dorati, ma non serve a niente quando devi accompagnare la figlia piccola a scuola al mattino presto e poi alzarti per le 13.30 perchè la grande rientra a casa. E con la stessa fame di un branco di lupi siberiani.
Ma soprattutto, se c'è una cosa a cui non ti abituerai mai,
sono le stranezze della clientela. E non solo.
1. Il prenotante nottetempo: entro in turno alle 23 del giorno x. Eseguo il mio lavoro, stampo tutto lo stampabile contribuendo alla devastazione di immense foreste tanto che mi aspetterei l'arrivo del cicciobomba coi capelli arancioni a dirmi "bravo, così si fa!". Chiudo la giornata, passo al nuovo giorno e, alle 2 di notte circa, mi suonano il campanello.
Apro l'ingresso a due tipi che assomigliano in tutto e per tutto a un bolso presidente turco. E mi esordiscono, in un inglese patetico e stentato, che hanno una prenotazione per quella notte.
Panico. Per quanti anni uno lavori in albergo, questo sentimento aleggia perenne, in un portiere, diurno o nottunro che sia. Il timore di aver lasciato una camera in vendita malgrado il completo, c'è sempre. E si tratterebbe di scusarsi profondamente per il disguido, cercargli una sistemazione e prendersi infamie in una lingua sconosciuta fino alla 7^ generazione.
Ma come mi mostrano la prenotazione sul loro cellulare, dal costo approssimativo di uno stipendio da ministro dell'interno, noto che la data di arrivo è x+1.
Questi due pirla hanno prenotato per il giorno dopo.
Com'è ovvio quando si ha a che fare con questo tipo di persone, se ne vengono fuori che siamo già a x+1 (saranno state le 3 di notte) e quindi dovevo procurargli subito una camera. Immanentemente.
In certi casi, essere privi della mano sinistra al fine di installarvi una motosega, potrebbe essere particolarmente utile. A parte dover poi ripulire la hall dal sangue e pezzi di membra umane.
Con calma e pazienza, provo a spiegargli che quella attuale è la notte tra il giorno x e il giorno x+1, mentre loro hanno prenotato una camera per la notte DOPO, tra x+1 e x+2, e che questa sarebbe stata disponibile dopo il check-out dei clienti attualmente a dormire. Il che significa dopo mezzogiorno.
Imprecano con il patetico inglese che mischiano nella loro lingua, ma hanno capito benissimo. Provano a inistere, ma li rimbalzo perchè siamo pieni.
Benchè la prenotazione sia non rimborsabile (e, anche se non lo fosse, sarebbe comunque in penale) c'è sempre la possibilità di una cancellazione gratuita, purchè avvenga entro un'ora. Per permettere, a chi sbaglia, di rimediare. Gliela faccio cancellare. Se ne vanno senza un grazie.
La settimana dopo mi capita la stessa cosa. Stavolta si presenta un nero rasta alto quanto Shaquille O'Neal e che esordisce in perfetto accento british. Quando gli faccio notare il problema si colpisce la fronte con la mano, una botta che a me avrebbe procurato una commozione celebrale. Si scusa dell'errore e che è stato profondamente stupido ma preso dal panico dal non trovare dove dormire a causa di un forte ritardo nel volo. Aiuto anche lui a cancellare senza penale, e dato che si era mostrato gentile e comprensivo, mi sono sbattutto un pò chiamando un albergo nelle vicinanze. Perchè, casualmente, Fabrizio mi aveva chiamato due ore prima informandomi che gli si era liberata una camera. Lo richiamo: l'aveva ancora.
Il sentirsi "Thank you, boy" come direbbero solo nella city, ripaga davvero tanto. Tantissimo. Anche se poi, nello stringermi la mano, mi ha devastato il metacarpo.
2. A questa stessa ora entrano due ragazzone americane con una quantità di abbigliamento appena al di sopra della soglia di attenzione da parte della buoncostume e le risate sguaiate di chi ha appena ingerito la produzione annuale di alcool di tutto il comprensorio di Montalcino.
-Oh, ecco il nostro uomo-
-No, sono solo il portiere-
-Ma sei tu quello che può aiutarci, vero?-
-Dipende dalla richiesta. Ma tenete conto che sono sposato, sono al lavoro e sono vecchio-
-Ahahah, che simpatico. Ma noi vogliamo qualcosa di buono-
-Tutti vogliono qualcosa di buono alle 2 del mattino-
Una di loro appoggia i gomiti sul bancone, posizione particolarmente dannosa al mio cuore, benchè mi sforzi di osservarla negli occhi. Maledettamente azzurri.
-Doe cappuccinisss!- (detto proprio così. Tutto il resto, ricordatelo, lo sto traducendo)
-Questo si può fare-
A cui segue un doppio "Yeah!", e i palmi delle loro mani che sbattono tra loro.
-Seguitemi al bar-
-Adoro il cappuccino, oggi ne ho bevuto uno buonissimo-
-A che ora?-
-Oh, saranno state l'una... dopo la pizza più buona del mondo (giuro, riporto tradotto così come lo ha detto). Voi italiani bevete sempre il cappuccino, vero?-
-A qualsiasi ora giorno e della notte!- (perchè distruggere i sogni della gente?)
Usare una macchina del caffè è la cosa più facile e piacevole del mondo. Davvero, è banale e stupendo al tempo stesso. Andrebbe messo come ora di studio a scuola, se non sei capace la bocciatura non basta: ti dovrebbero confinare in Kamchatka. A Novembre. In bermuda. E' una delle più belle e profonde. Mi piace, davvero, sganciare il portafiltro, sbatterlo a testa in giù nella cassettiera per svuotarlo, appoggiarlo nella macina dosatrice e tirare la levetta per farci scendere la polvere. E poi, mentre quel buonissimo e meraviglioso liquido bollente scende nella tazzina, montare il latte. Con entrambi i rumori assieme a mischiarsi nel timpano uditivo, il caffè che cola e il latte che cresce. Fischi, sbuffi, piccoli crepitii, tutti assieme appassionatamente a comporre il concerto di un rito sacro, macchina geniale creata da un popolo che sarebbe meraviglioso, se soltanto riscoprisse il piacere di gustarsi queste piccole gioie della vita, invece di avvelenarsi l'animo con le sciocchezze e le banalità tipo "E allora il PD?"
