domenica 15 novembre 2020


Pensavo che la mia regione fosse già rossa, per quanto il partito al potere non sia proprio dello scarlatto inteso in senso politico. Da oggi comunque noi toscani lo siamo in senso di pericolo epidemico.


Non ho assolutamente voglia di ragionare su cosa è giusto e sbagliato, lo fanno in tanti, troppi. Qualcuno si è preso la responsabilità di questa decisione, e come è costume italico, chi non ha la responsabilità si dà alla critica. Personalmente so che una malattia potenzialmente mortale circola tra noi. E che bisogna averne paura e proteggerci. E che molti nostri concittadini la combattono negli ospedali. Rischiando tantissimo. Anzi, rischiando tutto.


Però non sono neanche il tipo che si fascia la testa. Ho voglia di un ultimo giro in centro città, prima che scatti il rosso. Protetto da mascherina e gel, evitando mezzi pubblici, usando le mie gambe e scansando tutti, arrivo sotto al Cupolone.


I miei sentimenti sono sempre stati contrastanti, in questi miei giri per il centro; intanto, lo ammetto, non posso non apprezzare la facilità di passeggio. Una volta era praticamente impossibile, c'era una folla continua di persone ovunque, anche nelle viuzze più minuscole. Si ascoltavano le lingue più diverse. Oggi sento solo il dialetto fiorentino e si cammina senza scansarsi continuamente. 


Tuttavia non posso non considerare che l'assenza di turisti ha demolito il mio mestiere. Gli alberghi sono chiusi e noi portieri siamo a casa. Lo stato ci paga la cassa integrazione, e tant'è. Si tira la cinghia e si risparmia il più possibile, anche se non riesco a non farmi mancare, almeno una volta al mese, l'acquisto di un bel libro e/o di un nuovo gioco da tavolo. Più spesso e che o.


Ma quel che mi manca veramente è il contatto con il turista. Con le persone che vengono a visitare la mia città, i monumenti, i suoi musei e le opere contenute all'interno. I sorrisi e la serenità, su visi di qualsiasi età, sesso, etnia, di chi vuole godersi una vacanza culturale. E, perchè no, anche i musi lunghi, le richieste arroganti, certa antipatia gratuita. Perchè, anche se questi clienti sono una minoranza rispetto agli altri, anche loro mi ricordano di quanto mi manca questo lavoro.


Ho bisogno di tornare dietro a un bancone. Di sorridere e dire buongiorno/buonasera. Di mostrare una mappa della città agli avidi di conoscenza. Poi dicono che sono i brasiliani, quelli che soffrono di nostalgia. Ho più saudade addosso di tutta Rio.


ps. ho fatto la foto senza occhiali perchè, con la mascherina, mi si appannano. Se proprio devo camminare a tentoni, tanto vale lo faccia senza. 

Sono più figo. 

Per un cinquantenne.


sabato 17 ottobre 2020


Una storia che avevo scritto e non ancora pubblicato. Di quando l'albergo era aperto.

Può sembrare brutto denigrare il proprio mestiere, ma a volte ho l'impressione che fare il portiere d'albergo sia un pò come vendere un'auto usata: devi convincere il cliente che il mezzo che ha acquistato è perfetto, rombante, affidabile. Anche se in realtà è un catorcio immondo con ancora il mangianastri e l'unico fattore positivo è che il precedente propretario ci ha lasciato dentro una cassetta degli Steppenwolf.

E in quel caso conta moltissimo il sorriso smagliante del rivenditore. Ovviamente.

Un bel pomeriggio dell'anno scorso mi si presenta una ragazza australiana. Dico ragazza, benchè abbia quasi la mia età, perchè ha dei lineamenti dolci, un viso pulito e un'espressione bella, sorridente. E poi ho bisogno di sentirmi giovane anch'io.

Ma non ci vuole molto a capire che è una cliente difficile. Di quelle che pretendono. E ha prenotato una singola.

