sabato 20 giugno 2026

Questa che vi racconto è una domanda che mi è stata posta quando lavoravo di giorno. Ricordo bene questa cliente per la sua reazione.

Abbiamo in casa una signora sui sessanta ma vispa e arzilla che visita furiosamente la città; rientra in albergo e, dopo un bel sorriso da parte di entrambi, si mette a sedere sul divanetto davanti al bancone; come tutti, aggeggia al suo cellulare. Io proseguo col mio lavoro portieristico.

Sennonché, in un raro momento d’assenza di clienti, si alza, viene davanti al bancone e mi mostra lo schermo del telefono:

«Volevo andare a vedere questo spettacolo.»

Appare la pagina che vende i biglietti per il calcio storico fiorentino.

«Si, lo conosco. Si tratta di un gioco tipico della città.»

«Ho visto le immagini della parata, è molto bella.»

«Ah si, quella è magnifica, i figuranti sono tutti in costume dell’epoca, secoli e secoli addietro. Ma il gioco è tutto diverso, sa di cosa si tratta?»

«So che è una partita.»

«Si, è così, ma… vede, non ci sono regole. Si può colpire l’avversario come si vuole.»

La signora, come mi aspettavo, mostra una faccia stranita. Al che apro youtube sul pc, breve ricerca e giro lo schermo verso di lei. Appare quindi uno spezzone di partita dove i “calcianti” si menano come fabbri.

Una mascella che sbatte sul bancone e una serie di “Oh my God!”, soprattutto quando un calciante alza a gamba per mollare un calcione tremendo ad altezza viso verso un avversario; per non parlare di quelli che si affrontano con la guardia alzata.

«Ma a lei piace?»

«No, affatto. Sono un fiorentino ma questo gioco non mi ha mai attirato. E poi bisogna essere grossi, per praticarlo, io sono meno di 70 kg e molto pacifico.»

La cliente appare come disgustata dalla violenza degli scontri, ma vuole comunque andare a vedere i costumi tipici. Non riuscirà perché i biglietti sono esauriti da tempo, una cosa che risulta incomprensibile anche a me: ai miei concittadini piace da matti, sono strani forte.

M’è tornato in mente questo episodio perché l’altra settimana era il compleanno dell’attuale presidente Usa, quel bischeraccio che ne combina di cotte e di crude. Per l’occasione ha fatto installare, sul prato antistante la Casa Bianca, un palco per la lotta libera. Una cosa d’un pacchiano unico.

A questo punto, facciamogli scoprire il calcio storico fiorentino, così fa piazzare il campo lì e ci fa giocare 54 fiorentini che si menano di brutto! Magari se gli garba pensa solo a guardare quello e smette di occuparsi d’altro.

giovedì 11 giugno 2026

Nessuna storia dell’albergo. Ero libero e metto le foto della mia giornata particolare.

Oggi è l’11 giugno e ricorre l’anniversario di Campaldino, la celebre battaglia tra guelfi fiorentini e i ghibellini d’Arezzo. Poiché ero dai miei, che vivono da queste parti, non potevo non andare nel luogo più iconico: il castello di Poppi, che domina tutta la vallata ed era la dimora di Guido Novello. Una figura che mi ha sempre affascinato: fiero ghibellino, era a Montaperti assieme ai senesi e Farinata degli Uberti. Comandò poi Firenze durante i “sei anni dimenticati” quando la città fu ghibellina. Cacciato dai guelfi, tornò in Casentino; durante la battaglia, poiché le cose si mettevano male per gli alleati aretini, si ritirò. Gesto che può essere considerato come vile, ma aveva pochi cavalieri e aveva già quasi settant’anni.

Se mi chiedete da che parte sarei stato, io fiorentino, direi molto probabilmente con Arezzo, perché la mia famiglia vive da queste parti e quindi i miei lontani trisavoli dovevano essere fedeli sudditi dei Conti Guidi. Vabbè, si perse, ma era un’amichevole estiva precampionato: i Viola puntavano all’Europa, noi Amaranto alla promozione in B.

Il castello è magnifico, uno dei luoghi più belli di questo quadrante stellare. All’interno il plastico della battaglia con le miniature.

C’era anche la mostra su Tommaso Crudeli, poeta nativo di Poppi nel 1702 che fu l’ultima vittima di tortura da parte dell’inquisizione, una storia toccante. Comunque, se non sono guelfi, ci sono i preti del sant’uffizio.

Dulcis in fundo, Saverio, il gatto di Poppi, libero di girellare tra le case del paese e che ha una sua pagina social. Simpatico, eh, ma la combinazione cromatica non è proprio quella che più apprezzo.

Oggi è così, “i’curturale”. :D












venerdì 5 giugno 2026

Questo in foto è un lavatoio. In Toscana è chiamato anche pila.

Nelle mie escursioni tra le piccole frazioni di questa montagna casentinese, mi è capitato di vedere questo splendore. Uno dei pochi rimasti, perché tutti gli altri sono stati smantellati e rimossi.

Fino a un’ottantina d’anni fa le case non avevano l’acqua corrente; quindi, per lavare i panni si usava la pila. Si veniva qui coi panni sporchi e si lavavano a mano, sdrusciando forte col sapone di Marsiglia (sdrusciare è come si dice quassù).