Ma ho un problema.
Afferro il bricco del latte, che noto presente sopra il banco del frigo e non dentro. Apro il coperchio.
Vengo assalito dall'ondata fetida di un caseificio accanto a una discarica.
Dentro, non posso fare a meno di buttarci l'occhio, pezzi di roba bianca che galleggiano.
Le ragazzone americane continuano a parlare tra loro, neanche cerco di ascoltarle con perniciosa curiosità, come mio solito. Sto maledicendo quelli delle colazioni che lasciano le cose con questa sciatteria.
Svuoto il bricco e lo ficco nel lavandino, inondandolo d'acqua. Sotto al banco del bar ne afferro uno pulito. Apro il frigo, speranzoso.
Aimè, è presente un solo cartone. Ed è latte di soia.
Ora, io sono felice che esista il latte di soia. Per i poverini che non riescono a digerire il latte animale, è importante avere un alimento che il loro corpo possa assorbire. E' assolutamente giusto. Ma per noi che il latte possiamo digerirlo, questa roba è imbevibile. Almeno, io non lo sopporto.
Ma nel frigo del bar ho solo questo. Confido tutto nelle loro papille gustative rintronate dall'alcool. Verso il latte voltato di spalle alle ragazze, in modo che non leggano il cartone, infilo il bricco nel vaporizzatore, giro la manopola e monto. Per quel che monta 'sta roba. Verso nelle tazze. Passo alle ragazze.
E al primo sorso, se ne escono fuori così:
-Mmmmhhhhh.... è così buono! Il miglior cappuccino di sempre! (dice proprio così: best cappuccino ever)
-Veramente?-
-Si, mai bevuto uno così buono-
-Delizioso. Ah, adoro l'Italia!-
E dopo avermi detto il numero di camera affinchè potessi addebitare, salgono su serene e felici.
3. Quasi (sottolineo il quesi) mi convinco che abbia ragione il padrone assoluto del governo italico:
Gli stranieri sono un problema.
Sono le 6.30.
Manca poco, pochissimo, al ritorno a casa. All'ingresso dentro le lenzuola di casa, al riposo mattutino, alla dormita giornaliera. Ma il portiere di notte è troppo instupidito dalla stanchezza, per riuscire a contare il tempo che manca all'arrivo della collega in turno di mattina. Va avanti per inerzia. Riscrivere le consegne. Stampare le prenotazioni. Inserirle sul gestionale. Si lavora in confusione, senza un filo logico, una continuità.
Entra questo tizio.
Alto due metri, secco allampanato, dall'età approssimativa di un paio di secoli. Che se gli chiedessi di parlarmi di moti di piazza e rivolte di popolo, non mi parlerebbe del '68, ma del 1848.
Gli piazzo il mio buongiorno, a cui non reagisce in alcun modo. Si guarda attorno, poi afferra una matita posata sul bancone. Pongo altre domande, da cui arriva un ostinato mutismo. Improvvisamente prende i fogli con le partenze del giorno e -orrore!- comincia a scriverci sopra! Cerco di riprendermele e costui inizia a urlarmi addosso.
In TEDESCO!
-Ok, va bene! Vuoi scrivere? Dai prendi questo e scrivi qui!- Gli mollo la lista delle partenze del giorno prima, quella di verifica e controllo, mentre mi riprendo, a forza, le altre, preziosissime. E il matto -perchè ormai tale ho compreso essere- inizia a scribacchiare roba a me sconosciuta in caratteri Fraktur, e continuando a parlare nel suo idioma roba tipo -Merkel und Adenauer! Kartoffen! Panzerschreck! Mannschaft!-
-Sisi, vabbene tutto, quel che ti pare, basta che scrivi il tuo compitino e ti levi 3 passi dai.... tutti io, i matti, li devo trovare. C'avete la calamita, che vi atttira qui dentro? Oh, bravo, ecco finito (gli faccio l'applauso e afferro il foglio), la mi figliola piccola scrive molto meglio di te. Ora che hai fatto, quella è la porta. Schnell!-
Schnell lo capisce. Urla ancora più forte. La tranvia al curvone di piazza Dalmazia è silenziosissima, a confronto. getta la matita sul bancone e se ne va, seguitando a sbraitare.
Solo ora mi accorgo che era arrivata l'Aida, delle colazioni. Che ha assitito a tutta la scena senza scomporsi. Come se non la riguardasse neanche. Sangue freddo balcanico che mi aiuterebbe. Perchè sono madido di sudore e sto tremando come una foglia sull'albero. In autunno.
-Ma che voleva?-
-Rompere il .....- mentre, gomma alla mano, cancello le assurdità teutoniche. Scripta volant, altrochè.
-Tutti da te arrivano-
-Si, ma ora li rimandiamo da Frau Angela e poi chiudiamo il Brennero-
E ride. Almeno lei riesce a prenderla con serenità.
venerdì 29 giugno 2018
Ok, niente a che vedere con il lavoro.
Ma prima una premessa: cercate di capirmi.
Ne metto un'altra: cercate di capirmi. Ma stavolta ve lo chiedo per favore.
Rientro dal lavoro.
Ho finito un turno alberghiero abbastanza agile: una domenica pomeriggio dove il massimo del fastidio era rispondere a richieste di questo tipo: "Io voglio una camera doppia con terzo letto aggiunto, terrazza, vista sul Duomo, vasca idromassaggio e paggetti che sventolano foglie di palma", e avevano prenotato una singola standard.
E si tratta sempre di quelle persone che NON vogliono neanche sentir parlare di supplementi e costi aggiuntivi.
