Portiere d'albergo. Vorace lettore. Scrittore a tempo perso. Giocatore da tavolo. Nemico di un gatto. Depresso cronico. Attendo l'arrivo dei Vogon o, in subordine, il ritorno di Vladimir Ilic Ulianov.
lunedì 23 novembre 2015
venerdì 20 novembre 2015
Chiedo
scusa se non mi metto a fare tanti preamboli, ma questa settimana non
è stata quel che si suol dire “il non plus ultra dell'entusiasmo”.
Non arriva una gran voglia di scrivere, quando si sentono notizie su
una caterva di morti ammazzati.
Episodio
di qualche anno fa.
Coppia
francese, sui 40.
Alti,
distinti, portamento signorile.
Alain
Delon e Catherine Denevue a braccetto. Lavorare ad un bancone di un
ricevimento alberghiero, a volte, rende mille volte meglio di un
qualsiasi 3D.
Intendiamoci:
non somigliavano per niente a loro, ma lo sguardo era uguale
spiccicato: quell'espressione severa e passionale al tempo stesso, e
che rivedi solo in una Marianne che guida i rivoltosi alla Bastiglia,
un Bonaparte alla testa delle sue truppe, un De Gaulle che parla ai
suoi concittadini da radio Londra e, appunto, i due attori in uno
qualsiasi dei loro film. Ben vestiti e curati, che pensi siano lì
per sbaglio, e la loro vera destinazione sia il Savoy in piazza della
Repubblica, piuttosto un semplice 3 stelle nei pressi della Stazione.
E non avevano neanche una gran camera.
Ma
a loro non importava. Si presentarono al bancone con un accuratissimo
e dettagliato programma della loro tanto bramata vacanza toscana: un
giorno intero dedicato a Siena ed il Chianti, un altro per Fiesole o
Pisa, un altro per... oh, beh, non me lo ricordo. Di quel foglio a4
completamente riempito di scritte a penna con un carattere che anche
una formica avrebbe faticato a decifrare, un particolare spiccava su
tutti: un intero giorno dedicato ai principali musei fiorentini: gli
Uffizi e l'Accademia.
Un
giorno che noi italiani avevamo completamente dedicato ad uno degli
sport nazionali, di cui siamo campioni mondiali.
Lo
sciopero.
Come
pronuncio la parola “Greve” (e non si riferisce al paesino del
Chianti, ma al termine francese per sciopero, che si pronuncia senza
la e finale) il francese prima strabuzza gli occhi, poi se ne esce
con una serie di “merde” che non si sentiva echeggiare sul
pianeta dalla vittoria di Bartali sull'Izoard.
Parte
in quarta con una serie di improperi verso di “noi”. Un anno
intero a programmare questa tanto desiderata visita e “noi”
scioperiamo.
E
mentre è lì che si incazza come la classica iena a cui viene
portata via la carcassa da sgranocchiare, lei gli tocca la mano.
E
lui si blocca.
E
lei lo guarda, negli occhi.
Un
phaser settato alla massima potenza non riuscirebbe a fondere
l'acciaio meglio di quello sguardo.
-Ecoute
moi, ascoltami. Siamo in vacanza. Sei qui con me. Ensamble. C'est pas
grave, non è poi così importante-
Per
qualche secondo magico, irreale, impossibile da descrivere, in quella
hall alberghiera non si sentì volare la classica mosca. Il telefono
dell'albergo non squillò. Non entrò, o scese dalle scale, nessun
cliente. Nessuna auto passò davanti all'ingresso. C'erano solo lui e
lei che si fissavano negli occhi, di quegli sguardi che si capiscono
senza parlare, per un'intera vita. Un'eternità di silenzi complici,
di comprensioni che solo le vere coppie hanno, e la Piaf che canta in
sottofondo.
Ed
io lì, con le pupille che voltano prima su di lei, poi lui, poi di
nuovo lei.
Spettatore
unico di un film che mai nessun altro avrà il privilegio di vedere.