Le singole, in un 3 stelle, non sono mai un esempio illustre di camere da evidenziare. Sono stanzette semplici e minuscole. Con un lettino largo appena 70 centimetri, se è un vero singolo. Magari a volte capita di trovare un letto "francese", più largo, ma stiamo parlando di un albergo nel centro di una città vecchia di secoli, non si può pretendere di trovare la piazza d'armi. Io personalmente non mi sono mai fatto troppi scrupoli: ho dormito in posti lillipuziani e con un grado d'igene appena sopra a quello dei personaggi western interpretati da Terence Hill dopo che sono stati trainati per tutta l'Arizona da un cavallo. Alberghi come quelli dove lavoro io sono superiori di infinte grandezze, e pur nel loro limite sono camere pulite e soprattutto perfettamente funzionali. Se uno è in grado di comprenderlo, ovviamente.

Le clienti come questa no. E lo intuisco subito.

Espletate le formalità del check-in, che avvengono con grande agilità perchè lei è una persona curiosa e interessante, con un alto grado di attenzione, spirito e la giusta dose di informalità, attendo che salga in ascensore al piano per poi cominciare la mia attesa. Breve.

Come immaginavo, la vedo uscire dall'ascensore dopo pochi minuti.

Non ha un'espressione contrariata, ma leggermente delusa si. E però è abbastanza sorridente. Ci si può lavorare.

E qui esce fuori il rivenditore di auto usate.

Pazientemente, le spiego che questa è la tipologia di camere singole a Firenze. In Italia. In Europa. Ovunque nel mondo vi siano centri storici costruiti quando ancora Colombo doveva effettuare la sua crociera transatlantica. Almeno per questa categoria di alberghi, certo. Pagando una fispola di soldi in più si può andare in strutture ricettive di categoria superiore e quindi ben altre camere. Ma nei 3 stelle sono così. Cerco quindi di evidenziare gli aspetti positivi della camera a lei assegnata.

In primo luogo, anche se si trova alla fine di un corridoio lunghissimo, modello Overlook hotel, la stanza è silenziosissima. Ben lontana dalla strada dove possono arrivare sia i rumori delle auto sia le urla belluine di strani personaggi inebetiti dall'alcool alle 3 del mattino. Il secondo punto a favore della camera è che il bagno della stessa ha la finestra. Non è un "bagno cieco", con aereatore, come sono la quasi totalità dei bagni albergheri: qui c'è una vera finestra. Da aprire per far entrare l'aria fresca.

Ci pensa. Nel frattempo le dico che altre camere singole disponibili, per quel giorno, non ne ho. Si può vedere per l'indomani, ma con affaccio sulla strada. Che può essere rumorosa.

E lì si rende conto che di tutti gli altri alberghi che ha visitato in Italia, quella è senza dubbio la camera più silenziosa in assoluto. Si convince. E' piccola, sia la camera che il box doccia, ma funzionale. Resta. E il giorno dopo non cambierà perchè ha dormito benissimo malgrado il materasso un pò duro a cui non è abituata, ma quella è una scelta della proprietà che segue gusti soggettivi.

4 giorni, e ogni volta che rientra in albergo sorride contenta. E serena. E felice della visita di Firenze. E saluta tutti. E mi chiama per nome. E alla partenza lascia al banco il questionario con varie annotazioni. Perchè comunque qualche lamentela non se la fa mancare, ma vabbene, ci sta. Il resto invece sono elogi. Per noi del ricevimento. Per me.

Quanto mi mancano, queste clienti. Queste persone. Queste piccole storie. Questa normalità.

Questo lavoro.


domenica 11 ottobre 2020

Immaginate un giovane ragazzo australiano che, alla fine dell'ottocento, osserva gli Ibis volare. 

 E' incantato da questi uccelli. Dal loro modo di spiegare le ali e librarsi in alto, nei cieli.

 Herbert John Hinkler -Bert, per gli amici- vorrebbe essere come loro. Desidera, più di ogni altra cosa, essere nell'aria. E si impegna a farlo. Comincia a studiare l'aerodinamica, allora appena agli albori. E quindi da autodidatta. Inizia con una serie di alianti. Piccoli aeroplanini in balsa che modella lui stesso, con cura e dettagli. Li prova, li testa a lungo, nelle campagne del Queensland. Sono più un gioco, un passatempo, che una vera attività. Ma la passione c'è. Tantissima.