Ma ora sono a casa.
Infilo la chiave nella toppa, giro, spingo.
"Ciao papi!"
All'unisono, entrambe.
Ho rinunciato a insistere, con le ragazze, nell'uso del giusto e corretto termine del mondo civilizzato "babbo". L'importante è che crescano brave ragazze sveglie, studiose, intelligenti, tifose del Giglio.
E' una giornata uggiosa, con pioggia e vento come solo Firenze sa essere, quando vuole. Non me la sento di stravaccarmi sul divano. Sono certo che, qualsiasi cosa metta sotto gli occhi, che sia un libro, il regolamento di un gioco o il telefono, cadrei tra le braccia di Morfeo. Sopraffatto da noia e stanchezza.
Quindi devo reagire. Fare qualcosa di valido. Efficiente. Costruttivo.
-Ragazze, giochiamo a qualcosa?-
Ottengo, per mia somma felicità, una doppia risposta affermativa.
Filo verso il contenitore ludico, l'armadio colmo di preziose scatole di giochi. Ancora in divisa da portiere d'albergo, estraggo l'ultima perla. Il nuovo, recente gioco acquistato a Stratagemma, mio personale e fidato pusher di giochi da tavolo.
Porto la scatola al tavolo di cucina, dove Camilla e Gaia, rispettivamente 13 e 11 anni, sono già piazzate. Adoro quando agiscono da brave soldatine. Le vorrei sempre così: precise e attente a eseguire ordini marziali.
-A cosa giochiamo?-
Mostro, orgogliosamente, il nuovo acquisto:
-Agricola versione "Per famiglie"-
-Ma allora dobbiamo allargare il tavolo! Agricola non è quello grande, con il tabellone enorme e tantissimi pezzi?-
-Non questo, Cami, non questo-
Agricola è il capolavoro di Uwe Rosenberg. Il non-plus-ultra del piazzamento lavoratori, dove bisogna mandare i contadini a raccogliere il materiale per edificare meglio la casa, coltivare i campi, fare i pascoli, e così via. Un giocone da almeno due ore di puro piacere ludico e regole complicatissime.
Ma ora è uscita la versione semplificata. Quella a cui possono giocare anche i ragazzi dagli 8 anni in su (almeno stando al regolamento).
Perciò cominciamo: una breve spiegazione delle regole e partiamo a piazzare i lavoratori.
Agricola, che sia la versione "grande", che sia quella "per famiglie", è il tipico gioco "chi primo arriva primo alloggia": le varie zone della plancia sono cioè esclusive di chi ha messo per primo un suo lavoratore. Gli altri non ci possono andare per il resto del turno.
Chiaramente le ragazze, che agognano da sempre ad avere animali per casa, in particolare gli zampettanti e pelosi felini, partono a testa bassa verso la raccolta di bestie varie: pecore, cinghiali, mucche. Che in questo caso sono semplici "meeple", cioè pedine dalla caratteristica forma animalesca stilizzata, ma per loro sono tutto. Nella fervida immaginazione delle loro testoline ancora un pò bambinesche e non del tutto adolescenziali, sono le simpatiche bestiole da accarezzare e coccolare senza il problema dell'odore di selvatico tipico di tali creature.
Ad un certo punto, mi rendo conto che non stanno accumulando abbastanza cibo. In Agricola bisogna, in determinati momenti, nutrire i propri lavoratori, altrimenti si finisce per accumulare punti negativi; a colpi di -3 a volta.
-Ragazze, ricordate che dovete anche nutrire i vostri contadini-
-E come? Non c'è abbastanza cibo!-
-Ma avete gli animali-
Mi osservano come fossi un alieno appena sceso dall'astronave e avessi pronunciato quelle 3 magiche e incomprese parole di pace.
-Che vuoi dire?-
-Che rimuovete i vostri segnalini degli animali per avere il cibo-
-Dobbiamo far mangiare i nostri cuccioli ai contadini?-
-Si, è così che funziona: come nella vita reale. I contadini MACELLANO le bestie per mangiarle-
E lì scoppia la rivolta.
I contadini impugnano i forconi e assaltano il castello del signore feudale.
-Noi non vogliamo uccidere i nostri cuccioli!-
-... ma... ragazze... sono solo pedine di legno....e poi, nella vita reale, come pensate che si nutrissero dei contadini nel medioevo? MACELLAVANO le loro best....-
-NO! (all'unisono. Perchè litigano spesso, ma contro il loro babbo sono coalizzate come non mai. Fronte comune contro il nemico) Non vogliamo! Vuoi che diventiamo VEGANE?-
Panico.
Terrore.
Raccapriccio.
Con tutto il bene che posso volere all'umanità, MAI sopporterei una cosa del genere. I miei vengono da un villaggio sui monti casentinesi dove la carne rossa veniva mangiata un paio di volte l'anno, ed era sempre una festa. Dove al 90% l'alimentazione erano -e spesso lo sono tutt'ora- le patate. E parecchia polenta, soprattutto di farina dolce. E non per scelta alimentare, ma perchè non c'era altro. Dove, da piccolo, vedevo spesso i miei zii rompere il collo a polli e conigli e poi scannarli senza remore. Come fanno tutt'oggi. Come hanno sempre fatto da generazioni, quando quei luoghi erano ancora dimore dei conti Guidi.
L'idea che ora queste due smettano di mangiare la ciccia, non può che provocarmi profondi mal di pancia interiori.
Perciò, cercate di capirmi. Soprattutto se siete vegani. Sono carnivoro nel profondo, e niente mi darà mai più soddisfazione dell'odore di una bisteccona appena adagiata su una brace. Per quanto sia molto moderato nel consumo di carne (una volta a settimana quella rossa, due le altre, mai sforare) la proteina animale, per me, sarà sempre e comunque necessaria.
