Dobbiamo ammetterlo: le donne hanno una marcia in più.
Sono più sveglie, capaci, calcolatrici; noi maschi non possiamo farcela. La nostra mente è annebbiata, incapace di ragionare, risucchiata nel lato oscuro; nel buio incatenati, bramosi di tesssssoro, cediamo alle più bieche tentazioni.
Si, potete vederci un doppio senso.
Anzi, dovete.
Cinese. Giovane, vestito curato, elegante.
Uno di quelli che ce l'ha fatta, che è arrivato; proprietario di un paio di capannoni al macrolotto di Prato, ormai ridotta a zona industriale del Quandong; e dentro i capannoni, l'intera popolazione del Quandong: 15 al metro quadro. Perchè un cinese vestito elegante nel centro di Firenze la domenica è il proprietario dei capannoni, non c'è altra spiegazione. Perchè all'esterno del capannone i giorni scorrono normali, mentre all'interno sono sempre le 10 di lunedì mattina: massimo dell'impegno lavorativo. 24 ore su 24.
A scuola avevo studiato che i cinesi avevano realizzato scoperte incredibili secoli prima di noi occidentali: l'uso del petrolio, la polvere da sparo ed i fuochi artificiali, la macchina per misurare i terremoti, forse anche la briscola ed il tresette.
Ma oggi, nel duemila passato, si sono ridotti a ritirare fuori roba che noi occidentali non usiamo più da secoli: la servitù della gleba.
Secoli prima, in Europa, gli uomini dipendevano dalla terra, e passavano di proprietario quando veniva comprata il terreno.
Oggi dipendono dal capannone.
Dicevo: il cinese ricco, il proprietario del capannone e dei servi della gleba che ci lavorano dentro, entra nell'albergo.
Si ferma davanti al bancone.
Mi guarda.
Io: "Buongiorno" + sorriso.
E' sorpreso. Non se l'aspetta. Non è abituato agli italiani sorridenti, non li ha mai visti, pensa che siano come gli unicorni: creature di fantasia. Per lui gli italiani hanno l'aspetto feroce e rancoroso dei pratesi leghisti e/o di casa libbra (o se preferite, casa sterlina) alla vista di un cinese, la stessa dei soldati giapponesi che entrarono a Nanchino: odio profondo ansioso di massacro.
Poi si riprende. E' in un albergo, e ha davanti a sé un portiere, il cui scopo è vendere camere a chiunque non sia vestito come uno straccione e sborsi il soldo. E lì torna sicuro di sé: ha il vestito elegante, e soprattutto il soldo. Ma prima la domanda topica:
"C'è camela?"
Crdetemi, io non voglio assolutamente alimentare il mito del cinese che parla con la l al posto della r, ma è quel che ha detto, quel che mi ha chiesto. "C'è camela?"
Ma è ovvio che c'è, sono qui apposta! Sparo il prezzo, un buon prezzo. Perchè è una domenica di bassa stagione, e non siamo al completo, purtroppo. Abbiamo molte camere libere, e sono già preparato sulle tariffe da applicare a chi passa a domandare al bancone.
Ecco, si rilassa, quasi appare un sorriso: ha trovato il posto giusto. Estrae dalle tasche un rotolo di banconote e le piazza sul bancone, assieme al documento d'identità (il permesso di soggiorno), poi esce e fa un cenno all'esterno. Come immaginavo, entra lei.
Carina, giovane. Non vestita proprio curata, anzi. Probabilmente è una delle serve della gleba del capannone, nell'unica occasione per trasformare le 10 di lunedì nelle 14 di domenica. Ma è sorridente. Entra e dice buongiorno.
Io, ovviamente, contraccambio: poi aspetto.
Mi guardano.
Io attendo.
Lui guarda il denaro ed il documento, poi alza gli occhi verso di me. Il messaggio, neanche tanto subliminale, è chiaro e lampante: "Tu, onolevole poltiere, plendele soldi e documento e dale noi chiave di camela per day usel".
Non posso che rispondere in un solo modo:
"Ho bisogno di avere anche il documento della signorina".
Immaginate Jackie Chan quando fa la faccetta stupita quando gli capita un fatto inaspettato:
l' onorevole portiere italiano seguo la legge pidessiquamente: no document, no party.
Lei: "Pelmesso di soggiolno" ed indica il documento di lui.
Io: "Mi serve il documento di entrambi"
Lei: "Io no documento"
Jackie Chan lascia il posto all'occhio della madre.
La disperazione.
Lei non ha il documento.
E lì nostro maschio day user, come tutti i maschi ovunque nel pianeta, di fronte alla terribile prospettiva di andare in bianco, si fa prendere dal panico e dall'irrazionalità.
"Ma io finile plesto, andale via subito"
E' qui che si vede come le donne siano meglio di noi uomini.
Perchè una donna a queste frasi, ci arriva. Lo capisce che non è il caso di dirle. Che non bisogna far prendere il sopravvento agli impulsi sessuali.
Quando l'ho detto a mia moglie, lei è scoppiata a ridere: "Se devi far presto, tu ci vai con un'altra!"
La ragazza cinese però non scoppia a ridere. Anzi, s'incacchia parecchio. Agguanta le banconote ed il documento e gliele sbatte addosso, urlandogli in cinese (non lo parlo, vado ad intuito) quel che ha detto mia moglie.
Però seriamente. Molto seriamente.
Lui replica, alzando la voce. Mi trovo davanti un'altra scena da Jackie Chan, lui che litiga con la protagonista femminile, con un volume di decibel appena un pelo sotto a quello di un airbus in fase di decollo.
Ma per fortuna escono. Chiacchierano a voce alta fuori dal portone, poi lui la abbraccia. Lei lo respinge per un po', poi ricambia l'abbraccio. Pace fatta. Se ne vanno.
Spero che tornino, domenica prossima, con entrambi i documenti.
Ma soprattutto spero che lui abbia imparato la lezione. Anche perchè, da uomo, un pomeriggio in bianco non lo auguro a nessuno.
Portiere d'albergo. Vorace lettore. Scrittore a tempo perso. Giocatore da tavolo. Nemico di un gatto. Depresso cronico. Attendo l'arrivo dei Vogon o, in subordine, il ritorno di Vladimir Ilic Ulianov.
venerdì 24 gennaio 2020
giovedì 26 dicembre 2019
Questa non è una vicenda dell'albergo.
Ma comincia una mattina, dal mio rientro a casa dopo un turno di notte.
Perchè, salutate le donne di casa, mie signore e padrone, che partono per i rispettivi luoghi di lavoro e studio, mi metto a domire commettendo un fatale errore: lasciare socchiusa la porta di camera.
E non passano pochi secondi, dal mio rannicchiarmi al calduccio sotto le coperte, devastato dalla stanchezza e in rapidissimo approccio al sonno del giusto, che sento saltarmi sopra, sbucato da sotto il letto, l'essere malefico. Il mio nuovo nemico mortale. Il mostro peloso.