Poi
il momento magico ha termine, e si passa alla farsa da commediola con
Depardieu; lui volta lo sguardo nuovamente verso il portiere e,
alzando le spalle, pronuncia un “C'est la vie”. Ma purtroppo
rovina tutto cominciando con un “Mais ce n'est pas possible”
mentre sbuffa come un mantice, con quella boriosità così
antipatica, quel voler a tutti i costi insegnare a noialtri come si
vive e ci si comporta, antipatici cugini d'oltralpe, abbozzatela con
questa prosopopea, ricordatevi di Berlino e di chi ha alzato la
coppa, ed abbassate un po' la cresta di galletti spennati.
Vieni
a me a dire che non è possibile? Io ci vivo qui; queste situazioni
me le trovo tutti i giorni, bello. E non sono musei: sono scuole,
mezzi pubblici, servizi ... Eh, dici bene te “Il faut changer...”
a parole, tutti hanno cambiato tutto. Della dozzina di governi che
abbiamo avuto negli ultimi vent'anni, il nuovo è già arrivato più
e più volte. E non voglio pensare a quello che sta per arrivare.
Allora
intervenne nuovamente lei, che con voce dolce e suadente, dice che
comunque sono in vacanza e vogliono stare bene, e mi chiese un posto
per mangiare. Poi dicono che siamo noi italiani, quelli che si godono
la vita.
Quando
rientrarono erano mano nella mano, con quel sorriso che hanno solo le
coppie serene e felici, e dopo avermi chiesto la chiave, lui mi
guarda e mi fa:
“Florence
est magnifique. Bravò”
Bravò,
come se fosse merito mio, di essere nato e cresciuto qui.
E
mentre se ne salgono in camera, sempre mano nella mano, e sguardo
fisso l'uno nell'altra in ascensore, penso che quando sono così, io
li adoro, i francesi.
venerdì 13 novembre 2015
42
non è solo una risposta.
42
era anche il numero di partenze che avevo domenica mattina. Da solo.
E tutti italiani, perchè gli italiani prenotano all'ultimo momento,
per una notte. Ad inizio settimana avevamo mezzo albergo vuoto. Il
venerdì sera eravamo già pieni zeppi.
Farsi
42 partenze di domenica mattina senza un supporto può essere
un'esperienza devastante, una raffica di check-out a ritmo continuo,
uno dietro l'altro. A quel punto tutti i rapporti con il cliente
saltano. Non si sta a chiedere “Si è trovato bene? Piaciuta
Firenze?”. Si chiede la camera si stampa la ricevuta e si incassa.
Non è più lavoro d'albergo. E' catena di montaggio modello Tempi
Moderni. E con gli italiani capita che “Faccia carta. Anzi no,
scusi, meglio bancomat... ah, ha già fatto carta? Era meglio
bancomat, ma non importa però.... si può tornare indietro?”
Bip,
transazione annullata. Si ricomincia da capo. Bancomat. Il pos chiede
il codice pin. Si passa la macchinetta alla cliente, che se ne esce
fuori così:
“Ah,
il pin, quale era?”
Comincia
la ricerca del codice pin nel suo cellulare, ma il tempo scade ed il
pos annulla la transazione, e mi fa risputare fuori la carta. Si
riparte da capo. Nel frattempo, dietro alla signora dimentichina si è
formata una fila che sembra l'ultimo giorno dell'expo.
Ma
stavolta non sono qui a parlare dei problemi con la clientela
italiana. Sono qui a parlare di due stupendi, meravigliosi,
fantasmagorici clienti che ho avuto domenica. Accomunati dal numero
3.
Oggi
vi parlo di Riccardo e Livia.
Riccardo,
3 anni, arriva venerdì con mamma ed amica della mamma. Due belle
donne distinte che provocano torcicolli in noi maschi sbavanti. La
mattina di domenica, alla partenza, le signore e Riccardo rientrano
dall'ultimo giro a riprendere i bagagli, saranno state le 13.