Decido che ho parlato abbastanza, e comincio a giocare "alla meno". Evito di raccogliere il cibo dove si trova. Mi metto ad arare campi -ad un certo punto ero circondato da campi coltivati, ero il signore del grano- e raccogliere materiale per edificare la casa o costruire miglioramenti, in modo da lasciare alle ragazze più risorse di cibo possibile. Anche se probabilmente un vero padre dovrebbe colpire le giocatrici avversarie là dove sono deboli per fargli perdere la partita e dargli una sonora lezione di gioco.
Alla fine io ho solo grano, mentre loro hanno accumulato enomi allevamenti di ovini, bovini e suini. Ovviamente, sono arrivato ultimo. E perculato per tale risultato.
Quindi, cari amici vegani, non fatemi paternali. Ho perso e nessun animale è stato maltrattato durante la partita. Che volete di più?
La prossima volta resto in albergo 4 ore in più. Straordinario gratis.
Ma prima una premessa: cercate di capirmi.
Ne metto un'altra: cercate di capirmi. Ma stavolta ve lo chiedo per favore.
Rientro dal lavoro.
Ho finito un turno alberghiero abbastanza agile: una domenica pomeriggio dove il massimo del fastidio era rispondere a richieste di questo tipo: "Io voglio una camera doppia con terzo letto aggiunto, terrazza, vista sul Duomo, vasca idromassaggio e paggetti che sventolano foglie di palma", e avevano prenotato una singola standard.
E si tratta sempre di quelle persone che NON vogliono neanche sentir parlare di supplementi e costi aggiuntivi.
Ma ora sono a casa.
Infilo la chiave nella toppa, giro, spingo.
"Ciao papi!"
All'unisono, entrambe.
Ho rinunciato a insistere, con le ragazze, nell'uso del giusto e corretto termine del mondo civilizzato "babbo". L'importante è che crescano brave ragazze sveglie, studiose, intelligenti, tifose del Giglio.
E' una giornata uggiosa, con pioggia e vento come solo Firenze sa essere, quando vuole. Non me la sento di stravaccarmi sul divano. Sono certo che, qualsiasi cosa metta sotto gli occhi, che sia un libro, il regolamento di un gioco o il telefono, cadrei tra le braccia di Morfeo. Sopraffatto da noia e stanchezza.
Quindi devo reagire. Fare qualcosa di valido. Efficiente. Costruttivo.
-Ragazze, giochiamo a qualcosa?-
Ottengo, per mia somma felicità, una doppia risposta affermativa.
Filo verso il contenitore ludico, l'armadio colmo di preziose scatole di giochi. Ancora in divisa da portiere d'albergo, estraggo l'ultima perla. Il nuovo, recente gioco acquistato a Stratagemma, mio personale e fidato pusher di giochi da tavolo.
Porto la scatola al tavolo di cucina, dove Camilla e Gaia, rispettivamente 13 e 11 anni, sono già piazzate. Adoro quando agiscono da brave soldatine. Le vorrei sempre così: precise e attente a eseguire ordini marziali.
-A cosa giochiamo?-
Mostro, orgogliosamente, il nuovo acquisto:
-Agricola versione "Per famiglie"-
-Ma allora dobbiamo allargare il tavolo! Agricola non è quello grande, con il tabellone enorme e tantissimi pezzi?-
-Non questo, Cami, non questo-
Agricola è il capolavoro di Uwe Rosenberg. Il non-plus-ultra del piazzamento lavoratori, dove bisogna mandare i contadini a raccogliere il materiale per edificare meglio la casa, coltivare i campi, fare i pascoli, e così via. Un giocone da almeno due ore di puro piacere ludico e regole complicatissime.
Ma ora è uscita la versione semplificata. Quella a cui possono giocare anche i ragazzi dagli 8 anni in su (almeno stando al regolamento).
Perciò cominciamo: una breve spiegazione delle regole e partiamo a piazzare i lavoratori.
Agricola, che sia la versione "grande", che sia quella "per famiglie", è il tipico gioco "chi primo arriva primo alloggia": le varie zone della plancia sono cioè esclusive di chi ha messo per primo un suo lavoratore. Gli altri non ci possono andare per il resto del turno.
Chiaramente le ragazze, che agognano da sempre ad avere animali per casa, in particolare gli zampettanti e pelosi felini, partono a testa bassa verso la raccolta di bestie varie: pecore, cinghiali, mucche. Che in questo caso sono semplici "meeple", cioè pedine dalla caratteristica forma animalesca stilizzata, ma per loro sono tutto. Nella fervida immaginazione delle loro testoline ancora un pò bambinesche e non del tutto adolescenziali, sono le simpatiche bestiole da accarezzare e coccolare senza il problema dell'odore di selvatico tipico di tali creature.
Ad un certo punto, mi rendo conto che non stanno accumulando abbastanza cibo. In Agricola bisogna, in determinati momenti, nutrire i propri lavoratori, altrimenti si finisce per accumulare punti negativi; a colpi di -3 a volta.
-Ragazze, ricordate che dovete anche nutrire i vostri contadini-
-E come? Non c'è abbastanza cibo!-
-Ma avete gli animali-
Mi osservano come fossi un alieno appena sceso dall'astronave e avessi pronunciato quelle 3 magiche e incomprese parole di pace.
-Che vuoi dire?-
-Che rimuovete i vostri segnalini degli animali per avere il cibo-
-Dobbiamo far mangiare i nostri cuccioli ai contadini?-
-Si, è così che funziona: come nella vita reale. I contadini MACELLANO le bestie per mangiarle-
E lì scoppia la rivolta.
I contadini impugnano i forconi e assaltano il castello del signore feudale.
-Noi non vogliamo uccidere i nostri cuccioli!-
-... ma... ragazze... sono solo pedine di legno....e poi, nella vita reale, come pensate che si nutrissero dei contadini nel medioevo? MACELLAVANO le loro best....-
-NO! (all'unisono. Perchè litigano spesso, ma contro il loro babbo sono coalizzate come non mai. Fronte comune contro il nemico) Non vogliamo! Vuoi che diventiamo VEGANE?-
Panico.