Si chiama Ray.
Preparatevi un caffeino. E' lunga.
A parte un paio di pesci rossi, di cui peraltro ho tenerissimi ricordi, non ho mai avuto altri animali domestici.
Mio padre, da cacciatore toscano, avrebbe sempre desiderato un cane, ma nel minuscolo appartamento fiorentino non avevamo spazio per un 4 zampe desideroso di corse frenetiche e liberatori latrati. Perfetti in ambito venatorio, come è possibile in un bosco, ad esempio. Quella che, in montagna, è della "Canizza". Ma totalmente fuori luogo nella giungla di cemento.
La Sara, quando stava con i suoi a Pistoia, aveva Mao. Una gatta. Per qualche giorno questo astruso esemplare di mammifero venne anche a casa nostra, quando i miei suoceri dovevano assentarsi per qualche giorno dalla Toscana. Ovviamente, prima che ci venisse l'assurda idea di circondarci di bambine -e mettermi così in totale ed eterna minoranza- mi toccava di tenere la sala giochi totalmente sigillata; perchè quella che sarebbe diventata la camera delle ragazze era, all'epoca gioiosa della convivenza, la "war room" dove tenevo apparecchiati i tavoli per World in Flames, con le mappe strapiene delle pedine necessarie a riprodurre la guerra mondiale. Non potevo assolutamente permettere che questo essere gattoso saltasse sulle mappe e scombinasse l'intero fronte russo (possono essere 200 pedine. Per parte).
La nascita della Camilla mi fece capire che, per quanto riguarda i giochi "campagna", avrei giocato in un altro momento. Tipo mai.
Quindi volevo evitare di tenere un animale domestico a cui si è costretti a pulire il cesso, come già dai tempi degli antichi egizi. I quali, e per me rimane un mistero assoluto, li idolatravano. Io sono più medievalista: lo gatto est lo simbolo de lo demonio.
Poi è arrivata l'estate.
Per evitare la devastante canicola fiorentina, Camilla e Gaia vanno a trascorrere un mese dai miei a Cetica, ridente villaggio sui monti del Pratomagno, 60 chilometri da Firenze. Già feudo dei Conti Guidi, il partito Comunista vi prendeva il 96% (beccati questo, Reggio Emilia), è leader mondiale nella produzione di farina di castagne e alcuni dei suoi abitanti potrebbero rivaleggiare, in quanto a grettezza, coi bifolchi di "un tranquillo weekend di paura". Ma d'estate è una meraviglia.
Le ragazze, fin dalla tenerissima età, hanno l'abitudine alla passeggiata verso l'ovile di mio zio -niente ha devastato le giovani menti italiche degli anime nipponici sulle dolci montanare svizzere- sennonchè odono un flebile miagolio provenire dal fienile.
E ci trovano questo mostriciattolo.
Sporco, incapace di muoversi e con un occhio chiaramente infetto e gonfio come una biglia. Appare evidente che la madre, constatato che era troppo debole, avesse deciso di abbandonarlo per dedicarsi ai cuccioli forti e con maggiori probabilità di sopravvivenza. La natura può essere tremendamente crudele. E i miei zii e cugini non ci badano molto: in campagna la preferenza è sempre verso ovini, leporidi e gallinacei.
Le ragazze decidono di portare il mostriciattolo a casa. La nonna paterna provvede con acqua borica per pulirlo bene e disinfettarlo, oltre ad latte in polvere per gatti e siringa per alimentarlo. Vista la sua cecità, la Sara -e chi altri?- lo battezza Ray. Lui decide di resettare il sistema: "insert coin" e riparte con una delle tante vite gattesche. A dispetto del nome, recupera la vista da un occhio e gli si sgonfia quello infetto, benchè probabilmente non ci veda in maniera chiara, tutt'ora opaco.
Malgrado le mie vivaci proteste, la serrata violenta modello gilet giallo -ho gettato una cartaccia per terra- aver sbattuto i piedi e trattenuto il fiato forte forte forte, Ray è stato portato a Firenze.
Superfluo dire che tra me e lui è guerra.
A parte il monopolio delle attenzioni, che già in questa casa mi poneva al quarto posto e ora relegato al quinto, fuori anche dall'Europa League come la Fiorentina (sigh), con lui nel mezzo non riesco a fare niente.
Devo pulire, e lui mi saltella intorno dando zampate al cencio e pesticciando allegramente il pavimento bagnato. Monta su qualsiasi cosa alta come prima di lui facevano i professori di letteratura quando dovevano vedere le cose da un'altra prospettiva. Rimetto a posto la biancheria nei cassetti, e lui si infila dentro. Devo caricare la lavatrice, e lui salta nell'oblò a curiosare, manco fosse un lander della Nasa, un giorno ce lo chiudo e faccio partire la centrifuga.
Soprattutto, mi ha preso di mira.
La mia grande passione è, quando ho qualche minuto di riposo, la lettura. E quindi mi appoggio sul letto, cuscini dietro la testa, copertina sulle gambe e libro. Finalmente solo, dedito alla mia grande, unica, vera passione: leggere. Che sia un tomo storico di 700 pagine, o un romanzucolo svedese colmo di gente che muore malissimo, o il regolamento di un gioco da tavolo, io devo leggere.
Ma arriva lui.
E salta su. Proprio sui preziosi, benchè orami usati e quindi in teoria definitivamente inutili, "gioielli di famiglia".
E poi mi costringe a carezzarlo. Mi arriva proprio sotto al naso pretendendo le mie mani e producendo quello strano suono da "c'è un rumorino che proviene dal motore, portiamo l'auto a fare la revisione o è meglio se la rottamiamo?". Ma lui non posso rottamarlo, mi è impedito. E le carezze sono un pretesto per distrarmi, tenermi occupato, impedirmi il giusto relax. Vuole portarmi allo sfinimento, li sento i suoi miagolii, fuori dalla porta, quando devo dormire dopo il turno di notte. Egli è il mio nemico mortale. Ma non vincerà. Resistenza.
Al di là di questa eterna lotta tra me e Ray, non posso non essere profondamente contento delle cure applicate dalle ragazze e del suo salvataggio da morte certa. Volendo è un pò una piccola storia di Natale, benchè avvenuta in estate. A 6 mesi d'età, il mostriciattolo è più che mai vivo e vegeto: salta sui miei preziosissimi vinili e ha preso possesso di tutto, soprattutto le copertine del divano, che mi erano tanto care.
Ma non posso dimenticare la frase, pronunciata in questa casa pochi giorni fa, che affermava come "Dobbiamo fare il regalo di Natale a Ray. Ah, e poi, se proprio dobbiamo, anche a babbo". Sento quasi la mancanza degli indiani che scendono dalla camera reclamando "hot uotaaa".
Se continua così, credo che riscoprirò la cucina vicentina.
Ma comincia una mattina, dal mio rientro a casa dopo un turno di notte.
