Rispetto a dove lavoravo quattro anni fa, questo albergo è in una zona un po' più “isolata”, se vogliamo metterla così. Prima ero vicino alla stazione, adesso ben più in là. Succede quindi che entrino persone che non soggiornano a chiedermi di chiamare un taxi.
Nel 90%
dei casi li “rimbalzo” perché si tratta di gente che ha alzato troppo il gomito
e nessun tassista si prenderebbe. Farei fare una corsa inutile, quindi
«mi spiace, ma il servizio taxi va prenotato, adesso non rispondono; deve
andare in Santa Croce, lì c’è la zona sosta dei taxi.»
Ma alcune
eccezioni le faccio.
Ho da
poco iniziato il servizio che entra una coppia elegantissima. Lui, biondo e ben
rasato come ogni vero uomo dovrebbe essere dai tempi di Grant, Cooper e
Stewart, indossa lo smoking con tanto di papillon e non mi stupirei se
chiedesse un Martini “agitato, non shakerato”; lei ha uno splendido abito
amaranto a gonna lunga e stretta, capelli biondi che ricadono sulla nuca e un
sorriso per il quale ogni uomo di questo pianeta mostrerebbe il torace,
indicherebbe il punto dove sta il cuore e le direbbe “È tuo, facci quel che
vuoi!”
Si
avvicinano al bancone e, in un inglese con influenze molto nordiche, mi dicono
che si scusano per il disturbo non essendo clienti dell’albergo. Cercando di
non svenire da cotanta gentilezza -ultimamente non ne vedo molta- li anticipo
chiedendo se hanno bisogno di un taxi. Avendo compreso la loro necessità i
sorrisi si fanno se possibile ancora più radiosi e devo resistere dal girare il
bancone, inginocchiarmi e chiedere di essere adottato seduta stante. O forse,
vista la mia età, il contrario. Invece apro l’applicazione di una delle
compagnie di taxi e faccio partire una richiesta.
Mentre
attendiamo mi dicono che erano a una serata mondana in un noto palazzo storico
nelle vicinanze, uno di quegli eventi dove si è invitati solo se in possesso di
a) un QI superiore a 250; b) un conto corrente tale da pagare il passaggio di
una cinquantina di petroliere per lo stretto di Hormuz; c) l’eleganza e il
portamento del Re d’Inghilterra. Mi fanno i complimenti per l’albergo
affermando che la prossima volta soggiorneranno lì, i complimenti per la città
-e solo perché non conoscono abbastanza noi abitanti- e chiedono se devono pagare
qualcosa. Ovviamente la risposta a tale domanda è no, avendo solo cliccato un
tasto su un’applicazione, e non posso non notare la loro sorpresa;
probabilmente non si aspettavano un italiano che si approfitta di queste
piccole necessità, come quelli che fanno pagare 50 € un cappuccino ai turisti.
E io avrò tutti i miei numerosi difetti ma non sono affatto quel tipo
d’italiano. Quando arriva il taxi ringraziano a raffica e mi salutano.
Ecco,
davanti a cotanta gentilezza, buona educazione e rara eleganza mi sciolgo come
Olaf quando non è protetto dall’aura gelida di Elsa.
Bisognerebbe
essere tutti come loro. O almeno provarci.
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