Terrore.
Raccapriccio.
Con tutto il bene che posso volere all'umanità, MAI sopporterei una cosa del genere. I miei vengono da un villaggio sui monti casentinesi dove la carne rossa veniva mangiata un paio di volte l'anno, ed era sempre una festa. Dove al 90% l'alimentazione erano -e spesso lo sono tutt'ora- le patate. E parecchia polenta, soprattutto di farina dolce. E non per scelta alimentare, ma perchè non c'era altro. Dove, da piccolo, vedevo spesso i miei zii rompere il collo a polli e conigli e poi scannarli senza remore. Come fanno tutt'oggi. Come hanno sempre fatto da generazioni, quando quei luoghi erano ancora dimore dei conti Guidi.
L'idea che ora queste due smettano di mangiare la ciccia, non può che provocarmi profondi mal di pancia interiori.
Perciò, cercate di capirmi. Soprattutto se siete vegani. Sono carnivoro nel profondo, e niente mi darà mai più soddisfazione dell'odore di una bisteccona appena adagiata su una brace. Per quanto sia molto moderato nel consumo di carne (una volta a settimana quella rossa, due le altre, mai sforare) la proteina animale, per me, sarà sempre e comunque necessaria.
Decido che ho parlato abbastanza, e comincio a giocare "alla meno". Evito di raccogliere il cibo dove si trova. Mi metto ad arare campi -ad un certo punto ero circondato da campi coltivati, ero il signore del grano- e raccogliere materiale per edificare la casa o costruire miglioramenti, in modo da lasciare alle ragazze più risorse di cibo possibile. Anche se probabilmente un vero padre dovrebbe colpire le giocatrici avversarie là dove sono deboli per fargli perdere la partita e dargli una sonora lezione di gioco.
Alla fine io ho solo grano, mentre loro hanno accumulato enomi allevamenti di ovini, bovini e suini. Ovviamente, sono arrivato ultimo. E perculato per tale risultato.
Quindi, cari amici vegani, non fatemi paternali. Ho perso e nessun animale è stato maltrattato durante la partita. Che volete di più?
La prossima volta resto in albergo 4 ore in più. Straordinario gratis.
domenica 10 giugno 2018
***POLITICAMENTE SCORRETTO***ATTENZIONE***
Sei in una città straniera. Un continente e mezzo dal tuo, chiamato spesso e non stento a credere perchè, sub-continente.
Sei con tua moglie a visitare un luogo che è stato dimora di dinastie illuminate, se possiamo definire così persone che facevano squartare i loro nemici; artisti fantasmagorici, anche se erano dediti all'ubriacatura nelle bettole, al frequentare persone del loro stesso sesso (nel Rinascimento non esistevano i ministri dell'interno grillini. Fortunelli), all'uso facile del coltello e che oggi disegnerebbero fumetti; monumenti che hanno dello stupefacente e meraviglioso, e provocano raffiche di svenimenti agli scrittori francesi.
E tu, giovane indiano che ha gettato direttamente nelle fogne di Calcutta la dignità e frugalità del tuo eroe dell'indipendenza per sacrificarlo all'altare del benessere, invece di goderti una fresca serata primaverile in questa città europea mangiando una gloria culinaria dela storia di questa penisoletta, ritieni giusto che il miglior modo per passare il tempo sia entrare nel primo albergo che vedi e chiedere informazioni che non ti servono per niente.
Quasi mezzanotte, e mi entra questa giovane coppia indiana che si sta allegramente mangiando due coni gelato con i cucchiaini. Sono vestiti leggeri, non hanno bagagli. Sono chiaramente alloggiati altrove. Io, quando ho già un posto sicuro dove dormire, penserei a godermi il posto. A vedere com'è fatto questo angolo di mondo, sentirmi in pace con me stesso, godere di sapori e, se non estremi, odori. Questi no. Il massimo del loro svago è comparare prezzi.
Quindi entrano in albergo e, continuando a mangiare i loro gelati, mi chiedono nel loro classico inglese strascicato:
-Quanto costa una camera qui?-
Come sempre, in questi casi, sono già preparato ai prezzi da offrire in caso di richiesta diretta al banco. Gli dico la tariffa di una doppia. Che, essendo mezzanotte, è molto, molto scontata.
Ovviamente, parte il mantra indiano:
-Non ci sono sconti?-
-E' già scontata-
-Uno sconto ulteriore?-
-Meno di così? A quest'ora?-
-Si- (è serio. Maledettamente serio)
-Mi spiace, non è possibile-
Non è che non volessi fargli veramente uno sconto. E' che davvero era un prezzo scandalosamente basso. Un quinto del costo che aveva la camera due giorni fa. E ne avevammo vendute parecchie, in quei due giorni. Ora, a mezzanotte, ne erano comunque rimaste un paio. Anche abbassando gradualmente i prezzi durante la giornata non erano entrate prenotazioni.
Quel che mi dava profondamente fastidio erano due cose: a) l'insistenza nel chiedere lo sconto, che è davvero tremenda, specie fatta con quel tono pietoso, appositamente per far sentire in colpa il venditore e soprattutto b) quel chiederele cose mentre si sta mangiando, con la bocca aperta mentre all'interno sta sguazzando il cibo. Che in quel momento era un pastoso gelato in fase di scoglimento.
Capisco che esistano le differenze culturali, ma quel fastidio era più forte di me. Possibile che solo da noi consideriamo maleducazione parlare a bocca piena e soprattutto aperta verso l'interlocutore. Ma anche: solo io penserei, arrivato in una città nuova durante un viaggio, a cercare prima un alloggio e POI andare a mangiare un gelato? E' vero, ognuno vive il viaggio a modo suo, ma farlo mentre si mangia....
-Un prezzo più basso?- (con lo stesso tono di "ma voi inglesi, quando ve ne andate?")
