Ok, niente a che vedere con il lavoro.
Ma prima una premessa: cercate di capirmi.
Ne metto un'altra: cercate di capirmi. Ma stavolta ve lo chiedo per favore.
Rientro dal lavoro.
Ho finito un turno alberghiero abbastanza agile: una domenica pomeriggio dove il massimo del fastidio era rispondere a richieste di questo tipo: "Io voglio una camera doppia con terzo letto aggiunto, terrazza, vista sul Duomo, vasca idromassaggio e paggetti che sventolano foglie di palma", e avevano prenotato una singola standard.
E si tratta sempre di quelle persone che NON vogliono neanche sentir parlare di supplementi e costi aggiuntivi.
Ma ora sono a casa.
Infilo la chiave nella toppa, giro, spingo.
"Ciao papi!"
All'unisono, entrambe.
Ho rinunciato a insistere, con le ragazze, nell'uso del giusto e corretto termine del mondo civilizzato "babbo". L'importante è che crescano brave ragazze sveglie, studiose, intelligenti, tifose del Giglio.
E' una giornata uggiosa, con pioggia e vento come solo Firenze sa essere, quando vuole. Non me la sento di stravaccarmi sul divano. Sono certo che, qualsiasi cosa metta sotto gli occhi, che sia un libro, il regolamento di un gioco o il telefono, cadrei tra le braccia di Morfeo. Sopraffatto da noia e stanchezza.
Quindi devo reagire. Fare qualcosa di valido. Efficiente. Costruttivo.
-Ragazze, giochiamo a qualcosa?-
Ottengo, per mia somma felicità, una doppia risposta affermativa.
Filo verso il contenitore ludico, l'armadio colmo di preziose scatole di giochi. Ancora in divisa da portiere d'albergo, estraggo l'ultima perla. Il nuovo, recente gioco acquistato a Stratagemma, mio personale e fidato pusher di giochi da tavolo.
Porto la scatola al tavolo di cucina, dove Camilla e Gaia, rispettivamente 13 e 11 anni, sono già piazzate. Adoro quando agiscono da brave soldatine. Le vorrei sempre così: precise e attente a eseguire ordini marziali.
-A cosa giochiamo?-
Mostro, orgogliosamente, il nuovo acquisto:
-Agricola versione "Per famiglie"-
-Ma allora dobbiamo allargare il tavolo! Agricola non è quello grande, con il tabellone enorme e tantissimi pezzi?-
-Non questo, Cami, non questo-
Agricola è il capolavoro di Uwe Rosenberg. Il non-plus-ultra del piazzamento lavoratori, dove bisogna mandare i contadini a raccogliere il materiale per edificare meglio la casa, coltivare i campi, fare i pascoli, e così via. Un giocone da almeno due ore di puro piacere ludico e regole complicatissime.
Ma ora è uscita la versione semplificata. Quella a cui possono giocare anche i ragazzi dagli 8 anni in su (almeno stando al regolamento).
Perciò cominciamo: una breve spiegazione delle regole e partiamo a piazzare i lavoratori.
Agricola, che sia la versione "grande", che sia quella "per famiglie", è il tipico gioco "chi primo arriva primo alloggia": le varie zone della plancia sono cioè esclusive di chi ha messo per primo un suo lavoratore. Gli altri non ci possono andare per il resto del turno.
Chiaramente le ragazze, che agognano da sempre ad avere animali per casa, in particolare gli zampettanti e pelosi felini, partono a testa bassa verso la raccolta di bestie varie: pecore, cinghiali, mucche. Che in questo caso sono semplici "meeple", cioè pedine dalla caratteristica forma animalesca stilizzata, ma per loro sono tutto. Nella fervida immaginazione delle loro testoline ancora un pò bambinesche e non del tutto adolescenziali, sono le simpatiche bestiole da accarezzare e coccolare senza il problema dell'odore di selvatico tipico di tali creature.
Ad un certo punto, mi rendo conto che non stanno accumulando abbastanza cibo. In Agricola bisogna, in determinati momenti, nutrire i propri lavoratori, altrimenti si finisce per accumulare punti negativi; a colpi di -3 a volta.
-Ragazze, ricordate che dovete anche nutrire i vostri contadini-
-E come? Non c'è abbastanza cibo!-
-Ma avete gli animali-
Mi osservano come fossi un alieno appena sceso dall'astronave e avessi pronunciato quelle 3 magiche e incomprese parole di pace.
-Che vuoi dire?-
-Che rimuovete i vostri segnalini degli animali per avere il cibo-
-Dobbiamo far mangiare i nostri cuccioli ai contadini?-
-Si, è così che funziona: come nella vita reale. I contadini MACELLANO le bestie per mangiarle-
E lì scoppia la rivolta.
I contadini impugnano i forconi e assaltano il castello del signore feudale.
-Noi non vogliamo uccidere i nostri cuccioli!-
-... ma... ragazze... sono solo pedine di legno....e poi, nella vita reale, come pensate che si nutrissero dei contadini nel medioevo? MACELLAVANO le loro best....-
-NO! (all'unisono. Perchè litigano spesso, ma contro il loro babbo sono coalizzate come non mai. Fronte comune contro il nemico) Non vogliamo! Vuoi che diventiamo VEGANE?-
Panico.
Terrore.
Raccapriccio.
Con tutto il bene che posso volere all'umanità, MAI sopporterei una cosa del genere. I miei vengono da un villaggio sui monti casentinesi dove la carne rossa veniva mangiata un paio di volte l'anno, ed era sempre una festa. Dove al 90% l'alimentazione erano -e spesso lo sono tutt'ora- le patate. E parecchia polenta, soprattutto di farina dolce. E non per scelta alimentare, ma perchè non c'era altro. Dove, da piccolo, vedevo spesso i miei zii rompere il collo a polli e conigli e poi scannarli senza remore. Come fanno tutt'oggi. Come hanno sempre fatto da generazioni, quando quei luoghi erano ancora dimore dei conti Guidi.
L'idea che ora queste due smettano di mangiare la ciccia, non può che provocarmi profondi mal di pancia interiori.
Perciò, cercate di capirmi. Soprattutto se siete vegani. Sono carnivoro nel profondo, e niente mi darà mai più soddisfazione dell'odore di una bisteccona appena adagiata su una brace. Per quanto sia molto moderato nel consumo di carne (una volta a settimana quella rossa, due le altre, mai sforare) la proteina animale, per me, sarà sempre e comunque necessaria.
Decido che ho parlato abbastanza, e comincio a giocare "alla meno". Evito di raccogliere il cibo dove si trova. Mi metto ad arare campi -ad un certo punto ero circondato da campi coltivati, ero il signore del grano- e raccogliere materiale per edificare la casa o costruire miglioramenti, in modo da lasciare alle ragazze più risorse di cibo possibile. Anche se probabilmente un vero padre dovrebbe colpire le giocatrici avversarie là dove sono deboli per fargli perdere la partita e dargli una sonora lezione di gioco.
Alla fine io ho solo grano, mentre loro hanno accumulato enomi allevamenti di ovini, bovini e suini. Ovviamente, sono arrivato ultimo. E perculato per tale risultato.
Quindi, cari amici vegani, non fatemi paternali. Ho perso e nessun animale è stato maltrattato durante la partita. Che volete di più?
La prossima volta resto in albergo 4 ore in più. Straordinario gratis.
Portiere d'albergo. Vorace lettore. Scrittore a tempo perso. Giocatore da tavolo. Nemico di un gatto. Depresso cronico. Attendo l'arrivo dei Vogon o, in subordine, il ritorno di Vladimir Ilic Ulianov.
venerdì 29 giugno 2018
domenica 10 giugno 2018
***POLITICAMENTE SCORRETTO***ATTENZIONE***
Sei in una città straniera. Un continente e mezzo dal tuo, chiamato spesso e non stento a credere perchè, sub-continente.
Sei con tua moglie a visitare un luogo che è stato dimora di dinastie illuminate, se possiamo definire così persone che facevano squartare i loro nemici; artisti fantasmagorici, anche se erano dediti all'ubriacatura nelle bettole, al frequentare persone del loro stesso sesso (nel Rinascimento non esistevano i ministri dell'interno grillini. Fortunelli), all'uso facile del coltello e che oggi disegnerebbero fumetti; monumenti che hanno dello stupefacente e meraviglioso, e provocano raffiche di svenimenti agli scrittori francesi.
E tu, giovane indiano che ha gettato direttamente nelle fogne di Calcutta la dignità e frugalità del tuo eroe dell'indipendenza per sacrificarlo all'altare del benessere, invece di goderti una fresca serata primaverile in questa città europea mangiando una gloria culinaria dela storia di questa penisoletta, ritieni giusto che il miglior modo per passare il tempo sia entrare nel primo albergo che vedi e chiedere informazioni che non ti servono per niente.
Quasi mezzanotte, e mi entra questa giovane coppia indiana che si sta allegramente mangiando due coni gelato con i cucchiaini. Sono vestiti leggeri, non hanno bagagli. Sono chiaramente alloggiati altrove. Io, quando ho già un posto sicuro dove dormire, penserei a godermi il posto. A vedere com'è fatto questo angolo di mondo, sentirmi in pace con me stesso, godere di sapori e, se non estremi, odori. Questi no. Il massimo del loro svago è comparare prezzi.
Quindi entrano in albergo e, continuando a mangiare i loro gelati, mi chiedono nel loro classico inglese strascicato:
-Quanto costa una camera qui?-
Come sempre, in questi casi, sono già preparato ai prezzi da offrire in caso di richiesta diretta al banco. Gli dico la tariffa di una doppia. Che, essendo mezzanotte, è molto, molto scontata.