Ho scritto “si lavava” ma era una cosa che facevano le donne. Lo dico senza tanti giri di parole perché era così: le donne a occuparsi della casa, l’omini a lavorare nel bosco ma anche dimolto al bar a giocare a carte e bere vino.

Qualche rappresentante femminile lettrice del mio blog, a questo punto, potrebbe giustamente affermare che molti miei colleghi di genere continuano a ignorare il misterioso processo che porta gli indumenti dal cestone dello sporco all’armadio, ma su questo non ho potere. Io sono stato addestrato… ehm… istruito sia sull’uso della lavatrice che del ferro da stiro, quindi mi tiro fuori.

Perciò, anche se non viene più usato per la sua funzione, è bello vedere che si è preservato questo pezzo di storia passata, di quando le lenzuola erano lavate così, sciacquando i panni con grande fatica prima di stenderli ad asciugare. Un lavoro non indifferente di cui, diciamolo, almeno in parte oggi ci risparmiamo. Quindi guardiamolo per ricordarci di come sgobbavano dalle nostre nonne in su.

Ora vado al bar, mi aspettano per un paio di partitine e due bicchieri di rosso.



venerdì 29 maggio 2026

Rispetto a dove lavoravo quattro anni fa, questo albergo è in una zona un po' più “isolata”, se vogliamo metterla così. Prima ero vicino alla stazione, adesso ben più in là. Succede quindi che entrino persone che non soggiornano a chiedermi di chiamare un taxi.

Nel 90% dei casi li “rimbalzo” perché si tratta di gente che ha alzato troppo il gomito e nessun tassista si prenderebbe. Farei fare una corsa inutile, quindi «mi spiace, ma il servizio taxi va prenotato, adesso non rispondono; deve andare in Santa Croce, lì c’è la zona sosta dei taxi.»

Ma alcune eccezioni le faccio.

Ho da poco iniziato il servizio che entra una coppia elegantissima. Lui, biondo e ben rasato come ogni vero uomo dovrebbe essere dai tempi di Grant, Cooper e Stewart, indossa lo smoking con tanto di papillon e non mi stupirei se chiedesse un Martini “agitato, non shakerato”; lei ha uno splendido abito amaranto a gonna lunga e stretta, capelli biondi che ricadono sulla nuca e un sorriso per il quale ogni uomo di questo pianeta mostrerebbe il torace, indicherebbe il punto dove sta il cuore e le direbbe “È tuo, facci quel che vuoi!”

Si avvicinano al bancone e, in un inglese con influenze molto nordiche, mi dicono che si scusano per il disturbo non essendo clienti dell’albergo. Cercando di non svenire da cotanta gentilezza -ultimamente non ne vedo molta- li anticipo chiedendo se hanno bisogno di un taxi. Avendo compreso la loro necessità i sorrisi si fanno se possibile ancora più radiosi e devo resistere dal girare il bancone, inginocchiarmi e chiedere di essere adottato seduta stante. O forse, vista la mia età, il contrario. Invece apro l’applicazione di una delle compagnie di taxi e faccio partire una richiesta.

Mentre attendiamo mi dicono che erano a una serata mondana in un noto palazzo storico nelle vicinanze, uno di quegli eventi dove si è invitati solo se in possesso di a) un QI superiore a 250; b) un conto corrente tale da pagare il passaggio di una cinquantina di petroliere per lo stretto di Hormuz; c) l’eleganza e il portamento del Re d’Inghilterra. Mi fanno i complimenti per l’albergo affermando che la prossima volta soggiorneranno lì, i complimenti per la città -e solo perché non conoscono abbastanza noi abitanti- e chiedono se devono pagare qualcosa. Ovviamente la risposta a tale domanda è no, avendo solo cliccato un tasto su un’applicazione, e non posso non notare la loro sorpresa; probabilmente non si aspettavano un italiano che si approfitta di queste piccole necessità, come quelli che fanno pagare 50 € un cappuccino ai turisti. E io avrò tutti i miei numerosi difetti ma non sono affatto quel tipo d’italiano. Quando arriva il taxi ringraziano a raffica e mi salutano.

Ecco, davanti a cotanta gentilezza, buona educazione e rara eleganza mi sciolgo come Olaf quando non è protetto dall’aura gelida di Elsa.

Bisognerebbe essere tutti come loro. O almeno provarci.

sabato 23 maggio 2026

Ogni tanto passeggio per le strade del paesello dove vivono i miei.

C’è una piccola chiesetta, a circa un chilometro da casa, in cui mi piace andare. Non c’è mai nessuno anche se presumo sia sconsacrata essendoci il cartello che indica “proprietà privata”, ma io mi limito a guardare dall’esterno. E poi quassù si conoscono un po' tutti.

Passeggiare da queste parti ha il suo fascino: l’aria pulita, il verde, il rumore delle fronde quando c’è un po' di vento e l’acqua nei ruscelli. A volte mi chiedo se l’esercito fiorentino di passaggio, in quel Giugno del 1289, abbia mai pensato di fermarsi lì a trascorrere l’estate, invece di scendere giù ad affrontare gli aretini a Campaldino.

