martedì 18 marzo 2014

Domenica mattina, partenze su partenze. Più di 50 camere.
L’urlo di Munch è un lieve sussurro.
Ma sono gentili e sorridono, soprattutto gli italiani. Il lavoro scorre piacevole.
Quasi.

1 - Gustavo è partito.

Ve lo ricordate Gustavo? Ne ho parlato ieri. Quello che mi chiese se potevo andare a prenderli all’altro capo della città e guidarli passo passo fino all’albergo perché non erano capaci di guidare fin qui, scocciatissimo di trovarsi in difficoltà in una città che non conosce, mannaggia a noi fiorentini che non buttiamo giù un centinaio di palazzi per fare vie grandi come autostrade e rendergli la guida comoda; povero cucciolo alle prese con una città rinascimentale, ti manderei a guidare ad Aleppo a schivare i razzi RPG.

Dovevano stare due notti. Sono partiti un giorno prima. Chiedo spiegazioni, ma sono molto generici.

Camere pagate con l’agenzia, io emetto la fattura anche per la seconda notte ed alla via così.

Portano l’auto davanti all’albergo, nel nostro spazio, delimitato da righe gialle e che paghiamo profumatamente al comune, nella speranza che con questi soldi predisponga più piste ciclabili, sistemi le buche nelle strade, costruisca il nuovo stadio. Possibilmente in quest’ordine (son tifoso si, ma ci sono cose più importanti, via).
La Gustava viene a domandarmi dove si trova l’Accademia mentre il marito e gli altri due della combriccola caricano i bagagli. Miracolo, la signora accenna un sorriso, forse si rende conto che è stata una bischerata noleggiare un’auto e contemporaneamente prenotare un albergo nel centro di una città vecchia di un paio di millenni, luogo notoriamente afflitto da mancanza cronica di parcheggi gratuiti. E che non può essere colpa del portiere di un loro errore.

Ma come dihano a Roma: si, te piacerebbe!

La signora ringrazia e fa per andarsene, ma la blocco. Just in case, come si dice in questi casi:

-Ehm… el carro?-

E lei candida, come se fosse la cosa più naturale del mondo:

-Stacionamiento-

Ah, certo. Massì, mettete pure l’auto qui davanti a noi per il tempo di andare all’Accademia a vedere il David. Magari fate anche pranzo e ve ne andate con comodo, a metà pomeriggio. Magari dormite pure in un altro albergo e ve la riprendete domani. Perché non facciamo anche tra una settimana? Due anni? L’inizio del prossimo secolo? E gli altri clienti che vogliono caricare i bagagli prima di partire e tornare a casa?

Ovviamente nego questa possibilità: il posto davanti all'albergo è permesso solo per carico e scarico bagagli. Ho ¾ di albergo che parte e tantissimi di costoro sono italiani arrivati qui in auto. Se anche queste persone vogliono caricare i loro bagagli, hanno il diritto di sostare per metterceli.

Glielo dico in spagnolo, inglese ed italiano, ma capiscono. Spiego alla signora che se vogliono vedere il David, possono parcheggiare sui viali, tanto la domenica è gratuito. Ma il posto mi serve. Serve a tutti gli altri clienti.

Se ne vanno senza salutare.
Ovviamente.


2 - La odio, la primavera.

Ragazza americana bionda della 506, ha una giacca aperta sullo sterno.

Tracce di reggiseno: zero.

Con sforzo estremo, tengo lo sguardo puntato sulle pupille sue e del marito (credetemi, è un grosso sforzo. Ho un unico neurone. Ragiona da uomo. Non posso farci niente, ho solo questo di dotazione standard, come il 99% dei maschi italici).

Mi chiedono di lasciare i bagagli in camera. Sperano di tornare prima delle 12 (orario del check-out), altrimenti il facchino può portarli giù. Ok, nessun problema, l'importante è che siano rifatti, il facchino porta giù i bagagli sistemati, non si mette cerco a trasportare i singoli capi d'abbigliamento sparsi nella stanza, avrei un paio di storie da raccontare su questo problema). Loro assicurano di si, tutto sistemato. Escono. Il io neurone vuole bastonarmi selvaggiamente, non le ho guardato le tette. Non in maniera vistosa, almeno.

Mandano una mail a mezzogiorno, chiedono di far portare i bagagli, ma si scusano... hanno dimenticato di mettere in valigia la roba in bagno.... ti pareva. Vabbè, Luciano mette tutto in un sacchetto. Tornano, prendono la roba e vanno via.