Non sapevo cosa rispondergli. Cosa gli davo, per un prezzo più basso, il divano della hall? Non glielo propongo, potrebbe rispondermi di si.
-Mi spiace, il direttore mi ucciderebbe. E io non voglio morire-
E lì, alzo un pò la manina in un piccolo salutino romano ed esclamo "Heil manager".
Ovviamente scherzo. Sono e rimango di profondo retaggio comunista-stalinista. Favorevole alla riapertura dei gulag verso TUTTI i maleducati.
Ridono. Entrambi. Ma stanno facendo gli indiani. Perchè seriamente, ripartono a chiedere sconti.
Mezzanotte e mezza. Finalmente se ne vanno. Perchè hanno finito il gelato,probabilmente. E malgrado alla fine, preso dallo sfinimento, avessi proposto veramente un ulteriore sconto, non avevano comunque accettato nessuna camera.
In fin dei conti non ho fatto altro che il mio dovere: provare a vendere una camera. Ma rimane la profonda convizione che costoro avessero già una camera in un altro albergo della zona, e considerino il massimo dello svago l'entrare in altre strutture ricettive a chiedere prezzi, sconti e stressare l'impiegato di turno. Ma vabbè, è il lavoro. Mi piace anche dire che fa parte del gioco.
Ma dopo alcuni minuti che se ne sono andati, quasi all'una di notte, esco per prendere il paletti con catenella che delimitano il parcheggio dell'albergo, e ponerli dentro (ce ne hanno rubati diversi).
Poso lo sguardo a terra.
Due cucchiaini di plastica. Di quelli per mangiare i gelati. Due colori che riconosco subito.
Rientro. Vado al bar, prendo un tovagliolo di carta. Esco. Raccatto i cucchiaini di plastica. Rientro e li getto nel cestino. Mentre faccio questa operazione, ho l'irrefrenabile, incontenibile impulso all'arruolamento immediato in un corpo di spedizione britannico.
O, in subordine, nei marò.
Sei in una città straniera. Un continente e mezzo dal tuo, chiamato spesso e non stento a credere perchè, sub-continente.
Sei con tua moglie a visitare un luogo che è stato dimora di dinastie illuminate, se possiamo definire così persone che facevano squartare i loro nemici; artisti fantasmagorici, anche se erano dediti all'ubriacatura nelle bettole, al frequentare persone del loro stesso sesso (nel Rinascimento non esistevano i ministri dell'interno grillini. Fortunelli), all'uso facile del coltello e che oggi disegnerebbero fumetti; monumenti che hanno dello stupefacente e meraviglioso, e provocano raffiche di svenimenti agli scrittori francesi.
E tu, giovane indiano che ha gettato direttamente nelle fogne di Calcutta la dignità e frugalità del tuo eroe dell'indipendenza per sacrificarlo all'altare del benessere, invece di goderti una fresca serata primaverile in questa città europea mangiando una gloria culinaria dela storia di questa penisoletta, ritieni giusto che il miglior modo per passare il tempo sia entrare nel primo albergo che vedi e chiedere informazioni che non ti servono per niente.
Quasi mezzanotte, e mi entra questa giovane coppia indiana che si sta allegramente mangiando due coni gelato con i cucchiaini. Sono vestiti leggeri, non hanno bagagli. Sono chiaramente alloggiati altrove. Io, quando ho già un posto sicuro dove dormire, penserei a godermi il posto. A vedere com'è fatto questo angolo di mondo, sentirmi in pace con me stesso, godere di sapori e, se non estremi, odori. Questi no. Il massimo del loro svago è comparare prezzi.
Quindi entrano in albergo e, continuando a mangiare i loro gelati, mi chiedono nel loro classico inglese strascicato:
-Quanto costa una camera qui?-
Come sempre, in questi casi, sono già preparato ai prezzi da offrire in caso di richiesta diretta al banco. Gli dico la tariffa di una doppia. Che, essendo mezzanotte, è molto, molto scontata.
Ovviamente, parte il mantra indiano:
-Non ci sono sconti?-
-E' già scontata-
-Uno sconto ulteriore?-
-Meno di così? A quest'ora?-
-Si- (è serio. Maledettamente serio)
-Mi spiace, non è possibile-
Non è che non volessi fargli veramente uno sconto. E' che davvero era un prezzo scandalosamente basso. Un quinto del costo che aveva la camera due giorni fa. E ne avevammo vendute parecchie, in quei due giorni. Ora, a mezzanotte, ne erano comunque rimaste un paio. Anche abbassando gradualmente i prezzi durante la giornata non erano entrate prenotazioni.
Quel che mi dava profondamente fastidio erano due cose: a) l'insistenza nel chiedere lo sconto, che è davvero tremenda, specie fatta con quel tono pietoso, appositamente per far sentire in colpa il venditore e soprattutto b) quel chiederele cose mentre si sta mangiando, con la bocca aperta mentre all'interno sta sguazzando il cibo. Che in quel momento era un pastoso gelato in fase di scoglimento.
Capisco che esistano le differenze culturali, ma quel fastidio era più forte di me. Possibile che solo da noi consideriamo maleducazione parlare a bocca piena e soprattutto aperta verso l'interlocutore. Ma anche: solo io penserei, arrivato in una città nuova durante un viaggio, a cercare prima un alloggio e POI andare a mangiare un gelato? E' vero, ognuno vive il viaggio a modo suo, ma farlo mentre si mangia....
-Un prezzo più basso?- (con lo stesso tono di "ma voi inglesi, quando ve ne andate?")
Non sapevo cosa rispondergli. Cosa gli davo, per un prezzo più basso, il divano della hall? Non glielo propongo, potrebbe rispondermi di si.
-Mi spiace, il direttore mi ucciderebbe. E io non voglio morire-
E lì, alzo un pò la manina in un piccolo salutino romano ed esclamo "Heil manager".