 Ha 11 anni quando arriva la notizia che porterà questa passione a farne la sua ragione di vita. Dall'altro capo del mondo, sulla costa atlantica degli Usa, gli americani sono riusciti nell'impresa che in tanti attendevano: il primo volo di un mezzo più pesante dell'aria, realizzato dai fratelli Wright sulla spiaggia di Kitty Hawk, Carolina del Nord.

 Bert è eccitatissimo. Si può volare. E' possibile applicare un motore a scoppio a un aliante e trasformarlo in aereoplano.

 Da adolescente, si reca a una grande fiera a Brisbane. E lì vede, per la prima volta, un aereo. Un "Bleriot", una copia dell'apparecchio usato dall'omonimo aviatore francese per la prima trasvolata della Manica, da Calais a Dover. Ormai non ha più dubbi, quello è il suo destino. 

Costruisce con le sue mani un aliante vero e proprio, e con quello riesce a volare, seppur per poco. Ma per lui, ovviamente, non è che l'inizio di una grande avventura. Si imbarca -siamo ancora ai piroscafi, ovviamente- e si reca in Inghilterra, dove comincia a studiare i motori e le meccaniche degli aeroplani.

 Probabilmente rimarrebbe sempre un meccanico, se non fosse che, di lì a poco, scoppia la prima guerra mondiale. E Bert si arruola nella RAF. 

 All'inizio viene messo come mitragliere nei ricognitori. Non ha ancora appreso pienamente le abilità di manovrare un apparecchio, quindi deve stare dietro, a prendere immagini del fronte nemico dall'alto, e sparare contro i caccia tedeschi che vogliono impedirglielo.

 Sono aerei rudimentali, fatti in legno e tela, con pochi, scarni comandi. Per un mitragliere la situazione è ancora più tesa: se il pilota viene colpito, per entrambi è la fine. Nella prima guerra mondiale non si portano i paracadute: gli abitacoli sono troppo stretti.

 Bert deve fare tutto il possibile per salvare la vita a sè stesso e al suo pilota: i ricognitori non sono apparecchi da grandi manovre, come i caccia. Ma ha una mentalità innovativa, capace di vedere là dove i costruttori non arrivano; soprattutto, ha le abilità per farlo. Realizza, ad esempio, un sistema per far sì che i bossoli sparati, particolarmente caldi, non finiscano sul mitragliere, ma di lato. Un espediente importante, se il pilota sta manovrando per togliersi un caccia di coda e l'aereo è inclinato o addirittura capovolto. 

 Sempre più pratico, impara a volare e realizza un sistema per mantenere gli aerei dritti, perchè in volo tendono a virare e inclinarsi dalla parte di dove girano il motore e l'elica. Viene trasferito a una squadriglia caccia che opera sul fronte italiano, per dare manforte alle nostre truppe contro gli austro-ungarici.

 Alla fine della guerra, decorato dopo le numerose missioni e, soprattutto, sopravvissuto, si dedica anima e corpo al volo. Gli anni venti sono quelli eroici dei record aerei. Sono piccoli apparecchi, fragili ed estremamente semplici, ma guidati da uomini -e donne, come Amelia Earhart- dotati di tempra d'acciaio, e decisi a sfidare il destino. A portare il limite un pò più in là. Lo sport estremo di quegli anni, ruggenti, vibranti, tragici. Bert Hinkler è ormai parte di questo mondo. Vola in solitario con un piccolo apparecchio, stabilendo record su record. E' il primo a volare da Londra all'Australia, ovviamente in più tappe. Qualche anno dopo vola da New York fino al Sud America e, da lì, fino all'Africa. E poi verso nord fino a Londra. E' il il primo a trasvolare l'Atlantico da sotto l'Equatore. 

 Nel 1933 decide di volare ancora da Londra all'Australia. Lo farà con un aereo di nuovo tipo, un monoplano ad ala alta, più potente. Per battere il record di tempo e fare molte meno tappe. Decolla a Gennaio, per trovare un tempo migliore dal Medio Oriente in giù. Ma sull'Europa non è così. Le condizioni atmosferiche sono difficili. Problematiche. 

Bert però non è il tipo che demorde facilmente. La prima tappa è impegnativa: Londra-Bari. In realtà, per un trasvolatore come lui, quasi una passeggiata. 

