Portiere d'albergo. Vorace lettore. Scrittore a tempo perso. Giocatore da tavolo. Nemico di un gatto. Depresso cronico. Attendo l'arrivo dei Vogon o, in subordine, il ritorno di Vladimir Ilic Ulianov.
mercoledì 31 dicembre 2025
sabato 20 dicembre 2025
Voglio fare gli auguri di buon anno.
Li voglio fare a tutti quelli
che, come il sottoscritto, lavorano in albergo, nelle strutture ricettive. I
grandi alberghi, i B&B, i motel.
Auguri alle cameriere, che
svolgono un lavoro duro, pesante, faticoso. Con camere ridotte a immondezzai da
gente che l’avrà pure pagata, ma perché imbrattarla o riempirla di spazzatura o
lordare ovunque? E queste colleghe che si danno da fare a igienizzare bagni e
rifare letti per finire il turno distrutte dalla stanchezza con paghe veramente
misere (che poi, da dove viene questa cosa per cui solo le donne rifanno le
camere? Anche noi maschietti siamo capaci)
Auguri a facchini e
manutentori, che devono pulire le zone comuni e buttare chili di spazzatura,
oltre che effettuare le piccole riparazioni, imbiancature, tutte quelle piccole
attenzioni necessarie.
Auguri al personale di sala.
Quelli delle colazioni, che si alzano molto presto per fare apertura e poi
devono continuamente rifornire il buffet per soddisfare uno sciame di
cavallette. Clienti che afferrano chili di roba poi lasciata, dopo un singolo
morso, nel piatto; cibo sprecato solo perché si può prendere liberamente.
Auguri a quelli del ristorante, per gli alberghi che lo hanno. E quindi anche
ai cuochi, aiuto-cuochi, lavapiatti e inservienti vari. Che oltre a preparare
pietanze devono anche fare attenzione all’igiene e alla pulizia della cucina.
Auguri al personale del
ricevimento, che fanno capo a tutto l’albergo e devono gestire prenotazioni,
contare incassi e a volte accogliendo clienti che spesso fanno richieste
strambe o lamentele gratuite, con atteggiamento musone e ostico.
Auguri a capo ricevimento e
direttori, che devono coordinare tutti i reparti. Stabilire orari, venire
incontro alle richieste di ferie o le malattie del personale oltre a coprire
turni, se necessario. E magari dare un po' di soddisfazione, se qualcuno fa
bene il proprio dovere.
Auguri a caldaie, macchine
dell’aria condizionata, ascensori, frigoriferi, macchine del caffè. Si, faccio
gli auguri ai macchinari. Perché gli vogliamo bene e non sia mai che non se la
prendano a male. Sono aggeggi permalosi, capaci di guastarsi il sabato alle 19,
in un periodo di ponte. Non lo fate, ve ne prego. Funzionate sempre.
Ma soprattutto auguri ai miei
colleghi pipistrelli, i notturni. Quelli come me che, essendo ora in un posto
con il ristorante, brinderò con i colleghi, ma non posso dimenticare che per
vent’anni ho lavorato in una struttura dove il notturno è solo. L’unico
dipendente della ditta, l’unico responsabile in turno. Che neanche fa troppo
caso al tempo che scorre e si accorge della mezzanotte solo quando i botti
all’esterno aumentano d’intensità.
Che si possano sempre trovare
clienti simpatici e sorridenti. Quelli per cui vale la pena di fare questo
lavoro.
Oltre al vile denaro,
naturalmente.
venerdì 12 dicembre 2025
I protagonisti di questa vicenda sono:
-Homer Simpson, americano,
grassoccio, abbigliato come l’ultimo dei disperati, cinquant’anni trascinati
dietro come Sisifo col suo masso;
-Duca Conte, vip italiano
molto conosciuto, porta la sua età con la leggerezza di un ventenne,
elegantissimo;
-marce portiere, banconista
notturno in regolamentare divisa da lavoro nonché età chiara e lampante
nonostante la magrezza e la rasatura.
Notte 1: Homer rientra
nottetempo ondeggiando da una parte all’altra della hall come una nave
manovrata da un capitano della C**** Crociere. Parla un inglese incomprensibile,
tant’è che all’inizio il portiere si convince sia australiano. Chiede un’altra
chiave perché la sua non la trova più. Il portiere gli prepara un’altra tessera
e gliela consegna. Lui sale le scale rischiando pericolosamente una rovinosa
caduta. Il portiere si consola sapendo che lui partirà la mattina.