Perchè, salutate le donne di casa, mie signore e padrone, che partono per i rispettivi luoghi di lavoro e studio, mi metto a domire commettendo un fatale errore: lasciare socchiusa la porta di camera.
E non passano pochi secondi, dal mio rannicchiarmi al calduccio sotto le coperte, devastato dalla stanchezza e in rapidissimo approccio al sonno del giusto, che sento saltarmi sopra, sbucato da sotto il letto, l'essere malefico. Il mio nuovo nemico mortale. Il mostro peloso.
Si chiama Ray.
Preparatevi un caffeino. E' lunga.
A parte un paio di pesci rossi, di cui peraltro ho tenerissimi ricordi, non ho mai avuto altri animali domestici.
Mio padre, da cacciatore toscano, avrebbe sempre desiderato un cane, ma nel minuscolo appartamento fiorentino non avevamo spazio per un 4 zampe desideroso di corse frenetiche e liberatori latrati. Perfetti in ambito venatorio, come è possibile in un bosco, ad esempio. Quella che, in montagna, è della "Canizza". Ma totalmente fuori luogo nella giungla di cemento.
La Sara, quando stava con i suoi a Pistoia, aveva Mao. Una gatta. Per qualche giorno questo astruso esemplare di mammifero venne anche a casa nostra, quando i miei suoceri dovevano assentarsi per qualche giorno dalla Toscana. Ovviamente, prima che ci venisse l'assurda idea di circondarci di bambine -e mettermi così in totale ed eterna minoranza- mi toccava di tenere la sala giochi totalmente sigillata; perchè quella che sarebbe diventata la camera delle ragazze era, all'epoca gioiosa della convivenza, la "war room" dove tenevo apparecchiati i tavoli per World in Flames, con le mappe strapiene delle pedine necessarie a riprodurre la guerra mondiale. Non potevo assolutamente permettere che questo essere gattoso saltasse sulle mappe e scombinasse l'intero fronte russo (possono essere 200 pedine. Per parte).
La nascita della Camilla mi fece capire che, per quanto riguarda i giochi "campagna", avrei giocato in un altro momento. Tipo mai.
Quindi volevo evitare di tenere un animale domestico a cui si è costretti a pulire il cesso, come già dai tempi degli antichi egizi. I quali, e per me rimane un mistero assoluto, li idolatravano. Io sono più medievalista: lo gatto est lo simbolo de lo demonio.
Poi è arrivata l'estate.
Per evitare la devastante canicola fiorentina, Camilla e Gaia vanno a trascorrere un mese dai miei a Cetica, ridente villaggio sui monti del Pratomagno, 60 chilometri da Firenze. Già feudo dei Conti Guidi, il partito Comunista vi prendeva il 96% (beccati questo, Reggio Emilia), è leader mondiale nella produzione di farina di castagne e alcuni dei suoi abitanti potrebbero rivaleggiare, in quanto a grettezza, coi bifolchi di "un tranquillo weekend di paura". Ma d'estate è una meraviglia.
Le ragazze, fin dalla tenerissima età, hanno l'abitudine alla passeggiata verso l'ovile di mio zio -niente ha devastato le giovani menti italiche degli anime nipponici sulle dolci montanare svizzere- sennonchè odono un flebile miagolio provenire dal fienile.
E ci trovano questo mostriciattolo.
Sporco, incapace di muoversi e con un occhio chiaramente infetto e gonfio come una biglia. Appare evidente che la madre, constatato che era troppo debole, avesse deciso di abbandonarlo per dedicarsi ai cuccioli forti e con maggiori probabilità di sopravvivenza. La natura può essere tremendamente crudele. E i miei zii e cugini non ci badano molto: in campagna la preferenza è sempre verso ovini, leporidi e gallinacei.
Le ragazze decidono di portare il mostriciattolo a casa. La nonna paterna provvede con acqua borica per pulirlo bene e disinfettarlo, oltre ad latte in polvere per gatti e siringa per alimentarlo. Vista la sua cecità, la Sara -e chi altri?- lo battezza Ray. Lui decide di resettare il sistema: "insert coin" e riparte con una delle tante vite gattesche. A dispetto del nome, recupera la vista da un occhio e gli si sgonfia quello infetto, benchè probabilmente non ci veda in maniera chiara, tutt'ora opaco.
Malgrado le mie vivaci proteste, la serrata violenta modello gilet giallo -ho gettato una cartaccia per terra- aver sbattuto i piedi e trattenuto il fiato forte forte forte, Ray è stato portato a Firenze.
Superfluo dire che tra me e lui è guerra.
A parte il monopolio delle attenzioni, che già in questa casa mi poneva al quarto posto e ora relegato al quinto, fuori anche dall'Europa League come la Fiorentina (sigh), con lui nel mezzo non riesco a fare niente.
Devo pulire, e lui mi saltella intorno dando zampate al cencio e pesticciando allegramente il pavimento bagnato. Monta su qualsiasi cosa alta come prima di lui facevano i professori di letteratura quando dovevano vedere le cose da un'altra prospettiva. Rimetto a posto la biancheria nei cassetti, e lui si infila dentro. Devo caricare la lavatrice, e lui salta nell'oblò a curiosare, manco fosse un lander della Nasa, un giorno ce lo chiudo e faccio partire la centrifuga.
Soprattutto, mi ha preso di mira.
La mia grande passione è, quando ho qualche minuto di riposo, la lettura. E quindi mi appoggio sul letto, cuscini dietro la testa, copertina sulle gambe e libro. Finalmente solo, dedito alla mia grande, unica, vera passione: leggere. Che sia un tomo storico di 700 pagine, o un romanzucolo svedese colmo di gente che muore malissimo, o il regolamento di un gioco da tavolo, io devo leggere.
Ma arriva lui.
E salta su. Proprio sui preziosi, benchè orami usati e quindi in teoria definitivamente inutili, "gioielli di famiglia".
E poi mi costringe a carezzarlo. Mi arriva proprio sotto al naso pretendendo le mie mani e producendo quello strano suono da "c'è un rumorino che proviene dal motore, portiamo l'auto a fare la revisione o è meglio se la rottamiamo?". Ma lui non posso rottamarlo, mi è impedito. E le carezze sono un pretesto per distrarmi, tenermi occupato, impedirmi il giusto relax. Vuole portarmi allo sfinimento, li sento i suoi miagolii, fuori dalla porta, quando devo dormire dopo il turno di notte. Egli è il mio nemico mortale. Ma non vincerà. Resistenza.
Al di là di questa eterna lotta tra me e Ray, non posso non essere profondamente contento delle cure applicate dalle ragazze e del suo salvataggio da morte certa. Volendo è un pò una piccola storia di Natale, benchè avvenuta in estate. A 6 mesi d'età, il mostriciattolo è più che mai vivo e vegeto: salta sui miei preziosissimi vinili e ha preso possesso di tutto, soprattutto le copertine del divano, che mi erano tanto care.