Peraltro, in camera, avevano lasciato il berretto del bimbo. Quello
della foto. Il ragazzo è istruito bene.
Ma
Riccardo è inquieto, non gli interessano i bagagli ed il berretto.
Vorrebbe uscire, vedere ancora il mondo. La madre lo richiama più
volte mentre riprende borse e valigie. Lui si riavvicina, ma poi
riparte verso la libertà e l'avventura, che possono essere
intriganti in un luogo libero e selvaggio, ma devastanti nel caos di
Firenze centro.
“Riccardo,
vieni qui”
Riccardo
non ha paura degli sconosciuti, non si fa intimorire da quel portiere
d'albergo che lo chiama. Entusiasta, corre dietro il bancone.
“Prima
cosa, via il ciuccio. Non si ciuccia in albergo” E lui,
garibaldinamente, obbedisce.
“Bravo,
così mi piace, pronto ad eseguire gli ordini. Questa è la chiave
che ci ha appena lasciato un cliente. Va rimessa al sui posto, cioè
qui. Dai, rimettila”
Riccardo
esegue il compitino con gioia e letizia, mentre la madre approfitta
per rilassarsi sul divano, uozzappare e/o candycraschare.
“E
ora?”
Prendo
una chiave
“Che
numero è questo?”
“1!”
“Bravo!
Poi?”
“Zero!”
“E
questo?”
“Cinque!”
“Ah-ah,
attento”
“Sei!”
“Grande,
dammi i'cinque!”
E
Riccardo sbatte la sua mano sulla mia. Con tutte le sue forze.
Notevoli, per la sua età.
“E
ora?”
Passo
ad altra chiave, ed altro numero. E via un altro cinque. E così via
per una mezza dozzina di chiavi e numeri. Nel frattempo madre ed
amica prendono i bagagli e mi fanno:
“Andiamo
a mettere i bagagli in auto, Riccardo, te aspetta qui ma fai il
bravo, mi raccomando”
Riccardo
è tutto preso dal nuovo gioco di conta dei numeri. E' il portiere
che comincia un po' a stufarsi, anche perchè deve piegarsi verso i
suoi 30 centimetri scarsi d'altezza, e la schiena disapprova. Ciccio
abbozzala. Hai smesso col calcetto, non sei più il portiere che si
chinava a raccogliere la palla in fondo al sacco.
“Ok,
facciamo così” lo prendo sotto le spalle e lo sollevo a sedere sul
bancone. Non posso fare a meno di notare come mamma ed amica della
mamma siano sparite. Mi hanno lasciato solo con il bimbo.
“Ed
ora come fai?” Gli dico ridacchiando. E' su un bancone dall'altezza
di più di mezzo metro. Per noi adulti è come stare seduti a due
metri, forse più.
Riccardo
non ha paura. Riccardo è temerario. Osa.
Si
lancia giù come un elemento della 101esima aviotrasportata sopra la
Normandia, manca solo urli Geronimo. Effettivamente, anche
lanciandomi le braccia. Non posso non tentare di afferrarlo, un po'
impaurito dalla possibilità che si faccia male.
“Ancora,
ancora!”
“Come
si dice?”
“Per
favore!”
Dai,
un'altra volta. Ed un'altra. Ed ancora.
Mamma,
amica, tornate presto, vi prego. Se tornate, ovviamente.
Tornano.
Prendono gli ultimi bagagli, salutano, ringraziano per
l'intrattenimento.
“Andiamo
Riccardo, saluta il signore”
Riccardo
alza la mano aperta.
Porgo
la mia con il palmo rivolto verso l'alto. Mi arriva un altro “cinque”
dato con tutte le forze possibili. Per fortuna solo le forze di 3
anni. Poi mi urla “Ciao!”, si infila il ciuccio in bocca e corre
via.
Livia.
3
mesi.
Genitori
giovani, poco più di vent'anni, molto carini e simpatici, con
spiccato accento romanesco.
Anche
loro hanno bagagli da mettere in auto, ed escono.