3 – Indiani. Forse c'è speranza.

3a – ragazza indiana. Bellissima. Vestitino a fiori con gonnellina plissettata al ginocchio e spalle scoperte a mostrare una splendida pelle ambrata. Sorride, il che mi fa già pentire di tutte le cattiverie che ho scritto sull'India in questo blog. Ha i tratti di Parminder Nagra, il che mi fa volare con la fantasia che, se non ero sposato, le avrei chiesto un remake di “Bend it like Beckam”: lei fa la giocatrice di calcio indiana, io l'allenatore. Titolo: “Bend it like Borja Valero”.

3b – coppia, sempre indiana. Questi sono parecchio brutti, ma, miracolo, anche loro sorridenti e cortesi, che sta succedendo? La riunione mondiale della gentilezza e cortesia indiana a Firenze? La voglio tutti i giorni.
Mi chiamano sul centralino subito dopo essere rientrati in camera: hanno trovato una bottiglia di spumante, e sono dubbiosi: ce lo hanno messo apposta questi italiani, per addebitarcelo a tradimento? Malgrado la buona educazione non si fanno mancare il sospetto tipico loro.
Rassicuro la signora che lo “sparkling wine” è “complementary”. Semplicemente, l'agenzia ci ha comunicato che sono in viaggio di nozze, e come da contratto, hanno diritto a questa bottiglia inclusa nella tariffa del soggiorno.

-So, we don't have to pay for it?-
-Of course no, madame-
-Really?-
-For sure-
-No charge?-
-No euro-
-We may drink it for free?-
(che palle!) -If you wish. But, if you don't, i will-

E qui finalmente l'indiana si fa una sana risata e lancia quella che mi è sembrata più una minaccia che un invito:

-You may join us.-

Ovviamente ho declinato. A parte che non posso lasciare il bancone, non reggo proprio l'alcool. Specialmente a digiuno.

E, non conoscendoli, non vorrei che quel “join us” contenesse qualcosa di molto compromettente.


4 – Cinese.

Non parla un'acca di qualsivoglia altra lingua.

Mima il gesto di tagliarsi le unghie.

Non so dove si trovino i tagliaunghie (ce li abbiamo, lo scoprirò dopo) perciò gli do le forbici del bancone. Forbicione da carta. Ho solo queste.

Sguardo deluso, ma le prende ugualmente. Mi indica una chiave: presumo che lui soggiorni lì.

Ed invece no, lì ci sono altri cinesi che, alla partenza, non capiscono che rivoglio le forbici. Di quello a cui le avevo prestate, nessuna traccia! Me le ha fregate! Morte, morte e distruzione totale!!!! Rivoglio le truppe inglesi che invadono la cina per costringerli ad aprirsi al commercio dell'oppio! Maledetto!!!! Dopo il turno sono andato in un negozio 99 centesimi a ricomprarle. Di tasca mia ovviamente! E sono pure made in china! *oglione io a fidarmi!

Manderò una lettera infuocata al successore di mao tse-tung, od al vicesindaco di prato! Rendetemi i miei 99 centesimi, mangiagatti a tradimento!

Argh!

sabato 15 marzo 2014

Ho ancora una grande nostalgia di quando le mie figlie, molto piccole, si facevano prendere per mano e guidare fino alla destinazione: il nido, un nuovo giardino, l’asilo, la prima elementare. Posti così. Esclusivi. Più di quelli da vip.
Piccole, tenere manine che agguantano il ditone del babbo, che le accompagna fiero di mostrarle al mondo. Piccoli bambini che si avviano alla scuola con i loro grembiuletti e la sciarpina Viola al collo, orgoglio dei genitori. Accompagnati fino in classe con la raccomandazione “Fai ammodino, mi raccomando”.

Poi, qualche mese dopo, sentirsi dire “voglio la sciarpina di Peppa Pig”, camminare fiere per conto loro ed una volta a 20 metri dalla scuola “ciao Babbo” e via ad agguantare la mano all’amichetta del cuore. Così piccole e così già desiderose di indipendenza.

Mica tutti sono così. Magari. Alcuni sono ancora al livello di “Babbo, mi dai la manina?”

Turno pomeridiano. Telefono.

-Hotel xxxxx, buonasera sono marcello-

Mi risponde un inglese terribile, con forte accento portoghese.

-Mi chiamo Gustavo, ho una prenotazione presso di voi per stasera-

Eh, dai, non conoscete Gustavo? Gustavo dou Brazil? Chi non lo conosce? Quello che sgroppava sulla fascia quando giocava nella Salernitana.