Ovviamente, parte il mantra indiano:
-Non ci sono sconti?-
-E' già scontata-
-Uno sconto ulteriore?-
-Meno di così? A quest'ora?-
-Si- (è serio. Maledettamente serio)
-Mi spiace, non è possibile-
Non è che non volessi fargli veramente uno sconto. E' che davvero era un prezzo scandalosamente basso. Un quinto del costo che aveva la camera due giorni fa. E ne avevammo vendute parecchie, in quei due giorni. Ora, a mezzanotte, ne erano comunque rimaste un paio. Anche abbassando gradualmente i prezzi durante la giornata non erano entrate prenotazioni.
Quel che mi dava profondamente fastidio erano due cose: a) l'insistenza nel chiedere lo sconto, che è davvero tremenda, specie fatta con quel tono pietoso, appositamente per far sentire in colpa il venditore e soprattutto b) quel chiederele cose mentre si sta mangiando, con la bocca aperta mentre all'interno sta sguazzando il cibo. Che in quel momento era un pastoso gelato in fase di scoglimento.
Capisco che esistano le differenze culturali, ma quel fastidio era più forte di me. Possibile che solo da noi consideriamo maleducazione parlare a bocca piena e soprattutto aperta verso l'interlocutore. Ma anche: solo io penserei, arrivato in una città nuova durante un viaggio, a cercare prima un alloggio e POI andare a mangiare un gelato? E' vero, ognuno vive il viaggio a modo suo, ma farlo mentre si mangia....
-Un prezzo più basso?- (con lo stesso tono di "ma voi inglesi, quando ve ne andate?")
Non sapevo cosa rispondergli. Cosa gli davo, per un prezzo più basso, il divano della hall? Non glielo propongo, potrebbe rispondermi di si.
-Mi spiace, il direttore mi ucciderebbe. E io non voglio morire-
E lì, alzo un pò la manina in un piccolo salutino romano ed esclamo "Heil manager".
Ovviamente scherzo. Sono e rimango di profondo retaggio comunista-stalinista. Favorevole alla riapertura dei gulag verso TUTTI i maleducati.
Ridono. Entrambi. Ma stanno facendo gli indiani. Perchè seriamente, ripartono a chiedere sconti.
Mezzanotte e mezza. Finalmente se ne vanno. Perchè hanno finito il gelato,probabilmente. E malgrado alla fine, preso dallo sfinimento, avessi proposto veramente un ulteriore sconto, non avevano comunque accettato nessuna camera.
In fin dei conti non ho fatto altro che il mio dovere: provare a vendere una camera. Ma rimane la profonda convizione che costoro avessero già una camera in un altro albergo della zona, e considerino il massimo dello svago l'entrare in altre strutture ricettive a chiedere prezzi, sconti e stressare l'impiegato di turno. Ma vabbè, è il lavoro. Mi piace anche dire che fa parte del gioco.
Ma dopo alcuni minuti che se ne sono andati, quasi all'una di notte, esco per prendere il paletti con catenella che delimitano il parcheggio dell'albergo, e ponerli dentro (ce ne hanno rubati diversi).
Poso lo sguardo a terra.
Due cucchiaini di plastica. Di quelli per mangiare i gelati. Due colori che riconosco subito.
Rientro. Vado al bar, prendo un tovagliolo di carta. Esco. Raccatto i cucchiaini di plastica. Rientro e li getto nel cestino. Mentre faccio questa operazione, ho l'irrefrenabile, incontenibile impulso all'arruolamento immediato in un corpo di spedizione britannico.
O, in subordine, nei marò.
Sei in una città straniera. Un continente e mezzo dal tuo, chiamato spesso e non stento a credere perchè, sub-continente.
Sei con tua moglie a visitare un luogo che è stato dimora di dinastie illuminate, se possiamo definire così persone che facevano squartare i loro nemici; artisti fantasmagorici, anche se erano dediti all'ubriacatura nelle bettole, al frequentare persone del loro stesso sesso (nel Rinascimento non esistevano i ministri dell'interno grillini. Fortunelli), all'uso facile del coltello e che oggi disegnerebbero fumetti; monumenti che hanno dello stupefacente e meraviglioso, e provocano raffiche di svenimenti agli scrittori francesi.
E tu, giovane indiano che ha gettato direttamente nelle fogne di Calcutta la dignità e frugalità del tuo eroe dell'indipendenza per sacrificarlo all'altare del benessere, invece di goderti una fresca serata primaverile in questa città europea mangiando una gloria culinaria dela storia di questa penisoletta, ritieni giusto che il miglior modo per passare il tempo sia entrare nel primo albergo che vedi e chiedere informazioni che non ti servono per niente.
Quasi mezzanotte, e mi entra questa giovane coppia indiana che si sta allegramente mangiando due coni gelato con i cucchiaini. Sono vestiti leggeri, non hanno bagagli. Sono chiaramente alloggiati altrove. Io, quando ho già un posto sicuro dove dormire, penserei a godermi il posto. A vedere com'è fatto questo angolo di mondo, sentirmi in pace con me stesso, godere di sapori e, se non estremi, odori. Questi no. Il massimo del loro svago è comparare prezzi.
Quindi entrano in albergo e, continuando a mangiare i loro gelati, mi chiedono nel loro classico inglese strascicato:
-Quanto costa una camera qui?-
Come sempre, in questi casi, sono già preparato ai prezzi da offrire in caso di richiesta diretta al banco. Gli dico la tariffa di una doppia. Che, essendo mezzanotte, è molto, molto scontata.
Ovviamente, parte il mantra indiano:
-Non ci sono sconti?-
-E' già scontata-
-Uno sconto ulteriore?-
-Meno di così? A quest'ora?-
-Si- (è serio. Maledettamente serio)
-Mi spiace, non è possibile-
Non è che non volessi fargli veramente uno sconto. E' che davvero era un prezzo scandalosamente basso. Un quinto del costo che aveva la camera due giorni fa. E ne avevammo vendute parecchie, in quei due giorni. Ora, a mezzanotte, ne erano comunque rimaste un paio. Anche abbassando gradualmente i prezzi durante la giornata non erano entrate prenotazioni.
Quel che mi dava profondamente fastidio erano due cose: a) l'insistenza nel chiedere lo sconto, che è davvero tremenda, specie fatta con quel tono pietoso, appositamente per far sentire in colpa il venditore e soprattutto b) quel chiederele cose mentre si sta mangiando, con la bocca aperta mentre all'interno sta sguazzando il cibo. Che in quel momento era un pastoso gelato in fase di scoglimento.
Capisco che esistano le differenze culturali, ma quel fastidio era più forte di me. Possibile che solo da noi consideriamo maleducazione parlare a bocca piena e soprattutto aperta verso l'interlocutore. Ma anche: solo io penserei, arrivato in una città nuova durante un viaggio, a cercare prima un alloggio e POI andare a mangiare un gelato? E' vero, ognuno vive il viaggio a modo suo, ma farlo mentre si mangia....
-Un prezzo più basso?- (con lo stesso tono di "ma voi inglesi, quando ve ne andate?")
Non sapevo cosa rispondergli. Cosa gli davo, per un prezzo più basso, il divano della hall? Non glielo propongo, potrebbe rispondermi di si.
-Mi spiace, il direttore mi ucciderebbe. E io non voglio morire-
E lì, alzo un pò la manina in un piccolo salutino romano ed esclamo "Heil manager".
Ovviamente scherzo. Sono e rimango di profondo retaggio comunista-stalinista. Favorevole alla riapertura dei gulag verso TUTTI i maleducati.
Ridono. Entrambi. Ma stanno facendo gli indiani. Perchè seriamente, ripartono a chiedere sconti.
Mezzanotte e mezza. Finalmente se ne vanno. Perchè hanno finito il gelato,probabilmente. E malgrado alla fine, preso dallo sfinimento, avessi proposto veramente un ulteriore sconto, non avevano comunque accettato nessuna camera.
In fin dei conti non ho fatto altro che il mio dovere: provare a vendere una camera. Ma rimane la profonda convizione che costoro avessero già una camera in un altro albergo della zona, e considerino il massimo dello svago l'entrare in altre strutture ricettive a chiedere prezzi, sconti e stressare l'impiegato di turno. Ma vabbè, è il lavoro. Mi piace anche dire che fa parte del gioco.
Ma dopo alcuni minuti che se ne sono andati, quasi all'una di notte, esco per prendere il paletti con catenella che delimitano il parcheggio dell'albergo, e ponerli dentro (ce ne hanno rubati diversi).
Poso lo sguardo a terra.
Due cucchiaini di plastica. Di quelli per mangiare i gelati. Due colori che riconosco subito.
Rientro. Vado al bar, prendo un tovagliolo di carta. Esco. Raccatto i cucchiaini di plastica. Rientro e li getto nel cestino. Mentre faccio questa operazione, ho l'irrefrenabile, incontenibile impulso all'arruolamento immediato in un corpo di spedizione britannico.
O, in subordine, nei marò.
sabato 26 maggio 2018
Non voglio assolutamente fare retorica.
L'altro giorno trovai il blog di un tizio. Uno dei tanti blog/pagine fb esistenti. Diceva qualcosa di, a mio parere, profondamente condivisibile: che tutti coloro che si lamentano di questa nazione e dei suoi perenni, assidui, continui problemi, dovrebbero stare zitti quando, ad esempio, aprono il rubinetto e fanno uscire acqua potabile: una cosa che la maggioranza degli abitanti del pianeta non può fare. Lo stesso blogger evidenziava come tutte queste lamentele, che finivano sempre e inevitabilmente con l'etichettare l'Italia come "paese di m..." vengono fatte tramite costosi telefonini. Da persone stravaccate su un divano e di fronte a una tv a schermo piatto.
E' vero, ha ragione. Ma credo comunque che le cose siano sempre relative.
Proprio un paio di giorni fa, turno di mattina. Due clienti italiani.