Dicevo della chiesetta: classico di queste antiche strutture, è dedicata alla madre di Gesù e ha la particolarità di avere la torre campanaria staccata dalla struttura. Sospetto che sia anche leggermente pendente, ma non vorrei farmi ingannare dall’albero e dal fatto che è costruita in un punto non proprio pianeggiante.

Ma quello che mi è piaciuto di più è la targa apposta dal comune di Castel San Niccolò a ricordo dei caduti civili e partigiani, con tanto di rose fresche. Ecco, averla apposta alla parete della torre campanaria, che serve come richiamo ai fedeli ma all’occorrenza anche in funzione civica -chiamare la popolazione a raccolta- la trovo una cosa bellissima.

Perché quando si combattono le forze del male le persone perbene si uniscono. Tutte, senza distinzioni.




venerdì 15 maggio 2026

L’errore di fondo è sempre quello del non stare rinchiusi dentro, del voler fare qualcosa, dell’impegnarsi. A volte non conviene. Non conviene affatto.

Ore 05.00, sono nel retro ad archiviare una caterva di pratiche quando sento, in lontananza, un rumore metallico su pietra.

Decido di andare a vedere cosa succede. Vado all’ingresso dell’albergo, giro la chiave, apro e mi affaccio: qualche simpaticone ha staccato un palo segnaletico e lo ha trascinato sulle pietre che compongono il selciato della strada per poi lasciarlo lì, a pochi metri dall’ingresso e proprio nel mezzo alla via.

Una persona perbene farebbe mai una cosa del genere? No. Ma a queste ore antelucane di persone perbene non se ne incontrano molte. Decido di fare qualcosa, appunto; perché non sono uno da “me ne frego”. Io sono uno da “mi impegno”. Perciò apro del tutto la porta, percorro dieci metri, prendo il palo e lo sposto di lato, in modo che non dia fastidio.

Ma purtroppo in quel momento due tipi, vista la porta aperta, entrano dentro l’albergo.

Ottimisticamente penso che siano clienti; ora li fermo, gli chiedo di mostrarmi la tessera magnetica della camera e li lascio andare su, ma capisco subito che non è così. Uno potrebbe passare come Babbo Natale, se avesse un vestito rosso con bordi bianchi; il più giovaneha capelli ricci e barba non curata che sembra un cattivo di un film con Schwarzenegger. E come i veri malvagi è già al bancone.

Il Babbo Natale in incognito mi chiede se ho una camera, ma da persone così mi periterei anche a vendergli uno spillo, quindi no, mi spiace ma siamo al completo. Al che il più giovane sbatte la mano sul bancone e in inglese spara:

«Chiama un taxi!»

Quello anziano scuote la testa ed esce, mettendosi a sedere sugli scalini davanti all’albergo, ma l’altro purtroppo ha deciso di diventare un mio problema e niente e nessuno gli farà cambiare idea.

Mi si avvicina e la puzza dell’alcool è tale che pure i lavoratori di una distilleria di Limerick rimarrebbero nauseati.

«Chiama un taxi!»

«Mi spiace, i taxi li posso chiamare solo per i clienti.»

«Allora dammi una camera e poi mi chiami un taxi!»

Cerco di distanziarmi per evitare il suo alito, ma lui insiste ad avvicinarsi, il che non promette affatto bene. Cerco di buttarla sullo psicologico -e io di psicologia non ci capisco un’acca-

«Io vorrei capire perché tutti i matti capitano qui. Ma ce l’avete con me? Cosa vi ho fatto di male? Vi siete messi tutti d’accordo?»

«Tu sei uno stupido! Non me ne frega un ****! Io voglio un taxi!»

«La mia vita dev’essere stata davvero sbagliata se avete deciso di tormentarmi così. Lei è altamente alterato, nessun tassista la farà mai salire su un taxi, si arrabbierebbero con me se lo facessi e avrebbero ragione. Quindi non glielo chiamerò, se ne vada per favore.»

«CHIAMA QUESTO ***** DI TAXI!»

«Le chiedo ancora di andarsene, altrimenti sarò costretto a chiamare la polizia.»

«NON ME NE VADO FINO A CHE NON MI CHIAMI IL ***** DI TAXI!»

Vado dietro al bancone e compongo il 112. Mentre parlo con l’operatrice riferendogli i miei dati, lui si appoggia al bancone dicendo ogni tipo di parolaccia possa mai esserci in inglese. Mi passano la polizia e devo ridire i miei dati e spiegare un’altra volta il problema (nel frattempo lui potrebbe benissimo venire dietro al bancone e piegarmi come fa Bender con le sbarre d’acciaio.)

Parlato con la polizia, riattacco e dico al simpaticone: «La polizia sta arrivando, vedrà che bel taxi azzurro.»