Sto scherzando, non lo conosce nessuno. Ma lui è Gustavo, dà per scontato che la sua fama sia arrivata pure a Firenze. Pure a Vladivostok. O su Cardassia.

Risalgo alla prenotazione in maniera agevole perchè non mancano molti arrivi. Guarda caso su una di queste, oltre al cognome, c’è pure il nome. Due camere per due notti.

-Siamo all’Hotel Mediterraneo, non sappiamo come arrivare da voi, le strade sono tutte chiuse-

E’ sui lungarni, dall’altra parte della città. Come faccio a spiegargli come arrivare qui, ci sono almeno una dozzina di strade da prendere, compresi i viali. Ed ovviamente per lui è arabo, non essendo di Firenze. Già abbiamo difficoltà noi che ci si vive…. Ma ‘un ce l’hai un navigatore? Si, ce l’ha. Perché non imposti il nome della via ed arrivi?

Ok, va bene, gustavo è anche un po’ sfigato: per l’appunto alcune vie nei pressi della Fortezza da Basso sono chiuse perché c’è una manifestazione. Che mi ha fatto pure perdere tempo perché come un deficiente sono rimasto ad attendere l’autobus che non arrivava prima che mi accorgessi di un cartello che diceva che per due ore il servizio sarebbe potuto essere interrotto causa manifestazione. C’erano pure dei volantini di questo storico ed affollato evento: quei quattro gatti stracciamaroni di estrema destra a cui faceva il verso la Caterina Guzzanti. Morte e distruzione! Mi hanno fatto arrivare in ritardo, alle 15.15, argh! (Caterina, perdono, perdono, perdono). Tra loro ed il PMLI non saprei chi sopprimere per primi, anche se probabilmente sono talmente all’estremo entrambi che fanno il giro e si toccano, quindi in buona sostanza sono la stessa cosa.

In ogni caso, siamo a pomeriggio inoltrato, la manifestazione dovrebbe volgere al termine (si spera anche quelli che ne facevano parte). Parti, segui il navigatore ed arrivi, che problema c’è?

Ma Gustavo è in difficoltà.
In forte difficoltà.
Ha bisogno della manina del babbo che lo porta e lo accompagna in classe, ed il babbo è rimasto Rio.

-Ma non è possibile che lei venga qui e ci aiuti ad arrivare all’albergo?-

…..

Lo so che lo avete fatto.
Lo so che avete messo la mano a coprirvi la faccia, un facepalm collettivo, è quello che ci vuole.

Mi rendo conto che è un problema viaggiare in una città che non si conosce, specialmente con un’auto a noleggio. Mi ricordo le difficoltà che passammo l’anno scorso a Munich con la Sara quando cercavamo l’albergo, con le bimbe che protestavano che erano stanche e volevano riposarsi. Ma ce l’eravamo cercata. Ce la cantavamo e suonavamo da soli, com’era giusto che fosse.

Gustavo no.

Pazientemente gli spiego che non posso lasciare il bancone. Che deve arrangiarsi. E’ parecchio scocciato.
–This is a problem-
Si, ma è un tuo problem.
Mi tiene trenta minuti al telefono, e meno male che ho la stagista, Elmedina, che già a 17 anni potrebbe stare al banco da sola e mi aiuta con i clienti, spero che le mi figliole siano brave e capaci allo stesso modo, tra un 10 anni; insiste nel chiedermi come si poteva fare, visto che non gli va neanche di spendere i soldi di un taxi per farsi guidare. Nell’unico modo possibile: imposta la via sul navigatore.
Oppure, visualizza la mappa di Firenze sullo stesso, e poi segui il metodo Jack Sparrow: la x indica dove si trova il tesoro e dove i pirati devono scavare.

Pensate che sia finita qui?

Dopo un’ora mi richiama:

-Ma se io cancello, mi restituite il denaro, così mi pago l’albergo da un’altra parte?-

Elmedina mi guarda con gli occhi spalancati: mi sono appoggiato sul bancone, con la mano sulla faccia. Facepalm 2 la vendetta.
E non vi dico come era piegata in due dal ridere quando dopo le riferii la richiesta del cliente.

Così mi tocca di spiegargli che cancellare alle 18 del giorno stesso dell’arrivo è leggermente tardi, visto che la cancellazione è a 48 ore, quindi in ritardo pure per la seconda notte. Noi, i soldi, ce li prendiamo ugualmente: mandiamo fatturina all’agenzia e tanti saluti.