Lasciando
la piccola Livia nell'ovetto, sul divano della hall.
Io
non l'avrei mai fatto, per le mie. La mamma sarebbe stata a guardia
della piccola, l'altro (io) portava i bagagli in auto. Il lavoro
faticoso sempre all'uomo. Questi due no. Escono entrambi. Si fidano
del portiere.
Non
c'è nessuno in albergo, in quel momento. Giro attorno al bancone e
mi avvicino.
Livia
è sveglia, e mi osserva protetta anche lei, come Riccardo, dal
potentissimo scudo magico capace di alzare di millanta punti la
classe d'armatura, e che passa anche con il nome di “ciuccio”.
“Ciao
piccolina! Ma lo sai che sei bellissima?”
E
lei sorride.
Da
dietro il ciuccio, che è trasparente, sorride.
Ed
io mi sciolgo come Olaf sotto al cocente sole estivo.
In
una hall alberghiera, la domenica mattina a Firenze, dopo 42 partenze
ed il fisico che comincia a dire “Ci si riposa? Ci si mette un
pochino a sedere? Che s'abbozza di sta' in piedi?” mi commuovo a
vedere questa bellissima creaturina sorridente. Dovrei saperlo, come
funziona.
Non
è così. Ogni volta è come la prima volta.
I
due genitori non tornano.
Passano
10 minuti buoni, e, giuro, non tornano.
“Senti,
io, se babbo e mamma non vengono a riprenderti, ti porto a casa.
Avrai due sorelle maggiori dolcissime, che ti faranno giocare a tanti
bei giochi divertenti. Ti vestiranno da principessina. Ci vieni a
casa mia? Ti ci porto, eh”
E
lei sorride. E m'immagino già mia moglie che “Ora la riporti dove
l'hai trovata!” “ma mi ha seguito fin qui...” “Te lo scordi s
pensi che io ricominci con le pappette!” Ma io tengo duro, Livia
resta con noi.
Invece,
anche se dopo ben 10 minuti 10, i genitori tornano a riprendersela.
Mi ero ormai convinto di potermela tenere, che costoro se ne fossero
tornati a Roma dimenticandosela completamente. La gente, in albergo,
dimentica veramente di tutto. Anche se questa sarebbe stata davvero
una dimenticanza storica. Per fortuna, Livia era nei loro pensieri.
Avevano solo difficoltà nel chiudere il passeggino e profonda stime
a fiducia nel portiere. Fiducia, posso assicurare, ben riposta. Livia
è stata bravissima.
Ma
per quei 10 minuti è stata tutta mia. Per quei 10 minuti, insieme a
Sara, Camilla e Gaia, c'era anche Livia.
Spero
lei ed i genitori tornino a trovarmi. Mi manca già.
lunedì 9 novembre 2015
Se
uno ci pensa, sembra l'inizio di una barzelletta:
“Ci
sono un polacco, un tedesco ed un argentino”
“E
che fanno?”
“Niente,
tanto decidono sempre e solo gli italiani”
Che
infatti hanno i cardinali con le mani in pasta e l'attico rifinito
col parquet. Quello buono, non il laminato in offerta a pochi euro al
metro quadro da Leroy Marlin.
Quindi,
che ci sia un papa che se ne venga fuori con “E' immorale che vi
siano preti che vivono come faraoni”, cioè un'affermazione che
sembra appena uscita dalle labbra di Peppone, di un segretario del
PCI degli anni '50, fa abbastanza ridere. Diamine, se uno vuol
veramente cambiare qualcosa, ed è al vertice del potere, deve
cominciare a far rotolare un po' di teste di quelli che sono sotto di
lui. A “buttà fori” quelli che non sono capaci. Che si
crogiolano col potere ed i quattrini di cui possono usufruire. A
parlare son boni tutti. A parole siamo la prima economia mondiale (e
qui ci sarebbe molto da dire sui presidenti del consiglio che s'è
avuto negli ultimi vent'anni).
Sono
tutti “chiacchiere e distintivo”.