Prima scende lei, abbigliata come l'ultima comparsa di Romanzo Criminale, che senza neanche dire buongiorno esce per fumare sulla soglia dell'albergo.
Poi arriva il maschio alfa.
Posa i bagagli accanto al bancone e, come il peggiore dei blogger politici, se ne esce fuori così:
"Paese di m....!!!! Paese di m....!!!!!"
Sul banco, con rabbia, sbatte i palmi delle mani.
"Ma se io mi rifiuto di pagare questa tassa di soggiorno che succede? Mi mandano qui la polizia? E io non la pago, voglio proprio vedere!" con un'arroganza che non ritrovi neanche nei contratti di governo.
Come dicevo, le cose sono sempre relative. Costui ha soggiornato in un albergo nel centro di Firenze, pagando una fispola di camera perchè siamo a maggio, piena stagione turistica. Con uno sproposito di parcheggio perchè nel centro di una città vecchia di secoli, se vuoi la libertà del muoverti come ti pare, i pochi posti auto disponibili si pagano. Molto. Significa che ha la disponibilità economica per permettersi tutto ciò. Che ha potuto prendersi i giorni liberi per muoversi attraverso questa penisola e soggiornare in una struttura ricettiva. E malgrado ciò, si lamenta di una tassa di soggiorno.
Ora, al di là del fatto che ci sono popoli, nel pianeta, che tutto ciò se lo sognano soltanto, sono ben altri gli italiani che potrebbero affermare, con ragione, che questo è un paese di m.
Nadia e Caterina, ad esempio.
Esattamente 25 anni, ad appena un chilometro da dove scrivo e 500 metri da dove lavoro, una bomba piazzata da italiani uccise queste due bambine, rispettivamente di 9 anni e 50 giorni.
Loro si, avrebbero tutte le ragioni di dire che questo è un paese di m. E così i loro genitori e lo studente 22enne che era in un altro appartamento del palazzo completamente distrutto dall'esplosione.
Ma questo essere che avevo davanti, questa medaglia d'oro della lamentosità, ecco: lui proprio no. Lui dovrebbe baciare il suolo del paese dove è nato e cresciuto, tutti i giorni, e ringraziare. Perchè può permettersi un sacco di cose che altri non possono fare.
E non parlo solo della mera disponibilità economica.
Spiego, al minus haben, che la tassa la pagherebbe il portiere, cioè io. Perchè all'istat, a cui mandiamo giornalmente i dati delle presenze, non importa niente di quel che fa un cliente al check-out. In questo mese risultano tot clienti? L'istat richiede tot importo di tassa. E l'azienda, se mancano dei soldi, li chiede a chi era in turno quel giorno. In quel caso, io.
L'omuncolo rimane lì a bocca aperta, sorpreso, come se fosse la prima volta che sente parlare di responsabilità, di ripianare buchi di bilancio commessi da chi non paga le tasse, di doveri a cui non ci si può sottrarre. Potrei semplicemente bollare la cosa come "è il mio lavoro" ma è anche una questione di privilegi: in questo paese ce ne sono ancora tanti. E non sto dicendo che sia una cosa sbagliata: se ci sono persone che possono godere di privilegi, è anche perchè ci sono state donne e uomini, in passato, che hanno combattuto per questo.
Quindi lamentarsi per qualche euro di tassa quando c'è chi non ha neanche vissuto la sua vita lo trovo profondamente offensivo.
L'omuncolo estrae i soldi e paga la tassa, continuando a infarcire il discorso di "paese di m..." e altri termini che dimostrano come questo, oramai, non sia più un paese cristiano. Anzi, non lo sia mai stato. Io mi limito a stampargli la ricevuta e dargli un arrivederci. Dopo di che, mi dedicai ai clienti successivi, che almeno erano americani sorridenti e felici di fare i turisti. E come tali difficilmente trumpisti (o almeno così mi piace pensare).
Però ripeto: se avete tanto da lamentarvi di questo paese, stasera pensate a loro. All'una di stanotte saranno esattamente 25 anni dalla loro morte:
Fabrizio, 39 anni
Angela, 36 anni
Nadia, 9 anni
Caterina, 50 giorni
Dario, 22 anni
Non mi va di cercare il pelo nell'uovo, di essere puntiglioso, di evidenziare banalità. O forse si. E comunque, io faccio le riflessioni che mi pare.
L'altro giorno trovai il blog di un tizio. Uno dei tanti blog/pagine fb esistenti. Diceva qualcosa di, a mio parere, profondamente condivisibile: che tutti coloro che si lamentano di questa nazione e dei suoi perenni, assidui, continui problemi, dovrebbero stare zitti quando, ad esempio, aprono il rubinetto e fanno uscire acqua potabile: una cosa che la maggioranza degli abitanti del pianeta non può fare. Lo stesso blogger evidenziava come tutte queste lamentele, che finivano sempre e inevitabilmente con l'etichettare l'Italia come "paese di m..." vengono fatte tramite costosi telefonini. Da persone stravaccate su un divano e di fronte a una tv a schermo piatto.
E' vero, ha ragione. Ma credo comunque che le cose siano sempre relative.
Proprio un paio di giorni fa, turno di mattina. Due clienti italiani.
Prima scende lei, abbigliata come l'ultima comparsa di Romanzo Criminale, che senza neanche dire buongiorno esce per fumare sulla soglia dell'albergo.
Poi arriva il maschio alfa.
Posa i bagagli accanto al bancone e, come il peggiore dei blogger politici, se ne esce fuori così:
"Paese di m....!!!! Paese di m....!!!!!"
Sul banco, con rabbia, sbatte i palmi delle mani.
"Ma se io mi rifiuto di pagare questa tassa di soggiorno che succede? Mi mandano qui la polizia? E io non la pago, voglio proprio vedere!" con un'arroganza che non ritrovi neanche nei contratti di governo.
Come dicevo, le cose sono sempre relative. Costui ha soggiornato in un albergo nel centro di Firenze, pagando una fispola di camera perchè siamo a maggio, piena stagione turistica. Con uno sproposito di parcheggio perchè nel centro di una città vecchia di secoli, se vuoi la libertà del muoverti come ti pare, i pochi posti auto disponibili si pagano. Molto. Significa che ha la disponibilità economica per permettersi tutto ciò. Che ha potuto prendersi i giorni liberi per muoversi attraverso questa penisola e soggiornare in una struttura ricettiva. E malgrado ciò, si lamenta di una tassa di soggiorno.
Ora, al di là del fatto che ci sono popoli, nel pianeta, che tutto ciò se lo sognano soltanto, sono ben altri gli italiani che potrebbero affermare, con ragione, che questo è un paese di m.
Nadia e Caterina, ad esempio.
Esattamente 25 anni, ad appena un chilometro da dove scrivo e 500 metri da dove lavoro, una bomba piazzata da italiani uccise queste due bambine, rispettivamente di 9 anni e 50 giorni.
Loro si, avrebbero tutte le ragioni di dire che questo è un paese di m. E così i loro genitori e lo studente 22enne che era in un altro appartamento del palazzo completamente distrutto dall'esplosione.
Ma questo essere che avevo davanti, questa medaglia d'oro della lamentosità, ecco: lui proprio no. Lui dovrebbe baciare il suolo del paese dove è nato e cresciuto, tutti i giorni, e ringraziare. Perchè può permettersi un sacco di cose che altri non possono fare.
E non parlo solo della mera disponibilità economica.
Spiego, al minus haben, che la tassa la pagherebbe il portiere, cioè io. Perchè all'istat, a cui mandiamo giornalmente i dati delle presenze, non importa niente di quel che fa un cliente al check-out. In questo mese risultano tot clienti? L'istat richiede tot importo di tassa. E l'azienda, se mancano dei soldi, li chiede a chi era in turno quel giorno. In quel caso, io.
L'omuncolo rimane lì a bocca aperta, sorpreso, come se fosse la prima volta che sente parlare di responsabilità, di ripianare buchi di bilancio commessi da chi non paga le tasse, di doveri a cui non ci si può sottrarre. Potrei semplicemente bollare la cosa come "è il mio lavoro" ma è anche una questione di privilegi: in questo paese ce ne sono ancora tanti. E non sto dicendo che sia una cosa sbagliata: se ci sono persone che possono godere di privilegi, è anche perchè ci sono state donne e uomini, in passato, che hanno combattuto per questo.
Quindi lamentarsi per qualche euro di tassa quando c'è chi non ha neanche vissuto la sua vita lo trovo profondamente offensivo.
L'omuncolo estrae i soldi e paga la tassa, continuando a infarcire il discorso di "paese di m..." e altri termini che dimostrano come questo, oramai, non sia più un paese cristiano. Anzi, non lo sia mai stato. Io mi limito a stampargli la ricevuta e dargli un arrivederci. Dopo di che, mi dedicai ai clienti successivi, che almeno erano americani sorridenti e felici di fare i turisti. E come tali difficilmente trumpisti (o almeno così mi piace pensare).
Però ripeto: se avete tanto da lamentarvi di questo paese, stasera pensate a loro. All'una di stanotte saranno esattamente 25 anni dalla loro morte:
Fabrizio, 39 anni
Angela, 36 anni
Nadia, 9 anni
Caterina, 50 giorni
Dario, 22 anni
sabato 19 maggio 2018
Ti becchi quel che c'è.
Alle volte è così, prendere o lasciare. Non avete possibilità di scelta, non ci sono pillole blu o rosse, non esistono sliding doors, non c'è nessun arbitro che ti chieda "palla o campo?". Niente di tutto ciò. Hai un'unica, singola, obbligatoria opzione.
E ringrazia che c'è almeno quella.
Irlanda, 1996.