Ma non posso dimenticare la frase, pronunciata in questa casa pochi giorni fa, che affermava come "Dobbiamo fare il regalo di Natale a Ray. Ah, e poi, se proprio dobbiamo, anche a babbo". Sento quasi la mancanza degli indiani che scendono dalla camera reclamando "hot uotaaa".
Se continua così, credo che riscoprirò la cucina vicentina.
martedì 17 dicembre 2019
Lee Marvin.
Uguale, spiccicato. Stesso muso allungato, stesse guance scavate. Sembra in tutto e per tutto l'attore, preso pari pari da filmoni di guerra come il Grande Uno Rosso e portato nella Firenze attuale. Mi aspetto quasi che entri anche il vecchio Duke.
Bella espressione sorridente e serena, sia lui che la moglie, coppia 70enne.
Arrivano per il check-in, e, come sempre in questi casi, gli chiedo i passaporti per la registrazione.
Mi dà, invece, la carta di credito.
Questi clienti così svagati, con la testa perennemente tra le nuvole, sono fantastici, e lo dico senza ironia. Sono i migliori, i più sereni. I più rilassati.
Pazientemente, con un bel sorrisone, gli spiego che la camera l'hanno già pagata in fase di prenotazione, e non ho bisogno della carta di credito. Mi devono solo dare i passaporti per la registrazione.
Apro i documenti.
Adoro la scritta che leggo sulla pagina accanto a quella dei dati. Dice tutto sulla determinazione di un popolo, sulla loro volontà di libertà ed indipendenza.
We, the people.
Registro e gli chiedo di firmare la normativa della privacy. Che per loro può essere chissà cosa, ma neanche ci badano. Sorridono e si lanciano sguardi d'intesa che m'aspetto esca fuori Frank Capra a dire "Stop, buona la prima". Poi gli do' una piantina della città a cui fornisco le dovute spiegazioni su dove ci troviamo e dove si trovano tutti i monumenti e musei principali.
Mi ascoltano adoranti. Non mi interrompono neanche un secondo, e li tengo lì per un buon quarto d'ora. La maggior parte dei clienti non ci sta, non ha questa pazienza. Mi interrompe in continuazione con domande sciocche o banali tipo "avete il wifi" o "dov'è il centro commerciale". Loro no, loro ascoltano. Soprattutto dove si trovano gli Uffizi. Come fare ad arrivarci.
Agli americani, quando sono così, perdono tutto. Pure l'adesione al GOP e l'aver eletto presidente palla di lardo.
Salgono in camera e ne escono dopo 10 minuti per andare agli Uffizi, ma non fanno a tempo ad uscire che mi richiedono la chiave.
Lei gli dice: -Il golfino è rimasto nella mia valigia-
E lui schizza su per le scale per andare a prendergli il golfino.
Ha più di 70 anni e sale gli scalini a tre a tre. Se ci provo io, mi ritrovo al cto di Careggi.
La signora mi guarda con l'espressione felice della Hepburn quando entra da Tiffany. Si accorge di essere osservata e mi dice: -Così tanti anni ed è ancora così gentile con me. Mi fa sentire sempre come una regina-
E quando lui scende, lei lo bacia ed escono, mano nella mano.
We, the people. Ma per qualcuno vale ancora il God save the Queen.
Una queen tutta sua. Unica. Personale.
Questo lavoro, a volte, ha un che di poetico.
Uguale, spiccicato. Stesso muso allungato, stesse guance scavate. Sembra in tutto e per tutto l'attore, preso pari pari da filmoni di guerra come il Grande Uno Rosso e portato nella Firenze attuale. Mi aspetto quasi che entri anche il vecchio Duke.
Bella espressione sorridente e serena, sia lui che la moglie, coppia 70enne.
Arrivano per il check-in, e, come sempre in questi casi, gli chiedo i passaporti per la registrazione.
Mi dà, invece, la carta di credito.
Questi clienti così svagati, con la testa perennemente tra le nuvole, sono fantastici, e lo dico senza ironia. Sono i migliori, i più sereni. I più rilassati.
Pazientemente, con un bel sorrisone, gli spiego che la camera l'hanno già pagata in fase di prenotazione, e non ho bisogno della carta di credito. Mi devono solo dare i passaporti per la registrazione.
Apro i documenti.
Adoro la scritta che leggo sulla pagina accanto a quella dei dati. Dice tutto sulla determinazione di un popolo, sulla loro volontà di libertà ed indipendenza.
We, the people.
Registro e gli chiedo di firmare la normativa della privacy. Che per loro può essere chissà cosa, ma neanche ci badano. Sorridono e si lanciano sguardi d'intesa che m'aspetto esca fuori Frank Capra a dire "Stop, buona la prima". Poi gli do' una piantina della città a cui fornisco le dovute spiegazioni su dove ci troviamo e dove si trovano tutti i monumenti e musei principali.
Mi ascoltano adoranti. Non mi interrompono neanche un secondo, e li tengo lì per un buon quarto d'ora. La maggior parte dei clienti non ci sta, non ha questa pazienza. Mi interrompe in continuazione con domande sciocche o banali tipo "avete il wifi" o "dov'è il centro commerciale". Loro no, loro ascoltano. Soprattutto dove si trovano gli Uffizi. Come fare ad arrivarci.
Agli americani, quando sono così, perdono tutto. Pure l'adesione al GOP e l'aver eletto presidente palla di lardo.
Salgono in camera e ne escono dopo 10 minuti per andare agli Uffizi, ma non fanno a tempo ad uscire che mi richiedono la chiave.
Lei gli dice: -Il golfino è rimasto nella mia valigia-
E lui schizza su per le scale per andare a prendergli il golfino.
Ha più di 70 anni e sale gli scalini a tre a tre. Se ci provo io, mi ritrovo al cto di Careggi.
La signora mi guarda con l'espressione felice della Hepburn quando entra da Tiffany. Si accorge di essere osservata e mi dice: -Così tanti anni ed è ancora così gentile con me. Mi fa sentire sempre come una regina-
E quando lui scende, lei lo bacia ed escono, mano nella mano.
We, the people. Ma per qualcuno vale ancora il God save the Queen.
Una queen tutta sua. Unica. Personale.
Questo lavoro, a volte, ha un che di poetico.
giovedì 21 novembre 2019
Coppia francese, sui 40.
Alti, distinti, portamento signorile.
Alain Delon e Catherine Denevue a braccetto. Lavorare ad un bancone di un ricevimento alberghiero, a volte, rende mille volte meglio di un qualsiasi 3D.
Intendiamoci: non somigliavano per niente a loro, ma lo sguardo era uguale spiccicato: quell'espressione severa e passionale al tempo stesso, e che rivedi solo in una Marianne che guida i rivoltosi alla Bastiglia, un Bonaparte alla testa delle sue truppe, un De Gaulle che parla ai suoi concittadini da radio Londra e, appunto, i due attori in uno qualsiasi dei loro film. Ben vestiti e curati, che pensi siano lì per sbaglio, e la loro vera destinazione sia il Savoy in piazza della Repubblica, piuttosto che non un semplice 3 stelle nei pressi della Stazione. Pulito e dignitoso quanto si vuole, ma non un superlusso. E non avevano neanche una gran camera.