 Ma a Bari, Bert Hinkler, non arriva.

Cominciano le ricerche, ma in un mondo privo di geolocalizzazione -i telefoni fissi sono ancora rarissimi- e dove alcune zone della penisola sono ancora selvagge, non è un'operazione semplice. Si cercano testimonianze, per ricostruire i movimenti del pilota. Si scopre che ha attraversato con successo le Alpi e la Pianura Padana. 

 Alcune persone del Valdarno riferiscono di aver udito il rombo di un motore su in alto, sopra le nuvole. Ma in Casentino, questo rombo non è stato sentito. La catena del Pratomagno, che divide le due vallate, a quei tempi era ancora poco praticabile. In inverno sopratutto. Salire lassù significa farsi più di venti chilometri di sentiero a piedi, e con una spessa coltre di neve.

 Dopo quasi 3 mesi dalla scomparsa, due carabinieri, coadiuvati da due pastori che vivono sulle pendici, salgono in cima.

 L'aereo, o almeno quel che ne resta, è lassù. Il corpo del pilota qualche metro più in là. Ha tentato un atterraggio di emergenza, probabilmente per un guasto meccanico, ma il povero australiano non ha avuto fortuna. Scaraventato fuori dalla cabina di pilotaggio, nel contatto dell'apparecchio con il suolo, è deceduto sul colpo. I documenti personali non lasciano adito a dubbi, sulla sua identità.

 L'Italia, in quegli anni, è sottomessa a un governo che, della retorica dell'eroismo, fa uno dei suoi vanti. Il corpo del pilota viene traslato a Firenze e sepolto, con gli onori militari, al cimitero degli Allori, dove riposa tutt'ora. Nel punto in cui venne ritrovato l'apparecchio viene eretto un cippo. Una pietra con una targa a ricordo. 

 Ci passo ogni anno, da lì. Salgo su fino al crinale, in una lunga passeggiata che porta fino alla cima. Quest'anno, per la pausa causata dall'epidemia, ci sono stato ben più di una volta. Bert era un pilota degli anni eroici, di quelli che vivevano al limite. Che praticavano lo sport estremo di quei tempi.

Ciao Bert. Alla prossima estate.

giovedì 1 ottobre 2020

Vengo qui, con questa mia, a esprimere le lodi e profondo ringraziamento per l'attenzione di cui sono stato oggetto da parte del personale del pronto soccorso di Careggi.

 Sabato non mi sentivo bene. Avevo un doloretto al petto, dalla parte destra. Abbastanza all'interno. Lo avevo sentito bene già venerdì sera, nella posizione seduta del posto di guida dell'auto, soprattutto alle sterzate. 

 Dato che avevo anche un pò di mal di testa, il mio timore era che il mio organismo fosse stato assaltato dai covidi, i perfidi animaletti che possono annidiarsi ovunque. Neanche a pensarci, chiamo guardia medica prima e 118 dopo: vada al pronto soccorso. Sono le 13, le ragazze sono spaventate al massimo, ma sono grandi da affrontare la realtà e, soprattutto, di farsi la pasta da sole. Indosso l'armatura necessaria -visiera e guanti d'acciaio, come quello di Ash ne l'Armata delle Tenebre- e mi reco sul posto. 

 La mia prima idea è che mi sottopongano al tampone, e invece no. Almeno, i medici dicono che i sintomi sono troppo pochi. Mi fido perchè le uniche mie conoscenze mediche vengono dalle serie tv americane. A scans equivoci, faranno un controllo. Mi devono prelevare il sangue. Arterioso. 

 Me lo ricordo perchè dovetti sottopormi 30 anni fa, a tale esame, quando giocavo al pallone e le associazioni facevano controllare l'ossigenazione del sangue dei calciatori. E' molto più doloroso di quello in vena. Il dottore è bravo, ma ho una soglia del dolore bassissima, mi mette ko anche Ray -il gatto- cosa che fa anche molto spesso. Per farla breve, patisco. Mentre lui si rimette al pc a digitare informazioni su di me, mi alzo dalla sedia e mi accosto al lettino. Mi risveglio poco dopo che sia lui che l'infermiera mi tengono i piedi verso l'alto.