Ovviamente scherzo. Sono e rimango di profondo retaggio comunista-stalinista. Favorevole alla riapertura dei gulag verso TUTTI i maleducati.
Ridono. Entrambi. Ma stanno facendo gli indiani. Perchè seriamente, ripartono a chiedere sconti.
Mezzanotte e mezza. Finalmente se ne vanno. Perchè hanno finito il gelato,probabilmente. E malgrado alla fine, preso dallo sfinimento, avessi proposto veramente un ulteriore sconto, non avevano comunque accettato nessuna camera.
In fin dei conti non ho fatto altro che il mio dovere: provare a vendere una camera. Ma rimane la profonda convizione che costoro avessero già una camera in un altro albergo della zona, e considerino il massimo dello svago l'entrare in altre strutture ricettive a chiedere prezzi, sconti e stressare l'impiegato di turno. Ma vabbè, è il lavoro. Mi piace anche dire che fa parte del gioco.
Ma dopo alcuni minuti che se ne sono andati, quasi all'una di notte, esco per prendere il paletti con catenella che delimitano il parcheggio dell'albergo, e ponerli dentro (ce ne hanno rubati diversi).
Poso lo sguardo a terra.
Due cucchiaini di plastica. Di quelli per mangiare i gelati. Due colori che riconosco subito.
Rientro. Vado al bar, prendo un tovagliolo di carta. Esco. Raccatto i cucchiaini di plastica. Rientro e li getto nel cestino. Mentre faccio questa operazione, ho l'irrefrenabile, incontenibile impulso all'arruolamento immediato in un corpo di spedizione britannico.
O, in subordine, nei marò.
sabato 26 maggio 2018
Non voglio assolutamente fare retorica.
L'altro giorno trovai il blog di un tizio. Uno dei tanti blog/pagine fb esistenti. Diceva qualcosa di, a mio parere, profondamente condivisibile: che tutti coloro che si lamentano di questa nazione e dei suoi perenni, assidui, continui problemi, dovrebbero stare zitti quando, ad esempio, aprono il rubinetto e fanno uscire acqua potabile: una cosa che la maggioranza degli abitanti del pianeta non può fare. Lo stesso blogger evidenziava come tutte queste lamentele, che finivano sempre e inevitabilmente con l'etichettare l'Italia come "paese di m..." vengono fatte tramite costosi telefonini. Da persone stravaccate su un divano e di fronte a una tv a schermo piatto.
E' vero, ha ragione. Ma credo comunque che le cose siano sempre relative.
Proprio un paio di giorni fa, turno di mattina. Due clienti italiani.
Prima scende lei, abbigliata come l'ultima comparsa di Romanzo Criminale, che senza neanche dire buongiorno esce per fumare sulla soglia dell'albergo.
Poi arriva il maschio alfa.
Posa i bagagli accanto al bancone e, come il peggiore dei blogger politici, se ne esce fuori così:
"Paese di m....!!!! Paese di m....!!!!!"
Sul banco, con rabbia, sbatte i palmi delle mani.
"Ma se io mi rifiuto di pagare questa tassa di soggiorno che succede? Mi mandano qui la polizia? E io non la pago, voglio proprio vedere!" con un'arroganza che non ritrovi neanche nei contratti di governo.
Come dicevo, le cose sono sempre relative. Costui ha soggiornato in un albergo nel centro di Firenze, pagando una fispola di camera perchè siamo a maggio, piena stagione turistica. Con uno sproposito di parcheggio perchè nel centro di una città vecchia di secoli, se vuoi la libertà del muoverti come ti pare, i pochi posti auto disponibili si pagano. Molto. Significa che ha la disponibilità economica per permettersi tutto ciò. Che ha potuto prendersi i giorni liberi per muoversi attraverso questa penisola e soggiornare in una struttura ricettiva. E malgrado ciò, si lamenta di una tassa di soggiorno.
Ora, al di là del fatto che ci sono popoli, nel pianeta, che tutto ciò se lo sognano soltanto, sono ben altri gli italiani che potrebbero affermare, con ragione, che questo è un paese di m.
Nadia e Caterina, ad esempio.
Esattamente 25 anni, ad appena un chilometro da dove scrivo e 500 metri da dove lavoro, una bomba piazzata da italiani uccise queste due bambine, rispettivamente di 9 anni e 50 giorni.
Loro si, avrebbero tutte le ragioni di dire che questo è un paese di m. E così i loro genitori e lo studente 22enne che era in un altro appartamento del palazzo completamente distrutto dall'esplosione.
Ma questo essere che avevo davanti, questa medaglia d'oro della lamentosità, ecco: lui proprio no. Lui dovrebbe baciare il suolo del paese dove è nato e cresciuto, tutti i giorni, e ringraziare. Perchè può permettersi un sacco di cose che altri non possono fare.
E non parlo solo della mera disponibilità economica.
Spiego, al minus haben, che la tassa la pagherebbe il portiere, cioè io. Perchè all'istat, a cui mandiamo giornalmente i dati delle presenze, non importa niente di quel che fa un cliente al check-out. In questo mese risultano tot clienti? L'istat richiede tot importo di tassa. E l'azienda, se mancano dei soldi, li chiede a chi era in turno quel giorno. In quel caso, io.
L'omuncolo rimane lì a bocca aperta, sorpreso, come se fosse la prima volta che sente parlare di responsabilità, di ripianare buchi di bilancio commessi da chi non paga le tasse, di doveri a cui non ci si può sottrarre. Potrei semplicemente bollare la cosa come "è il mio lavoro" ma è anche una questione di privilegi: in questo paese ce ne sono ancora tanti. E non sto dicendo che sia una cosa sbagliata: se ci sono persone che possono godere di privilegi, è anche perchè ci sono state donne e uomini, in passato, che hanno combattuto per questo.
Quindi lamentarsi per qualche euro di tassa quando c'è chi non ha neanche vissuto la sua vita lo trovo profondamente offensivo.