Non so se capisce perché continua a infamarmi, ma nel giro di pochissimo la volante è già davanti all’albergo, probabilmente erano in Piazza della Signoria. Perciò apro la porta e due marcantoni alti quanto LeBron entrano, mi salutano e capiscono al volo dirigendosi verso il tipo che si fa piccoletto e inizia a dire che lui voleva solo un taxi. Il poliziotto, con una calma e una pazienza che la metà basterebbero, ci parla e lo invita a seguirli fuori. In quel momento non mi rendo neanche conto cosa gli stia dicendo perché sto allentando la tensione, le ginocchia iniziano a tremare e non smetteranno fino all’ora di staccare il turno di lavoro. Mi viene solo da dire grazie e dentro di me pensare che, a dispetto di certi terribili fatti di cronaca, la grande maggioranza dei tutori dell’ordine sono persone eccelse.

Prima di richiudere dò un’occhiata all’esterno e il Babbo Natale è sparito. Probabilmente, alla vista della volante, ha deciso di tornare oltre il circolo polare artico di corsa. Calcolando i giorni in cui è avvenuto questo fatto, a quest’ora dovrebbe essere quasi sulle coste del Baltico.

lunedì 11 maggio 2026

😾: Mi hai portato nuovamente in questo luogo di sofferenza e perdizione! Ti odio, bipede senza peli!

😑: Sei il solito esagerato felinide peloso. Hai un po' di sangue nelle feci, quindi urge visita dal dottore di voi mostriciattoli.

😾: Guardi tra le cacche, pure coprofilo!

😑: Smetti di protestare, orbetto.

😾: Se sopravvivo assaggerai i miei artigli!

😬: Aiuto....



venerdì 1 maggio 2026

Esempi di richieste fatte da persone che non sono clienti ma entrano nell’albergo dove noi svolgiamo la nostra umile mansione di portineria:

«Dov’è il bagno?»

«Voglio una piantina della città, voi negli alberghi l’avete sempre. Ah, e mi dica dove ci troviamo.»

«Devo parlare col signor Smith.» (Ovviamente il signor Smith non è alloggiato da noi.)

«Mi faccia usare il computer, devo leggere la mia mail.»

«Devo stampare la mia prenotazione per gli Uffizi.» (Malgrado l’esistenza dei cellulari e la possibilità di usare questi per la mappa, mail e prenotazioni, ci sono ancora molte persone che hanno necessità di portarsi dietro il cartaceo.)

«Ao’, che sé po' ave’ un caffè? Sennò m’addormo!»

«Ho una prenotazione ma non ricordo il nome dell’albergo, mi aiuti.»

«Ci possiamo sedere nella hall? Siamo stanchi. Ah, ci dia anche il codice wifi e la password.»

«Posso parcheggiare qui davanti?» (lo spazio davanti ha le strisce gialle ed è riservato all’albergo.)

«Voi avete sicuramente un bar, ci dia due birre.»

«Ma è vero che qui a Firenze c’è un ponte con le case sopra?» (giuro!)

«Dov’è il ristorante?» (la via è letteralmente pieno di ristoranti.)

«Dov’è la torre di Pisa?»

«Il tabaccaio è chiuso, lei non vende sigarette/quotidiani/biglietti dell’autobus?»

Nessuno di questi che dicano un buongiorno è un per favore. Alla nostra richiesta negativa perché certi servizi sono riservati ai clienti dell’albergo o semplicemente perché siamo già occupati con altre persone, questa gente esce dall’albergo arrabbiata che “non abbiamo voglia di lavorare”)

sabato 25 aprile 2026

Come tutti i 24 Aprile durante il quale sono in turno pomeridiano, al check-in di clienti stranieri ricordo loro che "domani è quasi tutto chiuso perchè il 25 è festa nazionale".

A parte alcuni casi di clienti che conoscono e amano così tanto l'Italia da conoscerne la nostra storia -e a volte venire qui proprio per quelle ricorrenze- la maggioranza lo ignora. E quindi, se me lo chiedono, gli dico il motivo della festa:

«Il 25 Aprile del 1945 gli italiani decisero che il partito fascista doveva finire, quindi i partigiani scesero dalle montagne e liberarono l'Italia.»

«E Mussolini?»

«Fucilato.»

«Quindi non ci sono più fascisti?»

«Qualcuno c'è ancora, ma non possiamo sparargli. Almeno, non ancora.»

Il cliente ride della battuta. Gli consegno la chiave e lui sale in camera.

Poi ci rifletto sopra.

Ho Immaginato a me stesso, con un fucile in braccio, che spara ad altre persone. E mi sono reso di una cosa: non ci riuscirei. Non potrei proprio sparare a un altro essere umano. Non che tante altre persone non ne siano capaci, anzi; noi italiani ci siamo ammazzati più che volentieri per tante ragioni: sequestri e attentati politici, bombe, regolamenti di conti, femminicidi, motivi futilissimi come una precedenza non rispettata o lite condominiale. Però la maggioranza non ce la farebbe, ne sono assolutamente convinto. Perchè non siamo cresciuti con una mentalità guerresca, abbiamo abbandonato nel '45 l'idea del "libretto e moschetto" e smesso di fare le parate paramilitari, dandoci la libertà di scegliere.

Ecco, la trovo una cosa bellissima.

Viva il 25 Aprile.

domenica 19 aprile 2026

Lisbeth Salander.

Dire che ci somigliava era un eufemismo. A parte la nazionalità -non era svedese- praticamente uguale in tutto e per tutto. Piercing su naso e sopracciglio, tatuaggi colorati che spuntano sul collo, stessa capigliatura nera corta spettinata, stesso corpo scheletrico.