Vengo appoggiato su una barella e lì, benchè abbia proprio sui miei occhi le luci del corridoio e oda chiaramente un vecchio lamentarsi continuamente, mi assopisco. Poi mi trasfericono in un reparto. 

 Sono sottoposto a: elettrocardiogramma, radiografia, ecografia, ulteriore analisi del sangue perchè ho i globuli bianchi un pò alti, quindi ancora siringa -stavolta in vena- e "farfallina". Secondo svenimento, ma almeno sono già disteso. Via con un "millino" di flebo. 

 Seconda ecografia. Poi secondo millino di flebo. 

 Non voglio prolungarmi oltre. Sono entrato alle 13 e uscito alle 20. Ma mi hanno controllato ovunque. Rigirato come un calzino. Spiegato bene le procedure. Domandato tutto quello che avevo fatto nei giorni prima. Alla fine è venuto fuori che dovevo aver patito il giorno prima, quando ero andato in centro a portare i vecchi libri scolastici delle ragazze per vedere di rivenderli come usato, ed erano particolarmente pesi. Quindi un dolore da sforzo, benchè avessi comunque qualche valore sballato. Hanno preferito controllare bene. Insomma, mi sono sentito davvero curato. E poi avevo intorno delle belle dottoressine e infermiere. 

 Mi sento solo in dovere di ringraziarle. 

 Però non mi bucate più, se ricapito lì. Piuttosto sopprimetemi, ma non fatemi più soffrire.

domenica 20 settembre 2020

Questo post è stato scritto da Monica, insegnante: 

Io stamani sono entrata in una classe, una terza articolata, cioè il risultato dell'accorpamento di due classi (e questo lo vorrei sottolineare per quegli ingenui che credono che quest'anno le classi siano meno numerose), sono entrata, dicevo, ho salutato, ho pulito la cattedra, ho preso il registro elettronico e ho detto: "Bene, cominciamo con l'appello". 

 Subito uno, in primo banco, laterale, vicino alla finestra, ovviamente senza mascherina, tutto stravaccato sulla sedia, come risposta ha fatto un bel rutto a bocca aperta, come se fosse a casa sua, sul divano a guardare la partita. 

 "Scusami, gli ho detto, ma ti pare educazione, alla tua età, a diciassette anni...?" 

 "Ah, mi scusi prof." ha risposto con aria da finto stupido. 

 "Che non succeda più" 

 Tempo dieci minuti, stavo iniziando a parlare, ecco che arriva un altro rutto sonoro dal fondo della classe. Ho guardato con occhi esterrefatti le tre ragazzine presenti in classe, che erano schifate almeno quanto lo ero io. 

 Naturalmente non è stato nessuno. Sarà stato un rutto virtuale. Bene, ho detto, scrivo alla lavagna la lezione del giorno: IN CLASSE NON SI EMETTONO GAS DI NESSUN TIPO. 

 Si sono messi a ridere, mi hanno chiesto se potevano fare la foto alla lavagna, quindi adesso se su internet circolerà questa foto, sapete che l'ho scritta io. 

 Ho spiegato questo, ho spiegato, e lo scriverò anche sul registro, come argomento del giorno. Che in classe non si emettono gas.

 E perché si è arrivati a questo? Che vi ho fatto di male? Io mentre vi devo fare star fermi e zitti, e spiegare la storia e la storia della letteratura con la museruola sul viso e trentadue gradi in aule incandescenti, dovrei controllare che nel frattempo non siate a giocare con il cellulare, dovrei controllare quanti chiedono e vanno e vengono dal bagno e quanti minuti ci stanno, ecco, io devo anche sprecare energie per chiedere rispetto, per spiegarvi che in classe non si emettono gas gastrici e intestinali come se nulla fosse, come se foste comodamente a casa vostra o seduti sul cesso. 

 Ma che vi abbiamo fatto di male, noi insegnanti, per cui non si può più fare nulla, che i presidi ormai ci rispondono in automatico che la responsabilità del comportamento della classe è nostra, e che se non siamo in grado di far valere la nostra autorevolezza, tra le righe, ci dicono, vuol dire che non siamo portati per questo mestiere. 