Ma a loro non importava. Si presentarono al bancone con un accuratissimo e dettagliato programma della loro tanto bramata vacanza toscana: un giorno intero dedicato a Siena ed il Chianti, un altro per Fiesole o Pisa, un altro per quell'altra cittadina... praticamente ogni angolo della Toscana. Un foglio a4 completamente riempito di scritte a penna con un carattere che anche una formica avrebbe faticato a decifrare, un particolare spiccava su tutti: un intero giorno dedicato ai principali musei fiorentini: gli Uffizi e l'Accademia.
Un giorno che noi italiani avevamo completamente dedicato ad uno degli sport nazionali, di cui siamo campioni mondiali.
Lo sciopero.
Come pronuncio la parola “Greve” (e non si riferisce al paesino del Chianti, ma al termine d'oltralpe per sciopero, che si pronuncia senza la e finale) il francese prima strabuzza gli occhi, poi se ne esce con una serie di “merde” che non si sentivano echeggiare sul pianeta dalla vittoria di Bartali sull'Izoard.
Parte in quarta con una serie di improperi verso di “noi”. Un anno intero a programmare questa tanto desiderata visita e “noi” scioperiamo.
E mentre è lì che si incazza come la classica iena a cui viene portata via la carcassa da sgranocchiare, lei gli tocca la mano.E lui si blocca.
E lei lo guarda, negli occhi.
Un phaser settato alla massima potenza non riuscirebbe a fondere l'acciaio meglio di quello sguardo.
-Ecoute moi, ascoltami. Siamo in vacanza. Sei qui con me. Ensamble. C'est pas grave, non è poi così importante-
Per qualche secondo magico, irreale, impossibile da descrivere, in quella hall alberghiera non si sentì volare la classica mosca. Il telefono dell'albergo non squillò. Non entrò, o scese dalle scale, nessun cliente. Nessuna auto passò davanti all'ingresso. C'erano solo lui e lei che si fissavano negli occhi, di quegli sguardi che si capiscono senza parlare, per un'intera vita. Un'eternità di silenzi complici, di comprensioni che solo le vere coppie hanno, e la Piaf che canta in sottofondo.
Ed io lì, con le pupille che voltano prima su di lei, poi lui, poi di nuovo lei.
Spettatore unico di un film che mai nessun altro avrà mai il privilegio di vedere.
Poi il momento magico ha termine, e si passa alla farsa da commediola con Depardieu; lui volta lo sguardo nuovamente verso il portiere e, alzando le spalle, pronuncia un “C'est la vie”. Ma purtroppo rovina tutto cominciando con un “Mais ce n'est pas possible” mentre sbuffa come un mantice, con quella boriosità così antipatica, quel voler a tutti i costi insegnare a noialtri come si vive e ci si comporta, antipatici cugini d'oltralpe, abbozzatela con questa prosopopea, ricordatevi di Berlino e di chi ha alzato la coppa, ed abbassate un po' la cresta di galletti spennati.
Vieni a me a dire che non è possibile? Io ci vivo qui; queste situazioni me le trovo tutti i giorni, bello. E non sono musei: sono scuole, mezzi pubblici, servizi ... Eh, dici bene te “Il faut changer...” a parole, tutti hanno cambiato tutto. Della dozzina di governi che abbiamo avuto negli ultimi vent'anni, il nuovo è già arrivato più e più volte. E non voglio pensare a quello che sta per arrivare, se una certa "bestia" dovesse vincere future elezioni: la merda totale e assoluta. In mezzo a connazionali egoisti a cui non importa niente del prossimo.
Allora intervenne nuovamente lei, che con una voce dolce e suadente in grado di ocnquistarmi lì, all'istante, dice che comunque sono in vacanza e vogliono stare bene, e mi chiede un posto per mangiare.
E poi dicono che siamo noi italiani, quelli che si godono la vita.
Quando rientrarono erano mano nella mano, con quel sorriso che hanno solo le coppie serene e felici, e dopo avermi chiesto la chiave, lui mi guarda e mi fa:
“Florence est magnifique. Bravò”
Bravò, come se fosse merito mio, di essere nato e cresciuto qui.
E mentre se ne salgono in camera, sempre mano nella mano, e sguardo fisso l'uno nell'altra in ascensore, penso che quando sono così, io li adoro, i francesi.
Alti, distinti, portamento signorile.
Alain Delon e Catherine Denevue a braccetto. Lavorare ad un bancone di un ricevimento alberghiero, a volte, rende mille volte meglio di un qualsiasi 3D.
Intendiamoci: non somigliavano per niente a loro, ma lo sguardo era uguale spiccicato: quell'espressione severa e passionale al tempo stesso, e che rivedi solo in una Marianne che guida i rivoltosi alla Bastiglia, un Bonaparte alla testa delle sue truppe, un De Gaulle che parla ai suoi concittadini da radio Londra e, appunto, i due attori in uno qualsiasi dei loro film. Ben vestiti e curati, che pensi siano lì per sbaglio, e la loro vera destinazione sia il Savoy in piazza della Repubblica, piuttosto che non un semplice 3 stelle nei pressi della Stazione. Pulito e dignitoso quanto si vuole, ma non un superlusso. E non avevano neanche una gran camera.
Ma a loro non importava. Si presentarono al bancone con un accuratissimo e dettagliato programma della loro tanto bramata vacanza toscana: un giorno intero dedicato a Siena ed il Chianti, un altro per Fiesole o Pisa, un altro per quell'altra cittadina... praticamente ogni angolo della Toscana. Un foglio a4 completamente riempito di scritte a penna con un carattere che anche una formica avrebbe faticato a decifrare, un particolare spiccava su tutti: un intero giorno dedicato ai principali musei fiorentini: gli Uffizi e l'Accademia.
Un giorno che noi italiani avevamo completamente dedicato ad uno degli sport nazionali, di cui siamo campioni mondiali.
Lo sciopero.
Come pronuncio la parola “Greve” (e non si riferisce al paesino del Chianti, ma al termine d'oltralpe per sciopero, che si pronuncia senza la e finale) il francese prima strabuzza gli occhi, poi se ne esce con una serie di “merde” che non si sentivano echeggiare sul pianeta dalla vittoria di Bartali sull'Izoard.
Parte in quarta con una serie di improperi verso di “noi”. Un anno intero a programmare questa tanto desiderata visita e “noi” scioperiamo.
E mentre è lì che si incazza come la classica iena a cui viene portata via la carcassa da sgranocchiare, lei gli tocca la mano.E lui si blocca.
E lei lo guarda, negli occhi.
Un phaser settato alla massima potenza non riuscirebbe a fondere l'acciaio meglio di quello sguardo.