Alla fine arrivano, due coppie della mia età. Colmi di bagagli come solo i brasiliani possono essere (i brasiliani portano pezzi del loro paese con sé, almeno 7 valigie a cranio pesantissime, sono convinto che abbiano terra del loro paese, da usare per essere seppelliti in caso di dipartita durante la vacanza). Decisamente, loro, i consigli elfici sul viaggiare leggeri, non li tengono nel minimo conto.

Comunque ripeto: a quest’età, sarebbe bene liberarsi dalla tutela dei genitori. Ed imparare a cavarsela da soli.

Anche perché mica possiamo essere noi portieri a fare da surrogato…

Ps. Gustavo, ovviamente, è di fantasia.
E non giocava nella Salernitana.
Anche se ha un pancione come quello che aveva Ronaldo due mesi dopo aver smesso.

Ps.2 ce ne sarebbe un’altra di storie, che è pure peggio, ma me la riservo per domani.

giovedì 13 marzo 2014

Non ha importanza la nazionalità.

In casi come questi, c'è un solo tipo di persone che non compie atti di maleducazione: i giapponesi.

I giapponesi sono, tutti, senza eccezione, le persone più educate, simpatiche, cordiali, gentili che questo quadrante stellare abbia mai prodotto. Se trovate un signor Musashi o Irakawa che si comporta da maleducato, è un immigrato di almeno 3-4 generazioni in un paese sudamericano. Ma quelli originali del Sol Levante sono, semplicemente, il cliente ideale. L'unica cosa che mi sento di dirgli è: みんなさん, どもありがとうございます.

Quindi non vi parlerò dei giapponesi.

Come ho detto, in casi come questi, giapponesi esclusi, non è la nazionalità che conta.

Turno qualsiasi, giorno qualsiasi.

Sul bancone, una piantina di Firenze. Di fronte, turisti ansiosi di sapere dove andare, cosa visitare. Sono nel momento topico del mio lavoro, la parte che più mi piace: questa è la mia città. Questa è la mia Firenze. Orari degli Uffizi? Eccoli. Piazzale Michelangelo per foto del profilo immortale della città? Pronti gli orari del 12 con ritorno (ataf e traffico permettendo, ovviamente). Giardino di Boboli? Ma certo, ecco a voi le informazioni che vi servono per visitarlo. Orari di treno e/o bus per Pisa e/o Siena? Li stampo in un battibaleno, signor*.

Tutti gli altri clienti devono attendere il proprio turno. E' ovvio che non impiego 3 ore a dare una spiegazione. Spesso devo fare in fretta perchè ci possono essere altri clienti che hanno bisogno di informazioni, ma nella maggior parte dei casi i turisti sono persone educate e pazienti.

Nella maggior parte dei casi, appunto. Purtroppo, non tutti lo sono. Certuni avrebbero bisogno di un corso rapido di rieducazione. In una remota località siberiana. A Gennaio. In bermuda.

Mentre sono lì impegnato a circolettare a penna, sulla piantina della città, la posizione dell'albergo e di tutti i monumenti più importanti, mi appare davanti agli occhi lo schermo di un telefonino.

Sopra, una pagina web di un centro di prenotazione. Uno dei tanti.
Alzo gli occhi con l'espressione sorpresa dei marinai americani a Pearl Harbour quando gli cominciarono a piovere le bombe addosso.

E pronuncio anche la stessa esclamazione: what the f...????

Davanti a me, un essere qualsiasi, infimo prodotto di questo pianeta nonché massimo esemplare di maleducazione e menefreghismo verso il prossimo, sgomita e letteralmente sposta di lato il cliente che stavo servendo, che lo guarda con espressione fantozziana da “com'è umano lei”.

L'essere infimo ha il braccio allungato verso il sottoscritto. All'estremità, appunto, il suddetto apparecchio tecnologicamente avanzato, puntato a pochi centimetri dai miei occhi.

“I have a reservation!”

L'ho scritto in inglese, ma potrebbe essere una qualsiasi lingua del globo terracqueo (ad eccezione del nihongo, appunto). D'ora in poi proseguirò in italiano.

Voce insistente, imperiosa, come se fosse l'unico cliente del pianeta. In un certo senso lo è. Dal suo punto di vista non esistono altre persone su questo sistema solare: lui ha appena prenotato, lui e soltanto lui ha diritto.