E
domani, arriva a Firenze. Od oggi, non me lo ricordo. Oggi sono
libero. La mia domenica è il lunedì. La mia settimana è disastrata
come viale Guidoni sottoposta ai lavori della tranvia con annessa
caduta di una gru sul cantiere. Ma tant'è, questo è il mio lavoro,
me lo sono scelto io. Me la canto e me la suono da solo, come per
questa città. Arriva il papa ed andiamo tutti nel panico, noi che ci
viviamo e giunta comunale che deve gestire l'evento. Sventriamo la
città per i nostri trenini e ci accolliamo anche la visita
dell'argentino. Saremo poho bischeri? Sarà per quello che danno per
pretendenti allo scudetto tutte le 19 altre squadre di serie A tranne
noi.
L'unica
è riderci sopra.
1-Una
collega di un albergo vicino.
Viene
a trovarci in pausa pranzo per un caffè. Lavorare in albergo
significa mangiare un boccone o bere un caffè in assoluta
solitudine, perchè è molto raro che si sia in 3 o più. Spesso non
ci riesce neanche quello. Uno dei due si prende una pausa ma poi
arrivano clienti e telefonate. Perciò si interrompe di mangiare e si
accorre in aiuto. E ci si dà da fare. E quando passa la buriana, il
caffè è freddo come dopo che lo ha toccato la regina Elsa. Ma ogni
tanto i 5 minuti di ciana si riesce a ritagliarseli.
La
ciana, ovviamente, verte sul papa argentino, ed il suo imminente
arrivo, con annessa conferenza episcopale, o qualcosa del genere. Che
suona un po' come “assemblea generale del partito”.
E
questa nostra collega non è una che non le mandi a dire. Una
fiorentina vecchio stile.
-Allora
senti: m'han chiamato dalla [agenzia] pe' raccomandassi: “Allora,
ai'monsignore dategli una bella 'amera, una “king size bed”,
trattaelo bene....” ma vai in ****, vai! Te la darei ni'capo, i
“kinghe saize bedde” Ma perchè 'un vai nella 'amerata co' poeri?
-Tanti
discorsi sulla povertà, e poi prenotano l'albergoni, la suitte, i'
ristorante...-
-Sai
icchè? E gli'hanno paura 'he alla mensa de' poeri gli freghino
l'anelli! Ma poi la 'amera coi'matrimoniale, a icche ni serve? Si
porta la perpetua?-
-Appunto,
c'avrà la suorina di 'ompagnia-
-La
suorina... o i'chierichetto. E quello prediha la povertà! O
bischero, o 'un lo vedi che tanto fanno 'ome gli pare? Ma vaiva! In
dumila anni c'hanno rovinato-
5
minuti, ma ero piegato in due dai'ridè.
2-Chiamano
dall'agenzia, perchè in ogni albergo dove sono alloggiati i
partecipanti alla conferenza si preparerà un punto ospitalità
(hospitality desk, in gergo). Gestito da volontari. Ci chiedono se
gli possiamo preparare qualcosa da mangiare perchè questi volontari
no avranno il tempo di comprare qualcosa da mettere sotto i denti.
-Ok,
ma al massimo due panini avanzati delle colazioni, perchè non
abbiamo ristorante, c'è solo la caffetteria-
-E
voi del personale come fate?- chiedono piuttosto stupefatti e pure un
po' piccati.
-Il
personale si organizza a casa, ovviamente!-
Non
si capisce perchè non debbano farlo dei volontari, se ci riescono
gli “strutturati”.
3-Nell'albergo
dove lavora mia moglie, arriva un tipo con del materiale per un
partecipante alla conferenza. Mia moglie chiede come si chiama
costui. L'incredibile risposta del corriere è:
-Non
lo so-
-E
noi come facciamo a consegnare il materiale a questa persona, se non
sappiamo chi è?
-Boh.
Ve lo chiederà lui-
-Ok,per
noi va bene, ma se non lo chiede, questa roba rimane qui, poi la
buttiamo-
Ma
al tipo che fa da corriere non interessa, a lui basta fare la
consegna.