L'omuncolo estrae i soldi e paga la tassa, continuando a infarcire il discorso di "paese di m..." e altri termini che dimostrano come questo, oramai, non sia più un paese cristiano. Anzi, non lo sia mai stato. Io mi limito a stampargli la ricevuta e dargli un arrivederci. Dopo di che, mi dedicai ai clienti successivi, che almeno erano americani sorridenti e felici di fare i turisti. E come tali difficilmente trumpisti (o almeno così mi piace pensare).
Però ripeto: se avete tanto da lamentarvi di questo paese, stasera pensate a loro. All'una di stanotte saranno esattamente 25 anni dalla loro morte:
Fabrizio, 39 anni
Angela, 36 anni
Nadia, 9 anni
Caterina, 50 giorni
Dario, 22 anni
Non mi va di cercare il pelo nell'uovo, di essere puntiglioso, di evidenziare banalità. O forse si. E comunque, io faccio le riflessioni che mi pare.
L'altro giorno trovai il blog di un tizio. Uno dei tanti blog/pagine fb esistenti. Diceva qualcosa di, a mio parere, profondamente condivisibile: che tutti coloro che si lamentano di questa nazione e dei suoi perenni, assidui, continui problemi, dovrebbero stare zitti quando, ad esempio, aprono il rubinetto e fanno uscire acqua potabile: una cosa che la maggioranza degli abitanti del pianeta non può fare. Lo stesso blogger evidenziava come tutte queste lamentele, che finivano sempre e inevitabilmente con l'etichettare l'Italia come "paese di m..." vengono fatte tramite costosi telefonini. Da persone stravaccate su un divano e di fronte a una tv a schermo piatto.
E' vero, ha ragione. Ma credo comunque che le cose siano sempre relative.
Proprio un paio di giorni fa, turno di mattina. Due clienti italiani.
Prima scende lei, abbigliata come l'ultima comparsa di Romanzo Criminale, che senza neanche dire buongiorno esce per fumare sulla soglia dell'albergo.
Poi arriva il maschio alfa.
Posa i bagagli accanto al bancone e, come il peggiore dei blogger politici, se ne esce fuori così:
"Paese di m....!!!! Paese di m....!!!!!"
Sul banco, con rabbia, sbatte i palmi delle mani.
"Ma se io mi rifiuto di pagare questa tassa di soggiorno che succede? Mi mandano qui la polizia? E io non la pago, voglio proprio vedere!" con un'arroganza che non ritrovi neanche nei contratti di governo.
Come dicevo, le cose sono sempre relative. Costui ha soggiornato in un albergo nel centro di Firenze, pagando una fispola di camera perchè siamo a maggio, piena stagione turistica. Con uno sproposito di parcheggio perchè nel centro di una città vecchia di secoli, se vuoi la libertà del muoverti come ti pare, i pochi posti auto disponibili si pagano. Molto. Significa che ha la disponibilità economica per permettersi tutto ciò. Che ha potuto prendersi i giorni liberi per muoversi attraverso questa penisola e soggiornare in una struttura ricettiva. E malgrado ciò, si lamenta di una tassa di soggiorno.
Ora, al di là del fatto che ci sono popoli, nel pianeta, che tutto ciò se lo sognano soltanto, sono ben altri gli italiani che potrebbero affermare, con ragione, che questo è un paese di m.
Nadia e Caterina, ad esempio.
Esattamente 25 anni, ad appena un chilometro da dove scrivo e 500 metri da dove lavoro, una bomba piazzata da italiani uccise queste due bambine, rispettivamente di 9 anni e 50 giorni.
Loro si, avrebbero tutte le ragioni di dire che questo è un paese di m. E così i loro genitori e lo studente 22enne che era in un altro appartamento del palazzo completamente distrutto dall'esplosione.
Ma questo essere che avevo davanti, questa medaglia d'oro della lamentosità, ecco: lui proprio no. Lui dovrebbe baciare il suolo del paese dove è nato e cresciuto, tutti i giorni, e ringraziare. Perchè può permettersi un sacco di cose che altri non possono fare.
E non parlo solo della mera disponibilità economica.
Spiego, al minus haben, che la tassa la pagherebbe il portiere, cioè io. Perchè all'istat, a cui mandiamo giornalmente i dati delle presenze, non importa niente di quel che fa un cliente al check-out. In questo mese risultano tot clienti? L'istat richiede tot importo di tassa. E l'azienda, se mancano dei soldi, li chiede a chi era in turno quel giorno. In quel caso, io.
L'omuncolo rimane lì a bocca aperta, sorpreso, come se fosse la prima volta che sente parlare di responsabilità, di ripianare buchi di bilancio commessi da chi non paga le tasse, di doveri a cui non ci si può sottrarre. Potrei semplicemente bollare la cosa come "è il mio lavoro" ma è anche una questione di privilegi: in questo paese ce ne sono ancora tanti. E non sto dicendo che sia una cosa sbagliata: se ci sono persone che possono godere di privilegi, è anche perchè ci sono state donne e uomini, in passato, che hanno combattuto per questo.
Quindi lamentarsi per qualche euro di tassa quando c'è chi non ha neanche vissuto la sua vita lo trovo profondamente offensivo.
L'omuncolo estrae i soldi e paga la tassa, continuando a infarcire il discorso di "paese di m..." e altri termini che dimostrano come questo, oramai, non sia più un paese cristiano. Anzi, non lo sia mai stato. Io mi limito a stampargli la ricevuta e dargli un arrivederci. Dopo di che, mi dedicai ai clienti successivi, che almeno erano americani sorridenti e felici di fare i turisti. E come tali difficilmente trumpisti (o almeno così mi piace pensare).
Però ripeto: se avete tanto da lamentarvi di questo paese, stasera pensate a loro. All'una di stanotte saranno esattamente 25 anni dalla loro morte:
Fabrizio, 39 anni
Angela, 36 anni
Nadia, 9 anni
Caterina, 50 giorni
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