Il resto del mondo?

Quale resto del mondo?

Ci sono solo due persone rimaste: lui ed il portiere che deve dargli la chiave della camera. Subito. Ora.

Ed io mi sento montare dentro la rabbia.

Un giorno, quando deciderò di smetterla con questo lavoro, afferrerò il telefonino di uno di questi tipi (ce ne sono sempre, almeno uno a settimana) e lo scaraventerò fuori dal portone, proprio in mezzo alla via, a beneficio degli pneumatici delle auto in transito. Possibilmente tante. Preferibilmente un corteo nuziale, con tanto di clacson.

Dicevo: l'ira funesta è in accumulo nei miei centri nervosi, ma decido di cagarlo zero. Riprendo a dare spiegazioni, sulla piantina, a chi era prima di lui.

Quello ovviamente non capisce. Non può capire, non può arrivarci.
“Ho una prenotazione!”

“Guardi, capisco che lei abbia prenotato ora e voglia la sua camera, ma come può vedere, c'è una persona prima di lei. Può gentilmente aspettare il suo turno?”.

“Ma io ho prenotato ora!”

“Ed ha fatto male. Se fosse entrato e, in maniera cordiale e gentile, come ogni persona corretta di questo mondo di cui lei non fa parte, mi avesse chiesto il prezzo di una camera, le avrei fatto una tariffa più bassa di quella che ha appena fatto su internet, perchè noi paghiamo la commissione al sito internet su cui ha prenotato, e se pagava direttamente a me, le avrei scontato il 90% di quella commissione”

Silenzio. Non capisce.

E' ovvio, come posso pretendere anche io di fare un discorso del genere ad una persona con la CPU cerebrale perennemente posta su off?

“Se può gentilmente attendere, finisco con questo signore che era prima di lei”

“Ma io ho prenot..”

“FINISCO CON QUESTA PERSONA E SONO DA LEI, PUO' GENTILMENTE ATTENDERE, GRAZIE!”

Il cliente che avevo davanti, intimorito dall'egoismo del tipo e dall'espressione da gestapo del portiere, azzarda un “Non importa, doesn't matter, lasci fare, io...”

Ed io, col mio miglior sorriso:

“Lei era prima, le dò le informazioni che mi ha chiesto, come è giusto che sia”

E lì mi contraccambia il sorriso. Fantozzi che trova una persona che gli dà la giusta e meritata considerazione. Mentalmente fa anche una linguaccia al tipo/a che voleva prevaricarlo.

Il quale non la prende affatto bene.

Finito di ottenere le informazioni (che a quel punto fornisco con estreeeeeema calma) che gli occorrono, il cliente se ne va sorridendo; quindi vengo letteralmente aggredito a colui/colei col telefonino:
“Il numero di prenota....”

“Buonasera, posso gentilmente avere il suo nome?”

Si blocca, sorpreso/a.

Ho osato interromperlo/a.

Poi riparte con il rombo e la velocità della Red Bull di Vettel:

“IL NUMERO DI PRENOTAZIONE E' XXXXXXXXXX.”

Poi mi guarda tronfio. Io prenotato. Tu dare me camera. Tu dare me chiave. Uga uga.

Il problema è che non posso trovare una prenotazione con un semplice numero.

“Mi scusi, non sono un matematico, non posso sapere tutti i numeri di prenotazione di ogni camera dell'albergo, non ci riuscirebbe neanche Albert. Qui si va a cognomi. Mi dica sotto che cognome ha fatto la prenotazione e la cerco. E, a proposito: buonasera”

Mi guarda con aspetto tra l'interrogativo e l'inca**ato andante.

Non capisce.

E poi chiede, come se fosse una domanda logica da fare:
“Quale cognome?”

Veramente, ci sarebbe da chiedersi come sia possibile che l'umanità sia riuscita ad arrivare sulla Luna. Non è grazie a gente di questo tipo. Fosse per loro saremmo ancora a dare fuoco alle donne che non hanno la gonna che gli copre financo l'alluce del piede. Anzi, no, saremmo ancora a batterci con le tribù nemiche a colpi di bastone. Wilmaaa! Dammi la clavaaaa!

“Lei ha fatto una prenotazione, giusto? Quindi ha dato il suo cognome per effettuarla. In sostanza le sto chiedendo come si chiama. Lei chi è?”

E vorrei tanto aggiungerci: un fiorino.