 Ma che vi abbiamo fatto di male quando dite che siamo buoni solo a prendere lo stipendio e a fare tre mesi di ferie. Quando dite che ci sono anche professori che non fanno niente in classe. E allora? E di impiegati che non fanno niente? E di lavoratori che svolgono male il loro lavoro? E allora? 

 Ma pensate che sia divertente per me entrare in classe con la mia armatura da Don Chisciotte che pesa mezzo quintale, con la voglia di raccontare, di pensare, di scambiare e cambiare idea, e trovarmi di fronte a situazioni come queste? A sentirmi dire all'uscita "m'importa una sega" perché ho detto ad un ragazzo di mettersi la mascherina. 

 E mi fate tenerezza che nelle vostre bacheche siete tutti a chiedere di votare no o di votare sì, voto utile, voto non utile. Che mi scrivete vota questo, vota quello. Io davvero non ce la faccio. 

Mi chiederete cosa c'entra. Nulla. Non c'entra nulla. 

 Lo stesso nulla che ci circonda, che sicuramente a voi non vi riguarda perché i vostri figli son figli educati, son figli da liceo, son ragazzi che poi vanno a studiare all'estero. Ma io che vedo il nulla ogni giorno, e vedo colleghi sempre più stanchi e sfiduciati, davvero, lasciatemi stare una domenica in pace, a leggere poesie, a leggere romanzi, a lucidare la mia armatura da Don Chisciotte per lunedì mattina. Lasciatemi in pace.

giovedì 17 settembre 2020

Una delle cose che mi ha sempre stupito, dei fascisti, è la loro incredibile ignoranza riguardo il nostro paese. Basta farsi un giro sui social dei sovranisti nostrani per trovare una sfilza stratosferica di errori grammaticali pazzeschi -congiuntivi sbagliati e totale assenza di punteggiatura, su tutto- che non possono essere derubricati al T9. E' proprio che non lo sanno, l'italiano. Eppure si vantano dell'appartenenza a questo paese. Come è possibile tutto ciò? Non pretendo che conoscano a menadito le opere di D'Annunzio, che era si un fascistone di *erda ma pur sempre una persona acculturata, però non possiamo proprio considerare italiani persone il cui unico scopo della vita è gonfiare i muscoli, tatuarli con ideogrammi che non conoscono neanche -Ti vanti della tua italianità e ti tatui gli ideogrammi???- e pestare a sangue il prossimo fino ad ammazzarlo. Questa è gente che, se gli si chiedesse se sapevano chi era Philippe Daverio, prima ci guarderebbero stralunati, poi alzerebbero il ditino e accennerebbero che "giocava nella Spal, giusto?" Non sono loro, gli italiani. 

Conosco invece persone che non sono nate qui ma hanno una padronanza della lingua enormemente maggiore, oltre a conoscere i nostri maggiori poeti e scrittori. 

 Disgustato, ho passato questo anno solare leggendo. Sono uno a cui piace tantissimo leggere; la pandemia ha notevolmente aumentato il mio tempo libero e quindi la quantità di volumi che passano sotto al mio naso. Mi limiterò a fare 9 brevi recensioni di quel che ho letto, in questo anno solare, di soli autori italiani. Di stranieri ne ho letti ben di più, ma mi sembrava giusto così. 

 Paolo Longarini - Scrivimi 
 In realtà il libro nella foto è quello precedente di Paolo, che parla della sua esperienza nel tirare su due figlie. Avendone due pure io, mi ci riconosco. Giusto un pò. E' che "Scrivimi" l'ho lasciato nella casa di campagna. Per descrivervi questo romanzo vi dirò solo che me lo sono sciroppato in due giorni due, seduto su un tronco in mezzo al bosco. La protagonista invia lettere al padre senza sapere che in realtà costui ha venduto la casa. Il nuovo padrone manda, a prendersi cura della nuova magione, un perfetto idiota. Questo tizio, ovviamente, si mette a leggere le lettere che arrivano. Posso assicurarvi che, in quel momento, ho pensato proprio "No, idiota, non aprire quelle lettere, non ti riguardan... ecco, l'ha aperte. E ora le legge! E' proprio un deficiente" Grazie Paolo. Ah, sono ancora fermo. Non riesco ad andare avanti. 