Notte 2: il Duca Conte rientra
dopo mezzanotte con i suoi amici, tutti vestiti in frac a seguito della serata
mondana. Rimane sorpreso dal vedere le luci spente del bar e chiede al portiere
se possono comunque avere qualcosa. Il portiere sa che il servizio deve essere
garantito 24 ore su 24, quindi dà risposta positiva con l’avvertenza che non
può mettersi a fare cocktail. Il gruppo si rilassa con bibite e salatini, chiacchierando
amabilmente. Il portiere torna al bancone lieto di aver svolto il suo lavoro.
In quel momento entra Homer Simpson. Ed è strafatto esattamente come la
notte precedente.
Il portiere rimane alquanto sorpreso perché sa che non è più alloggiato
da noi, ma in quel momento è anche alle prese con una telefonata -la classica chiamata
di riconferma prenotazione da parte di un call center asiatico con un operatore
che parla un inglese profondamente approssimativo- e gli fa cenno di aspettare.
Ma quello non aspetta e si dirige verso il bar. Una delle persone che è
assieme al Duca Conte si è messo a suonare il pianoforte -si, nella hall c’è
questo strumento- Homer Simpson va lì e comincia a cantare!
Terminata la telefonata, il portiere si avvicina. L’americano si sta
facendo le foto con il Duca Conte e i suoi amici che ridono di questo yankee
pazzerello. Ovviamente l’imbriacone non ha la più pallida idea di chi sia il
Duca Conte: è solo affascinato dai frac. Poi si avvicina al portiere e gli
chiede da bere, ma gli viene negato perché “No, hai bevuto anche troppo, se stai
male è una mia responsabilità”. L’americano esplode in una risata e abbraccia
il portiere -questa cosa degli abbracci potrebbe anche aver termine- mentre il
Duca Conte dice che “Bravo, mi piace come glielo hai detto”.
Il portiere riesce a trascinare Homer lontano dal cliente vip e i suoi
amici. Lo riporta al bancone e gli spiega che non è più alloggiato da noi.
Quello strabuzza gli occhi e chiede dove “f*uk” sia a dormire, ma il portiere
può solo allargare le braccia e dirgli che non lo sa. Barcollando l’americano
esce e telefona alla moglie, che deve veramente avere un alto grado di
sopportazione. Dopo un’oretta Duca Conte e i suoi amici salutano il portiere e
vanno a dormire.
Il portiere pensa che i vip italici siano meglio degli americani medi.
sabato 6 dicembre 2025
Stavolta non so neanche da dove cominciare.
Ore 4.00 del mattino. Sono nel retro ad archiviare fogli vari, quando sento il “ding” della campanella che metto, tutte le notti, sul bancone.Smollo i fogli e accorro. Una signora indiana di aspetto giovanile, bassina ma dai lineamenti dolci e e aggraziati, si scusa per il disturbo -a cui ovviamente rispondo che non disturba affatto, è il mio lavoro- ma è preoccupata perché il figlio, 23enne, era uscito dopo cena e sembrerebbe non ancora rientrato in albergo.
Mi chiede quindi la chiave della camera dove dormono i due figli, per essere sicura che sia rientrato a dormire nel suo letto, accanto alla sorella. Gli preparo dunque la chiave elettronica. La signora sale con una fiammella di speranza dentro di sé, e un po' anche io.
Ma il ragazzo, in camera, non c’è. Lei scende nella hall ed esce. Vuole andare a cercarlo, con il suo telefono può vedere dove si trovava il ragazzo una mezz’ora fa, prima che il cellulare si scaricasse. Un quarto d’ora a piedi, nei pressi di Ponte Santa Trinita. Preoccupata come tutte le madri di questo quadrante stellare.
Il marito, e padre del giovane, non è affatto spaventato. Esce anche lui ma solo per fumare. Con una faccetta che potrebbe passare come l’Alvaro Vitali indiano, ride e dice “Ha 23 anni, è grande!” “Noi viviamo a Singapore che è molto più grande di Firenze” “Ai nostri tempi non c’erano i cellulari ma siamo sopravvissuti” “Le donne si preoccupano sempre”.
Io ridevo un po' di circostanza, ma mi sembravano frasi un po' banali e anche ingiuste. In fondo tuo figlio è in una città sconosciuta e di cui non parla la lingua. Ma comunque non posso fare molto. Rientro in albergo.