Tralascio il resto: alla fine riesco a fare il check-in al supercafone, che ovviamente non sorriderà mai; entrerà ed uscirà dall'albergo senza mai dire né buongiorno o buonasera od arrivederci, convinto imperterrito di essere nel giusto nel passare avanti a tutti perchè ha appena effettuato una prenotazione con il telefonino, l'atto più intelligente che sia mai riuscito a compiere nella sua vita dopo allacciarsi le scarpe e/o premere il bottone del water, cose imparate solo verso i 15 anni. Semplicemente gli chiesi il documento, così da capire chi avevo davanti (Mr. Smith, o Mr. Chen, o  Mr. Zyriakov, od un signor Rossi, tanto sono tutti uguali) e trovare la prenotazione sul sistema.

Il cliente a cui stavo dando informazioni, un americano di mezza età, ed a cui avevo dato la priorità mettendo nell'angolo il supercafone che voleva passargli avanti, mi sorriderà amabile per tutto il soggiorno. Poi, poco prima della sua partenza, mi chiede come mi chiamo. Dopodichè mi stringe la mano come solo gli americani sanno fare (stritolandola) e mi fa:
“Marcello, you are the number one!”

Ed io penso che, malgrado i supercafoni, amo questo lavoro.

martedì 11 marzo 2014

Certe storie non so proprio come definirle.

Sono eventi che mi lasciano, a dir poco, sconcertato. Semplicemente, lascio fare il buon senso e cerco di comprenderne la logica brutale. E non sempre ci riesco. Effettivamente, quasi mai.


Turno di domenica mattina, hotel pieno il sabato notte, quindi mattinata di partenze.Due camere, due coppie di italiani del nord sulla settantina. Scende la prima camera, check-out e si siedono sul divano davanti alla hall; apparentemente simpatici e tranquilli, sono contenti del soggiorno. Lui sfoggia due baffoni modello manubrio, che fanno pandan con la nuova guerra di Crimea: il ritorno dell'ottocento. Purtroppo la parte peggiore, cioè tutto ma senza l'impressionismo.


Come d'uopo tra maschi italici dai 5 anni in su, il discorso verte subito sull'arte pedatoria, e comincia bene: ci augura la miglior sorte nello scontro con colei-che-non-può-essere-nominata (sapete già come è andata a finire, purtroppo non è mai come nelle favole: Harry Potter è stato ucciso da Voldemarotta). Si lamenta della sua squadra, il milan, sconfitto nell'incontro del sabato sera. Ed ha già un responsabile:


-Eh... certo... anche quel negher, lì...”


Non ci vuole molto a capire di chi sta parlando.


Ok, non è che sia particolarmente simpatico neanche a me (a dire il vero è proprio la squadra in cui milita che non mi è simpatica, ma non posso dirglielo. Sono un portiere fiorentino molto professionale), e provo a rammentare che, in fondo, un paio d'anni fa, sfondò la porta dei crucchi (che è sempre un bel piacere). Ma lui tira giù il carico da 11:


-E' che la nazionale dovrebbe essere composta solo da italiani-


Rimango un po' interdetto da cotanta affermazione, e lì per lì mi viene da ribattere semplicemente che:


-Beh, siamo in un mondo libero-


E quello se ne viene fuori con una definizione tirata fuori direttamente dal ministero del minculpop:


-Ehhhh... non dovrebbe esserlo-


Firenze, Italia, 1814.


A pensarci bene si dovrebbe togliere il mille e lasciare l'ottocentoquattordici. Duecento anni fa il Granducato era già più avanti.


Quasi quasi ai prossimi mondiali tifo per la Germania di Mario Gomezze.



venerdì 7 marzo 2014

Storie belle, storie belle, storie belle.


Ne ho un bisogno fisico e morale profondo ed impellente. Ho bisogno di storie belle come la Viola (alla vigilia di incontrare colei-che-non-può-essere-nominata) ha bisogno di un attaccante in ottima forma fisica e/o con i legamenti sani.


3 agosto, turno di pomeriggio.


Arrivano due signore tedesche, madre e figlia, bionde, lei molto distinta sui 50, figlia sui 25, belle donne (come mi faceva notare mia moglie, ci sono tantissime coppie formate da madre e figlia, soprattutto europee). Mi danno il voucher, ma il loro nome non è nella lista arrivi del giorno. Eppure il loro nome non mi è nuovo. Le signore mostrano subito segni d'impazienza perchè non gli fornisco la chiave della camera e “I don't find your reservation”. E sicuramente è colpa mia, si sa, noi italiani siamo così disorganizzati... Ad un certo punto ricollego il cognome, che era lo stesso del numero due del Reich (ah, quanto adoro la storia) e ricordavo bene perchè neanche un'ora prima avevo ricontrollato le prenotazioni e gli arrivi dei prossimi giorni. Quindi vado nel retro, prendo la pratica cartacea e torno al banco dalla signora.