A giro per l'isola verde, con poche idee e la tacita nonchè inconfessabile volontà di non fare un bel niente. Un vago, stentato, presuntuoso progetto di cominciare lassù una nuova vita senza la reale intenzione di cercare un lavoro. Qualche colloquio, un pò di vaghe domande, il sorriso e la gentilezza del personale ai centri per l'impiego di fronte ad un caso disperato, ma anche un'incredibile svogliatezza e la tremenda difficoltà con una lingua parlata così male che a confronto pure il napoletano stretto diventa italiano perfettamente comprensibile. Il dialetto irlandese si assimila solo dopo un paio di pinte di Guinness. Il che potrebbe spiegare perchè, al mio ritorno dall'isola, pesassi decisamente di più.
Rientro a Dublino dopo una gita di qualche giorno sulla costa occidentale nella segreta e inconfessabile speranza di visitare Skelling Michael e rimanerci per il resto dell'esistenza salvo scoprire che a) bisognava prenotare con largo anticipo, tipo un paio di generazioni prima e b) il tempo era così inclemente che l'unico modo per attraversare il mare in tempesta era a bordo dell'Ottobre Rosso, a 500 metri di profondità.
Ma arriva il maledettissimo intoppo. Quello del viaggiatore che non fa i conti con l'oste: la finale di Hurling.
L'Hurling è lo sport più folle, assurdo, pazzesco inventato dagli irlandesi, quasi certamente in un pub e sotto gli effluvi di moltissimo alcool. Un mix di rugby e golf dove si colpisce una pallina con una mazza che pure Thor avrebbe difficoltà a trascinare, ma che agli irlandesi piace da matti, e non esiste casa, nell'isola, che non abbia un equipaggiamento di gioco. E in occasione della finale il Croke Park, 80 mila posti, è stracolmo fino all'inverosimile. Irlandesi che provengono da ogni angolo dell'isola per assistere. Va da sè, arrivo al Brewery Hostel che sono stracolmi. Pieni zeppi. Prenotati da settimane, con una marea di pel di carota tutti muscoli e pancione (maschi e femmine indistintamente) arrivati lì per la loro straca**o di finale.
Mi ritrovo senza sapere dove andare, con la reale possibilità di girovagare per Dublino tutta la notte. Non un posto per dormire.
Ma a quel punto, il viso e l'espressione angelica della ragazzona australiana che lavorava all'ostello, mi appare in tutta la sua grandiosità, e mi assicura che mi trovava dove stare. Pure, senza pagare nulla. Ho ancora davanti ai miei occhi il bellissimo viso rubicondo, dolce e premuroso, di questa ragazza alta e meravigliosamente rotonda che mi assicura che "non preoccuparti, stasera potrai dormire". Non so perchè non mi dichiarai a lei subito. Lì, sull'istante. Ci stava, davvero. Perchè era un sorriso che avrebbe meritato un'intera esistenza. Perso, come tante cose belle della vita, che spesso sfuggono di mano con un nonnulla, per un attimo di esitazione. Pazienza, è andata così.
Il posto era un divano nella stanzetta riservata ai dipendenti, tutti ragazzi non irlandesi che lavoravano lì per raggranellare qualche spicciolo e inteneriti dalle difficoltà di quell'italiano che andava e veniva da due mesi in quell'ostello, e si ritrovava senza un posto dove dormire perchè non sapeva dell'amore irlandese per gli sport con le mazze. Il problema è che "divano" era una definizione molto azzardata. Forse era valido nell'era geologica precedente. Il termine migliore poteva essere "allevamento intensivo di acari" o semplicemente "coltura batterica", e anche lì si era parecchio distanti dalle reali condizioni. Ma l'unica altra opzione (perchè una seconda opzione è comunque sempre presente, ma da non prendere neanche in considerazione) era girovagare tutta la notte per la città. Accettai il divano. E dormii pure saporitamente. Credo che gli acari abbiano ancora un ricordo leggendario di me e della mia pelle, e cantino tutt'ora Venditti. Io, sicuramente, ce l'ho della ragazza australiana, della tedesca con la golf targata Colonia, il brasiliano, il madrileño e il danese secco allampanato con cui scolavamo ettolitri di birra (alla Guinness devono avere le nostre foto appese al muro, migliori clienti del 1996), dei Rootjoose visti dal vivo in un locale poco più grande di una cabina telefonica a Temple bar, dei proprietari dell'ostello che ridevano delle mie difficoltà ma che comunque furono proprio loro, a dire alla ragazzona aussie: "Dai, per stanotte fallo dormire lì, quel disgraziato". Meravigliosi ricordi di quei mesi a Dublino. Tutti tranne quelle ore in cui mi sentii perso perchè erano completi, prima del magico annuncio australiano. Il giorno dopo la finale l'ostello si svuotò, magicamente, e potei tornare a dormire in un letto normale. Per le settimane a seguire la tv mostrava solo ed esclusivamente le immagini della partita, vinta dal Wexford County Board su Limerick, con il baffuto capitano che alza la coppa al cielo. Un particolare rimasto impresso nella mia mente soprattutto perchè la maglia del Wexford è Viola-oro. Visto che un paio di mesi prima, a Firenze, avevamo vinto la coppa Italia, quello fu un anno magico per le squadre Viola nel mondo. E comunque era meglio rivedere quello sport assurdo che qualsiasi altra cosa, sulla tv irlandese. Come nell'ostello cambiavano e mettevano il canale musicale, si poteva star certi che veniva mostrato il video della Spice girls che cantavano "Wannabe". Un continuo, perenne, martellante ritornello che udivi ovunque, a qualsiasi angolo delle strade, alla faccia dei rapporti non proprio idilliaci tra Irlanda e Inghilterra. E voi vi lamentate dei tormentoni estivi di Alvaro Soler.
Come sempre, quando comincio a scrivere, non la smetto più.
Due mesi fa, turno di notte.
Una sola camera libera. Ore 23 e qualcosa, neanche il tempo di controllare la situazione a inizio turno che entra una prenotazione. Doppia. Per l'appunto, l'ultima camera disponibile. Albergo completo. Alla via così. Nome spagnolo, attendiamo questi iberici.
I tipi si presentano di lì a qualche minuto: due omoni grandi e grossi che diresti giocano allo stesso sport di Castrogiovanni. Ma purtroppo modi bruschi, niente saluti o convenevoli, lo sguardo truce e malevolo di persone che diresti parte del ramo spagnolo di Jenny 'a carogna. Mi smollano sul banco documenti, carta di credito (che comunque è sempre un bel vedere) e l'intestazione per una ditta. Ti verrebbe poca voglia di sorridere, con persone così, ma devo farlo. E' il lavoro. Se lo meritano loro come i giapponesi.
Ho come un sospetto, che ci sia qualcosa che non va, che le cose non siano così semplici come i fatti ce li vogliano mostrare. Prendo i documenti e l'intestazione ma respingo la carta, che comunque è sulla prenotazione. Gli dò la chiave e li mando su in camera: una delle migliori, dei quelle ristrutturate più di recente.
Comincio a contare. Non arrivo a 10 che me li ritrovo davanti. Proprio come sospettavo, intuivo, subdoravo.
La camera è matrimoniale, e la vogliono a due letti.
Non sono uno che fa polemiche. Non mi importa se due fratelli (hanno lo stesso cognome, al massimo saranno cugini ma comunque parenti, come direbbe il conte Mascetti, da parte di fava) non vogliono dormire tra le stesse lenzuola. Gli faccio notare che sulla prenotazione non appare nessuna richiesta del genere. Loro, in maniera così educata che vorresti riportarli a Madrid del '36 e additarli alla folla repubblicana come membri della falange così da ottenerne l'immediato linciaggio, insistono che hanno indicato, in fase di prenotazione, "dos camas": due letti.
Tralasciamo un attimo il ragionamento per cui, se sulla pagina di un sito di prenotazioni alberghiere tizio indichi che la vuole a due letti questa sia assolutamente tale, come se aprire un menù a tendina facciesse magicamente apparire le cose come uno le desidera. Non è affatto detto che sia così. E' già tanto che hai trovato la tipologia che ti interessa (doppia, tripla, ecc.), non puoi pretendere che sia proprio con i letti del tipo desiderato, o con vasca piuttosto che doccia, se arrivi dopo 10 minuti 10 che hai prenotato e poco prima della mezzanotte. Ma sarebbe inutile. Fiato sprecato. Persone così non comprendono. Non arrivano a capire che, a orari del genere e con così poco (anzi, assente) preavviso, non si può avere tutto. Ci si becca quel che c'è, come dicevo all'inizio del racconto. Quindi tralascio. Prendo la prenotazione così come era arrivata, e stampata, poco prima. Rileggo. Non appare nessuna indicazione che sia a due letti. Gli mostro il foglio. Non c'è scritto.
Loro, testardi come "burro" (in spagnolo vuole dire mulo) insistono: abbiamo specificatamente richiesto due letti. Io alzo le spalle; che altro potrei fare? Semplicemente, ho solo questa camera. E non posso non farmi venire un sorrisetto sardonico, soprattutto di fronte al loro stupore e scocciatura.
In realtà sono parecchio scocciato anche io. Perchè queste due fave, con la loro prenotazione, hanno bloccato la camera. Per il mondo intero è venduta; per tutti coloro che visitassero il nostro sito o qualsiasi altra pagina di prenotazioni alberghiere, in quel preciso momento, troverebbe che l'albergo ha esaurito la disponiblità; è al completo. Invece non è affatto così. Ovviamente io avrei tutto il diritto di addebitare sulla loro carta di credito, visto che hanno pure fatto una non rimborsabile, ma è chiaro che costoro farebbero partire una polemica senza fine. Chiamarebbero il circuito di cui fa parte la carta per bloccare il pagamento, e altre simili amenità. Meglio lasciar perdere. Vado sul maledetto sito di prenotazioni per segnalare e cancellare. E vedere se, almeno in quei pochi minuti prima -o anche dopo- la mezzanotte, riesco a rivendere.