Mia
moglie butta un occhio sul contenuto di questa borsa. Libri di
teologia. La sera mi riferisce la cosa, dicendo che c'erano cose su
“sacro e profano”.
Io
rimango decisamente sorpreso.
-Mi
stai dicendo che c'era il fumetto?-
-Ma
no, sciocco! Era un libro serio-
Effettivamente
avrei dovuto capirlo. Dare “Sacro e profano” ad un teologo, o gli
fa prendere un colpo apoplettico, o lo fa andare in bestia e bruciare
il fumetto lì nella hall.
Come
diceva Michele Serra: “Io non sono contro il papa. Sono senza”
M'è
sempre piaciuto, questo aforisma. Il problema è che non sono più
senza. Da domani, per due giorni, il papa ce l'avrò in casa.
Ma
siamo ancora capolisti.
domenica 8 novembre 2015
venerdì 6 novembre 2015
Chi
sono i clienti più stracciamaroni di un battaglione di russi, una
compagnia di indiani od un plotone di israeliani?
Le
vecchie carampane olandesi che vengono al congresso di egittologia di
Firenze, è ovvio.
Una
ventina di vecchie mummie dall'età approssimativa delle piramidi, ma
che, non essendo nate secoli fa nell'antico Egitto ma nel paese dei
tulipani, non ce le hanno potute seppellire dentro come era
auspicabile avvenisse. La loro contemporaneità con il sito funebre
egizio è il vero motivo del loro interesse all'argomento e presenza
al congresso.
Un
po' meno la loro presenza a stracciare i maroni in albergo.
1-due
ore due di assoluta calma. Non un check-in, non una telefonata.
Quei
momenti di pace che pensi sia l'inizio di un dozzinale filmettino
hollywoodiano su morte & distruzione colmo di effettacci
speciali.
Ed
invece, è solo un effetto di curiose coincidenze per cui non capita
nessuno al bancone per un tempo che per noi banconisti equivale alla
durata del Triassico.
Ma
poi
Un
check-in
Mentre
la banconista sta dando spiegazioni ai nuovi arrivati, l'immancabile
telefonata di richiesta di informazioni.
E
lì, puntuale come il germe della la peste nera che se ne sta lì
zitto zitto sulla pelle del ratto ad attendere il suo momento per
saltare addosso al povero contadino medioevale, la vecchia si alza
dal divano su cui, da un paio d'ore, posava le sue chiappe
raggrinzite e va a chiedere dove si trova, per la quarta volta quel
solo giorno, quello straca**o di museo con la statua del tipo con il
pisello di fuori.
Chiederlo
prima quando la banconista era sola, no, eh? Dovevi proprio aspettare
il check-in e la telefonata, eh? Vecchia strunz!
2-La
banconista è tranquilla che fa il suo lavoro, quando arriva un
gruppetto di russi. Per una strana, assurda, imperscrutabile,
coincidenza astrale, si tratta di russi simpatici. Da quale anfratto
del più grande paese del mondo siano spuntati non è dato sapere, ma
sono sorridenti ed ascoltano, in religioso silenzio, le informazioni
che gli fornisce la banconista.
Ed
in quel momento, una delle vecchie strumglublard olandesi si presenta
al bancone.
Non
aspetta, come sarebbe logico ed evidente in ogni luogo di questo
quadrante stellare, che la banconista finisca con i clienti
precedenti.
Parte
in quarta con questa assurda, patetica, deficiente domanda:
-In
che camera è la mia amica?-
…..
No,
davvero, seriamente. Uno avrebbe veramente voglia di chiederglielo.
Ma
che ca**o di domanda è!!!!?
Siete
una ventina di vecchiacce già pensionate quando i vostri
connazionali compravano, per una mezza dozzina di perline, il
territorio dove avrebbero fondato New Amsterdam (gran gioco,
peraltro). Come cavolo faccio a sapere quale è la sua amica?