Le mostro il voucher: -Lei ha prenotato una doppia dal 5 agosto. Neanche risponde, fa appena un cenno. Mbè, che vuoi, la medaglia? Dammi la camera, piuttosto. La figlia (bellissima ragazza bionda) continua a girellare nella hall guardandosi intorno ed attendendo. 

E lì sparo la bomba. -Oggi è il 3 agosto, signora.


Se il 3 agosto avete sentito un BONK provenire da Firenze, era la mascella della signora che sbatteva sul bancone. A quel punto mi sono messo a servire altri clienti, mentre madre e figlia confabulavano. Pur non parlando tedesco ho subito capito che avevano clamorosamente toppato le date del loro soggiorno, perdendo due giorni a Roma e guidando fino a Firenze con due giorni d'anticipo (quel che mia moglie mi ha fatto notare è “ma a Roma non gliel'hanno detto che partivano due giorni prima?” ed ha ragione). Completamente sotto schoc, non sapevano che pesci pigliare, mentre io ed Ettore attendevamo una loro decisione. Perciò ho preso l'iniziativa ed ho proposto alle signore due possibilità:  

-dato che stavano ben 5 notti, lunedì chiamare l'agenzia in Germania per vedere se potevano cambiare la prenotazione: invece che dal 5 all'11, dal 3 al 9, tanto la tariffa a noi non cambiava (e potevamo rivendere la doppia venerdì 9 e sabato 10 a prezzo più alto, dato che eravamo già completi il 3 agosto);

-restare due notti in più da noi a pagamento diretto (doppia scontata del 15% sulla tariffa internet).


E nel mentre ci pensavano ho dato loro l'ultima doppia disponibile (che per fortuna loro avevo ancora pur avendo provato a venderla a passanti anche ad un buon prezzo!); sono salite meste, seguendo Ettore che gli portava i bagagli e gli mostrava la strada, e sono scese dopo per andare a cena senza neanche salutarmi. E lì per lì pensavo: ora danno la colpa a me per il loro errore.


Invece no! Nei giorni seguenti erano rilassatissime. Assorbito il colpo hanno teutonicamente accettato l'errore e si sono godute 7 giorni di afa fiorentina entrando in tutti i musei e le chiese possibili, sempre sorridendo e salutando educatamente. 

Il giorno prima di partire la madre scende e mi dà 7 € di mancia scusandosi per il brusco atteggiamento dell'arrivo. Dopo un'ora scende la figlia e mi dà altri 5 €

-Guardi che sua madre mi ha già dato una mancia.-

-Lo so, ma questi sono da parte mia perchè lei è stato gentilissimo-


Piccole grandi soddisfazioni di questo lavoro  

ps. anche Ettore ha avuto la sua giusta mancia. Cercatelo su fb o google: Mr. Ex. Fa un rap da paura. Quando non lavora in albergo, ovvio.

mercoledì 5 marzo 2014

Così, anche oggi ci sono cascato. Mi ero ripromesso di starci attento, di fare bene attenzione, ma ci sono ricascato lo stesso. Lo so, non sono perfetto. Anzi, metteteci pure il carico da 11: sono un bischero totale. 

Prenotazione di una camera doppia più una singola, e che siano accanto (così ordina l'agenzia). Famiglia australiana con ben poco della terra dei canguri: padre arabo, madre amerinda. Figlio adolescente con lo stesso atteggiamento degli adolescenti anglosassoni: camminata strascicata e sguardo assente, perso nei turbamenti tipici della sua età.

La classica famiglia globale.

A fare il check-in e chiedere le informazioni si presenta, com'è ovvio, la madre, mentre i due maschi se ne stanno in disparte, attendendo rassegnati che colei che porta i pantaloni decida in tutto e per tutto. Documenti e voucher a me, chiavi e piantina della città a loro. La signora, con una puzza sotto il naso che le fogne di Calcutta in confronto sono il laboratorio della Chanel, mi chiede di indicargli dove siamo. Già dal modo con cui lo chiede (tu sei un servo ed io la regina in attesa di essere servita: lavora!) dovrei sospettare qualcosa. Invece sfoggio il mio miglior sorriso ed apro la piantina: qui c'è l'albergo, qui il Duomo, l'Accademia, gli Uffizi, Palazzo della Signoria, Ponte Vecchio. Tutti i luoghi sono a soli 10 minuti a piedi e blablabla, ma ovviamente sono interrotto.