E a quel punto il più grande dei due, che intuisco essere il maschio alfa della situazione, afferra il cellulare, digita e telefona. Presumo in Spagna. Immagino a una collaboratrice, perchè la chiama per nome. E si mette a inveire, contro di lei, lì nella hall. Infarcendo la conversazione unilaterale (lui urla, lei ascolta, presumo piccola piccola che tiene il telefono a distanza) di parolacce iberiche. Che lui voleva "puta dos camas" (fottuti due letti). Se ne frega dei miei inviti ad abbassare i decibel. E intanto il fratellino minore (molto minore) se ne viene al bancone e mi rimprovera che non dovrebbe apparire, sul sito delle prenotazioni, il menù a tendina per la scelta tra due letti o matrimoniale, se non è possibile. Al che mi viene proprio spontaneo dire che "io faccio il portiere di notte, ca**o me ne frega?" E capita l'antifona, si ritira. Finalmente l'altro la smette di urlare e se ne vanno.
Pensate sia finita? Ora arriva il meglio.
Perchè anche se a Firenze non ci sono le finali di Hurling, abbiamo comunque incredibili, magnifici, splendidi monumenti e strepitose opere d'arte. Una percentuale in doppia cifra dei capolavori più grandiosi mai creati a memoria d'uomo è qui, in riva all'Arno, con l'invidia più feroce da parte di persone costrette ad accumulare trofei sportivi per totale mancanza di storia e cultura. Quindi la città è al completo più totale, non si trova una camera libera da nessuna parte.
Dopo neanche 10 minuti i due colossi spagnoli, loro si battuti, si ripresentano al bancone. Perchè avrebbero dovuto girovagare tutta la notte per la città. E quindi devono farsi andare bene quel che c'è, la sola alternativa, l'unica opzione possibile: la camera matrimoniale nell'albergo dove lavoro io. Grande, spaziosa, pulita, ristrutturata di recente e soprattutto senza l'ombra di un acaro. Mica come il mio divano irlandese. E loro che facevano tante storie, poveri cuccioli. Zitti e muti. Mi faccio rendere la "tarjeta" (la carta di credito) che, stavolta si, "infilo" (scusate il doppio senso) nel pos per un gustosissimo addebito nel loro più completo silenzio.
E, credetemi, fu una grande soddisfazione.
Alle volte è così, prendere o lasciare. Non avete possibilità di scelta, non ci sono pillole blu o rosse, non esistono sliding doors, non c'è nessun arbitro che ti chieda "palla o campo?". Niente di tutto ciò. Hai un'unica, singola, obbligatoria opzione.
E ringrazia che c'è almeno quella.
Irlanda, 1996.
A giro per l'isola verde, con poche idee e la tacita nonchè inconfessabile volontà di non fare un bel niente. Un vago, stentato, presuntuoso progetto di cominciare lassù una nuova vita senza la reale intenzione di cercare un lavoro. Qualche colloquio, un pò di vaghe domande, il sorriso e la gentilezza del personale ai centri per l'impiego di fronte ad un caso disperato, ma anche un'incredibile svogliatezza e la tremenda difficoltà con una lingua parlata così male che a confronto pure il napoletano stretto diventa italiano perfettamente comprensibile. Il dialetto irlandese si assimila solo dopo un paio di pinte di Guinness. Il che potrebbe spiegare perchè, al mio ritorno dall'isola, pesassi decisamente di più.
Rientro a Dublino dopo una gita di qualche giorno sulla costa occidentale nella segreta e inconfessabile speranza di visitare Skelling Michael e rimanerci per il resto dell'esistenza salvo scoprire che a) bisognava prenotare con largo anticipo, tipo un paio di generazioni prima e b) il tempo era così inclemente che l'unico modo per attraversare il mare in tempesta era a bordo dell'Ottobre Rosso, a 500 metri di profondità.
Ma arriva il maledettissimo intoppo. Quello del viaggiatore che non fa i conti con l'oste: la finale di Hurling.
L'Hurling è lo sport più folle, assurdo, pazzesco inventato dagli irlandesi, quasi certamente in un pub e sotto gli effluvi di moltissimo alcool. Un mix di rugby e golf dove si colpisce una pallina con una mazza che pure Thor avrebbe difficoltà a trascinare, ma che agli irlandesi piace da matti, e non esiste casa, nell'isola, che non abbia un equipaggiamento di gioco. E in occasione della finale il Croke Park, 80 mila posti, è stracolmo fino all'inverosimile. Irlandesi che provengono da ogni angolo dell'isola per assistere. Va da sè, arrivo al Brewery Hostel che sono stracolmi. Pieni zeppi. Prenotati da settimane, con una marea di pel di carota tutti muscoli e pancione (maschi e femmine indistintamente) arrivati lì per la loro straca**o di finale.
Mi ritrovo senza sapere dove andare, con la reale possibilità di girovagare per Dublino tutta la notte. Non un posto per dormire.
Ma a quel punto, il viso e l'espressione angelica della ragazzona australiana che lavorava all'ostello, mi appare in tutta la sua grandiosità, e mi assicura che mi trovava dove stare. Pure, senza pagare nulla. Ho ancora davanti ai miei occhi il bellissimo viso rubicondo, dolce e premuroso, di questa ragazza alta e meravigliosamente rotonda che mi assicura che "non preoccuparti, stasera potrai dormire". Non so perchè non mi dichiarai a lei subito. Lì, sull'istante. Ci stava, davvero. Perchè era un sorriso che avrebbe meritato un'intera esistenza. Perso, come tante cose belle della vita, che spesso sfuggono di mano con un nonnulla, per un attimo di esitazione. Pazienza, è andata così.
Il posto era un divano nella stanzetta riservata ai dipendenti, tutti ragazzi non irlandesi che lavoravano lì per raggranellare qualche spicciolo e inteneriti dalle difficoltà di quell'italiano che andava e veniva da due mesi in quell'ostello, e si ritrovava senza un posto dove dormire perchè non sapeva dell'amore irlandese per gli sport con le mazze. Il problema è che "divano" era una definizione molto azzardata. Forse era valido nell'era geologica precedente. Il termine migliore poteva essere "allevamento intensivo di acari" o semplicemente "coltura batterica", e anche lì si era parecchio distanti dalle reali condizioni. Ma l'unica altra opzione (perchè una seconda opzione è comunque sempre presente, ma da non prendere neanche in considerazione) era girovagare tutta la notte per la città. Accettai il divano. E dormii pure saporitamente. Credo che gli acari abbiano ancora un ricordo leggendario di me e della mia pelle, e cantino tutt'ora Venditti. Io, sicuramente, ce l'ho della ragazza australiana, della tedesca con la golf targata Colonia, il brasiliano, il madrileño e il danese secco allampanato con cui scolavamo ettolitri di birra (alla Guinness devono avere le nostre foto appese al muro, migliori clienti del 1996), dei Rootjoose visti dal vivo in un locale poco più grande di una cabina telefonica a Temple bar, dei proprietari dell'ostello che ridevano delle mie difficoltà ma che comunque furono proprio loro, a dire alla ragazzona aussie: "Dai, per stanotte fallo dormire lì, quel disgraziato". Meravigliosi ricordi di quei mesi a Dublino. Tutti tranne quelle ore in cui mi sentii perso perchè erano completi, prima del magico annuncio australiano. Il giorno dopo la finale l'ostello si svuotò, magicamente, e potei tornare a dormire in un letto normale. Per le settimane a seguire la tv mostrava solo ed esclusivamente le immagini della partita, vinta dal Wexford County Board su Limerick, con il baffuto capitano che alza la coppa al cielo. Un particolare rimasto impresso nella mia mente soprattutto perchè la maglia del Wexford è Viola-oro. Visto che un paio di mesi prima, a Firenze, avevamo vinto la coppa Italia, quello fu un anno magico per le squadre Viola nel mondo. E comunque era meglio rivedere quello sport assurdo che qualsiasi altra cosa, sulla tv irlandese. Come nell'ostello cambiavano e mettevano il canale musicale, si poteva star certi che veniva mostrato il video della Spice girls che cantavano "Wannabe". Un continuo, perenne, martellante ritornello che udivi ovunque, a qualsiasi angolo delle strade, alla faccia dei rapporti non proprio idilliaci tra Irlanda e Inghilterra. E voi vi lamentate dei tormentoni estivi di Alvaro Soler.
Come sempre, quando comincio a scrivere, non la smetto più.
Due mesi fa, turno di notte.
Una sola camera libera. Ore 23 e qualcosa, neanche il tempo di controllare la situazione a inizio turno che entra una prenotazione. Doppia. Per l'appunto, l'ultima camera disponibile. Albergo completo. Alla via così. Nome spagnolo, attendiamo questi iberici.
I tipi si presentano di lì a qualche minuto: due omoni grandi e grossi che diresti giocano allo stesso sport di Castrogiovanni. Ma purtroppo modi bruschi, niente saluti o convenevoli, lo sguardo truce e malevolo di persone che diresti parte del ramo spagnolo di Jenny 'a carogna. Mi smollano sul banco documenti, carta di credito (che comunque è sempre un bel vedere) e l'intestazione per una ditta. Ti verrebbe poca voglia di sorridere, con persone così, ma devo farlo. E' il lavoro. Se lo meritano loro come i giapponesi.
Ho come un sospetto, che ci sia qualcosa che non va, che le cose non siano così semplici come i fatti ce li vogliano mostrare. Prendo i documenti e l'intestazione ma respingo la carta, che comunque è sulla prenotazione. Gli dò la chiave e li mando su in camera: una delle migliori, dei quelle ristrutturate più di recente.
Comincio a contare. Non arrivo a 10 che me li ritrovo davanti. Proprio come sospettavo, intuivo, subdoravo.