Stesso sguardo incacchiato abbestia.

Mi guarda duramente modello: “uomo di mer*a, mi fai schifo tu e la tua razza, sei fortunato che tra noi c'è questo bancone, o ti avrei già praticato un dolorosissimo tatuaggio sulla pancia”.

L'unica espressione che mi viene, è la classica italiota da “com'è umana lei!”

Uno ci prova anche a sorridere, ma di solito a questi clienti l'incacchiatura aumenta esponenzialmente. Sguardo supplichevole e speriamo non si metta ad urlare. Procedo col check-in, che non faccio a tempo ad iniziare che subito mi chiede il codice del wifi. Mentre sta per salire in camera, le chiedo se vuole una piantina della città:

«Non me ne frega un ca**o!» (I don’t fu**ing care!)

E fila su per le scale, di una camera singola che sta al quinto piano, mentre io resto lì come una statua del museo Tussaud.

Stava diverse notti, non ricordo quante perchè fu alcuni anni fa. 24 ore su 24 fissa in camera. Cartellino “non disturbare” perennemente attaccato alla maniglia, off limits per tutto il tempo del soggiorno. Non so quanto avesse di roba da mangiare dentro la borsa (l'unico bagaglio), ma presumo poco. La si vedeva uscire solo la sera, e rientrava con una pizza in cartone dopo neanche un quarto d'ora. Il giorno, alle 14, chiamavamo in camera per chiederle se volesse che la cameriera la pulisse, od almeno asciugamani puliti. Risposta:

«Non me ne frega un ca**o!» (come sopra)

Dizionario Oxford, edizione “parole essenziali”

Alla partenza, la camera richiese un'ora di pulizia a fondo. Per i cartoni della pizza (con dentro i resti, in procinto di evolversi a vita superiore) sparsi sul pavimento, e le condizioni in generale, roba che si faceva prima con un lanciafiamme. Tutta la mia solidarietà alle cameriere, colleghe che, spesso e malvolentieri, vedono cose raccapriccianti. Altro che Cronache del Bancone, potrebbero aprire un blog solo sulle camere dopo il passaggio di certa clientela. E non oso immaginare in che condizioni appaiono certe camere quando, invece delle Salander, arrivano Raoul Duke ed il Dottor Gonzo.

Al check-out, la ragazza non emise un fiato di fronte ai sorrisi di noi della portineria e le domande di rito “Si è trovata bene? Ha preso qualcosa dal frigobar?”. Si limitò a passare la carta sul pos e uscire dall’albergo senza neanche prendere la ricevuta.

Ah, ho accennato alla pulizia della camera, molto laboriosa, ma il bagno era stato usato pochissimo. La doccia richiese solo una passata veloce perché c’era un velo di polvere.

Certi clienti sono così, l’essenza pura e semplice dell’eccentricità.

sabato 11 aprile 2026

Nel tre stelle in cui ho lavorato per venti anni mi capitava di fare turni nell’ufficio, in luogo di quelli al bancone. Dovevo stare al computer a stampare le prenotazioni, rispondere alle mail, fare offerte, queste cose qui.

Sopra la postazione campeggiavano -anzi, campeggiano tuttora- una serie di quadri, tra cui una riproduzione di un dipinto presente agli Uffizi e rappresentante uno dei personaggi più nefasti che abbiano mai circolato per questa città: il prete ferrarese che conquistò cuori e menti di alcuni fiorentini. Quello del “ricordati che devi morire”. Il Savonarola.

L’ufficio è aperto, non ci sono porte che isolano i dipendenti dalla clientela. Uscita dalla sala colazioni, una cliente si affaccia -alla gente piace curiosare- nota il quadro e accenna a un buongiorno.

Mi volto. La signora è un’americana sulla sessantina, il trucco di un’attrice hollywoodiana, occhialini alla Lennon e il tipico abbigliamento del turista made in Usa: pantaloncini e calzettoni a metà caviglia. Il marito, che se ne rimane un po' in disparte, ha il medesimo abbigliamento ma porta una barba che potrebbe essere uno degli ZZ Top.

«Mi scusi se la disturbo. Posso farle una domanda?»

«Sono qui apposta, mi dica pure.»

Sorride mostrando apprezzamento per la disponibilità del dipendente della struttura ove soggiorna. Indica il quadro.

«Chi era quell’uomo?»

«Ah, lui! Un prete, vissuto cinque secoli fa. Predicava la penitenza e i patimenti di questa vita. Aveva molti seguaci, quel tipo di persone che vanno in processione fustigandosi. Gli altri abitanti li chiamavano “piagnoni” (che tradussi come “crying people”). Si chiamava Savonarola.»

«Oooohhhh. Qui a Firenze?»

«Si, proprio qui. Immagini un gruppo di tipi che gira per la città, si colpisce la schiena con la frusta e grida “Perdono, Nostro Signore! Perdono!”»

«Oh, si, me li vedo! Molto cattolico!»

«Proprio così. Però a un certo punto noi fiorentini ci stufammo di questa follia, così lo condannammo e lo bruciammo in Piazza della Signoria.»