Voglio andare al Mall.

Avrei dovuto capirlo subito: non gliene frega niente di Firenze, della cultura, del Rinascimento. Vogliono andare al Mall. Trascorreranno lì il resto della giornata, poi al massimo faranno una passeggiata serale di 10 minuti sotto al Duomo, probabilmente accorgendosi appena dove stanno passando. E la mattina dopo ripartiranno verso un'altra città, rivolgendo lo stesso sguardo assente al Colosseo od a tutta Venezia. Prima lo shopping, poi, forse, storia e cultura.

Forse.

domenica 2 marzo 2014

Un martedì, turno di notte.

Arrivo in albergo alle 22.50, con 10 minuti di anticipo sull'orario d'inizio del mio turno, come sempre (per chi non lo sapesse, faccio il portiere d'albergo nel centro di Firenze).

Sedute sul divano davanti al banco del ricevimento due signore argentine di mezza età.

Che non ci siano tutte con la testa è evidente. Non nel senso che sono matte, ma che pensano più a cianare che ai fatti concreti. Potrebbero stare tutta la notte sul divano a chiacchiera, e dubito che, come la loro concittadina Rodriguez, abbiano una farfallina tatuata sull'inguine da mostrare. Vade retro! Le argentine sono buone solo ad intrattenere calciatori e/o tamarri, ed io non appartengo a nessuna delle due categorie.

(Ok, va bene, della prima faccio ancora parte, ma a livello fortemente amatoriale. Non conta. Giocare con amici dellla mia età contro ragazzetti di vent'anni più giovani e beccare una doppia cifra non è proprio quello che chiamo essere calciatori. E poi si prova la stessa frustrazione dello 0-5).

La collega del pomeriggio mi spiega che le signore hanno lasciato la chiave nella camera, e mi chiede se posso andare ad aprirgli la porta con il pass (il facchino aveva staccato alle 22.30). Ovvio che posso, basta si levino di torno; quindi prendo la chiave universale e le invito ad entrare in ascensore. Habitacion 303, mi dice una di loro. Ovviamente, nell'ascensore, premo il 3, per andare al terzo piano.

Ma una delle signore dice che, no, “es el secundo piso”.

L'altra dice che è il terzo.

L'amica ribatte sicura: il secondo.

Lo sapevo che andava a finire così, penso con un facepalm mentre le signore discutono; ma fosse solo questo il problema. Una volta arrivati su al terzo piano faccio per premere lo zero sulla pulsantiera dell'ascensore per tornare giù, ma una delle ziette di Buenos Aires mi dice, ormai che siamo al terzo, di aprire la 303 per vedere se è davvero la loro camera...

Sul viso dovevo avere l'espressione di un ispettore di Scotland Yard davanti all'ennesima vittima di Jack. Magari non ho ho capito bene, quindi, come un avvocato di Law & Order, azzardo un'obiezione.

-Ma se non è la vostra camera? Ci può essere qualcuno dentro.

Ovviamente sottovaluto la capacità delle argentine di compiere atti innominabili con la stessa naturalezza con cui i loro concittadini poliziotti massacravano dissidenti politici dentro polverosi garage. La signora, con la sicurezza dell'avvocato di OJ Simpson alla faccia dell'evidenza delle prove, esclama:

-Beh, chiediamo scusa e richiudiamo la porta-

Dire che ero leggermente allucinato è un eufemismo, probabilmente solo uno strafatto di crack aveva la mia espressione in quel momento.

Chiaramente la richiesta della signora è negata con tutta la mia forza. Imperiosamente comando: si torna giù al banco immediatamente!

Lista clienti.

Cognome per favore.

Trovate subito, le signore erano alla camera 203. 

Indovinate un po': la chiave era al suo posto, al ricevimento. Le clienti avevano lasciato la chiave nel pomeriggio, quando erano uscite per girare per Firenze, ma si erano completamente scordate del numero. Chiaro, non avevano acceso il cervello. Giace ancora lì spento. Da una cinquantina d'anni.

Tanto per rimarcare questo grave malfunzionamento, le signore erano in albergo da noi già due giorni. 

E voleva che gli aprissi la camera 303, per vedere se era quella giusta...