La camera è matrimoniale, e la vogliono a due letti.
Non sono uno che fa polemiche. Non mi importa se due fratelli (hanno lo stesso cognome, al massimo saranno cugini ma comunque parenti, come direbbe il conte Mascetti, da parte di fava) non vogliono dormire tra le stesse lenzuola. Gli faccio notare che sulla prenotazione non appare nessuna richiesta del genere. Loro, in maniera così educata che vorresti riportarli a Madrid del '36 e additarli alla folla repubblicana come membri della falange così da ottenerne l'immediato linciaggio, insistono che hanno indicato, in fase di prenotazione, "dos camas": due letti.
Tralasciamo un attimo il ragionamento per cui, se sulla pagina di un sito di prenotazioni alberghiere tizio indichi che la vuole a due letti questa sia assolutamente tale, come se aprire un menù a tendina facciesse magicamente apparire le cose come uno le desidera. Non è affatto detto che sia così. E' già tanto che hai trovato la tipologia che ti interessa (doppia, tripla, ecc.), non puoi pretendere che sia proprio con i letti del tipo desiderato, o con vasca piuttosto che doccia, se arrivi dopo 10 minuti 10 che hai prenotato e poco prima della mezzanotte. Ma sarebbe inutile. Fiato sprecato. Persone così non comprendono. Non arrivano a capire che, a orari del genere e con così poco (anzi, assente) preavviso, non si può avere tutto. Ci si becca quel che c'è, come dicevo all'inizio del racconto. Quindi tralascio. Prendo la prenotazione così come era arrivata, e stampata, poco prima. Rileggo. Non appare nessuna indicazione che sia a due letti. Gli mostro il foglio. Non c'è scritto.
Loro, testardi come "burro" (in spagnolo vuole dire mulo) insistono: abbiamo specificatamente richiesto due letti. Io alzo le spalle; che altro potrei fare? Semplicemente, ho solo questa camera. E non posso non farmi venire un sorrisetto sardonico, soprattutto di fronte al loro stupore e scocciatura.
In realtà sono parecchio scocciato anche io. Perchè queste due fave, con la loro prenotazione, hanno bloccato la camera. Per il mondo intero è venduta; per tutti coloro che visitassero il nostro sito o qualsiasi altra pagina di prenotazioni alberghiere, in quel preciso momento, troverebbe che l'albergo ha esaurito la disponiblità; è al completo. Invece non è affatto così. Ovviamente io avrei tutto il diritto di addebitare sulla loro carta di credito, visto che hanno pure fatto una non rimborsabile, ma è chiaro che costoro farebbero partire una polemica senza fine. Chiamarebbero il circuito di cui fa parte la carta per bloccare il pagamento, e altre simili amenità. Meglio lasciar perdere. Vado sul maledetto sito di prenotazioni per segnalare e cancellare. E vedere se, almeno in quei pochi minuti prima -o anche dopo- la mezzanotte, riesco a rivendere.
E a quel punto il più grande dei due, che intuisco essere il maschio alfa della situazione, afferra il cellulare, digita e telefona. Presumo in Spagna. Immagino a una collaboratrice, perchè la chiama per nome. E si mette a inveire, contro di lei, lì nella hall. Infarcendo la conversazione unilaterale (lui urla, lei ascolta, presumo piccola piccola che tiene il telefono a distanza) di parolacce iberiche. Che lui voleva "puta dos camas" (fottuti due letti). Se ne frega dei miei inviti ad abbassare i decibel. E intanto il fratellino minore (molto minore) se ne viene al bancone e mi rimprovera che non dovrebbe apparire, sul sito delle prenotazioni, il menù a tendina per la scelta tra due letti o matrimoniale, se non è possibile. Al che mi viene proprio spontaneo dire che "io faccio il portiere di notte, ca**o me ne frega?" E capita l'antifona, si ritira. Finalmente l'altro la smette di urlare e se ne vanno.
Pensate sia finita? Ora arriva il meglio.
Perchè anche se a Firenze non ci sono le finali di Hurling, abbiamo comunque incredibili, magnifici, splendidi monumenti e strepitose opere d'arte. Una percentuale in doppia cifra dei capolavori più grandiosi mai creati a memoria d'uomo è qui, in riva all'Arno, con l'invidia più feroce da parte di persone costrette ad accumulare trofei sportivi per totale mancanza di storia e cultura. Quindi la città è al completo più totale, non si trova una camera libera da nessuna parte.
Dopo neanche 10 minuti i due colossi spagnoli, loro si battuti, si ripresentano al bancone. Perchè avrebbero dovuto girovagare tutta la notte per la città. E quindi devono farsi andare bene quel che c'è, la sola alternativa, l'unica opzione possibile: la camera matrimoniale nell'albergo dove lavoro io. Grande, spaziosa, pulita, ristrutturata di recente e soprattutto senza l'ombra di un acaro. Mica come il mio divano irlandese. E loro che facevano tante storie, poveri cuccioli. Zitti e muti. Mi faccio rendere la "tarjeta" (la carta di credito) che, stavolta si, "infilo" (scusate il doppio senso) nel pos per un gustosissimo addebito nel loro più completo silenzio.
E, credetemi, fu una grande soddisfazione.
sabato 5 maggio 2018
Lo sguardo circospetto, assunto appena varcata la soglia.
La boccuccia chiusa, ma non serrata, a significare che "Ok, io posso pure fidarmi di te, ma bada a non farmi arrabbiare o ti aizzo contro la mia feroce belva"
La suddetta, feroce belva, è in braccio a lei.
L'espressione cagnesca di chi è pronto a dare la sua vita, per difendere la piccola padrona. Lo sguardo feroce del miglior amico dell'uomo quando entra in un ambiente che non conosce, ed è pronto ad attivarsi in modalità berserk, se solo trovasse un minimo accenno di pericolo.
E, al contempo, lo sguardo dolce e sereno di un pupazzetto di pelouche.
Ma
Io so
So che lui è vivo. So che lui e la padrona si parlano, interagiscono, condividono opinioni filosofiche. So che prendono il tè su un piccolo tavolino con le tazzine giocattolo (a casa loro, non certo qui in albergo). Magari lei non crea assurdi pupazzi di neve nel cortile di casa -essendo americana, ogni casa ha il cortile, ne sono assolutamente convinto- o trasforma semplici e banali scatole di cartone in improbabili quanto fantasmagorici trasmutatori di materia o duplicatori di persone, ma quello che ha in braccio non è un semplice cagnolino di pelouche. E' un cane vero. Il suo migliore amico. Proprio come Hobbes non è una tigre di pezza, ma una vera tigre in carne, ossa, artigli e battute sagaci, che parla e gioca con Calvin.
-Annie, chiedi al signore il numero di camera- le dice la mamma nella propria lingua, con lo sguardo benevolo e dolce di ogni madre quando la propria prole scopre nuovi, strani mondi.
Annie osserva, sempre con espressione sospettosa, quello strano, nuovo mondo, che non è altro che il sottoscritto, e nella sua dolce testolina si chiede se può classificarlo di classe M. Decide per il si. Pronuncia il numero della camera. Prendo la chiave, mi sporgo sul bancone e gliela passo.
-Grazie-
-Prego-
Poi si rivolge al cagnolino e gli dice -Dai Charlie, andiamo in camera a giocare-
E schizzano su per le scale, lei e Charlie, mentre io mi sciolgo nel guardarla e sentirla.
E niente, i genitori mi ringraziarono della premura, ma non poteva essere altrimenti. Non solo perchè erano una famiglia americana che comprò una camera tripla nell'albergo dove lavoro, contribuendo al fatturato dell'azienda e al mutuo dei lavoratori della stessa, sottoscritto compreso, ma anche e soprattutto perchè le mie figlie hanno già passato quell'età. Durante la quale anche loro, e tutti noi, avevamo un animaletto finto, non importa se un pelouche o un pezzo di plastica, con cui giocavamo, dialogavamo, litigavamo persino. Magari non lo ricordiamo più, ma c'è stato.
Bill Watterson ha sempre avuto ragione.
La boccuccia chiusa, ma non serrata, a significare che "Ok, io posso pure fidarmi di te, ma bada a non farmi arrabbiare o ti aizzo contro la mia feroce belva"
La suddetta, feroce belva, è in braccio a lei.
L'espressione cagnesca di chi è pronto a dare la sua vita, per difendere la piccola padrona. Lo sguardo feroce del miglior amico dell'uomo quando entra in un ambiente che non conosce, ed è pronto ad attivarsi in modalità berserk, se solo trovasse un minimo accenno di pericolo.
E, al contempo, lo sguardo dolce e sereno di un pupazzetto di pelouche.
Ma
Io so
So che lui è vivo. So che lui e la padrona si parlano, interagiscono, condividono opinioni filosofiche. So che prendono il tè su un piccolo tavolino con le tazzine giocattolo (a casa loro, non certo qui in albergo). Magari lei non crea assurdi pupazzi di neve nel cortile di casa -essendo americana, ogni casa ha il cortile, ne sono assolutamente convinto- o trasforma semplici e banali scatole di cartone in improbabili quanto fantasmagorici trasmutatori di materia o duplicatori di persone, ma quello che ha in braccio non è un semplice cagnolino di pelouche. E' un cane vero. Il suo migliore amico. Proprio come Hobbes non è una tigre di pezza, ma una vera tigre in carne, ossa, artigli e battute sagaci, che parla e gioca con Calvin.
-Annie, chiedi al signore il numero di camera- le dice la mamma nella propria lingua, con lo sguardo benevolo e dolce di ogni madre quando la propria prole scopre nuovi, strani mondi.