-Ecoute moi, ascoltami. Siamo in vacanza. Sei qui con me. Ensamble. C'est pas grave, non è poi così importante-
Per qualche secondo magico, irreale, impossibile da descrivere, in quella hall alberghiera non si sentì volare la classica mosca. Il telefono dell'albergo non squillò. Non entrò, o scese dalle scale, nessun cliente. Nessuna auto passò davanti all'ingresso. C'erano solo lui e lei che si fissavano negli occhi, di quegli sguardi che si capiscono senza parlare, per un'intera vita. Un'eternità di silenzi complici, di comprensioni che solo le vere coppie hanno, e la Piaf che canta in sottofondo.
Ed io lì, con le pupille che voltano prima su di lei, poi lui, poi di nuovo lei.
Spettatore unico di un film che mai nessun altro avrà mai il privilegio di vedere.
Poi il momento magico ha termine, e si passa alla farsa da commediola con Depardieu; lui volta lo sguardo nuovamente verso il portiere e, alzando le spalle, pronuncia un “C'est la vie”. Ma purtroppo rovina tutto cominciando con un “Mais ce n'est pas possible” mentre sbuffa come un mantice, con quella boriosità così antipatica, quel voler a tutti i costi insegnare a noialtri come si vive e ci si comporta, antipatici cugini d'oltralpe, abbozzatela con questa prosopopea, ricordatevi di Berlino e di chi ha alzato la coppa, ed abbassate un po' la cresta di galletti spennati.
Vieni a me a dire che non è possibile? Io ci vivo qui; queste situazioni me le trovo tutti i giorni, bello. E non sono musei: sono scuole, mezzi pubblici, servizi ... Eh, dici bene te “Il faut changer...” a parole, tutti hanno cambiato tutto. Della dozzina di governi che abbiamo avuto negli ultimi vent'anni, il nuovo è già arrivato più e più volte. E non voglio pensare a quello che sta per arrivare, se una certa "bestia" dovesse vincere future elezioni: la merda totale e assoluta. In mezzo a connazionali egoisti a cui non importa niente del prossimo.
Allora intervenne nuovamente lei, che con una voce dolce e suadente in grado di ocnquistarmi lì, all'istante, dice che comunque sono in vacanza e vogliono stare bene, e mi chiede un posto per mangiare.
E poi dicono che siamo noi italiani, quelli che si godono la vita.
Quando rientrarono erano mano nella mano, con quel sorriso che hanno solo le coppie serene e felici, e dopo avermi chiesto la chiave, lui mi guarda e mi fa:
“Florence est magnifique. Bravò”
Bravò, come se fosse merito mio, di essere nato e cresciuto qui.
E mentre se ne salgono in camera, sempre mano nella mano, e sguardo fisso l'uno nell'altra in ascensore, penso che quando sono così, io li adoro, i francesi.
martedì 5 novembre 2019
Non so da dove cominciare, in questa vicenda. Quindi inizierò dalla parte più semplice e banale, per un portiere d'albergo: il check-in.
E' una tripla dall'isoletta che non si decide a staccarsi dall'Europa: nonna settantenne arzilla e scattante, figlia 45 enne dall'aspetto decisamente anonimo e sullo sciatto andante e ragazzino di 9 anni dall'espressione dolcissima e tenera. A cui piace parlare. Quello a cui dò le chiavi e le spiegazioni sulla mappa della città, a cui madre e nonna sembrano decisamente meno interessate. Perchè cercano ben altro, che non i monumenti fiorentini.
Il giorno dopo ho il turno di notte. Mezzanotte passata e, dalla cima delle scale, si palesa il ragazzino.
-Mia nonna è caduta. Sta male-
In un nanosecondo ho già chiuso il portone d'ingresso e sto correndo su per le scale, alle calcagna del piccolo inglese. Entro in camera e trovo la nonna distesa a terra. Bocca aperta, occhi chiusi, un rivolo violaceo sulla guancia. Dire che m'è preso male è poco. Temevo davvero il peggio. Tocco il collo della donna con due dita e sento il battito. Respira anche.
La figlia è davanti a lei con sguardo inebetito. Pronuncia improperi irriferibili, esortando la madre ad alzarsi. Mi rendo conto che è totalmente fuori di testa. L'unico sano sembra il ragazzino. Gli dico che la signora non deve assolutamente rialzarsi e muoversi. Quindi mi attacco al telefono e chiamo il 118. L'operatrice mi ordina di controllare che resipiri e far si che stia ferma nel caso si riprendesse. Cosa non facile da effettuare perchè devo tornare alla reception.
In pochi secondi arrivano i paramedici, auto e ambulanza. Salgono in camera. Una decina di minuti e scendono con la vecchia, che pare abbia ripreso conoscenza. L'hanno messa su una sedia apposita da usare per l'ascensore e poi, una volta nella hall, la poggiano sulla lettiga.
Durante questa operazione la paramedica mi chiede i dati della signora. Sono così agitato che gli dò quelli della figlia, la quale è lì e mi corregge. Mi rendo conto che, se poco prima ero lucido e fermo, con l'arrivo dei paramedici ho cominciato a tremare come una foglia.
Chiedo alla paramedica cosa ha avuto la signora, e lei se ne esce con un laconico -Niente che si possa riferire- che lì per lì non capisco. Il ragazzino invece, ancora spaventato ma lucido, mi chiede se cose del genere sono già successe. E a me viene da dare una risposta stupidissima e pure sbagliata -A me no, non era mai successo- di notte no, ma di giorno eccome.
La paramedica dice che se vogliono, figlia e nipote possono andare in ambulanza con la vecchia, e glielo traduco. Ovviamente accettano. Salgono su e vanno a Santa Maria Nuova, proprio qui dietro.
Un pò mi tranqullizzo, perchè ora la donna è sotto il controllo di professionisti della salute, ma una certa inquietudine resta. Solo che poi arriva una telefonata. Da un numero fisso. Uno 055.
-La chiamo dal pronto soccorso. Lo sa chi ci ha mandato lei?-
La domanda mi lascia interdetto. Io mandato chi? Cosa?
-Ma... perchè?-
-Perchè le signore sono ubriache-
Rimango così, a bocca aperta. Forse costei pensa che glielo abbia venduto io, il vino.
-Le donne hanno un minore. Adesso io che faccio? Chiamo la forza pubblica?-
Rimango basito.
-Allora? Che devo fare? Chiamo la polizia affinchè porti via il ragazzo alla madre ubriaca?-
-Va bene, la chiami-
Adesso è il suo turno di rimanere zitta. Ma poi riprende, più veemente di prima.