Il sorriso sparisce e l’espressione della signora si fa quasi tetra, anche perché mimo il gesto delle fiamme con tanto di suono onomatopeico. Mi verrebbe anche da fare la battuta “Ha svampato signò!” ma lei non la capirebbe.

Il marito invece sta ridendo e si trattiene anche parecchio. Ma la moglie è seria. Dopo un attimo di silenzio allunga la testa e, con un certo timore, chiede:

«Ma oggi, queste cose, voi italiani non le fate più, vero?»

Avrei dovuto avere la prontezza di spirito di dirle che il rogo è ancora previsto nel codice penale italiano, e invece le ho detto che a quei tempi le persone erano molto diverse da oggi, tant’è che il personaggio è qui ricordato con una piazza e il museo di San Marco, che gli consiglio di visitare. Ringraziano per la breve lezione di storia -nel mio piccolo sono un magister anch’io- e uscirono per la loro visita di Firenze.

Non ricordo se poi ci andarono o meno al museo di San Marco ma quell’espressione quasi terrorizzata mi rimase impressa. Però mi diverto troppo a raccontare della mia città ai turisti. Bisogna impari come si dice “i priori fanno carne” in inglese.

venerdì 3 aprile 2026

Che io mi debba trovare, a due passi da casa, questo troiaio, proprio non mi va. Ma proprio per nulla.

Quel che mi dà veramente fastidio, di questa gentaglia, è che si vanta anche della propria fede. Nel Cristianesimo. La religione più universalista che ci sia perché siamo tutti uguali, davanti a Nostro Signore. E questi invece si sentono tanto ganzi a fare gli italiani. A Firenze poi.

Prima gli italiani? Bravi, fatelo. Ma il Giudizio di Dio verrà anche per voi e saranno cazzi vostri.

Mi sembra doveroso esprimere il mio dissenso. Capovolgendo la foto e con una dedica leggermente modificata rispetto all’originale:

«"Io piovvi di esercito,

poco tempo è, in questa gola fiera.
Verbo bestial mi piacque e non merito,
sì come general ch'i' fui; son Vannacci
e la Lega mi ha ben sortito"»

(Inf. XXIV, 122-126)

Ps. Non sono credente ma ho dovuto studiare il Vangelo perché ai miei tempi l’ora di religione era obbligatoria. Questi sono cristiani come io sono cardassiano. E a me quest’ipocrisia fa davvero schifo. Almeno tornassero al paganesimo.





giovedì 26 marzo 2026

Mica tutti i giovani sono ganzi e intelligenti da dire “No”. Qualcuno va per il ”si”. A qualsiasi cosa.

Poco dopo mezzanotte rientra in albergo una coppia molto giovane, poco più che ventenni. Lui è italiano, leggera barbetta a incorniciare il viso, vestito elegante, piede ingessato e stampelle che manovra con la stessa agilità di Sinner con la racchetta. Lei non è italiana, capelli rossi ricci che ricadono sulle spalle, scollo che arriva all’ombelico e l’aria annoiata della vita che Giacomino Leopardi scansati proprio.

Il ragazzo si ferma al bancone provocando l’irritazione della ragazza, che era già lanciata verso l’ascensore e le tocca -le difficoltà dell’esistenza- tornare indietro a sentire una conversazione che non comprende perché non parla italiano. Il giovane mi chiede se è possibile fare colazione in camera.  Io afferro uno dei biglietti su cui è stampata tale richiesta con le spunte da mettere su ciò che si .desidera: caffè, cappuccino, affettati, succhi, yogurt… tutto il cucuzzaro. In realtà tali biglietti sono già presenti, in camera, ma è una delle tante cose che i clienti neanche considerano e poi chiedono a noi della portineria.

«Una volta compilato il biglietto va lasciato appeso fuori dal pomello della porta d’ingresso alla camera, poi ci pensiamo noi del personale. Si ricordi che è un supplemento al costo totale della camera» Gli spiego.

«Senta, non me lo può compilare lei?»

«Cosa desidera? Il caffè, immagino.»

«Certo, il caffè. Metta anche questo. E questo. Segni un po' tutto. Cara, tu che vuoi?» Chiede alla ragazza con l’ultima frase in inglese.

«Quel ca**o che ti pare, a me va bene lo stesso.» Risponde lei agitando la mano in aria e lanciando uno sbuffo di noia (ovviamente, in inglese ha detto la parolaccia “f**k”)

Lui ridacchia e se ne esce così: «Senta, metta un po' quel che cavolo le pare, basta che ci sia roba da mangiare. Io non posso andare in sala colazioni, vede che sono “handicappato”?»

«… ma è sicuro? E se c’è qualcosa che non le piace?»

«No, non si preoccupi, segni, segni pure quel che le pare.»

«…Se va bene a lei. Per che ora la volete?»

«Mezzogiorno.»

«…Ehr…la colazione finisce alle 10.30.»

Bisbiglia un qualcosa che somiglia a «Che due …» poi riferisce l’orario alla ragazza, ormai sull’orlo della disperazione della vita e che spara un WTF che non saprei se ricondurre a Oxford o Harvard. Come immaginavo, vogliono la loro colazione all’ultimo momento disponibile: le 10.30.

