Uno dei motivi per cui ho scelto questo turno è che riesco sempre a ritagliare un po' di tempo per me: leggere, scrivere qualcosa, fare una ricerca in rete, ogni tanto una partita su BGA. Sono alcuni dei vantaggi del notturno alberghiero, oltre lo stare al coperto e relativamente al sicuro, a differenza di chi deve lavorare nei cantieri, sulla strada o nei pronto soccorso. Rispetto a chi svolge questi mestieri io sono un privilegiato.
Ogni
tanto però capitano turni estenuanti:
-telefonate
continue dalle camere: la tv non fa, l’aria condizionata non funziona (perché
vuoi i 18° in Ottobre? Perché gli alberi ti fanno così schifo? Voti la lista
“asfalto che ride”?), carta igienica perché gli altri rotoli sono già in
valigia, il codice wifi perché non lo trovano più -lo diamo all’arrivo e tutti,
immancabilmente, lo perdono-;
-il
room service: voglio una caprese, voglio un toast, voglio le lasagne. Io e il
collega -il facchino, un africano grande quanto Mr T e la timidezza di una
liceale- prepariamo e impiattiamo, poi lui porta su in camera, io addebito;
-l’arrivo
di due signore distinte da un paese mediorientale, presumibilmente nate quando
il territorio era ancora Impero Ottomano e che pongono domande in
continuazione, senza darmi il tempo di rispondere con calma, e che devo
aiutarle anche ad aprire la porta della camera perché non comprendono come
funzioni la tessera;
-una
discreta quantità di conti da ricontrollare, addebitare e far uscire con
diverse partenze, tra cui una coppia che aveva chiesto due cestini colazione e
che ho completamente dimenticato di dargli. È la cosa più fastidiosa: 8 ore di
turno quasi ininterrotto -una pausa di 20 minuti per un caffè e il paragrafo di
un libro- facendo attenzione a fare tutto in maniera corretta. Ma poi ti rimane
quell’errore e la consapevolezza di aver deluso dei clienti; è una sensazione
terribile, una macchia che ci si porta dietro e ogni cosa positiva sparisce.
-ridiamoci
su: il cliente spagnolo che, nel marasma delle telefonate e del cibo da
preparare, mi chiede se possiamo chiamargli un taxi la mattina alle 8. Rispondo
che si, lo facciamo senza problema, avendo l’applicazione sul pc del bancone.
Al che l’iberico dice che avrebbe riferito alla moglie.
Lì mi sono dovuto trattenere forte, perché ha usato il termine della sua lingua: “mi’ esposa”. E a me vengono sempre in mente le parole del messicano in quel celebre western spaghetti.
Sono un nerd senza speranza.
Nessun commento:
Posta un commento