-Ma si rende conto che le donne sono ubriache e hanno con sè un ragazzino?-
-Senta, io sono un portiere. La paramedica mi ha detto che la figlia della donna e il nipote potevano andare con lei in ambulanza. Glielo ho riferito in inglese e queste sono salite sul mezzo. Dovevo impedirglielo? Ho in struttura una persona che sta male e chiamo voi, che altro posso fare? Non sono il loro tutore. Se bevono avendo con sè un ragazzo di 9 anni che posso farci? Da qualche parte l'hanno comprato perchè io di sicuro non lo vendo-
-E ora, di questi due, che ne faccio?-
-Li metta su un taxi e me li rimandi-
E così madre e figlio sono tornati in taxi. Ma rimane il mio stupore per la chiamata dell'addetta del pronto soccorso. Adesso è vietato chiamare l'ambulanza per gli ubriachi? Lasciamo che muoiano così imparano ad andare in coma etilico? Se non hai voglia di fare la paramedica e assistere a queste cose, cambia mestiere, diamine! Anche a me hanno dato fastidio due donne che si ubriacano avendo con sè un ragazzo di 9 anni, ma che posso farci? Chiamala dunque, questa forza pubblica con gli assistenti sociali.
La vecchia si riprese e il giorno dopo tornò in albergo. Ma i colleghi mi riferirono che sia lei che la figlia continuavano a darci dentro di rosso.
Una situazione a dir poco triste. Che lascia noi portieri interdetti. Che fare? Non certo fregarcene, perchè abbiamo delle responsabilità. Purtroppo non possiamo fare molto altro. Ma il ragazzo non veniva certo picchiato o costretto a bere. Li vedevo, dei gesti d'affetto tra lui e le due donne. Non era certo una situazione estrema. Penosa, si.
Ma se tu, addetta al pronto soccorso, non ha più voglia di vedere scene del genere -e sono sicuro ne vedi più di me portiere d'albergo- credo ti convenga cercarti un altro lavoro. O, in subordine, non chiamare me incolpandomi delle situazioni in cui vengono a trovarsi gli altri solo perchè miei clienti.
Che diamine.
E' una tripla dall'isoletta che non si decide a staccarsi dall'Europa: nonna settantenne arzilla e scattante, figlia 45 enne dall'aspetto decisamente anonimo e sullo sciatto andante e ragazzino di 9 anni dall'espressione dolcissima e tenera. A cui piace parlare. Quello a cui dò le chiavi e le spiegazioni sulla mappa della città, a cui madre e nonna sembrano decisamente meno interessate. Perchè cercano ben altro, che non i monumenti fiorentini.
Il giorno dopo ho il turno di notte. Mezzanotte passata e, dalla cima delle scale, si palesa il ragazzino.
-Mia nonna è caduta. Sta male-
In un nanosecondo ho già chiuso il portone d'ingresso e sto correndo su per le scale, alle calcagna del piccolo inglese. Entro in camera e trovo la nonna distesa a terra. Bocca aperta, occhi chiusi, un rivolo violaceo sulla guancia. Dire che m'è preso male è poco. Temevo davvero il peggio. Tocco il collo della donna con due dita e sento il battito. Respira anche.
La figlia è davanti a lei con sguardo inebetito. Pronuncia improperi irriferibili, esortando la madre ad alzarsi. Mi rendo conto che è totalmente fuori di testa. L'unico sano sembra il ragazzino. Gli dico che la signora non deve assolutamente rialzarsi e muoversi. Quindi mi attacco al telefono e chiamo il 118. L'operatrice mi ordina di controllare che resipiri e far si che stia ferma nel caso si riprendesse. Cosa non facile da effettuare perchè devo tornare alla reception.
In pochi secondi arrivano i paramedici, auto e ambulanza. Salgono in camera. Una decina di minuti e scendono con la vecchia, che pare abbia ripreso conoscenza. L'hanno messa su una sedia apposita da usare per l'ascensore e poi, una volta nella hall, la poggiano sulla lettiga.
Durante questa operazione la paramedica mi chiede i dati della signora. Sono così agitato che gli dò quelli della figlia, la quale è lì e mi corregge. Mi rendo conto che, se poco prima ero lucido e fermo, con l'arrivo dei paramedici ho cominciato a tremare come una foglia.
Chiedo alla paramedica cosa ha avuto la signora, e lei se ne esce con un laconico -Niente che si possa riferire- che lì per lì non capisco. Il ragazzino invece, ancora spaventato ma lucido, mi chiede se cose del genere sono già successe. E a me viene da dare una risposta stupidissima e pure sbagliata -A me no, non era mai successo- di notte no, ma di giorno eccome.
La paramedica dice che se vogliono, figlia e nipote possono andare in ambulanza con la vecchia, e glielo traduco. Ovviamente accettano. Salgono su e vanno a Santa Maria Nuova, proprio qui dietro.
Un pò mi tranqullizzo, perchè ora la donna è sotto il controllo di professionisti della salute, ma una certa inquietudine resta. Solo che poi arriva una telefonata. Da un numero fisso. Uno 055.
-La chiamo dal pronto soccorso. Lo sa chi ci ha mandato lei?-
La domanda mi lascia interdetto. Io mandato chi? Cosa?
-Ma... perchè?-
-Perchè le signore sono ubriache-
Rimango così, a bocca aperta. Forse costei pensa che glielo abbia venduto io, il vino.
-Le donne hanno un minore. Adesso io che faccio? Chiamo la forza pubblica?-
Rimango basito.
-Allora? Che devo fare? Chiamo la polizia affinchè porti via il ragazzo alla madre ubriaca?-
-Va bene, la chiami-
Adesso è il suo turno di rimanere zitta. Ma poi riprende, più veemente di prima.
-Ma si rende conto che le donne sono ubriache e hanno con sè un ragazzino?-
-Senta, io sono un portiere. La paramedica mi ha detto che la figlia della donna e il nipote potevano andare con lei in ambulanza. Glielo ho riferito in inglese e queste sono salite sul mezzo. Dovevo impedirglielo? Ho in struttura una persona che sta male e chiamo voi, che altro posso fare? Non sono il loro tutore. Se bevono avendo con sè un ragazzo di 9 anni che posso farci? Da qualche parte l'hanno comprato perchè io di sicuro non lo vendo-
-E ora, di questi due, che ne faccio?-
-Li metta su un taxi e me li rimandi-
E così madre e figlio sono tornati in taxi. Ma rimane il mio stupore per la chiamata dell'addetta del pronto soccorso. Adesso è vietato chiamare l'ambulanza per gli ubriachi? Lasciamo che muoiano così imparano ad andare in coma etilico? Se non hai voglia di fare la paramedica e assistere a queste cose, cambia mestiere, diamine! Anche a me hanno dato fastidio due donne che si ubriacano avendo con sè un ragazzo di 9 anni, ma che posso farci? Chiamala dunque, questa forza pubblica con gli assistenti sociali.
La vecchia si riprese e il giorno dopo tornò in albergo. Ma i colleghi mi riferirono che sia lei che la figlia continuavano a darci dentro di rosso.