Dopo una mezz’ora vedo, in mezzo alla piazza, l’ometto indiano con un ragazzo giovane. Apro e, sorridendo, saluto questo ragazzo che si è ricongiunto con la famiglia -anche se la madre deve ancora tornare, avvertita via telefono dal marito-
Ma c’è qualcosa che non va, che sul momento non capisco.
Ci sono anche tre nostri concittadini, ragazzi dell’età del giovane, che discutono con il padre. Non riesco a capire cosa si stiano dicendo ma pare una discussione animata. Si avvicinano verso l’ingresso dell’albergo e solo a quel punto capisco che parlano di denaro, che il padre del ragazzo dice che gli darà. Penso, molto convintamente, che voglia dargli un piccolo premio per aver riportato il figlio all’ovile familiare.
Invece, quando sono davanti a me, viene fuori la realtà: il ragazzo, disperato per essersi perso nel centro di Firenze e col cellulare scarico, aveva chiesto aiuto a questi tre promettendogli denaro. E questi ora lo pretendono. Io sono esterrefatto.
Mi trovo coinvolto nella discussione perché i tre non parlano inglese e quindi devo fare da interprete. Il padre gli lascerà dei soldi domani perché ora, nottetempo, non li ha con sé e non vuole andare a fare prelievi. E questi matti si arrabbiano perché “non ci fidiamo, non ci lascia niente e suo figlio ce li aveva promessi!”
Mi viene assolutamente spontaneo dirgli che, in fondo, hanno fatto una buona azione e aiutato una persona in difficoltà -il giovane indiano appare molto provato, tiene gli occhi bassi e singhiozza sommessamente- ma uno dei tre s’incacchia ancora di più urlando che “ma a me che ca**o me ne frega delle buona azioni, io voglio i soldi!”
A quel punto, per evitare di mandarli dove meritavano, ho cercato di chiudere la discussione affinché i miei clienti potessero tornare in camera. I tre stron*etti -avrei altri termini per definirli ma non voglio essere troppo volgare- se ne vanno lanciando improperi. Una volta richiuso la porta dico all’Alvaro Vitali indiano che non deve dargli un centesimo perché non è affatto giusto. Lui mi ringrazia sentitamente stringendomi la mano e distruggendomi il metacarpo.
Di lì a poco torna anche la signora che si mette le mani sulla bocca e inizia a piangere, mentre il figlio gli si para davanti con la testa china. Il marito mi spara un’altra delle sue battute un po' sprezzanti sulle donne troppo sentimentali, ma sono assolutamente convinto che fosse contento di aver ritrovato il ragazzo sano e salvo.
Voglio convincermi che il 99% di chi vive in questa penisola avrebbe aiutato il giovane indiano a ritrovare l’albergo dove era alloggiato senza chiedere niente in cambio, tanto meno soldi, semplicemente perché è giusto così. Ma purtroppo qui ci vivono anche quelle persone. Quell’1% che pensa solo a sé stesso.
E a me fanno davvero fastidio.
martedì 25 novembre 2025
Ricordo che una volta, tanti e tanti anni fa che ancora neppure lavoravo, ero un semplice studentello e non sono neanche sicuro che fossero le superiori, una volta, dicevo, morì una persona che i miei conoscevano.
«Bene che è schiattato! Ha fatto passare una vita d'inferno, a quella
povera donna!»
Questa era la frase che sentii dire. Che mi colpì. Oltre a tutta una
serie di epiteti nei confronti del deceduto. Credo che sia l'unica forma di
vera rivalsa che possiamo permetterci nei confronti dei violenti, delle persone
cattive, degli autori di insopportabili soprusi: essere contenti del loro
decesso. Perché è bene non essere ipocriti: se lo meritano, di schiattare. In
questi anni ho assistito ad altri casi simili, tra cui due ragazze giovani
aggredite da “bestie” che vivono a poca distanza. Ho dovuto ricorrere a un avvocato,
ma la tentazione di scendere di casa con un paio di coltelli e infilzarli come
tordi allo spiedo ce l’ho ancora.
Episodio lavorativo di diversi anni fa, tornatomi alla mente proprio oggi,
25 Novembre.
Ero di notte quando vidi piombare giù dalle scale, come una furia, una
ragazza abbastanza giovane. Era letteralmente sconvolta. Fece praticamente
volare giù la valigia dalla rampa. Ma quel che mi colpì fu un ben altro
particolare: un forte rossore su una delle guance.
Mi disse che doveva andare via subito.