 Alessandro Barbero - Benedette guerre 
 Che persona fantastica, il Professore. Potrei stare ore, ad ascoltarlo. Quando ero in turno di notte, in albergo, mettevo le sue lezioni e lavoravo ripetendole. Come quando parla del tumulto dei Ciompi e del furore che dilaga in città. Questa città, la mia. Ho letto due libri, di Barbero. Ho messo il meno voluminoso perchè l'altro -800 pagine- l'ho lasciato in campagna. Ma non vedo l'ora di averne altri. 

 Tania Dejoannon - Un altro giro di smorfia 
Uno dei pochi libri non storici che ho letto. Un insieme di racconti, ognuno caratterizzato da un numero, come nella smorfia, che variano dall'horror, al mistero, al futuro distopico. Molto carino e con una bella prosa. 

 Ritanna Armeni - Una donna può tutto 
 Un bel resoconto, ottimamente romanzato, sulle vicende della ragazze che componevano uno dei battaglioni aereonautici femminili costituiti dai sovietici durante la guerra. La difficoltà nel formarlo per la derisione che le ragazze subiscono dagli uomini, perchè costoro, profondamente misogini, considerano le donne incapaci di combattere. Ma loro insistono. Volano. Combattono. Muoiono. E quando scoprono che i tedeschi le chiamano "le streghe", si gasano a palla e lottano con ancora più determinazione. Le russe, quando si impegnano, sono capaci di rivoltare il mondo. 

 Carla Maria Russo - L'acquaiola 
 Di questa autrice amo tantissimo i romanzi storici. Questo invece verte sulle vicende di una donna povera nell'italia rurale del sud, e le sue difficoltà nell'affrontare la vita in un mondo che sembra volerla sempre escludere e dove la miseria dilaga imperante. Davvero intenso. 

Bruno Giordano Guerra - Fascisti 
 Questo autore è un raro caso di intellettuale conservatore. Molto bravo nel descrivere un regime profondamente corrotto e determinato a controllare ogni aspetto della vita dei cittadini, e a cui gli italiani si sottomisero volentieri. Tenendo conto che oggi ci sono dei nostri concittadini convinti che la mascherina ci sia stata imposta da un regime, siamo proprio un popolo che non studia un *azzo, di storia. 

 Marco Praticelli - L'italia delle sconfitte 
Dal'unificazione in poi, questa misera nazioncina non ha fatto altro che accumulare sconfitte militari. Batoste prese perchè militarmente abbiamo sempre fatto pena. Randellate a destra e manca. Questo libro ne elenca alcune. Epico 

 Sergio Valzania - I 10 errori di Napoleone 
Tanto per non perdere la mia passione per la storia, un grande storico che descrive magnificamente l'Europa d'inizio XIX secolo. E, ovviamente, quel ciclone travolgente che fu il bonapartismo. Con la creazione dell'impero e le sue lotte per il dominio. In qualsiasi scenario europeo. Magnifico. 

 Marco Canetta e Stefania Niccolini - Zhanguo 
 Possiedo questo gioco da tanti anni, ma era parecchio che non ci giocavo. Stasera ci faremo una partita, e così ho ripreso in mano le regole. Un doveroso ripasso. A voi potrà sembrare una cosa stupida, ma a me no. Tutti dovrebbero leggere dei regolamenti. A cominciare da quello principale del paese, altrimenti detto Costituzione. Gli autori li ho visti a Parma, in occasione di un ideag. Spero di poterli rivedere, e provare un loro prototipo. O magari uno mio. Mmmh, meglio di no. Direbbero che è penoso. Buona lettura a tutti. Ne abbiamo bisogno.

domenica 2 agosto 2020

Oltre alle piccole, semplici, anche banali vicende dell'albergo, ho sempre avuto la passione di scrivere storie. Raccontini di fantasia, buttati giù per puro diletto e uso personale. Pochi, in realtà, meno di uno l'anno. Perchè mi risulta più facile leggere. E poi sono pigro.
Questo racconto ha più di vent'anni.