Se ne salgono su in camera, io segno, addebito e lascio il bigliettino nelle stampe per i colleghi delle colazioni.

Qualche notte dopo vado a fare un controllo di pura curiosità: hanno pagato tutto. Ma non mi stupirei se avessero fatto storie che “quella cosa non la volevamo, non l’abbiamo mangiata”.

Paolo ha sempre avuto ragione quando lanciava, ai clienti, il suo monito: servitevi da soli.

domenica 22 marzo 2026

Un attimo che arrivo alla traduzione della foto, prima una breve premessa.

Quando ero recluso nel tre stelle presso la stazione avevo creato un modulo, da consegnare ai clienti, affinché segnalassero come si erano trovati. C’erano anche le faccine: quella sorridente, quella “media” e quella triste. Nella parte inferiore c’era quella destinata ai commenti. Molti di questi, io e la mia collega Mrs We Are The Champions, li abbiamo tenuti perché belli oppure divertenti o entrambe le cose.

Il commento nel riquadro recita: Camera molto molto carina. Esperienza straordinaria. Per citare Arnold “Torneremo”.

Arnold ovviamente si riferisce a Schwarzenegger e alla celebre battuta “I’ll be back” (tornerò) che pronuncia quando interpreta Terminator. Fa sempre piacere, a noi portieri, quando dei clienti si trovano così bene e ci mettono queste citazioni cinefile. Spero proprio che siano tornati.

Magari non nello stesso modo che usa Terminator!



sabato 14 marzo 2026

Nel posto dove vivo ci sono un totale di 20 zampe.

Non mi riferisco solo a quelle umane: ci sono ben 12 pestifere zampette che portano con sé la pessima idea di pesticciare pavimenti umidi dopo la doccia -e poi darsi all’entusiastica esplorazione di una casa che dovrebbero già conoscere- o preziosi organi genitali se ho la malaugurata idea di volermi stendere sul letto con regolamentare copertina d’ordinanza. Arrivano in branco pretendendo carezze su musi che diventano incarogniti se non procedo con la mano arrivando a mordicchiare come facevano i loro lontani parenti, le tigri dai denti a sciabola. Per evitare questa tortura devo fare come Steve McQueen: darmi alla fuga. Non possedendo una motocicletta di teutonica produzione, devo utilizzare le mie due zampe personali. E cercare la mia tranquillità.

Esiste un luogo, su questo pianeta classe M, che mi vede tranquillo e felice. Si tratta di uno di quei posti magici dove, già qualche miglio prima di arrivarci, ti fa sorridere al solo pensiero, proprio come potrebbero fare due bambine in procinto di salire, a Pére-Lachaise e cambio a Nation, sulla metro in direzione Disneyland. Un posto colmo di tesssori che non si mettono al dito ma hanno la capacità di farmi sentire lieto e invisibile al resto delle unità carbonio. Tanti tavoli ben illuminati con elettricità derivata da elemento ormai divenuto raro a causa di bombaroli arancioni impuniti -e sempre più caro malgrado abbiano tolto le accise perché una promessa è una promessa- e soprattutto scaffali stracolmi di un bene preziosissimo poco utilizzato in una penisola che ha dato tanti magnifici scrittori ma i cui nipotini hanno profonde difficoltà col congiuntivo.

Libri.

Uno dei piaceri maggiori è la biblioteca delle Oblate, luogo tra i più belli di questa città fiera ma ormai svenduta al turismo facile -e ci lavoro io, coi turisti- ma anche poco frequentato dagli stranieri che preferiscono il selfie con le ragazze del buon caro Alessandro Filipepi. A Firenze siamo così, sempre desiderosi di svendersi, una volta erano i Papi, oggi americani in fuga dalle prepotenze della loro polizia politica di ghiaccio.

Ma non sempre mi è possibile andare alle Oblate, con i suoi soffitti a cassettone cinquecenteschi e quella sensazione di Rinascimento, guerre contro gli spagnoli, pene capitali a monaci ferraresi pazzi. Devo ripiegare per un paio d’ore pomeridiane verso la biblioteca vicino casa. Già luogo frequentato in tenera età grazie alle premure di madrehhh orgogliosa di un figlio vorace lettore benché ai tempi preferissi i fumetti dei Galli che rifiutavano de magna a’carbonara, nun ve meritate gniente, dico bene centuriò?

Ma tale luogo vede anche la presenza di una bibliotecaria particolare. Si chiama Flo.

Ora, io non so capacitarmi del perché, ma Flo mi ha preso in simpatia. Parecchia. Mi capita di trovarla stesa nel giardino fuori dalla biblioteca che si gode il sole primaverile in completa nudità, è una tipa un po' scostumata ma anche una di quelle che non si depilano, apparendo più pelosa di un Wookiee. Di solito però la trovo sulla sua sedia personale che se la dorme. Perché è una bibliotecaria che dorme sul posto di lavoro, se volete rinverdire il vecchio adagio degli statali che fanno sonnellini in ufficio, mostrategli Flo.