Una situazione a dir poco triste. Che lascia noi portieri interdetti. Che fare? Non certo fregarcene, perchè abbiamo delle responsabilità. Purtroppo non possiamo fare molto altro. Ma il ragazzo non veniva certo picchiato o costretto a bere. Li vedevo, dei gesti d'affetto tra lui e le due donne. Non era certo una situazione estrema. Penosa, si.
Ma se tu, addetta al pronto soccorso, non ha più voglia di vedere scene del genere -e sono sicuro ne vedi più di me portiere d'albergo- credo ti convenga cercarti un altro lavoro. O, in subordine, non chiamare me incolpandomi delle situazioni in cui vengono a trovarsi gli altri solo perchè miei clienti.
Che diamine.
sabato 26 ottobre 2019
Facebook mi ricorda una storia di alcuni anni fa.
Una cliente bellissima.
Livia.
3 mesi.
Genitori giovani, poco più di vent'anni, molto carini e simpatici, con spiccato accento romanesco.
Scendono dalla camera con le valigie e posano, sul divano davanti al bancone, l'ovetto con dentro la piccola. Mi consegnano le chiavi della camera e accennano ad andare a portare i bagagli in auto.
Ed escono.
Lasciando lì la piccola Livia.
Con le mie non sarebbe mai successo. La mamma sarebbe stata a guardia mentre il babbo (io) portava i bagagli in auto. Il lavoro faticoso sempre all'uomo. Questi due no. Escono entrambi. E smollano lì la figlia.
Non c'è nessuno in albergo, in quel momento. Uno di quegli strani momenti di calma durante i quali non appare nessuno, nè clienti nè colleghi. Nessuna chiamata telefonica. Siamo solo io e lei. Giro attorno al bancone e mi avvicino.
Livia è sveglia, e mi osserva protetta da quel potentissimo scudo magico capace di alzare di migliaia di punti la classe d'armatura, e che passa anche sotto il nome di "ciuccio".
"Ciao piccolina! Ma lo sai che sei bellissima?"
E lei sorride.
Da dietro il ciuccio, che è trasparente, sorride.
Mi sciolgo come Olaf sotto al cocente sole estivo. In una hall alberghiera, la domenica mattina a Firenze, dopo 42 partenze ed il fisico che comincia a dire "Ci si riposa? Ci si mette un pochino a sedere? Che s'abbozza di sta' in piedi?" mi commuovo a vedere questa bellissima creaturina sorridente. Dovrei saperlo, come funziona.
Non è così. Ogni volta è come la prima volta.
I due genitori non tornano.
Passano 10 minuti buoni, e, giuro, non tornano.
"Senti, io, se babbo e mamma non vengono a riprenderti, ti porto a casa. Avrai due sorelle maggiori dolcissime, che ti faranno giocare a tanti bei giochi divertenti. Ti vestiranno da principessina. Ci vieni a casa mia? Ti ci porto, eh"
E lei sorride. E m'immagino già mia moglie che "Ora la riporti dove l'hai trovata!" "ma mi ha seguito fin qui..." "Te lo scordi se pensi che io ricominci con pappette e pannolini!"
Ma io tengo duro, Livia resta con noi.
Invece, anche se dopo ben 10 minuti 10, i genitori tornano a riprendersela. Mi ero ormai convinto di potermela tenere, che costoro se ne fossero tornati a Roma dimenticandosela completamente. La gente, in albergo, dimentica veramente di tutto. Anche se questa sarebbe stata davvero una dimenticanza storica. Per fortuna, Livia era nei loro pensieri. Avevano solo difficoltà nel ripiegare il passeggino e profonda stima a fiducia nel portiere. Fiducia, posso assicurare, assolutamente ben riposta.
Ma per quei 10 minuti è stata tutta mia. Per quei 10 minuti, insieme a Sara, Camilla e Gaia, c'era anche Livia.
"I am your father" anche se per pochi minuti. O come si dice qui a Firenze: "Sono i'tu babbo"
Una cliente bellissima.
Livia.
3 mesi.
Genitori giovani, poco più di vent'anni, molto carini e simpatici, con spiccato accento romanesco.
Scendono dalla camera con le valigie e posano, sul divano davanti al bancone, l'ovetto con dentro la piccola. Mi consegnano le chiavi della camera e accennano ad andare a portare i bagagli in auto.
Ed escono.
Lasciando lì la piccola Livia.
Con le mie non sarebbe mai successo. La mamma sarebbe stata a guardia mentre il babbo (io) portava i bagagli in auto. Il lavoro faticoso sempre all'uomo. Questi due no. Escono entrambi. E smollano lì la figlia.
Non c'è nessuno in albergo, in quel momento. Uno di quegli strani momenti di calma durante i quali non appare nessuno, nè clienti nè colleghi. Nessuna chiamata telefonica. Siamo solo io e lei. Giro attorno al bancone e mi avvicino.
Livia è sveglia, e mi osserva protetta da quel potentissimo scudo magico capace di alzare di migliaia di punti la classe d'armatura, e che passa anche sotto il nome di "ciuccio".
"Ciao piccolina! Ma lo sai che sei bellissima?"
E lei sorride.
Da dietro il ciuccio, che è trasparente, sorride.
Mi sciolgo come Olaf sotto al cocente sole estivo. In una hall alberghiera, la domenica mattina a Firenze, dopo 42 partenze ed il fisico che comincia a dire "Ci si riposa? Ci si mette un pochino a sedere? Che s'abbozza di sta' in piedi?" mi commuovo a vedere questa bellissima creaturina sorridente. Dovrei saperlo, come funziona.
Non è così. Ogni volta è come la prima volta.
I due genitori non tornano.
Passano 10 minuti buoni, e, giuro, non tornano.
"Senti, io, se babbo e mamma non vengono a riprenderti, ti porto a casa. Avrai due sorelle maggiori dolcissime, che ti faranno giocare a tanti bei giochi divertenti. Ti vestiranno da principessina. Ci vieni a casa mia? Ti ci porto, eh"
E lei sorride. E m'immagino già mia moglie che "Ora la riporti dove l'hai trovata!" "ma mi ha seguito fin qui..." "Te lo scordi se pensi che io ricominci con pappette e pannolini!"
Ma io tengo duro, Livia resta con noi.
Invece, anche se dopo ben 10 minuti 10, i genitori tornano a riprendersela. Mi ero ormai convinto di potermela tenere, che costoro se ne fossero tornati a Roma dimenticandosela completamente. La gente, in albergo, dimentica veramente di tutto. Anche se questa sarebbe stata davvero una dimenticanza storica. Per fortuna, Livia era nei loro pensieri. Avevano solo difficoltà nel ripiegare il passeggino e profonda stima a fiducia nel portiere. Fiducia, posso assicurare, assolutamente ben riposta.
Ma per quei 10 minuti è stata tutta mia. Per quei 10 minuti, insieme a Sara, Camilla e Gaia, c'era anche Livia.
"I am your father" anche se per pochi minuti. O come si dice qui a Firenze: "Sono i'tu babbo"
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