“Oggi mi son dato alla pazza gioia, dedicando tutto il mio tempo a queste incomparabili bellezze. Si ha un bel dire, raccontare, dipingere; ma esse sono al disopra di ogni descrizione.”
Johann Wolfgang von Goethe “Viaggio in Italia”

Hiroshi aprì ancora una volta il libro turistico, e rilesse nuovamente qualcosa della città che si apprestava a lasciare.

"TORRE DEGLI ASINELLI, piazza di Porta Ravegnana.
Questa torre pendente sfida la gravità anno dop anno. Assieme alla più bassa Torre della Garisenda, venne costruita dalla famiglia patrizia dei nel 12° secolo. Nel medioevo, Bologna poteva contare su molte di queste torri, e la vista esterna della città anticipava Manhattan di molti secoli."

Alzò gli occhi e guardò davanti fuori dalla finestra della sua camera d’albergo, cercando di immaginarsi tutte quelle torri. Che spettacolo doveva presentarsi agli occhi del visitatore quella città. Komatta ne, peccato che ora non ve ne fossero rimaste che due. Certo, i tempi cambiano, e adesso aveva davanti una città caotica, con un traffico molto irregolare, ed impazzito, ma anche il centro di Tokyo era così. Come tutte le città moderne.

Riprese la lettura.

"Le torri rappresentavano degli status symbols: più alta era, più potente e ricca era la famiglia".

Un pò come il Giappone di oggi, in fondo. Ogni Zaibutsu, grande compagnia industriale, costruisce il suo grattacielo, e più alto è, più potente è la compagnia. Forse, non sempre i tempi cambiano. O forse sono gli uomini che rimangono sempre uguali.

"La più alta, la Torre degli Asinelli, è alta 97,20 metri, pende verso ovest per 2,23 metri e presenta all'interno una scalinata composta da 498 gradini."

Già, che camminata per arrivare fino in cima, ma ganbare!, ce l’aveva messa tutta, e lo spettacolo era stato emozionante. E poi una torre pendente, lui che conosceva di fama solo quella di Pisa. Ma presto sarebbe andato a visitare anche quella. Non voleva perdersi niente di quel meraviglioso paese.

Ancora affascinato, chiuse il libro e prese la macchina fotografica per scattare ancora una foto, quindi mise tutto in valigia, la chiuse ed uscì dalla stanza. Nella hall pagò il conto e lasciò l’albergo per dirigersi verso la stazione. Faceva un gran caldo, anche se era comunque meno umido che in Giappone: hachigatsu, l’agosto, è il mese più umido, ma anche il più piovoso. Qui in Italia era caldo e basta, e gli piaceva, ci stava bene. Aveva fatto bene a sceglierla come meta, anche i suoi genitori erano stati d’accordo: una grande città come Parigi o Londra poteva contenere dei pericoli, ma non volevano che Hiroshi rimanesse a casa; un bel viaggio per i suoi vent’anni era giusto, anzi, doveroso. Non recita forse il proverbio "kawaiiko niwa tabe wo saseyo", "se i genitori amano i figli li lasciano viaggiare"?

Entrò dentro la stazione, affollatissima. Aveva letto sul libro che gli italiani nei fine settimana estivi hanno l’abitudine di recarsi al mare, per fare il bagno ed abbronzarsi, ed oggi era sabato 2 agosto. In Giappone non c’è questa usanza, non ci si abbronza. Anzi, più la pelle è bianca e più è sinonimo di bellezza. Ricordava di quando era più piccolo ed i genitori lo portarono a Kyoto, e dove aveva visto una Geisha. Gli sembrava così bella, con quella pelle di quel colore candido. Ma chi era lui per giudicare le abitudini degli altri popoli? E questo era un grande popolo; tra poco avrebbe comprato il biglietto per Firenze, la capitale del Rinascimento, e poi Roma, la capitale dell’impero romano. Si affrettò alla biglietteria, impaziente. Erano quasi le dieci ed un quarto; tra pochi minuti sarebbe arrivato il suo treno, e non vedeva l’ora di continuare il suo viaggio in Italia.

Se passate da Bologna, fermatevi a leggere la lapide della stazione. Noterete un nome giapponese.
Quel nome aveva solo 20 anni.