Io entro in sala lettura, lei ronfa sognando canarini gialli chiusi in una gabbietta. Mi siedo e poso lo zaino, come fanno tutti, sul pavimento accanto al tavolo. È in quel momento che Flo si sveglia. Capta la mia presenza, la percepisce, mi sente dall’odore -e sono uno che si doccia e si profuma ogni giorno- si alza sulla seda, si stiracchia, sbadiglia a bocca aperta, scende e si avvicina al mio zaino.

Mi capita spesso di andare lì con il mio computer, in modo da digitare furiosamente storie sul mio lavoro d’albergo a beneficio di questo blog o romanzi che forse vedranno un giorno l’autopubblicazione e la loro presenza su scaffali di parenti e amici cari. In questo caso prendo uno zaino grande e capiente atto all’uopo. Ma a volte vado lì solo per leggere, e quindi mi basta lo zainetto piccolo con solo un portamonete e un bicchiere -le biblioteche fiorentine hanno il magico fontanello- che Flo non gradisce. Di solito annusa e, sdegnatamente, torna sulla sua sedia o fugge nuovamente nel giardino. Ma lo zaino grande sì. Nella biblioteca ci sono diversi studenti -di cui potrei essere padre e, tra poco, pure qualcosa in più- tutti con zaino posato sul pavimento. Flo non li considera neanche. Vuole, esige, pretende il mio. E si posa lì per continuare il sonnellino pomeridiano.

Ora, io le chiedo: perché Flo? Perché proprio io? Che poi, quando arriva il momento del rientro a casa, mi tocca pure svegliarti, spostarti e dopo te ne stai lì immusita, come se fosse un tuo diritto utilizzare il mio zaino finché ti aggrada.

Ma soprattutto: com’è possibile che sia proprio io, che considero voi gatti meno utili del ministero degli esteri italiano, a essere irrimediabilmente attratto dai felini? Non poteva essere la stessa cosa per le femmine bipedi?

Da domani cambio squadra, che il Viola è molto sbiadito, per passare alla gloria biancorossa. Perché i gatti vanno trattati come a Vicenza: in padella con le olive.





venerdì 6 marzo 2026

Gli indiani sono tremendi! Questa loro mania di risparmiare, il terrore di perdere preziose monetine! Ma rilassati, sei in vacanza, in un albergo tra i più prestigiosi con un costo della camera che è il doppio del mio mutuo mensile! Cosa ti cambierà qualche euro in più?

C’è questa camera familiare, quattro persone, che partono la mattina presto per andare in gita. Devono essere a villa Costanza, luogo di arrivo del tram ma anche di partenza dei bus che vanno in tour nel Chianti.

Alle cinque scende il “capofamiglia” -in un mondo influenzato dal patriarcato, siamo ancora lì- che chiede se, invece del taxi, non è meglio andarci con il “treno”, lo chiama così, per risparmiare. Pazientemente, gli devo spiegare che dovrebbero farsela a piedi fino alla stazione (siamo quasi a Santa Croce) e poi farsi il percorso col tram che non è proprio un fulmine. Comodissimo, ma anche lento. A quel punto che siete in taxi, arrivate fino al punto di partenza del bus, no? Non sembra convinto, ma lo accetta. Risale in camera.

Dopo poco mi telefona:

«Ho una domanda» (i buongiorno si sprecano)

«Mi chieda pure»

«Noi abbiamo chiesto due cestini colazione»

«Certo, sono già pronti. Li potete prendere quando partite per il tour. O se volete mangiare adesso, li faccio portare in camera»

«Ma cosa c’è dentro?»

«Una bottiglietta d’acqua, fette biscottate, marmellate e nutella, un succo di frutta, un muffin e uno yogurt»

«E quanto vengono?»

«…non ho capito… mi sta chiedendo quanto costano?»

«Si, certo»

«…ma… niente. Voi avete un tour molto presto e quindi non potete fare colazione in sala. Questo è un servizio che l’albergo offre per i clienti che hanno queste esigenze»

«…oh, bene… senta, noi siamo in quattro, possiamo avere altri due cestini?»

«Vedo che posso fare perché queste cose vanno richieste al personale delle colazioni quando è in servizio. Se trovo qualcosa glieli preparo io»

«Grazie»

In sostanza, costui pensava che i cestini colazione fossero a pagamento e quindi ne aveva ordinati solo due. Per risparmiare. Io, se sono in vacanza, non sto a preoccuparmi più di tanto e se mi serve un servizio lo pago. Immagino che valga per tutti così, no?

Filo al bar e recupero due yogurt, due muffin e due bottigliette d’acqua. Poco dopo l’allegra famigliola indiana scende. Genitori e due ragazzine dolcissime, i bambini sono belli sempre, si rovinano nel crescere. O forse mi fanno simpatia perché anche io ho due figlie.

«Buongiorno. Ho trovato qualcosa, ecco i cestini»

Ringraziano e si mettono a mangiare nella hall in attesa del taxi che li porterà al punto di partenza del tour. Ovviamente sporcando di briciole.

Il mio collega notturno, fiero rappresentante dei cavalieri di re Vlad III, alla vista dello sporco ha lanciato maledizioni tali che il tour li porterà in un castello della Transilvania dove saranno vampirizzati.