E
la vecchia strega della vecchia Amsterdam cosa fa?
Si
mette a dare una descrizione della sua amica.
Ma
se assomigliate tutte allo scheletro che Indy trova dentro la caverna
dell'idolo!
Ora
lei aspetta che finisca con i russi, poi le cerchiamo la sua amica!
La
vecchia olandese stronfia; pretenderebbe i servigi della banconista
prima che costei abbia finito con gli Ivan. Che importanza ha se
erano al banco da prima. L'olandese pretende l'esclusiva.
Una
volta terminato con i sudditi di zar putino, la banconista comincia
la penosa ricerca dell'amica della vecchia. Con la lista nomi in
mano, le chiede:
-Mi
può dire il nome della sua amica, per cortesia?-
E
la vecchia se ne viene fuori così:
-Non
me lo ricordo-
…..
No,
sinceramente, voi non saltereste il bancone per tirargli il collo
come si fa con le vecchie galline da brodo?
La
vecchia mummia ricorda solo che la sua amica sta al secondo piano.
Ah, che notiziona epocale, che necessario indizio. L'ideale per
trovarla.
Pure
Sherlock direbbe “E sticazzi?”
Si
prende la lista clienti e, dicendogli nome dopo nome, si prova a
vedere se la vecchia ricorda il nome dell'amica. Bingo! E' lei! Bene,
qui sul bancone c'è il telefono di servizio. Digiti il numero di
camera e parlerà con la sua amica.
La
vecchia parla, e poi, una volta riattaccato, se ne esce così:
-Era
a dormire e l'ho svegliata. Era meglio se mi aiutava subito-
…..
Non
credo ci sia bisogno di commenti, giusto?
3-Partenza.
Festa nazionale in albergo, le “vecie” si levano dai canonici 3
passi.
Una
delle mummie olandesi arriva al bancone per il check-out, paga e
consegna la chiave.
Ma
solo di quella della camera. Non di quella della cassaforte (dove
lavora mia moglie hanno le casseforti con la chiave. Noi abbiamo
quelle elettroniche).
Mia
moglie ferma la signora prima che esca: -Mi scusi, la chiave della
cassaforte?-
La
vecchia si ferma e si gira, e la guarda come se fosse una cosa che
non la riguardasse: -E' su in camera-
E
mia moglie, porgendogli di nuovo la chiave della camera, con enorme e
motivatissima perfidia: -Può andare a riprenderla e portarla giù,
grazie?-
Immaginate
la faccia della vecchia, con le grinze che si allungano mentre la
bocca si apre e resta così, aperta, per l'inaspettata ed
imprevedibile richiesta.
-Io?
Io devo salire a prenderla?-
-Certo.
Se abbiamo offerto una chiave per un servizio gratuito, è il cliente
che ha il dovere di riportarla giù-
La
vecia è salita e riscesa con la chiave. Ha posato entrambe le chiavi
sul bancone senza dire niente, con l'espressione di un tifoso del
Feyenoord in piazza di Spagna a Roma.
Ma
se lo meritava. Eccome, se se lo meritava!
ps.
su una ventina di vecchiette olandesi, erano solo in due a rompere.
Le più stagionate, peraltro. Tutte le altre no. Ma quelle due
bastavano.
Eccome
se bastavano.
martedì 3 novembre 2015
Ci sono clienti che, anche se gli fai vedere la camera più grande, più bella, più splendida, magari con terrazza e vista sul Cupolone, o quella con salottino privato, scenderà giù al bancone lamentandosi che non gli piace e la vuole migliore; malgrado nessun dottore gli avesse prescritto di prenotare da noi.
E poi c'è l'ometto uzbeko che, con una cameretta singola semplice semplice, scende per il check-out contento e sorridente e lascia questo foglietto.
Non esiste un selezionatore automatico che permetta di far passare le prenotazioni delle persone con il carattere di quest'uzbeko e rimbalzare quelle dei clienti strunz?
Iscriviti a:
Post (Atom)