Annie osserva, sempre con espressione sospettosa, quello strano, nuovo mondo, che non è altro che il sottoscritto, e nella sua dolce testolina si chiede se può classificarlo di classe M. Decide per il si. Pronuncia il numero della camera. Prendo la chiave, mi sporgo sul bancone e gliela passo.
-Grazie-
-Prego-
Poi si rivolge al cagnolino e gli dice -Dai Charlie, andiamo in camera a giocare-
E schizzano su per le scale, lei e Charlie, mentre io mi sciolgo nel guardarla e sentirla.
E niente, i genitori mi ringraziarono della premura, ma non poteva essere altrimenti. Non solo perchè erano una famiglia americana che comprò una camera tripla nell'albergo dove lavoro, contribuendo al fatturato dell'azienda e al mutuo dei lavoratori della stessa, sottoscritto compreso, ma anche e soprattutto perchè le mie figlie hanno già passato quell'età. Durante la quale anche loro, e tutti noi, avevamo un animaletto finto, non importa se un pelouche o un pezzo di plastica, con cui giocavamo, dialogavamo, litigavamo persino. Magari non lo ricordiamo più, ma c'è stato.
Bill Watterson ha sempre avuto ragione.
mercoledì 25 aprile 2018
Si parte malissimo:
"Ciao papi!"
Si parte malissimo perchè a Firenze non c'è niente di peggio che sentirsi chiamare "papi".
Noi abbiamo creato questa lingua. Noi siamo i geniali ideatori di un linguaggio forte, profondo, elevato. Noi siamo capaci di scrivere, in questa parlata, lunghissimi poemi solo per mandare all'inferno chi ci sta antipatico.
Conseguentemente a ciò, scoprire che la propria prole usa termini che potrebbero passare solo ed esclusivamente sotto l'etichetta di "blasfemia" e portare direttamente al rogo su pira appositamente allestita sotto Palazzo Vecchio, è qualcosa di devastante. Una sconfitta cocente, peggio che essere derubati di meritati scudetti e coppe uefa.
"Babbo! Ti impongo di usare termini appropriati e consoni!"
"Certamente, papi!"
E ride.
La fulmino con lo sguardo di Carrie, mentre sono intento nel rito italico della preparazione della sacra macchinetta del caffè, anche se più che per via orale dovrei assumerlo direttamente in vena, avendo dormito solo 5 ore stamani dopo un turno di notte devastante e in attesa di un ulteriore turno il 24. Con eventi che, con calma, mi metterò a scrivere in momenti successivi. Forse. Se mi riprendo.
Cosa niente affatto probabile.
"Orsù dunque, quale evento porta la dilei signorina, tra poco tredicenne (sabato, nda) presso questa parte della nostra magione a proferir termini cotanto scandalosi?"
"Non ho capito niente"
"Normale anzichenò"
"Devo studiare storia"
"Ah, la mia materia preferita. Hai scelto con saggezza"
"Non è che ci fosse molto altro da scegliere: mamma la odia e Gaia è ferma ai romani"
"Che stasera pugnano contro li vili angli"
"Eh?"
"Stasera c'è Roma - Liverpool"
"E tu per chi tifi?"
"Tapioca come foss'antani"
"Non mi fare quel personaggio e parla chiaro"
"La partita non mi interessa. Noi Anfield Road lo espugnammo dieci anni fa."
"E ora la Fiorentina come va?"
"Sabato abbiamo battuto colei-che-non-deve-essere-nominata, risultato storico"
"La Fiorentina femminile"
"In linea teorica, abbiamo vinto anche con quella maschile. Su rigore"
"Ok, ma ora devo fare storia. Sono alla rivoluzione francese"
"I giacobini avevano ragione e terrore o no, la rivoluzione fu una cosa giusta"
"Papi, non mi parlare sempre difficile"
"E' una canzone. Andiamo avanti"
"Ecco, è meglio. Mi devi aiutare perchè ho sempre avuto difficoltà con le date"
"Qual'è l'evento culminante della rivoluzione?"
"La presa della Bastiglia"
"Avvenuta il..."
"14 Luglio 1789"
"E quale personaggio storico è morto nella battaglia?"
"Lady Oscar!"
Ridiamo. Come due scemi.
"Sai tutto, in che altro modo ti potrei aiutare?"
"Dai, devo ripassare! Sono 10 pagine: l'assemblea degli stati generali, il comitato di salute pubblica...."
"Il mio organo statale preferito dopo il Politburo. Ok, bevo questo caffè e andiamo di là"
"Senti, una domanda...."
"Sono qui apposta"
"Ma in Francia, il 14 Luglio.... è festa nazionale?"
"Ovviamente"
"E quindi hanno festa durante le vacanze estive? I ragazzi francesi non possono neanche stare a casa perchè la scuola è comunque chiusa?"
"Proprio così"
"Ma sono proprio bischeri! Non potevano far la rivoluzione quando c'era scuola?"
"Sono francesi, gli girano, i giornali che svolazzano... mica come noi, che la festa nazionale l'abbiamo domani"
"E siamo liberi!"
"Si, domani tutti noi più i vostri zii, tutti in gita"
"Ma tu hai la notte in albergo"
"Stanotte, ma non domani. Guida mamma. Sarò un pò cotto, ma me la faccio andar bene lo stesso"
E niente, mi abbraccia. Manca poco mi fa cadere il caffè, ma pazienza. Ci stava anche.
Oggi mi andava così. Scusate. La prossima volta torno a scrivere di storie d'albergo.
Buona liberazione a tutti.
"Ciao papi!"
Si parte malissimo perchè a Firenze non c'è niente di peggio che sentirsi chiamare "papi".
Noi abbiamo creato questa lingua. Noi siamo i geniali ideatori di un linguaggio forte, profondo, elevato. Noi siamo capaci di scrivere, in questa parlata, lunghissimi poemi solo per mandare all'inferno chi ci sta antipatico.
Conseguentemente a ciò, scoprire che la propria prole usa termini che potrebbero passare solo ed esclusivamente sotto l'etichetta di "blasfemia" e portare direttamente al rogo su pira appositamente allestita sotto Palazzo Vecchio, è qualcosa di devastante. Una sconfitta cocente, peggio che essere derubati di meritati scudetti e coppe uefa.
"Babbo! Ti impongo di usare termini appropriati e consoni!"
"Certamente, papi!"
E ride.
La fulmino con lo sguardo di Carrie, mentre sono intento nel rito italico della preparazione della sacra macchinetta del caffè, anche se più che per via orale dovrei assumerlo direttamente in vena, avendo dormito solo 5 ore stamani dopo un turno di notte devastante e in attesa di un ulteriore turno il 24. Con eventi che, con calma, mi metterò a scrivere in momenti successivi. Forse. Se mi riprendo.
Cosa niente affatto probabile.
"Orsù dunque, quale evento porta la dilei signorina, tra poco tredicenne (sabato, nda) presso questa parte della nostra magione a proferir termini cotanto scandalosi?"
"Non ho capito niente"
"Normale anzichenò"
"Devo studiare storia"
"Ah, la mia materia preferita. Hai scelto con saggezza"
"Non è che ci fosse molto altro da scegliere: mamma la odia e Gaia è ferma ai romani"
"Che stasera pugnano contro li vili angli"
"Eh?"
"Stasera c'è Roma - Liverpool"
"E tu per chi tifi?"
"Tapioca come foss'antani"
"Non mi fare quel personaggio e parla chiaro"
"La partita non mi interessa. Noi Anfield Road lo espugnammo dieci anni fa."
"E ora la Fiorentina come va?"
"Sabato abbiamo battuto colei-che-non-deve-essere-nominata, risultato storico"
"La Fiorentina femminile"
"In linea teorica, abbiamo vinto anche con quella maschile. Su rigore"
"Ok, ma ora devo fare storia. Sono alla rivoluzione francese"
"I giacobini avevano ragione e terrore o no, la rivoluzione fu una cosa giusta"
"Papi, non mi parlare sempre difficile"
"E' una canzone. Andiamo avanti"
"Ecco, è meglio. Mi devi aiutare perchè ho sempre avuto difficoltà con le date"
"Qual'è l'evento culminante della rivoluzione?"
"La presa della Bastiglia"
"Avvenuta il..."
"14 Luglio 1789"
"E quale personaggio storico è morto nella battaglia?"
"Lady Oscar!"
Ridiamo. Come due scemi.
"Sai tutto, in che altro modo ti potrei aiutare?"
"Dai, devo ripassare! Sono 10 pagine: l'assemblea degli stati generali, il comitato di salute pubblica...."
"Il mio organo statale preferito dopo il Politburo. Ok, bevo questo caffè e andiamo di là"
"Senti, una domanda...."
"Sono qui apposta"
"Ma in Francia, il 14 Luglio.... è festa nazionale?"
"Ovviamente"
"E quindi hanno festa durante le vacanze estive? I ragazzi francesi non possono neanche stare a casa perchè la scuola è comunque chiusa?"
"Proprio così"
"Ma sono proprio bischeri! Non potevano far la rivoluzione quando c'era scuola?"
"Sono francesi, gli girano, i giornali che svolazzano... mica come noi, che la festa nazionale l'abbiamo domani"
"E siamo liberi!"
"Si, domani tutti noi più i vostri zii, tutti in gita"
"Ma tu hai la notte in albergo"
"Stanotte, ma non domani. Guida mamma. Sarò un pò cotto, ma me la faccio andar bene lo stesso"
E niente, mi abbraccia. Manca poco mi fa cadere il caffè, ma pazienza. Ci stava anche.
Oggi mi andava così. Scusate. La prossima volta torno a scrivere di storie d'albergo.
Buona liberazione a tutti.
venerdì 13 aprile 2018
Lavoro in albergo, faccio il portiere.
Fino a qualche anno fa, avrei potuto anche dire: gioco a pallone, sono un portiere.