Io le proposi di chiamare la polizia, ma lei disse subito di no. Voleva
solo scappare, fuggire lontano.
Le proposi la stazione, dove avrebbe potuto prendere un treno, benché al
momento ancora fosse notte fonda e il primo treno del giorno non ci sarebbe
stato per almeno un'ora. Lei disse di no: se lui esce e mi cerca? Aveva una
paura folle. Il terrore puro dipinto negli occhi.
Allora vada alla stazione di Campo di Marte. Dalle 5 in poi ci sono
treni che vanno a Roma. O Arezzo. O comunque a sud. È lontana, le chiamo il
taxi.
Mi chiese la conferma, titubante e sospettosa, e non potevo darle torto.
Uscì e aspettò, un po’ tranquillizzata. Chiami subito il taxi sperando che lui
non scendesse proprio in quel momento. Mi preparai anche a un eventuale scontro
fisico, non avevo intenzione di farlo avvicinare a lei. Ma il taxi arrivò
prima. Usciì e spiegai la destinazione al tassista -la ragazza parlava solo la
sua lingua- poi le augurai buona fortuna. Non potei non notare le lacrime che
le scorrevano, solo in quel momento, lungo le guance. La tensione stava
sparendo, cominciava a sentirsi al sicuro; soprattutto comprese che poteva
fidarsi di quello sconosciuto portiere notturno
Pochi minuti e scese lui. Con la valigia.
Non ricordo neanche la faccia, poteva avere l'espressione e i tratti
delicati di Jake Gyllenhaal in Brokeback Mountain, gli avrei comunque offerto
la mia accoglienza più gelida. Non mi alzai neanche in piedi, stavo seduto sul
panchetto con il ginocchio appoggiato al bancone, digitando distrattamente sul
computer e dandogli la minima attenzione. Stavo tentando di resistere alla
tentazione di saltare il bancone e dargliene tante. Ma tante.
Chiese se una ragazza era passata di lì, come se io, in portineria, ci
stessi per caso. Risposi di si, senza neanche guardarlo in faccia. Alla
stazione, 5 minuti a piedi, poco più avanti dell'hotel.
Mi dette la chiave e stava per andare via, al che lo bloccai e,
piuttosto rudemente, gli chiesi se avesse intenzione di restare ancora, visto
che aveva comunque un'altra notte già pagata. Lui mi confermò che non sarebbe
tornato. Io neanche risposi; presi la chiave e stavo per rimetterla a posto, al
che lui mi chiese una conferma: questa stazione qui?
Gli risposi che Firenze è piccola, e non ci sono altre stazioni. E lei
aveva detto che voleva andare a Milano, c'è un treno alle 6.
Se ne andò definitivamente, quasi di corsa, per una ricerca inutile.
Addebitai una notte ulteriore, feci uscire il conto -non c'era ancora la tassa
di soggiorno, erano davvero tanti anni fa- e lasciai la nota ai colleghi del
giorno che la camera era partita in anticipo. Nel frattempo, speravo che,
mentre correva da una piattaforma all'altra cercando lei, cascasse sul binario
proprio quando stava sopraggiungendo il regionale da Empoli.
Perché se lo meritava tutto, di essere tagliato in vari pezzi sulle
rotaie.
Buon 25 Novembre e buone scarpette rosse a tutte.
sabato 22 novembre 2025
Non è una storia dell’albergo, ma un esempio di certi comportamenti di noi italiani.
Quest’estate fa mi trovavo dai miei a Cetica, comune di Castel San
Niccolò (AR). Ameno paesello di montagna patria della patata rossa e di un
gruppetto di bifolchi -non tutti gli abitanti del paese, per fortuna- che
appenderei volentieri a testa in giù in una piazzetta milanese.
Mi appresto a prendere il bus Bibbiena-Firenze che passa da
Montemignaio; mi rilasso fuori casa, sotto la tettoia, osservando la pioggia
che cade copiosa, finalmente un po' di fresco. Non mi rendo conto che quel
breve acquazzone montano a Firenze era un vero e proprio nubifragio. Ma ormai è
così e sarà sempre più così.
Causa pioggia, la Cami -figlia 1.0- mi accompagna in auto alla fermata.
Questa cosa che le donne guidano mi perplime, vorranno mica pure il voto? (Ogni
volta che guida lei mi diverto a prenderla in giro così. Ovviamente mi risponde
a tono.)
Sul pullman mi metto sempre davanti, mi piace vedere la strada.