Ce l'avevo già da piccolo, questa mania di fare il "guardia di porta": già allora sceglievo quasi sempre di stare lì, tra i pali -che molto spesso erano zaini coperti da giobbotti vari- a coprire il ruolo che nessun altro voleva. Non so spiegare perchè. Non hai mai una motivazione per una scelta del genere: è così, punto. Forse perchè è il ruolo più snobbato, quello noioso, frustrante, patetico, il lavoro sporco che "qualcuno deve pur farlo ma non sarò io", ma anche quello che ti dà maggiore epicità, senso della fierezza, novello Leonida che si erge in tutta la sua possanza, durezza, ginocchia sbucciate, e proclama "tu non passerai!" E se proprio uno passava, doveva essere davvero bravo.
Era lì, che nascevano le leggende del campetto.
Perchè al momento di scegliere le squadre quello che aveva vinto la conta si trovava con il tremendo dilemma, la terribile scelta, il grande dubbio: scegliere il campione, quello fortissimo che prende il pallone in difesa e scarta tutti fino ad arrivare in porta, o piuttosto il portierone, quello che le para tutte, che quando te lo trovi davanti, solo di fronte a lui, un attimo dopo ti sorride sarcastico con il pallone tra le mani, e non sai come ha fatto a portartelo via.
Quello che aveva perso la conta e sceglieva dopo, prendeva sempre l'altro.
Mai che si giocasse assieme, io e il campione. Era sempre una sfida tra me e lui.
Guardavo i cartoni animati del draghetto Grisù, quello che proclamava "io da grande sarò un pompiere!", ovviamente, cambiando il sostantivo finale. Lo sono diventato veramente, portiere. In tutti i sensi.
Solo che io, a differenza di quelli famosi, lo sono stato a livello di calcio a 5 amatoriale.
Non ricordo come finì quella partita. Certo, non erano i quarti di champions, ma un normalissimo incontro di calcetto amatoriale. Non era Madrid, ma un sobborgo periferico di Firenze, e neppure lì non ricordo quale: se quello dove accanto scorreva un fosso con annessa area paludosa e voraci zanzare-dracula che accorrevano liete al banchetto di quelli fermi sulle panchine, oppure il campo a ridosso di quelli da tennis, e ogni tanto pioveva qualche pallina nel campo (o anche il nostro pallone dai tennisti che, per ragioni a me misteriose, erano sempre quelli che si arrabbiavano maggiormente) o il campo accanto alla Faentina dove, al momento del passaggio del conviglio sferragliante, eri riempito di tremendi gas di scarico (sono ancora vecchi diesel), e il segreto era sempre: se la partita comincia alle 9, scegli il campo dalla parte opposta alla ferrovia, perchè qualche minuto dopo passa il regionale per San Lorenzo. E i gas si concentrano tutti in quella metà campo.
Comunque
Qualsiasi fosse la partita e qualsiasi sia stato il risultato, l'arbitro prendeva una decisione sbagliata dietro l'altra, e faceva arrabbiare tutti. Un perenne protestare per falli a nostro favore non concessi o incomprensibili colpi di fischietto contro di noi.
Voi direte: vabbè, ma è il calcio, ti appare sempre così. Ti sembra che te le dia contro, ma in realtà lui fischia i falli di gioco, ed è un caso, un'apparenza, se vi semra che ve le fischi solo contro di voi.
No.
Fidatevi, non è così.
Pure se li conoscevamo tutti, perchè gli arbitri delle associazioni sportive erano sempre quei 3-4, capita sempre la serata che, per motivi a noi completamente sfuggenti, quel bastardissimo ce l'aveva con noi. Che si alzava la mattina già inferocito, afferrava il foglietto delle partite della serata e decideva, seduta stante, che noi eravamo il capro espiatorio della sua giornata storta, e avremmo patito le pene dell'inferno arbitrale.
E non avevamo neanche la maglia Viola che di per sè, queste cose, le attira.
E così fu quella partita, quella sera.
Finchè a un certo punto
Ennesima decisione errata
Capanello dei nostri attorno a lui a protestare per una punizione inesistente
Mi avvicino pure io
e dico, semplicemente "stasera sei proprio pessimo"
Lui non ci pensa due volte
Estrae il cartellino sovietico
E, per la prima volta in tutta la mia carriera calcistica, me lo mostra
Rimaniamo tutti di sasso
Non ricordo il resto: chi prese il mio posto in porta nè come finì.
Quando i miei compagni tornarono negli spogliatoi io, ovviamente, mi ero giò docciato.
Chiesi, quasi più a me stesso che a loro -Ma che gli ho detto, di così strano?-
-Niente di strano, Mugna. Ma glielo hai detto in maniera "cattiva"-
Quindi
al di là del fatto che, da fiorentino, possa anche farmi piacere l'esito di certe partite
Una certa solidarietà, tra noi che giochiamo con i guanti, c'è e ci sarà sempre.
Arbitro pessimo.
Fino a qualche anno fa, avrei potuto anche dire: gioco a pallone, sono un portiere.
Ce l'avevo già da piccolo, questa mania di fare il "guardia di porta": già allora sceglievo quasi sempre di stare lì, tra i pali -che molto spesso erano zaini coperti da giobbotti vari- a coprire il ruolo che nessun altro voleva. Non so spiegare perchè. Non hai mai una motivazione per una scelta del genere: è così, punto. Forse perchè è il ruolo più snobbato, quello noioso, frustrante, patetico, il lavoro sporco che "qualcuno deve pur farlo ma non sarò io", ma anche quello che ti dà maggiore epicità, senso della fierezza, novello Leonida che si erge in tutta la sua possanza, durezza, ginocchia sbucciate, e proclama "tu non passerai!" E se proprio uno passava, doveva essere davvero bravo.
Era lì, che nascevano le leggende del campetto.
Perchè al momento di scegliere le squadre quello che aveva vinto la conta si trovava con il tremendo dilemma, la terribile scelta, il grande dubbio: scegliere il campione, quello fortissimo che prende il pallone in difesa e scarta tutti fino ad arrivare in porta, o piuttosto il portierone, quello che le para tutte, che quando te lo trovi davanti, solo di fronte a lui, un attimo dopo ti sorride sarcastico con il pallone tra le mani, e non sai come ha fatto a portartelo via.
Quello che aveva perso la conta e sceglieva dopo, prendeva sempre l'altro.
Mai che si giocasse assieme, io e il campione. Era sempre una sfida tra me e lui.
Guardavo i cartoni animati del draghetto Grisù, quello che proclamava "io da grande sarò un pompiere!", ovviamente, cambiando il sostantivo finale. Lo sono diventato veramente, portiere. In tutti i sensi.
Solo che io, a differenza di quelli famosi, lo sono stato a livello di calcio a 5 amatoriale.
Non ricordo come finì quella partita. Certo, non erano i quarti di champions, ma un normalissimo incontro di calcetto amatoriale. Non era Madrid, ma un sobborgo periferico di Firenze, e neppure lì non ricordo quale: se quello dove accanto scorreva un fosso con annessa area paludosa e voraci zanzare-dracula che accorrevano liete al banchetto di quelli fermi sulle panchine, oppure il campo a ridosso di quelli da tennis, e ogni tanto pioveva qualche pallina nel campo (o anche il nostro pallone dai tennisti che, per ragioni a me misteriose, erano sempre quelli che si arrabbiavano maggiormente) o il campo accanto alla Faentina dove, al momento del passaggio del conviglio sferragliante, eri riempito di tremendi gas di scarico (sono ancora vecchi diesel), e il segreto era sempre: se la partita comincia alle 9, scegli il campo dalla parte opposta alla ferrovia, perchè qualche minuto dopo passa il regionale per San Lorenzo. E i gas si concentrano tutti in quella metà campo.
Comunque
Qualsiasi fosse la partita e qualsiasi sia stato il risultato, l'arbitro prendeva una decisione sbagliata dietro l'altra, e faceva arrabbiare tutti. Un perenne protestare per falli a nostro favore non concessi o incomprensibili colpi di fischietto contro di noi.
Voi direte: vabbè, ma è il calcio, ti appare sempre così. Ti sembra che te le dia contro, ma in realtà lui fischia i falli di gioco, ed è un caso, un'apparenza, se vi semra che ve le fischi solo contro di voi.
No.
Fidatevi, non è così.
Pure se li conoscevamo tutti, perchè gli arbitri delle associazioni sportive erano sempre quei 3-4, capita sempre la serata che, per motivi a noi completamente sfuggenti, quel bastardissimo ce l'aveva con noi. Che si alzava la mattina già inferocito, afferrava il foglietto delle partite della serata e decideva, seduta stante, che noi eravamo il capro espiatorio della sua giornata storta, e avremmo patito le pene dell'inferno arbitrale.
E non avevamo neanche la maglia Viola che di per sè, queste cose, le attira.
E così fu quella partita, quella sera.
Finchè a un certo punto
Ennesima decisione errata
Capanello dei nostri attorno a lui a protestare per una punizione inesistente
Mi avvicino pure io
e dico, semplicemente "stasera sei proprio pessimo"
Lui non ci pensa due volte
Estrae il cartellino sovietico
E, per la prima volta in tutta la mia carriera calcistica, me lo mostra
Rimaniamo tutti di sasso
Non ricordo il resto: chi prese il mio posto in porta nè come finì.
Quando i miei compagni tornarono negli spogliatoi io, ovviamente, mi ero giò docciato.
Chiesi, quasi più a me stesso che a loro -Ma che gli ho detto, di così strano?-
-Niente di strano, Mugna. Ma glielo hai detto in maniera "cattiva"-
Quindi
al di là del fatto che, da fiorentino, possa anche farmi piacere l'esito di certe partite
Una certa solidarietà, tra noi che giochiamo con i guanti, c'è e ci sarà sempre.
Arbitro pessimo.
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