L’autista del mezzi è un discreto chiacchierone. Parla soprattutto delle sue
grandi capacità di cuoco, in particolare quando gli chiesero di cucinare per
sessanta amici in una festa privata a Stia. Beato te che ti garba di cucinare,
io lo faccio da più di vent’anni per tre tipe e tre gatti. Quando sono stato da
solo in casa per due settimane, ho perso 5 chili. Ma il peggio deve ancora
venire:
L’autista, tra una chiacchiera e l’altra, guida usano i gomiti così da
avere le mani libere per il cellulare. Sui tornanti di una delle zone più
scoscese del Pratomagno.
La strada è letteralmente scavata sul fianco della montagna. Da una
parte un muro di roccia, dall’altro la scarpata. Penso, molto ottimisticamente,
che se l’autista manca un tornante il pullman sarebbe bloccato dagli alberi, ma
vista la mia sfiga, si sarebbe finiti dritti dritti nel torrente Scheggia, dopo
un volo che fanno solo i cattivi quando inseguono Indiana Jones.
Il terrore è persistente dato che i tornanti sono pressoché continui,
sia dopo Montemignaio che successivamente, nel lungo tratto che dalla Consuma
scende a valle. Mi sento tranquillo solo arrivati a Pontassieve. Ma per poco.
Alle rotonde si lancia dentro ignorando le auto già sul percorso, che
sono costrette a inchiodare repentinamente. Sono sicuro che gliene hanno dette
di tutti i colori.
Ma mai quanto ho fatto io, nella mia mente.
sabato 15 novembre 2025
Come canta Alice nel paese delle meraviglie “Io mi so dar buoni consigli”, ma proprio come lei ho grandi difficoltà a metterli in atto. Qualcuno di voi che legge questo modesto blog dirà “Marce, fatti li ca**i tuoi!” ma io ci sto male lo stesso. Non sono il tipo da “me ne frego”; io “mi interesso”.
Turno pomeridiano di alcuni anni fa, abbiamo in
casa una numerosa famiglia del sud-est asiatico, sono almeno otto persone e per
viaggiare comodamente lungo la penisola hanno noleggiato un minivan. Gente ben
messa economicamente, facente parte dell’élite facoltosa della propria nazione.
Si ritrovano davanti al bancone in attesa di uscire
per cena. Uno degli adulti si presenta anche per saldare il conto delle camere
e avvantaggiarsi nei tempi -e facilitare a noi il lavoro, è sempre una cosa che
apprezziamo molto- coadiuvato dalla figlia adolescente che parla inglese. Poi
la ragazza mi chiede la strada per
arrivare a Pisa, in modo da vedere la Torre pendente prima di recarsi a
Roma, la loro prossima destinazione a cui seguirà il volo di ritorno. Da
fiorentino assolutamente non campanilista gli fornisco con molto piacere le
indicazioni da mettere sul navigatore. Ringraziano e si rimettono a discutere
in attesa che altri membri dell’allegra famiglia scendano dalle camere.
A un certo punto però, la ragazza torna alla carica
con una domanda che mi perplime non poco: dove si trova questo outlet?
Riconosco bene l’immagine che lei ha sul suo
telefono. Gli spiego quindi, essendo mio dovere, la posizione di codesto luogo.
Ma a quel punto segue la richiesta d’informazione sulla distanza che intercorre
con Pisa. Che non è poca: l’outlet è nei pressi dell’autostrada, in direzione
opposta.
Sentendo approssimarsi il patatrac, ma spiego alla
ragazza che “pazienza per l’outlet. Da Pisa potete prendere questa strada che
costeggia la costa ed arrivare quindi a Roma”.
L’adolescente asiatica non dice niente. Si limita a
riferire, agli altri, le difficoltà di vedere due luoghi così distanti tra loro
prima di intraprendere il cammino verso l’Urbe. Lo fa nella loro lingua, ma
capisco che stanno decidendo cosa andare a visitare la mattina successiva, o l’una
o l’altra cosa. E quando sono finalmente tutti riuniti, la decisione è unanime:
L’outlet.
Lo so, non sono affari miei: questa famiglia aveva
prenotato delle camere e contribuito ai nostri stipendi, ma io ci sto male lo
stesso. Così tanta bellezza scartata per due pezzi di pelle incollati assieme.
Presa quindi questa scellerata -scusate, ma non
riesco proprio a vederla diversamente- scelta, se ne escono tutti insieme per
mangiare, mentre io rimango lì a rimuginare.
Con la morte nel cuore.
